IN FUGA DALL'ISIS

La mia vita sotto lo Stato Islamico

venerdì 10 giugno 2016 ore 06:00

Gaziantep - Turchia - “Per quale motivo ho sempre il sorriso sulle labbra anche se sono scappato dall’Isis? Perché noi siriani ne abbiamo viste troppe, non ci spaventa più nulla”. Hussein, 26 anni, lavora in un’officina meccanica di Gaziantep, nel sud della Turchia, vicino al confine siriano. Quattro mesi fa ha lasciato la cittadina di Al-Bab, a nord-est di Aleppo, ed è scappato qua con la famiglia, una moglie e tre bambini piccoli.

Al-Bab è il principale centro controllato dallo Stato Islamico nella regione di Aleppo.

In questi anni la città è stata sotto il controllo dei principali protagonisti della guerra siriana: il regime, l’Esercito Libero Siriano, gli islamisti di Al-Nusra e infine l’ISIS.

“Siamo scappati quattro mesi fa – ci racconta Hussein. Per la mancanza di soldi, per i continui bombardamenti e per le restrizioni imposte dallo Stato Islamico. Ormai era impossibile continuare a vivere lì. Lo Stato Islamico controlla tutto il territorio in maniera meticolosa. In condizioni normali non saremmo potuti partire. Ma abbiamo approfittato di un grosso bombardamento russo. Per 24 ore c’è stato il caos generale, che ci ha permesso di metterci in cammino verso il confine. Allora i miei figli avevano un mese, un anno e tre anni”.

Per assurdo senza quel bombardamento per partire Hussein e la sua famiglia avrebbero dovuto corrompere i miliziani dello Stato Islamico. L’assenza di soldi e lo sfruttamento di questa situazione da parte dell’Isis è un elemento centrale del sistema economico nelle zone controllate da Daesh.

“Si ripete sempre la stessa cosa – ci spiega Hussein mentre beve un tè con i suoi nuovi compagni di lavoro – in ogni contesto. Anche per lavorare e guadagnare qualcosa bisogna schierarsi con loro, con l’Isis, solo loro possono darti uno stipendio. E alla fine molta gente li sostiene solamente per questo, per i soldi. Circa 100 dollari al mese. Altrimenti nulla. Impossibile lavorare e impossibile guadagnare”.

Quando scoppiò la rivoluzione, nel marzo del 2011, Hussein stava facendo il servizio militare con l’esercito siriano ed era di stanza vicino a Daraa, nel sud della Siria, proprio dove ci furono le prime proteste di piazza contro Assad. “Fu il mio ultimo mese di servizio militare, mi sembra passato un secolo”.

Oggi quella di Aleppo è la regione strategicamente più importante per l’esito della guerra siriana. In quella zona sono presenti tutti i principali gruppi armati che combattono in Siria, compreso lo Stato Islamico. “La loro strategia, anche nella nostra zona – ci dice Hussein – è quella di avanzare, combattere, e poi ritirarsi. Al-Bab è la loro base, i loro attacchi partono da lì”.

Prima di riprendere a lavorare Hussein ci conferma le tante restrizioni imposte alla popolazione civile dai miliziani di Daesh.Niente fumo, donne sempre coperte, niente internet, a parte un paio di locali in tutta la città strettamente sotto controllo, il divieto assoluto di mettere in discussione il loro potere. Le voci contrarie spariscono nel giro di poche ore”.

E poi la stretta sull’educazione, forse la più importante in prospettiva futura. “Ad Al-Bab ci sono nuove scuole, create con l’obiettivo d’indottrinare i bambini, mentre nelle scuole pubbliche sono stati cambiati tutti i libri di testo. La maggior parte delle famiglie preferisce tenere i figli a casa”. I bambini e i ragazzi siriani sono stati giustamente definiti “una generazione persa”. Tra quelli rimasti in Siria e quelli scappati all’estero sono pochissimi quelli che riescono ad andare a scuola. E le politiche dell’Isis peggiorano ulteriormente questa situazione. Hussein, però, non perdere il suo sorriso. Ci saluta e torna a lavorare.

Aggiornato venerdì 10 giugno 2016 ore 19:34
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