BREXIT

La rivolta della working class

giovedì 23 giugno 2016 ore 06:02

Le fasce sociali più povere e svantaggiate potrebbero decidere l’esito del referendum di oggi sulla Brexit. I sondaggi di queste settimane hanno confermato come il sentimento antieuropeo sia più forte in quelle città e in quelle regioni dove gli effetti della crisi economica sono stati più profondi. In quelle zone della Gran Bretagna, in questi anni, ha raccolto la maggior parte dei suoi voti lo UKIP, il Partito per l’Indipendenza del Regno Unito di Nigel Farage. I media britannici hanno descritto la working class, la classe operaia, come razzista e anti-immigrati, ma la questione è molto più complessa. Per fare chiarezza abbiamo chiesto aiuto a Lisa McKenzie, ricercatrice alla London School of Economics. Lisa McKenzie si occupa di povertà e di zone socialmente ed economicamente svantaggiate.

Perché la classe operaia britannica è contro l’Unione Europea? Cosa c’è dietro a questo sentimento antieuropeo?

Non direi che la classe operaia britannica è anti-europea. Direi che la classe operaia britannica, come quella di molti altri paesi europei, è sempre più povera. Il suo tenore di vita è in continuo calo. Una situazione peggiorata ulteriormente con la crisi finanziaria del 2007/2008. I governi hanno salvato le banche, hanno protetto le élite finanziarie, hanno imposto l’austerità alle famiglie che erano già in difficoltà. Quello che sta succedendo adesso in Gran Bretagna, e che potrebbe succedere in altri paesi, non è una rivolta contro l’Europa, è una rivolta contro il neoliberismo e contro l’austerità.

Quindi la gente è contro i politici, britannici ed europei, in quanto rappresentanti di un modello di politica economica ben preciso, giusto?

Esatto. La classe operaia sta usando il referendum come un’opportunità. Per dire: guardate che non vogliamo più che le cose vadano avanti così, vogliamo che le cose cambino. Nel referendum, ovviamente, ci sono solo due opzione. Dentro o fuori.

Il referendum non affronta i tanti problemi dei meno fortunati: la povertà, i tagli alla spesa pubblica, la privatizzazione della sanità. Ma nelle zone più degradate del paese si sta parlando di questo. Il referendum europeo viene associato a questi problemi.

Che cambiamenti vorrebbe la classe operaia?

I governi britannici, soprattutto quelli conservatori, hanno sempre dato la colpa all’Europa per le tante cose che non andavano bene nel nostro paese. Un comportamento che io non condivido. La colpa non è dell’Europa. La colpa è di politiche neoliberiste, che hanno contraddistinto quegli stessi governi che accusavano l’Europa. Ripeto, la gente non è contro l’Europa, la gente vuole solo una vita stabile.

Un lavoro, i soldi per pagare le bollette, la possibilità di andare in vacanza…

È corretto dire che le fasce sociali più deboli hanno paura?

Certo. Quando non ci sono più certezze, quando ci sono sempre meno soldi, quando non si sa cosa succederà domani, quando si perde il lavoro, la paura ha il sopravvento. La gente è spaventata, è terrorizzata.

Un termine che non è stato usato correttamente dai media, immigrazione. I poveri sono stati definiti spesso razzisti e anti-immigrati…

L’immigrazione è una questione importante, certo, non lo possiamo negare. Ma proprio perché le classi sociali più svantaggiate si sentono minacciate. Se andate in un quartiere povero di una città inglese e chiedete per quale motivo voteranno per la Brexit, vi risponderanno per l’immigrazione. Se vi fermate lì potete concludere che sono razzisti e anti-immigrati. Ma se andate avanti e chiedete cosa direbbero dei lavoratori stranieri nel caso in cui avessero un lavoro stabile, vi risponderanno che non avrebbero alcun problema. Qui la questione è la mancanza di risorse, che sono state tolte anno dopo anno a chi già aveva poco. I politici hanno usato l’immigrazione per giustificare le paure della classe operaia. Ma pensate cosa succederebbe se la gente dovesse accusare il governo, i politici non avrebbero più un lavoro.

Gli stessi politici che oggi dicono che l’immigrazione è una cosa buona, per quarant’anni hanno detto che l’immigrazione è la principale causa della povertà.

Da qui il dibattito molto duro di queste settimane.

Aggiornato venerdì 24 giugno 2016 ore 17:51
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