Primarie USA

Clinton-Sanders, l’ora della verità

venerdì 11 marzo 2016 ore 02:05

La battaglia tra Hillary Clinton e Bernie Sanders entra nel vivo. E diventa sempre più cattiva.

Il dibattito tra i due candidati democratici a Miami, alla vigilia del voto di martedì prossimo – quando andranno alle urne Florida, Ohio, Illinois, North Carolina, Missouri – è stato teso, in certi momenti anche violento.

Clinton e Sanders si sono scontrati su (quasi) tutto: immigrazione, commercio, lavoro. Su una sola cosa si sono trovati d’accordo: la fiducia che il prossimo presidente degli Stati Uniti non potrà essere Donald J. Trump. Come ha detto il senatore Sanders: “Penso che il popolo americano non eleggerà un presidente che insulta i messicani, insulta i musulmani, insulta le donne, insulta gli afro-americani”.

Queste sono alcune considerazioni sulle campagne dei due candidati, alla vigilia del voto di martedì.

Sanders. La forza del messaggio, nonostante i numeri. La vittoria in Michigan ha sicuramente galvanizzato il senatore del Vermont. “Continueremo la nostra battaglia sino al 7 giugno”, sino alla fine di queste primarie, ha spiegato Sanders. Il voto nei prossimi giorni, in Stati come l’Illinois e l’Ohio, che presentano una composizione sociale e demografica a quella del Michigan, gli dà ulteriore slancio.

Nel dibattito di Miami, mercoledì sera, Sanders è parso più rilassato rispetto a precedenti occasioni. Ha scherzato, è apparso puntuale nelle risposte, ha ripetuto come un mantra le accuse alla Clinton: quella di essere un candidato che negli anni scorsi ha favorito gli interessi di Wall Street e non della maggioranza degli americani. I suoi attacchi sono concisi, essenziali, precisi come frecce lanciate nel campo dell’avversario. La sicurezza di Sanders si è spinta fino a chiedere con energia la fine dell’embargo con Cuba e il ristabilimento di normali relazioni commerciali con l’Avana: una richiesta appunto audace nella Florida meridionale, dove la forza dei settori anti-castristi si fa ancora sentire in politica.

La vittoria in Michigan e le buone prospettive in Illinois e Ohio hanno poi l’effetto di mantenere alto l’afflusso di milioni di dollari, spesso attraverso piccole somme, in donazioni elettorali. Il Michigan ha portato poi altre due notizie. La prima riguarda il voto afro-americano. Se nel Sud la Clinton appare imbattibile (in Mississippi ha conquistato l’80 per cento dell’elettorato nero), gli afro-americani del Nord e del Midwest non appaiono così compatti. In Michigan la percentuale del voto nero andato alla Clinton è del 60 per cento. L’ex segretario di stato ha avuto più di una difficoltà a conquistare la Wayne County, che comprende Detroit, e la Genesee County, con al suo interno Flint: due aree con una forte presenza di afro-americani, che non sono però finiti sotto l’ombrello elettorale di Hillary Clinton.

Sono soprattutto i neri più giovani a scegliere Sanders, che è riuscito in queste ultime settimane a dare risalto al suo passato di studente dell’università di Chicago, arrestato durante una manifestazione pro-affirmative action, e di militante progressista che marciò con il reverendo King su Washington. Il voto in Michigan rivela però anche un’altra cosa: Sanders ha un’ottima presa sulla working-class bianca, su parte degli ex Reagan Democrats, quelli più colpiti dalla crisi economica e dalla scomparsa dei posti di lavoro in questi anni. Sei elettori su dieci, entrati ai seggi in Michigan, si sono detti convinti che i trattati di commercio internazionali – NAFTA e TPP – hanno fatto perdere e faranno perdere posti di lavoro agli americani. Il messaggio su cui Sanders ha martellato in questi mesi – e cioè che la Clinton è la rappresentante di un ceto politico che ha favorito gli interessi dell’1 per cento più ricco della popolazione, è dunque passato. E promette di funzionare ancora martedì prossimo.

Tutto bene, dunque? Soltanto in parte. Se il messaggio di Sanders pare funzionare, se i suoi sostenitori continuano ad affollare i comizi con un entusiasmo incontenibile, i numeri non gli danno ragione. Almeno per ora. L’appeal del senatore resta ancora prevalentemente limitato al voto bianco (Sanders ha conquistato sinora il 57 per cento dell’elettorato bianco, una percentuale raggiunta da Mitt Romney nel 2012). Ci sono quindi intere aree del Paese che sfuggono al suo messaggio. E se i neri non sembrano particolarmente propensi ad appoggiarlo, sospettosi delle critiche che Sanders non ha risparmiato al “loro presidente, a Barack Obama, resta l’incognita degli ispanici, che sono una parte essenziale del voto democratico in Florida e in altri degli Stati dove si voterà nei prossimi giorni.

La nostra forza è la rivoluzione che continua”, ha detto Sanders nel dibattito di Miami. Nella frase c’è tutta la forza della sua campagna, che ha smosso ciò che sino a qualche mese fa sembrava inimmaginabile, ma c’è anche l’immagine della sua debolezza. L’appello di Sanders resta per molti versi ideale. Ribadendo il carattere “rivoluzionario” del suo movimento, Sanders ammette che i numeri non gli sono favorevoli. Il vantaggio della Clinton in termini di delegati (vedi più sotto) è ampio e difficilmente recuperabile. Il paradosso in cui il senatore del Vermont rischia di trovarsi è quindi questo: un messaggio forte che però non trova sbocco; una candidatura di testimonianza, che affascina e suscita entusiasmo, ma che con ogni probabilità non si trasformerà in politica.

Oltre il paradosso, ci sono però una serie di interrogativi. Che cosa succederà al “movimento” di Sanders? Alle sue richieste e proposte? Le idee di Sanders entreranno in qualche modo nel processo delle primarie democratiche? Come, se, il senatore Sanders riuscirà a farle vivere, una volta che la Clinton avrà conquistato la nomination?

Sono domande che, al momento, non hanno risposta, e che allungano un’aria di imprevedibilità, di incertezza, alla campagna di Bernie Sanders.

Clinton. Forte la conta dei delegati, non il messaggio. Martedì scorso, subito dopo la sconfitta in Michigan, Robby Mook, campaign manager della Clinton, ha convocato in tutta fretta una conferenza stampa. Il messaggio – ripetuto all’infinito – è stato questo: “La matematica è dalla nostra parte. Hillary può anche perdere Ohio, Illinois, Missouri, la settimana prossima; ma continuerà ad ammassare delegati, per procedere tranquilla verso la nomination”. Mook ha ragione. La matematica dà ragione, per ora, alla Clinton. Il giorno della sconfitta, di misura, in Michigan, la Clinton ha fatto il pieno dei delegati in Mississippi. Allo stato attuale, Hillary controlla 1223 delegati (461 sono i super-delegati), contro i 574 di Sanders (25 i super-delegati). L’obiettivo dei 2383, necessari per ottenere la nomination, è dunque alla sua portata; considerato soprattutto che la sua capacità di attirare il voto nero, che rappresenta circa un quarto dell’elettorato delle primarie democratiche, gli consente di affrontare il futuro con una certa tranquillità.

Forte in termini di matematica, la Clinton lo è molto meno se si guarda alla politica. La sconfitta in Michigan è il segno ulteriore che la candidata non convince, non entusiasma, non riesce a mettere insieme tutte le anime del partito democratico. Le sfugge il voto giovanile, di cui martedì scorso ha conquistato soltanto il 19 per cento. Le sfugge, come detto, il voto della working-class bianca. Di più, la strategia messa a punto in questi ultimi giorni non ha funzionato e promette di non funzionare nel futuro. Non ha funzionato, perché gli attacchi a Sanders – dipinto come un burattino dei fratelli Koch, un nemico degli immigrati, responsabile della perdita di posti di lavoro con il suo voto contro il bailout dell’industria dell’auto – non sono soltanto esagerati e spesso senza fondamento; in realtà, hanno indebolito il messaggio della Clinton, l’hanno fatta apparire in difficoltà, senza la risorsa delle idee e della politica, votata solo e comunque alla distruzione dell’avversario.

La strategia promette poi di non funzionare nel futuro. Se, come sembra ancora molto probabile, sarà la Clinton la candidata ufficiale dei democratici alla Casa Bianca, le “truppe di Sanders” diventeranno essenziali a una sua vittoria. I democratici non possono conquistare Stati essenziali senza il voto dei giovani, della working-class bianca, degli indipendenti (un altro gruppo che sinora ha preferito Sanders).

Scaricare sul senatore del Vermont una valanga di accuse è dunque controproducente. Non funziona ora e non funzionerà a novembre. Per navigare con una certa tranquillità verso la Casa Bianca Hillary Clinton deve neutralizzare Sanders, non distruggerlo. Deve far proprie alcune posizioni dell’avversario, costringendosi a un altro dei tanti cambi di tattica cui è stata costretta in questi mesi.

Aggiornato venerdì 11 marzo 2016 ore 21:00
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