Unicef

Strage di bambini: l’Europa senza diritti

lunedì 01 febbraio 2016 ore 16:38

“Abbiamo visto un padre siriano che sulle coste della Turchia buttava la figlia in mare. La gente e i nostri operatori dell’Unicef gli intimavano di salvarla. Lui la prendeva e poi la ributtava in acqua e ci rispondeva: ‘Mia figlia deve imparare a nuotare, a salvarsi da sola. Quando toccherà a lei attraversare il mare con noi dovrà essere pronta a tutto’”.

È una delle tante e drammatiche testimonianze raccolte dall’UNICEF, che ha appena realizzato il Rapporto 2016 sull’intervento umanitario per i bambini  Forse non sapremo mai se quella bambina, la sua famiglia ce la fatta…

Al racconto di UNICEF, si aggiungono i dati di Europol, citati dal The Observer. Diecimila bambini rifugiati stanno scappando dalla guerra, con il rischio di finire nelle maglie delle organizzazioni criminali. Negli ultimi 18-24 mesi il 27 per cento del milione di nuovi arrivi è composto da minori. Molti di loro sono scomparsi: in Italia si sono perse le tracce di 5 mila bambini, ricorda Europol, in Svezia di altri mille.

Intanto la strage silenziosa continua, mentre l’ Europa non ha più come priorità i diritti umani. Due giorni fa un barcone di 17 metri si è rovesciato ed è affondato nel braccio di mare tra Grecia e Turchia. Si ipotizzano almeno 39 morti, di cui cinque bambini. Sono già 700 quelli che hanno perso la vita in mare nel 2015. Un numero impressionante.

Ai tempi della strage a Lampedusa, nel 2013, ci furono roboanti dichiarazioni delle istituzioni europee: “Mai più deve accadere tutto ciò”. Invece continua e oggi non fanno nemmeno più finta di indignarsi o di promettere che si farà il possibile affinché tutto ciò non si ripeta mai più. Nemmeno più il pudore di fingere di fare qualcosa per fermare queste stragi. Anzi, si chiudono ponti e si alzano muri.

Nonostante questo, i migranti continuano a partire: non hanno alternative. Così, storie come quella che riporta il team di Sirius.help si ripetono: “Il primo allarme è arrivato intorno alle cinque del mattino. La barca era gremita di gente esausta, tremante e di bambini in lacrime. Come successo altre volte, la guardia costiera turca per fermarli aveva tagliato il tubo del carburante e aveva abbandonato la barca alla deriva. La benzina si era riversata nella barca e tutti respiravano i fumi velenosi. Una donna al quinto mese di gravidanza si è sentita male e ha continuato a vomitare fin sulla riva. 5 ore di incubo con la paura di morire. Il 90 per cento delle persone nella barca erano siriani in fuga dalla guerra. Poi li abbiamo portati a riva”.

6378803_1446280769.9334

Andrea Iacomini è il portavoce di UNICEF Italia.

“Siamo davanti a un genocidio di bambini in mare. Sì – spiega- ho utilizzato questo termine per smuovere le coscienze”.

Quanti bambini sono morti in mare nel 2015?

Nel solo 2015 sono morte in mare circa 3750 persone, di cui 700 bambini, un numero impressionante, inaccettabile. Solo a gennaio di quest’anno hanno perso la vita sempre in mare 240 persone, di questi 50 bambini

Perché ci sono tante vittime tra i bambini?

Perché le famiglie pur di salvarli da morte sicura a casa loro rischiano il tutto per tutto e prendono la via del mare che spesso è in condizioni critiche e i più piccoli sono quelli che ne fanno le spese. Nel mondo 250milioni vivono in situazioni di guerra, assistiamo davvero ad un periodo nero della storia.

Perché lei ha parlato “di genocidio in mare dei bambini migranti”?

Non c’è un episodio della storia paragonabile all’Olocausto lo voglio precisare, ma ciò a cui stiamo assistendo, l’esodo dei siriani, 4milioni e mezzo di persone, i 300 mila morti da 5 anni in quella stessa regione, gli arrivi in Europa e le morti in mare specie tra i bambini hanno proporzioni tali che per sconfiggere l’indifferenza dilagante ho usato la parola genocidio che smuovesse le coscienze di tutti.

Lei pensa che queste morti di bambini rappresentino la scomparsa di una generazione in Siria?

In Siria come UNICEF abbiamo più volte parlato di “lost generation”, di generazione perduta. È una guerra che dura da 5 anni con numeri impressionanti, 12 milioni di persone ancora intrappolate di cui la metà bambini, minori. Nella città sotto assedio di Madaya si muore di fame, si mangiano carcasse di animali, radici e ci sono altre 14 città in queste condizioni. Ripeto da 5 anni, perché non si è fermato tutto prima? Oggi 4 milioni e mezzo di persone sono fuggite, migliaia vivono nei campi profughi nei paesi limitrofi, per non parlare dei siriani arrivati in Europa. Un paese martoriato che non esiste più.

Il fatto che le porte dell’Europa si stiano in molte zone chiudendo può spingere i migranti a partire più velocemente?

Io mi pongo la domanda inversa. Se in molti parti del pianeta, Siria in primis – ma anche Iraq Yemen, Sud Sudan, Centrafrica, Nigeria – continueranno conflitti di questa portata sarà inevitabile un continuo movimento umano verso l’Europa. E che dire di Paesi come la Somalia e l’Eritrea, dove cui è impossibile vivere? È ovvio che partiranno i giovani da quelle zone. Il problema non è solo Schengen: è che mancano pace e cooperazione.

Secondo lei l’Europa che responsabilità ha?

L’Europa ha sottovalutato la gravità dei flussi migratori dello scorso agosto. Tutto parte e finisce con l’inferno siriano. Se l’Europa non assume un ruolo di protagonista mettendo al centro la pace, nulla si risolverà e tante vite saranno ancora spezzate.

I corridoi umanitari ormai sono un miraggio , mentre si alzano invece i muri. Battaglia persa?

No, credo che manchi una spinta dal basso a questa richiesta perché non viene ben compresa. I cittadini devono indignarsi di più, ne va anche del futuro dei loro Paesi.

Perché i diritti umani non sono più al centro dell’attenzione internazionale? Non sono più una priorità?

Manca una nuova cultura della pace. Si va giustamente in piazza, ognuno con le sue ragioni, al Family day o per le Unioni civili, ma nessuno lo fa per i bambini che muoiono ogni giorno. Poi quando arrivano a migliaia qui, tutti a domandarsi il perché. Quando li vediamo morire in mare ci si commuove per un giorno, o come in passato si urla “mai più”, salvo poi osservare da spettatori l’ennesima strage.

Alcuni spiegano questa indifferenza verso i diritti umani con le paure degli europei – anche economiche – per queste grandi migrazioni. Lei cosa pensa?

Che se gli europei le avessero “lette” prima e avessero capito che molte di queste migrazioni nascono da fughe da guerre non risolte all’origine forse non la penserebbero così. Oggi invece questo tipo di migrazioni sono una opportunità. Come sono sicuro che rappresenta una opportunità scommettere sulla formazione di quei tanti minori non accompagnati che arrivano nel nostro Paese.

In Italia, lei diceva, si manifesta per i diritti, ma nessuno sta scendendo in piazza contro queste morti quotidiane di migranti, di bambini. Che riflessione fa?

Che non c’è più il pacifismo che abbiamo visto in Bosnia. Manca di compattezza e in alcuni casi prende le parti clamorosamente di un contendente o dell’altro. Bisognerebbe ascoltare di più Papa Francesco e i suoi appelli per capire che oggi un riferimento ideale e morale esiste e va oltre ogni steccato o ideologia. A me per esempio non importa stare né con Assad né con Is: non voglio che muoiano bambini per mano dell’uno o dell’altro. Chi ci sta?

Un’ultima questione che riguarda l’Unicef. Concretamente cosa state facendo per i migranti, in particolare per i bambini?

Siamo presenti in tutta Europa con centri di accoglienza, spazi a misura di bambino dove i piccoli possono giocare essere accolti studiare, operatori pronti per sostegno psicologico per le famiglie e forniamo kit igienici sanitari vaccin,i insomma aiuti in tutte le zone della rotta Balcanica. In Italia collaboriamo con le istituzioni per monitorare la situazione degli oltre 11 mila minori non accompagnati, un lavoro durissimo se pensiamo che di circa 6000 abbiamo perso le tracce.

Aggiornato giovedì 04 febbraio 2016 ore 14:19
TAG