una cattiva legge

Il prezzo delle unioni civili

giovedì 25 febbraio 2016 ore 19:02

Sono tanti gli elementi che fanno della legge italiana sulle unioni civili una cattiva legge.

Primo: è arrivata con grave ritardo e solo dopo che l’Italia è stata condannata (il 21 luglio 2015) dalla Corte europea dei diritti dell’Uomo per discriminazione nei confronti delle coppie omosessuali. La dimostrazione che per il parlamento la legge non è mai stata una priorità. È solo una toppa per rimediare a una figuraccia a livello internazionale. Purtroppo è una toppa peggiore del buco. L’Italia, ultima a essere rimasta nell’Unione europea senza una legge, ora è il Paese con la legge più arretrata.

Secondo: è una legge che distingue, non che equipara. C’è stata un’aspra battaglia in parlamento per eliminare le possibili somiglianze tra il matrimonio (prerogativa degli eterosessuali) e le unioni civili (riserva dedicata agli omosessuali). In maniera a volte comica, come quando si è tenuto a precisare che l’obbligo della fedeltà sia esclusiva eterosessuale, si sono voluti creare due sistemi di riconoscimento diversi. In sostanza, diritti di serie A e diritti di serie B.

Terzo: si è esclusa l’adozione del figlio del partner. È la discriminazione più grave. Stralciando dalla legge il provvedimento (che già esiste dal 1983 per gli etero), si puniscono in sostanza gli omosessuali che hanno avuto figli. Si puniscono negando diritti ai bambini, cosa davvero crudele. Oltretutto affermando che lo si fa proprio per tutelare i bambini, per proteggerli. Per proteggerli da chi? Dalle loro mamme e dai loro papà, dalle persone che più amano? Un’ipocrisia che sottende l’odio verso le persone omosessuali, in maniera per nulla velata.

A livello simbolico, è come se si dicesse a gay, lesbiche e trans che non hanno diritto di procreare. Ma avere dei figli è un fondamento umano, che nessun governo può restringere senza violare i diritti umani. Infatti il parlamento, prima con l’assenza di norme e ora con questa cattiva legge, non ha potuto impedire e non impedirà in futuro che gay, lesbiche e trans abbiano figli, semplicemente renderà più difficile la vita dei bambini e dei loro genitori.

Rendere più difficile la vita degli omosessuali, distinguere la loro posizione dagli eterosessuali (in contrasto con l’articolo 3 della Costituzione) salvo poi dire che “la società non è pronta”, e che per questo bisogna procedere per gradi. È stata questa la retorica che ha portato a questa cattiva legge e che non fa che perpetuare le differenze nella società, mettendole nero su bianco sotto forma di “status” diversi.

Il prezzo di questa cattiva legge è altissimo. Si paga in termini di arretramento culturale. Un arretramento direttamente legato alla violenza della propaganda politica.

A differenza di quanto dicono i politici, la società è molto più accogliente e preparata del parlamento. Lo raccontano le tante manifestazioni che hanno riempito le piazze italiane a sostegno dei diritti Lgbt, lo dice la maggiore visibilità delle persone omosessuali, lo raccontano le storie, in larga parte positive, delle famiglie omogenitoriali.

Gli omosessuali negli ultimi anni sono molto più visibili, grazie anche a cultura, cinema, musica, e coming out di personaggi conosciuti. Essere gay o lesbica non è più uno stigma, soprattutto tra i giovani. Per la politica, invece, sì. Lo dimostra la violenza che si è consumata in parlamento, nei talk show, sui social network.

Una violenza verbale e simbolica sorretta dalla creazione di concetti falsi, oscuri. Dall’ideazione di pericolosi nemici invisibili. Nemici della famiglia, della natura, della tradizione. Nemici di concetti astratti, non delle persone vere.

Così la stepchild adoption, misteriosa nozione declinata in inglese, è stata spiegata come l’apertura a un’altra “violenta e immorale” pratica, l’utero in affitto. E inutile è stato ripetere che la gestazione per altri è vietata in Italia e che il ddl Cirinnà non lo prevede.

Inutile spiegare che la gestazione per altri è legale in altri Paesi, molto più evoluti dal punto di vista dei diritti, utilizzata in gran parte da coppie eterosessuali, e normata in maniera da evitare lo sfruttamento. “L’utero in affitto” è diventato il nemico da combattere, quando non c’entrava nulla con la timida apertura di diritti cui si stava lavorando in Italia.

Come non è stato possibile spiegare il senso della stepchild adoption, l’adozione del figlio del partner. Si tratta del semplice riconoscimento legale di diritti a chi è già genitore di fatto. Si potrebbe definire “l’adozione di un figlio che è già tuo”, di un bambino che è cresciuto chiamandoti mamma (o papà).

Tutta la violenza a cui abbiamo assistito, per l’approvazione di una legge mediocre e discriminatoria, rischia di riportare indietro il cammino fatto dalle persone in questi anni. Di instillare nuove paure in chi è ignorante, ovvero ignora nel senso letterale del termine, cioè non conosce persone omosessuali o famiglie omogenitoriali. Di rianimare l’omofobia che ormai era circoscritta ad alcune sacche reazionarie della società. Di rinfocolare il pregiudizio, il cui nemico principale è la condanna sociale.

Avremmo dovuto assistere a discorsi chiari, coraggiosi, di esplicito rigetto dell’omofobia da parte dei rappresentanti delle istituzioni. Avremmo dovuto ascoltare parlamentari orgogliosi di introdurre princìpi di inclusione e sviluppo, con l’ambizione di lavorare per il futuro. Invece ci hanno offerto un indecente spettacolo di arretratezza e sessismo.

I danni dell’omofobia sono reali, dolorosi. L’omofobia fa vittime vere. Vittime di pestaggi, emarginazione, mobbing, bullismo. Il prezzo che il Paese rischia di pagare per il travaglio che ha portato a questa cattiva legge è troppo alto.

TAG