Toni Negri

“Perché l’estrema destra vince”

lunedì 14 dicembre 2015 ore 07:17

parigi - “Tutto questo ce lo si poteva aspettare, anche se evidentemente molto di più il successo di Marine Le Pen che l’esprimersi della rivolta ormai in fenomeni armati: che vengono sì dal Medio Oriente, ma che sono filtrati in maniera pesantissima dalle banlieue parigine e non solo parigine. E cascano le braccia a vedere l’incapacità dei governi, socialdemocratici in particolare, di dare risposte ai problemi”.

Toni Negri, 82 anni, ci riceve nella sua casa di Parigi: l’occasione è l’uscita della sua autobiografia, Storia di un comunista (a cura di Girolamo De Michele, Ponte alle Grazie): ma siamo all’indomani delle amministrative francesi, e anche delle legislative in Venezuela, e a tre settimane dall’attacco jihadista nella capitale francese: e la conversazione (con ampie valutazioni sulla congiuntura latinoamericana che che si potranno ascoltare nella versione audio dell’intervista, in onda il 27 dicembre a “Sabato Libri”) comincia da questa attualità che preme.

Lei vive ormai stabilmente a Parigi: come vede gli ultimi avvenimenti francesi?

Sia di questa sorta di guerra sotterranea, che però è esplosa in maniera violentissima, sia dell’affermazione così impressionante del Fronte Nazionale, si può avanzare un’interpretazione abbastanza lineare e unitaria: l’incapacità dei governi sia socialisti sia della destra di affrontare il grave problema delle differenze e dei divari che caratterizzano questa società, e in particolare questa città. Dal 2005 (anno della rivolta delle banlieue, ndr) ad oggi non è stato fatto nulla, da un lato davanti all’impoverimento dovuto alla grande crisi del lavoro, e dall’altro all’incapacità del governo francese di staccarsi dalla sua vecchia vocazione imperiale, che invece continua a svilupparsi verso l’esterno, verso le vecchie colonie, ma si esercita anche all’interno su cittadini francesi.

Per chi persegue una prospettiva europea il rischio è l’identificazione con le politiche di austerità dominanti in questi anni: ma per lei non se ne viene fuori con il “sovranismo” a cui propone di tornare anche una parte della sinistra…

Mi sembra che del sovranismo vediamo le conseguenze oggi, cioè il voto alla Le Pen. Non è che se la sinistra si fosse presentata dicendo di volere la separazione della Francia dall’Europa avrebbe avuto maggiori soddisfazioni. Il problema è la mostruosa crisi di rappresentanza: la sinistra non è più credibile non in quanto sovranista o non sovranista, ma perché schierandosi interamente su un terreno neoliberale ha inanellato una incredibile serie di insuccessi nella gestione delle questioni sociali. E per fortuna che in Francia c’è ancora il vantaggio del funzionamento di un welfare molto più efficiente di quanto sia probabilmente in altri paesi europei, sicuramente in Italia. Una affermazione così importante del Fronte Nazionale comporta delle conseguenze enormi, che insistono però su un asse del governo francese che si è già tutto spostato verso destra: l’enfasi sullo stato di eccezione, che veramente fa un po’ paura, e questa specie di ira funesta, il bombardare per bombardare, la vendetta, posizioni che… fossero tragiche, ma sono quasi tragicomiche! Il vero problema è appunto quello di una ripresa economica che sappia rispondere alla nuova natura del lavoro, del “proletariato” di oggi, e aprirsi alle moltitudini migranti, con cui se non fossimo chiusi nel nostro egoismo potremmo anche raggiungere una maggiore produttività. E’ un problema che tocca l’intera Europa. Escludo che la soluzione possa essere quella di un neosovranismo, perché l’unica possibilità per valere qualcosa nella determinazione della quotazione del denaro a livello mondiale è quella di essere una potenza: e l’Europa, che ci ha salvato dalle situazioni più terribili della crisi, è il solo spazio, la sola forza che oggi può permettere una sussistenza non periferica ai nostri paesi. Ma tra le due crisi, quella economica e monetaria e quella dei migranti, e la guerra, con l’orribile sovrapposizione della Nato alla Ue, questa Europa è finita.

Non vede plausibile che di fronti ai dati della crisi, e ai risultati ottenuti dalla destra estrema, ci possa essere un ripensamento rispetto alle politiche di austerità da parte dei partiti popolari e socialdemocratici ?

Abbiamo sperato tutti che in particolare un movimento del Sud Europa riuscisse a scuotere questi partiti, e a portarli verso una modificazione o comunque attenuazione delle regole ordoliberali. La prima grande disillusione è venuta con la vicenda della Grecia, che ha tentato di aprire questa rottura. E’ presto per dire cosa potranno fare le nuove forze che stanno montando in Spagna e in Portogallo, anche perché non sembra che ci sia un’apertura qualsiasi, sul livello europeo. I timidissimi accenni di apertura dati dalla Merkel sull’immigrazione, sui “rifugiati” come ipocritamente li chiamano, hanno suscitato un sollevamento interno di tutta la destra a guida Csu ma anche di una destra fascistoide. Non parliamo della tragica situazione all’Est, con governi veramente indecenti. Il problema da porsi è che un po’ dappertutto le forze democratiche si risollevino e abbiano la capacità di fare un programma, e di cambiare volto, perché oggi è impossibile sviluppare un qualsiasi programma politico se non attraverso un nuovo personale politico e nuove istituzioni: se non si costruiscono degli episodi forti e continui di contropotere, a livello moltitudinario, è impossibile modificare le linee politiche dell’Europa. C’è una patologizzazione delle rappresentanze politiche odierne che non può essere modificata dall’interno ma solo battuta da fuori. Per arrivare alla riforma della Costituzione europea occorrono movimenti politici che sappiano imporre, sul terreno, una virata. Bisogna muoversi sul terreno sociale, determinare grandi scadenze sociali, per modificare le politiche dei governi: ecco, abbiamo bisogno di un grande sindacato, di quelli di una volta, un sindacato che sia una potenza politica, sul livello europeo. E ci sono forze che tentano di costruirlo, però siamo ancora all’abc, all’inizio di un processo del genere.

Ma vede con interesse anche dei tentativi che vengono fatti appunto in ambito sindacale?

Non so fino a che punto sia stato anche concepito, o ritenuto capace di svilupparsi in questo senso, ma il grande tentativo è quello della coalizione, di Landini: credo tutt’ora che la sola possibilità che c’è in Italia di modificare la situazione è il collegamento tra i movimenti, alcune forze sociali e una punta di organizzazione sindacale o politica, che sappia sfondare. Non un fronte, un fronte di sigle, ma una coalizione dinamica, aperta, di forze e di movimenti: è un passaggio assolutamente fondamentale. Dobbiamo in qualche modo ripetere quella che è stata la nascita del socialismo, cioè le cooperative, le casse comuni, e questo su un piano che già abbia un’imprenditorialità, comunque una capacità imprenditoriale di produrre, di soggettivare. Invece la coazione a ripetere dei fuoriusciti da questo o quel partito è completamente ridicola, e peggiora la situazione, perché ripresenta facce completamente usurate a un’opinione pubblica che se ha bisogno di qualche cosa è un elemento di radicalità, che rompa l’inerzia della situazione attuale. A livello europeo ci sono innanzitutto Syriza e Podemos, ma anche i compagni portoghesi, che hanno cominciato, più che a costruire un’alternativa, a condizionare anche una fetta della vecchia istituzione, senza per questo identificarsi e diventare casta.

In Italia siamo di fronte ad un processo di revisione pesante della Costituzione, a cui c’è chi reagisce con la logica della difesa della Costituzione così com’è arrivata ai nostri giorni…

La Costituzione italiana è una costituzione di Yalta, in cui capitalismo e comunismo italiani arrivano ad un compromesso, che è stato onorato da una sola parte, dalla sinistra, perché l’altra, lasciando la Costituzione come insieme di parole, ha modificato realmente la struttura materiale della società italiana e quindi degli assetti di potere in Italia. Da questo punto di vista la modificazione della Costituzione oggi non ha più neppure senso, la Costituzione è già completamente superata. Quindi difendere la Costituzione passata può essere un atto di fede, un elemento di tranquillo compagnaggio, un modo per passare il tempo…

Non lo vede nemmeno come momento tattico?

Nemmeno. Anche perché la Costituzione non funziona più. E’ molto più importante fare lotte su altri aspetti, per esempio sull’Articolo 18, ma non in quanto Articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, che è stato dissolto dalle nuove interpretazioni giuridiche, anche da sinistra. Si devono fare battaglie esplicite, che però devono accompagnarsi alla considerazione della nuova realtà sociale e lavorativa del paese, e quindi assumere per esempio – non dico che sia l’unico punto – la questione del reddito garantito come uno degli elementi fondamentali, perché la produzione socializzata deve evidentemente determinare un reddito generalizzato. Fra l’altro ho visto il formidabile esempio della Bolsa Familia in Brasile. Tutta la destra diceva “qui si paga la miseria, si paga il fatto che la gente non ha voglia di lavorare”, ma è esattamente il contrario: bastava entrare in una favela per capire, la trasformazione delle favela da prima a dopo è stata enorme.

Un recente studio commissionato dal governo britannico prevede che nell’arco di dieci-vent’anni, per effetto dell’automazione si perderanno qualcosa come 10 milioni di posti di lavoro: uno tsunami…

Iniziato decenni fa. L’editoriale del primo numero di Potere Operaio, nel ’69, parlava dell’automazione che espelle dalla produzione. Il problema è di prendere il potere sulle macchine, perché al punto in cui sono giunte oggi, l’informatizzazione e la cibernetica ci permettono di distruggere il lavoro salariato: il fine del socialismo. Si tratta di provare, sperando che non sia troppo tardi, e che la repressione non rinvii di cento-duecento anni questo tipo di insorgenza.

Questa sua autobiografia, pur con molti riferimenti al dopo e all’oggi, si chiude con gli arresti del 7 aprile del ’79. Perché questa scelta ?

Perché si tratta di un periodo di storia vergognosamente cancellata. Dopo ci sono i documenti dei tribunali, i libri che abbiamo scritto e che sono diventati importanti, i nuovi movimenti, le nuove forme di organizzazione. Ho sentito l’esigenza di scrivere questo libro perché dovevo scaricarmi di una serie di cose che sentivo la necessità di togliere dalla mia anima, quindi c’è stato un mio bisogno. E ho voluto rivendicare gli anni sessanta e settanta, dentro un’esperienza che pur con le specificità della mia storia è alla fin fine abbastanza tipica di un militante di quell’epoca, con una filigrana comune ad una generazione anche molto più ampia di quella che è finita in galera. Io non sono mai contento delle cose che scrivo: ma questa volta sì.

Aggiornato martedì 15 dicembre 2015 ore 08:43
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