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Trump abbatte Maduro. E il diritto internazionale

Trump

Gli Stati Uniti di Donald Trump hanno attaccato il Venezuela e hanno arrestato il presidente Nicolas Maduro. Con una clamorosa operazione, la notte scorsa, i militari statunitensi hanno realizzato il blitz, ordinato dalla Casa Bianca. E’ l’epilogo dell’escalation che da mesi contrappone l’amministrazione Trump al governo venezuelano. Un epilogo che lascia però un grande punto interrogativo sul futuro immediato del Venezuela. Le reazioni internazionali: a parte quelle dei Paesi storicamente alleati con il regime venezuelano, come Mosca e Teheran e quelli che – al contrario – esultano al fianco di Trump, come Milei in Argentina, sono improntati alla cautela. Dall’Europa si sottolinea come il blitz degli Stati Uniti sia al di fuori delle regole del diritto internazionale.
I servizi di Alfredo Somoza ed Emanuele Valenti.

Ora che Nicolás Maduro è fuori dai giochi, si apre la grande partita della transizione in Venezuela. In pole position c’è la vicepresidente Delcy Rodríguez, che potrebbe aprire all’opposizione nel suo governo e stabilire un calendario elettorale che preveda, questa volta, consultazioni monitorate e dotate di reali garanzie per l’opposizione. Se questa fosse l’uscita delineata da Trump per il futuro del Venezuela — ipotesi da prendere con le pinze — molti dei coimputati di Nicolás Maduro per narcoterrorismo potrebbero riuscire a scampare all’estradizione. Nelle future elezioni dovrebbe prevalere l’opposizione, cosa che con ogni probabilità sarebbe già accaduta nel 2024 se il voto fosse stato libero. Il Venezuela entrerebbe così a far parte, insieme ad Argentina, Paraguay, Bolivia e Cile, del gruppo di paesi latinoamericani più vicini agli Stati Uniti in funzione anticinese. Il Venezuela di Maduro era infatti una testa di ponte per l’espansione di Pechino, ma anche di Mosca e Teheran, in America Latina. È questa la vera posta in gioco che Trump ha deciso di affrontare ricorrendo alla vecchia tradizione interventista di stampo militare. Il “cortile di casa”, che si pensava archiviato con la fine della Guerra Fredda, torna alla sua configurazione originaria, anche se la potenza militare statunitense non è in grado di sostituire il ruolo di partner economico che la Cina ha conquistato negli ultimi trent’anni.

di Alfredo Somoza


Non è stato Trump a sancire la fine della legalità internazionale. Era già in crisi prima del suo ritorno alla Casa Bianca. Ma in pochi mesi il presidente americano le ha dato un’ulteriore spallata.Oggi il rispetto delle regole – per gli stati più potenti come gli Stati Uniti, ma anche per quelli di peso medio come Israele – è spesso un’opzione trascurabile.Oltretutto a prescindere dal vero obiettivo di Washington – lotta al narcotraffico in un paese che molti analisti non considerano così centrale, risorse petrolifere, una crociata in nome della democrazia – non è detto che ora in Venezuela le cose vadano meglio. La storia degli interventi americani più recenti – Afghanistan, Iraq, Libia – dice il contrario. Il paese latino-americano potrebbe per esempio diventare sul serio centro di importanti attività criminali.Quanto successo a Caracas rappresenta poi una brutta notizia per Iran e Ucraina.Improbabile che Trump si avventuri in un’azione simile a Tehran. La Repubblica Islamica è più strutturata della Repubblica Bolivariana fondata da Chavez. Ma non possiamo dirlo al 100%. Pochi giorni fa Netanyahu ha chiesto proprio altre azioni contro l’Iran.L’Ucraina invece rischia di essere la prima vittima del nuovo ordine o disordine internazionale. Nel quale, solo sulla base della forza fisica, gli stati più potenti si stanno imponendo nelle rispettive sfere di influenza, accettando che gli altri facciano lo stesso nelle loro. Gli Stati Uniti nelle Americhe. La Russia nell’ex-spazio sovietico, a partire dall’Ucraina. La Cina – anche se qui ci sono più variabili – di fronte a casa quindi da Taiwan.Gli Stati Uniti dovrebbero essere il principale alleato dell’Ucraina e dovrebbero supportarla in nome del rispetto della sua sovranità nazionale, violata dalla Russia.Alla fine forza militare e sfere d’influenza al posto delle regole internazionali, troppo ingombranti.

di Emanuele Valenti

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    Il disco di debutto dei The Sophs è previsto per il prossimo 13 marzo ma la giovane formazione di Los Angeles sta già catturando l’attenzione di molti. Poco prima di partire per un tour che lì vedrà suonare in molti dei più grandi festival del 2026, due dei sei componenti della band sono passati ai microfoni di Volume per presentare l’album in uscita e suonare alcuni brani. Dalla nascita del progetto fino all’esperienza con la storica etichetta Rough Trade - “un sogno che si avvera”, spiega la band - abbiamo chiesto ai The Sophs anche il loro punto di vista, da statunitensi, sulla difficile situazione che il loro paese sta attraversando in questi giorni. “Ci vergogniamo del nostro governo, le persone in carica oggi non rappresentano in alcun modo i cittadini americani - spiega Ethan Ramon, prima di ricordare l’importanza del voto per supportare la propria comunità - “siamo tutti figli di immigrati, la cultura della diversità è la vera spina dorsale del nostro paese”. L'intervista di Elisa Graci e Dario Grande e il MiniLive dei The Sophs.

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