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Schlein vince la scommessa in Campania: Fico oltre il 60%. In Veneto la Lega resta prima grazie a Zaia

Regionali, Roberto Fico è il nuovo presidente della Campania e Schlein sorride: l’alleanza Pd – 5 Stelle si afferma con un risultato netto, nonostante il braccio di ferro con De Luca. Anche in Puglia vince il campo largo, a valanga, con De Caro. In veneto Stefani va sopra il 60%: la Lega tiene primo il posto nella regione, ma conta soprattutto il fattore Zaia. Pesante il calo dell’affluenza, in tutte e tre le regioni. Gli articoli dei nostri inviati.

Da Napoli Luigi Ambrosio

La Campania, i suoi programmi i suoi problemi le sue aspettative, erano solo nel discorso del nuovo presidente Roberto Fico che si concentra su quello, evitando il piano nazionale. Dietro di lui, però, scalpitavano i leader nazionali del centrosinistra. Saliti sul palco, un minuto a testa, Fratoianni, Bonelli Conte e Schlein hanno detto una cosa: uniti si vince, anche alle politiche.  “Dal sud parte la riscossa contro il governo Meloni, quello dell’autonomia differenziata, il più antimeridionalista della storia repubblicana” dice Elly Schlein che festeggia due volte: per la vittoria e per la sospensione delle critiche alla sua segreteria. Immaginare che, siccome è accaduto oggi a Napoli, accadrà domani a Roma è azzardato ma questa è la logica della campagna elettorale. Ci sarebbe poi il problema del non voto sempre più strutturale, pure in Campania -12%, il grande freddo della democrazia, un dato che distorce qualsiasi analisi ma il tempo dell’analisi non è oggi, non qui. Il primo a parlare dal palco del vincitore era stato Piero De Luca, il figlio che il padre Vincenzo ha piazzato alla guida del Partito Democratico della Campania in cambio dell’appoggio a Roberto Fico dopo dieci anni di dominio incontrastato sulla Regione. È lui a mettere il primo timbro sulla vittoria e in Campania “uniti per vincere” ha significato da De Luca a Fico e la partita non è stata semplice, ha comportato compromessi estremi. A Roma ci sarà lo stesso pragmatismo estremo tanto da tener dentro da Fratoianni a Renzi e Calenda? Problemi di domani. Oggi il centrosinistra si accontenta di fare in Campania quello che non era riuscito a fare nelle Marche: affermare “da qui inizia la riscossa”.

Da Padova Alessandro Braga

Alberto Stefani presidente. Ed era scontato. La coalizione di centrodestra sopra il 60%. Era meno scontato ma molto probabile. E fin qui, le conferme. Quello che, fino all’ultimo era incerto, era chi tra Fratelli d’Italia e Lega avrebbe preso più voti. Al momento, ma sembra un dato ormai consolidato, la Lega ha più voti (e non pochi di più) rispetto a Fratelli d’Italia. Un risultato che fa cantare vittoria a Matteo Salvini, che ha subito postato sui social una sua foto con Stefani e Zaia e la scritta: “Vittoria. Avanti col buon governo del Veneto”. E l’aggiunta: “Vince la squadra”. Un modo per intestarsi la vittoria e silenziare frizioni e malumori nella coalizione e nella Lega. Certo Stefani presidente è una vittoria di Salvini. Il nuovo presidente veneto è vicesegretario federale e salviniano. È chiaro anche che il successo leghista rispetto a Fratelli d’Italia aiuterà il leader del Carroccio nei confronti di Giorgia Meloni, ma bisognerà vedere quanto il risultato sia merito di Salvini e quanto di Zaia. Nelle prossime ore, quando si saprà quante preferenze ha preso il presidente uscente, si capirà quanto Zaia potrà far pesare il suo ruolo nel partito e spingere per la creazione di una nuova/vecchia Lega, più vicina alle idee originarie del Carroccio, da affiancare alla Lega nazionalista salviniana. Un’ipotesi caldeggiata dai governatori del Nord ma fino ad ora stoppata da Salvini. Da domani, chissà. E da domani si capirà anche quanto l’accordo tra Salvini e Meloni (Stefani candidato in Veneto in cambio di un meloniano in Lombardia nel 2028) potrà reggere ancora. Un accordo che era stato maldigerito da Salvini e osteggiato apertamente dai leghisti lombardi, che ora avranno un’arma in più per provare a tenere la Lombardia. Cosa che potrebbe, però, avere ripercussioni nei rapporti tra alleati. Il pensante calo dell’affluenza è un altro dato forte di questo voto che arriva alla fine della tornata delle regionali, ultimo appuntamento elettorale prima delle politiche e del referendum sulla giustizia.

Da Roma Anna Bredice

“Ha vinto il campo largo, un’idea di alternativa c’è”. Così dichiara Igor Taruffi, molto vicino ad Elly Schlein, in uno dei primi commenti dopo il voto. Taruffi affronta subito la questione politica che si apre ora a sinistra, chiusa questa lunga tornata elettorale, con un risultato di tre a tre, la vittoria soprattutto nelle regioni più grandi, Toscana, Puglia e Campania, che fa dire alla sinistra di aver forse vinto sulla destra come numeri complessivi di voti. La questione principale è quella che collega oggi con il 2027, la sfida e il progetto del campo largo di Elly Schlein può essere anche la soluzione alle politiche? E può essere lei la candidata a Palazzo Chigi? Da qui alle politiche non ci saranno altre elezioni, se non il referendum confermativo della riforma sulla separazione delle carriere, certamente se la destra perderà quell’appuntamento con una campagna che si evidenzia sempre più all’insegna dei giudici considerati nemici, la strada potrà esser più semplice per Elly Schlein, ma lei stessa aveva promesso di aprire un confronto interno, appena finite le regionali, se non proprio un congresso del partito. Si tratta di dare una risposta a quel malcontento sempre più diffuso tra i riformisti del Pd che a un anno e mezzo dal voto non accettano una scelta di alleati solo a sinistra. Quelle parole sfuggite al consigliere di Sergio Mattarella, Francesco Saverio Garofani, sulla necessità di una coalizione diversa per vincere, è stato un campanello d’allarme: si cerca un candidato più al centro che semplicemente l’alleanza tra campo largo e centristi. La segretaria del Pd può dire che alla prova dei voti, il partito ha sempre tenuto e, anzi, ha aumentato i consensi, ma a quanto pare non basta. Dall’altra parte, a destra, il tempo che manca alle politiche potrà produrre una competizione ancora più forte tra alleati, soprattutto tra Meloni e Salvini. Il Veneto è stata la regione con il calo più forte in assoluto di affluenza, 600 mila voti in meno, è un segno forse di scontento per un Zaia solo capolista e non più candidato? Matteo Salvini potrà intensificare le sue uscite propagandistiche, come sta facendo già ora su tanti temi, per rimanere a galla creando inciampi continui a Giorgia Meloni che potrebbe accelerare il suo progetto di cambiare la legge elettorale, con un proporzionale e il suo nome nel simbolo, segno di arroganza e di fame di potere, ma anche di debolezza: si salta sui palchi, come a Napoli, ma poi si perde nei voti nelle urne.

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    L'abbiamo scoperto con l'EP "Somewhere only we go" e oggi a Volume abbiamo avuto modo di conoscere meglio la storia di questo cantautore nigeriano, che si è poi formato musicalmente in Ghana: "Nel corso degli anni le nostre musiche si sono fuse: l'highlife ghanese, il palm-wine, il folk di Kumasi, il suono contemporaneo della chitarra. Ho potuto unire questi due mondi, mescolandoli con le radio occidentali che ascoltavo da ragazzo". Il risultato è un folk pop pieno di anima e di profondità: "Il mio obiettivo non è solo una carriera internazionale, ma costruire qualcosa in Africa. Voglio creare una struttura che funzioni per artisti come me, gente con una chitarra o un tamburo, artisti contemporanei che non hanno modo di raggiungere il loro pubblico". Ascolta l'intervista di Niccolò Vecchia a Tommy WA.

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    Teatro. La rivoluzione delle "piscinine" milanesi vista da due piccioni in crisi esistenziale Al Teatro della Cooperativa, a Milano ha debuttato in prima nazionale "Lo sciopero delle bambine", in scena Rita Pelusio e Rossana Mola di PEM Habitat Teatrali, compagnia che porta avanti una ricerca artista che declina contenuti civili e ironia. Lo spettacolo, con la regia di Enrico Messina, racconta una storia avvenuta a Milano nel 1902, quando le “piscinine”, che in dialetto meneghino significa “piccoline”, bambine, tra i sei e i tredici anni, che lavoravano senza diritti, sfruttate e sottopagate, ebbero la forza di scioperare e, per cinque giorni, fermare l’industria della moda della città. A raccontare la vicenda delle piscinine in scena sono due piccioni, due creature che abitano le piazze, le cui parole rispecchiano lo sguardo dei contemporanei, spesso stanchi e disillusi davanti alle sfide della storia. Nella trasmissione Cult Ira Rubini ha intervistato l’attrice Rita Pelusio.

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