Jazz Anthology
27 febbraio 2017
Jazz Anthology di lun 27/02

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Conduttori

Marcello Lorrai

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Lunedì dalle 23.00 alle 00.00

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GLI ULTIMI PODCAST
15 aprile 2019
 
Linda Sharrock (1)

All’anagrafe Linda Chambers, nata a Filadelfia nell’aprile del ’47, afroamericana, Linda Sharrock comincia a cantare in chiesa e nei cori scolastici. Arriva a New York alla metà degli anni sessanta, studia arte e si dedica alla pittura, ma si cimenta anche col canto classico. Siamo negli anni in cui a New York il free jazz ribolle, e Linda viene attratta da questa nuova musica: partecipa a qualche concerto, poi fa parte del gruppo del sassofonista Pharoah Sanders, una delle figure di punta dell’epoca. Conosce il chitarrista Sonny Sharrock, si sposano e fanno coppia anche artisticamente. Nel ’67 entrambi vengono ingaggiati dal popolare flautista Herbie Mann. Nel ’69 esce Black Woman, primo album intestato a Sonny Sharrock e primo album in cui si ascolta Linda: in copertina compaiono entrambi. Sonny Sharrock è un caso più unico che raro di chitarrista nel free jazz: del suo stile non convenzionale si accorge anche Jimi Hendrix, a cui non sfugge l’affinità dell’approccio di Sharrock con il proprio (ma Sharrock non è affatto un imitatore di Hendrix); per parte sua del free jazz Linda Sharrock è uno dei rari casi di vocalist: in Black Woman, dove la musica è spesso una colata di lava incandescente, la sua vocalità non ha niente del canto jazzistico, è urlo, libertà senza freni, ma non manca, così come la chitarra di Sharrock e la musica nel suo insieme, di un forte elemento estatico, anche se declinato in maniera estrema. Nel ’70 Linda e Sonny sono a Parigi, dove nella scia della bollente estate del free di cui Parigi è stata teatro nel ’69, con due musicisti francesi incidono per la Byg Actuel l’album Monkey-Pokie-Boo, di nuovo intestato al solo Sonny Sharrock, di nuovo con entrambi in copertina.

08 aprile 2019
 
Marco Cappelli; The Fictive Five

Norvegian Landscapes (etichetta Da Vinci) è il terzo capitolo di un trittico che a Marco Cappelli, chitarrista italiano ma da una quindicina d’anni a New York (dove è inseritissimo nella scena dell’avanguardia), è stato ispirato dal noir europeo contemporaneo: il primo album era dedicato a Fred Vargas, il secondo a Maurizio De Giovanni e questo a Jo Nesbo, autore di gialli norvegese. Cappelli lo ha realizzato con il suo Acoustic Trio, con Ken Filiano al contrabbasso e Satoshi Takeishi alle percussioni, e con ospiti Oscar Noriega ai clarinetti e DJ Olive turntables ed elettronica. Filiano fa anche parte di The Fictive Five, formazione nata nel 2013 per iniziativa del sassofonista Larry Ochs, un veterano dell’avanguardia (basti citare il Rova Saxophone Quartet). Passati in marzo dall’Italia, i Fictive Five ci sono piaciuti molto dal vivo ad Area Sismica di Forlì. In coincidenza con le esibizioni italiane è uscito il loro nuovo album Anything Is Possible (Clean Feed): in quintetto, con Nate Wooley alla tromba, un secondo contrabbasso, Pascal Niggenkemper, e Harris Eisenstadt alla batteria, i Fictive Five propongono un free di alto livello, sostanzioso, che vive dentro pezzi ben architettati, con una notevole articolazione di situazioni, data da una intelligente varietà di combinazioni fra i cinque musicisti

01 aprile 2019
 
Gayle/Barcella/Cabras; Xol; Exodos

Venerdì 12 aprile nella bellissima Sala dei Giganti al Liviano di Padova – nell’ambito della stagione di concerti del Centro d’Arte – si esibiranno Charles Gayle, sax tenore e pianoforte, Manolo Cabras, contrabbasso, e Giovanni Barcella, batteria: il trio, che ha all’attivo diverse tournée in Europa, ha pubblicato nel 2017 l’album Live in Belgium (elnegocitorecords), che ascoltiamo per l’occasione. Notevolissimo sax tenore free e multistrumentista (sax alto, clarinetto basso, piano, contrabbasso, violoncello…), Gayle, che ha compiuto ottant’anni il 28 febbraio, dopo gli esordi negli anni sessanta ha trascorso una ventina d’anni come homeless e musicista di strada, a New York, ed è stato poi riscoperto e ha lavorato fra gli altri con Cecil Taylor e William Parker. Guy Bettini è un cornettista, trombettista e flicornista svizzero con una lunga vicenda nel campo della musica improvvisata, che appare in due album registrati in Svizzera nel 2017: in Xol Plays X-En (Chant Records) col quartetto Xol (con il finlandese Harri Sjostrom, sax soprano – lo ricordiamo accanto a Cecil Taylor – l’italiano Luca Pissavini, contrabbasso, e l’italiano/svizzero Francesco Miccolis, batteria); e in Heuristics (Leo Records) col quartetto Exodos (con l’italiano Fabio Martini, clarinetti e sax alto, lo svizzero Luca Sisera, contrabbasso, e l’americano Gerry Hemingway, batteria, che ricordiamo a lungo con Anthony Braxton). Due album che offrono due brillanti esempi – sensibilmente diversi tra loro – di musica improvvisata che richiede molta esperienza e molta applicazione, che, insomma, non si improvvisa…

25 marzo 2019
 
Phillip Johnston: Diggin’ Bones; The Adventures of Prince Achmed

La fama del sassofonista Phillip Johnston, uno dei protagonista della nuova scena di avanguardia newyorkese emersa negli anni ottanta, è legata soprattutto al brillante gruppo Microscopic Septet di cui è stato co-fondatore (all’inizio ne ha fatto parte anche John Zorn). Nel 2005 Johnston si è trasferito a Sidney, dove lavora con diversi dei migliori musicisti australiani. Con alcuni di loro ha dato vita a Phillip Johnston and the Coolerators, di cui Diggin’ Bones è l’album di esordio. Johnston ha una lunga esperienza come autore di musica da film e di musiche per film muti (e sul tema dei film muti ha scrito anche saggi ed è intervenuto a convegni). The Adventures of Prince Achmed è una brillante e godibilissima colonna sonora realizzata per dare una veste musicale contemporanea (quella originale era di carattere sinfonico) al film dallo stesso titolo, un pionieristico esempio di cinema di animazione creato nel 1926 in Germania dalla regista Lotte Reiniger con una tecnica che si rifaceva a quella delle ombre cinesi.

18 marzo 2019
 
The J. and F. Band; The Wayne Horvitz European Orchestra

Due brillanti compagini in cui troviamo assieme musicisti italiani e non. The J. and F. Band è cointestata al contrabbassista Joe Fonda e al musicista afroamericano Jaimoe, storico batterista degli Allman Brothers: nella formazione base (più ospiti) che ha inciso From The Roots To The Sky (Long Song Records), c’è anche Tiziano Tononi, che nel 2017 ha pubblicato Trouble No More… All Men Are Brothers, un appassionato omaggio – con al basso e al basso elettrico Joe Fonda – agli Allman Brothers, formazione di culto significativamente influenzata dal jazz d’avanguardia. Wayne Horvitz è stato una delle figure di spicco della scena della nuova avanguardia newyorkese emersa negli anni ottanta; trasferitosi a Seattle, ha dato vita ad una compagine con cui ha fatto tesoro del metodo della “conduction” sviluppato dal suo mentore, il compianto Butch Morris. Nella primavera 2014 Horvitz in una residenza nell’ambito di Novara Jazz ha lavorato con una versione europea di questa compagine, con musicisti italiani e di altre nazionalità: nell’ottobre successivo The Wayne Horvitz European Orchestra si è esibita con grande successo al Bimhuis di Amsterdam, e la registrazione si è adesso tradotta in un album, Live at the Bimhuis, seconda uscita della Novara Jazz Series.

11 marzo 2019
 
Alexander Hawkins: Iron Into Wind (Intakt)

Un attesa solo di piano di Alexander Hawkins. Iron Into Wind: con questo titolo che fa riferimento a due elementi come il ferro e il vento, Hawkins vuole evocare la caducità dell’improvvisazione ma d’altro canto anche la fascinazione per il materiale solido, che – come scrive Richard Williams nelle note di copertina dell”album – è rappresentato dai potenti blocchi di suoni che si sentono in molti brani. Nato nel 1981 a Oxford, dove vive tutt’ora, Alesander Hawkins si è affermato in questi ultimi anni come uno degli esponenti delle giovani generazioni del jazz europeo più brillanti e dinamici. Oltre a guidare formazioni proprie (in questa puntata ascoltiamo anche due brani da Uproot, splendido album, sempre per la Intakt, cointestato a lui e alla cantante Elaine Mitchener), Hawkins è da anni il pianista regolare dei gruppi del leggendario batterista sudafricano Louis Moholo e della band europea del decano dell’ethio-jazz Mulatu Astatke, collabora regolarmente con un caposcuola dell’improvvisazione radicale come il sassofonista Evan Parker, lavora con musicisti italiani come Roberto Ottaviano e Gabriele Mitelli. E’ insomma un musicista molto richiesto, per la sua bravura e versatilità: ma tutte queste diverse direzioni e questi impegni non gli impediscono di concentrarsi in un suo mondo poetico molto forte, come si può sentire da questo solo.

04 marzo 2019
 
Jeanne Lee/Ran Blake: The Newest Sound You Never Heard

Alla fine del 1961 la vocalist Jeanne Lee e il pianista Ran Blake incidono The Newest Sound Around. C’è davvero molto di nuovo nell’album: già la formula voce/pianoforte è del tutto irrituale per il jazz dell’epoca, inoltre lo stile di Ran Blake è estremamente personale, e il modo di affrontare i brani di Jeanne Lee è decisamente non convenzionale. Il risultato è sublime: ma negli Stati Uniti il duo non trova ingaggi. E’ invece apprezzato in Europa, dove viene nel ’63. Nel ’66 a Stoccolma Jeanne Lee e Ran Blake incidono un secondo album in duo, che però non viene pubblicato: intitolato Free Standards, uscirà fuggevolmente per la Columbia quasi trent’anni dopo, disconosciuto dai due artisti (che non erano stati retribuiti), tanto da ometterlo dalle loro discografie, ragione per cui è sfuggito anche a molti appasionati; l’album è stato ristampato dalla Fresh Sound qualche anno fa. Infine Jeanne Lee e Ran Blake si ritrovano in studio di incisione per un ultimo album assieme, di nuovo in duo, alla fine degli anni ottanta. Ma alla fine del 2018 una piccola etichetta discografica, la a-side records, ha pubblicato un doppio cd di registrazioni inedite del duo, effettuate in Europa nel ’66-67 dalla radio fiamminga: intitolato (giocando sul titolo del loro primo album) The Newest Sound You Never Heard, questo inedito, uno dei più importanti inediti pubblicati di recente nel campo del jazz, è una meravigliosa sorpresa, che amplia di molto il materiale a disposizione di questo duo, che è stato una delle grandi cose degli anni sessanta.

25 febbraio 2019
 
A-Septic; Fujii/Fonda/Mimmo; Roberto Ottaviano

In questa puntata ascoltiamo brani da tre album usciti nel 2018 intestati o cointestati a musicisti italiani: Syria del duo A-Septic, cioè Stefano Ferrian, sax tenore, e Simone Quatrana, pianoforte (Amiranirecords); Triad del trio Satoko Fujii, piano, Joe Fonda, contrabbasso e flauto, e Gianni Mimmo, sax soprano (Long Song Records); e Eternal Love di Roberto Ottaviano, sax soprano, con Marco Colonna, clarinetti, Alexander Hawkins, piano, rhodes, hammond, Giovanni Maier, contrabbasso, e Zeno De Rossi, batteria (Dodicilune).

18 febbraio 2019
 
Steve Lacy (15 – fine)

A cavallo tra la fine del secolo e l’inizio del nuovo millennio, Lacy ritrova il vecchio amico Roswell Rudd in un quartetto che viene registrato in effervescenti esibizioni dal vivo. Negli ultimi anni della sua vita Lacy continua ad esibirsi spesso in solo, anche in Italia, per esempio a Labirinti Sonori di Siracusa: un suo set in solo al festival nel 2001, con una splendida medley monkiana, si traduce in un album. Alla metà del 2003 gli viene diagnosticato un cancro. Lacy continua a suonare, negli Usa e in Europa, dall’estate fino a poco più di due mesi dalla morte, che sopraggiunge nel giugno 2004. Lacy suona benissimo fino alla fine. Non solo suona, ma stoicamente ha la forza nelle sue esibizioni di fare riferimento alla morte. Nell’autunno 2003 dà il suo addio all’Europa: in un concerto in solo a Zurigo, diventato l’album November (Intakt), esegue diversi brani che aveva composto in omaggio a persone che erano mancate: fra i brani Tina’s Tune, dedicato al sassofonista tedesco Tina Wrase, che era stato stroncato dalla stessa malattia che stava portando via Lacy: Lacy esegue il brano e recita il testo da cui è corredato, un haiku sulla morte scritto da Ozaki Koyo, ucciso, nel 1903, dallo stesso male.

11 febbraio 2019
 
Steve Lacy (14)

Nel ’92 a Berlino Lacy suona in duo con Evan Parker e con Lol Coxhill, e con entrambi in trio, tutti e tre al sax soprano. La lunga intesa di Lacy con Mal Waldron si traduce fra l’altro nel ’93 in un album, Let’s Call This… Esteem, ricavato da un concerto in duo dello stesso anno al festival del jazz di Oxford: fra i brani naturalmente c’è, immancabile, Monk. Nella stessa formula del duo sax soprano/pianoforte, Lacy nel ’96 ha su Monk un interlocutore straordinario in Misha Mengelberg, uno dei cinque pianisti con cui si confronta in duo nell’ambito del Workshop Freie Musik, una delle manifestazioni annuali di musica improvvisata organizzate a Berlino dalla etichetta tedesca Fmp, grande riferimento dell’improvvisazione radicale europea.

04 febbraio 2019
 
Steve Lacy (13)

Nel 1981 Lacy incide col suo sestetto l’album Songs, con testi e con la partecipazione del poeta Brion Gysin, un artista la cui vicenda risaliva al surrealismo e si era poi intrecciata con quella della beat generation: è un altra testimonianza dell’interese di Lacy per il nesso musica/parole e per la poesia, e anche del suo rapporto personale, fin dagli anni cinquanta, con molti poeti. Un poeta su cui Lacy, assieme ad Irene Aebi, lavora intensamente, mettendone in musica molte poesie, è per esempio Robert Creeley. Fra tanti duo nei quali Lacy – molto stimolato da questa dimensione ridotta – si produce, è decisamente speciale quello con una vecchia conoscenza come Gil Evans, al piano e piano elettrico, che si concretizza in un album inciso a Parigi nel 1987, Paris Blues.

28 gennaio 2019
 
Franco D’Andrea presenta Intervals II

Franco D’Andrea è stato proclamato “musicista italiano dell’anno” dall’edizione 2018 del Top Jazz, il referendum tra addetti ai lavori del mensile Musica Jazz: D’Andrea è un habitué di questo riconoscimento, che ottiene per la dodicesima volta (nella puntata di Jazz Anthology del 30 gennaio 2017, che potete trovare qui in podcast, avevamo festeggiato con lui la sua vittoria, l’undicesima, nel Top Jazz 2016). Ma l’affermazione per D’Andrea quest’anno è stata doppia: il pianista infatti è risultato vincitore anche per il disco italiano dell’anno con Intervals I (che ci aveva presentato nella puntata di Jazz Anthology del 4 dicembre 2017: potete trovare anche questa in podcast). Ospite in studio, oltre a commentare questi risultati, D’Andrea ci ha presentato il suo nuovo album in ottetto Intervals II (Parco della Musica Records).

 
 
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