Jazz Anthology
08 aprile 2019
Marco Cappelli; The Fictive Five

Norvegian Landscapes (etichetta Da Vinci) è il terzo capitolo di un trittico che a Marco Cappelli, chitarrista italiano ma da una quindicina d’anni a New York (dove è inseritissimo nella scena dell’avanguardia), è stato ispirato dal noir europeo contemporaneo: il primo album era dedicato a Fred Vargas, il secondo a Maurizio De Giovanni e questo a Jo Nesbo, autore di gialli norvegese. Cappelli lo ha realizzato con il suo Acoustic Trio, con Ken Filiano al contrabbasso e Satoshi Takeishi alle percussioni, e con ospiti Oscar Noriega ai clarinetti e DJ Olive turntables ed elettronica. Filiano fa anche parte di The Fictive Five, formazione nata nel 2013 per iniziativa del sassofonista Larry Ochs, un veterano dell’avanguardia (basti citare il Rova Saxophone Quartet). Passati in marzo dall’Italia, i Fictive Five ci sono piaciuti molto dal vivo ad Area Sismica di Forlì. In coincidenza con le esibizioni italiane è uscito il loro nuovo album Anything Is Possible (Clean Feed): in quintetto, con Nate Wooley alla tromba, un secondo contrabbasso, Pascal Niggenkemper, e Harris Eisenstadt alla batteria, i Fictive Five propongono un free di alto livello, sostanzioso, che vive dentro pezzi ben architettati, con una notevole articolazione di situazioni, data da una intelligente varietà di combinazioni fra i cinque musicisti

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Marcello Lorrai

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Lunedì dalle 23.00 alle 00.00

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GLI ULTIMI PODCAST
07 gennaio 2019
 
Steve Lacy (10)

Prima e dopo la rimpatriata a New York con Roswell Rudd, nel ’76 Steve Lacy si esibisce in Italia in duo e in trio con il batterista/percussionista Andrea Centazzo, che proprio per pubblicare la registrazione di un duo live con Lacy – per cui non trova interesse nelle case discografiche – dà vita alla propria etichetta Ictus. Nell’82 Lacy fa parte di un quintetto con cui Roswell Rudd riesce a coronare il sogno di incidere un album di musiche di Herbie Nichols e di Thelonious Monk con musicisti di livello e per un’etichetta non marginale: con loro ci sono Ken Carter al contrabbasso e due capiscuola dell’improvvisazione olandese, il pianista Misha Mengelberg e il batterista Han Bennink, che condividono la devozione di Rudd per Nichols e Monk. L’album, Regeneration, viene registrato a Milano per la Soul Note del produttore Giovanni Bonandrini (dall’82 all’85 Bonandrini viene proclamato “produttore dell’anno” dall’annuale referendum della rivista americana Down Beat).

24 dicembre 2018
 
Jazz Christmas

Uno speciale di Jazz Anthology per la vigilia di Natale: da Silent Night a White Christmas, da Christmas in New Orleans a Jingle Bells, un florilegio di brani natalizi di Frank Sinatra, Louis Armstrong e Ella Fitzgerald.

17 dicembre 2018
 
I sogni sinfonici di Duke Ellington

Ospite della puntata Luca Bragalini, autore di Dalla Scala a Harlem. I sogni sinfonici di Duke Ellington, recentemente pubblicato dalla Edt. L’indagine di Bragalini sugli interessi sinfonici del grande bandleader prende le mosse da Milano, da un pomeriggio del febbraio del ’63 – quando Ellington è in città per due serate con la sua orchestra alla Sala Verdi del Conservatorio – in cui Duke allo Studio Zanibelli di via Ludovico il Moro dirige una nutrita compagine di musicisti del massimo teatro milanese…

10 dicembre 2018
 
Steve Lacy (9)

Nella prima metà degli anni settanta le collaborazioni e le esperienze di Lacy tendono a moltiplicarsi. Uno dei musicisti con cui Lacy collabora e incide è il trombettista austriaco Franz Koglmann. Della stessa fase sono anche i primi grandi esempi di solo di Lacy, una dimensione a cui il sassofonista si dedicherà intensamente. Intanto verso la metà degli anni sessanta anche Mal Waldron si è trasferito in Europa, e Lacy e il pianista hanno così l’occasione di riannodare e rinnovare la loro intesa. Lacy comincia inoltre ad immergersi nella più avanzata improvvisazione europea: del ’75 è per esempio una registrazione dal vivo con la Globe Unity Orchestra, emblema della free music del vecchio continente. Sintomatica dell’apertura di Lacy alle esperienze più diverse è la sua presenza nell’album degli Area, pubblicato nel ’76, Maledetti. Nel marzo del ’76 a New York Lacy ritrova poi in studio di incisione il suo vecchio amico Roswell Rudd.

03 dicembre 2018
 
Steve Lacy (8)

Alla fine del ’66 Lacy torna a New York. Nel ’67 partecipa all’incisione di A Genuine Tong Funeral di Gary Burton e Carla Bley. Nel gennaio del ’68 è nelle file della Jazz Composer’s Orchestra per uno dei pezzi intitolati Communications, con solisti Don Cherry e Gato Barbieri. Nel ’68 Lacy è di nuovo in Italia, dove si ferma continuativamente per un paio d’anni. Nel settembre del ’69 a Roma Lacy incide l’album Moon: al violoncello c’è Irene Aebi, muscista svizzera che Lacy ha conosciuto nel ’66 a Roma, che diventerà sua moglie e gli sarà accanto fino alla morte del sassofonista. Lacy si trasferisce poi a Parigi, dove resterà per oltre trent’anni, fino alle soglie della scomparsa. Al principio degli anni settanta Lacy è fra l’altro nelle file della Celestrial Communication Orchestra di Alan Silva, uno dei protagonisti del free degli anni sessanta.

26 novembre 2018
 
Steve Lacy (7)

Qualche giorno dopo avere partecipato alla seduta da cui nasce la suite di Gaslini Nuovi Sentimenti, nel febbraio del ’66, sempre a Milano, Lacy incide Sortie, un nuovo album, questa volta in quartetto, con Enrico Rava alla tromba: e questa volta i brani sono tutti del sassofonista. Ormai l’improvvisazione del gruppo è completamente libera e completamente emancipata da temi di riferimento. Il contrabbassista Ken Carter e il batterista Aldo Romano devono però lasciare il gruppo. Lacy ingaggia allora Johnny Dyani e Louis Moholo, sudafricani in esilio a Londra: l’amalgama è immediato e il bassista e il batterista sono decisivi nel dare all’improvvisazione una carica e una fluidità free ancora maggiore. Con l’aiuto di Rava e con grande forza di volontà Lacy a Torino riesce a liberarsi dalla dipendenza dall’eroina. Poi in mancanza di ingaggi il quartetto parte per l’Argentina: una registrazione live a Buenos Aires nell’ottobre del ’66 si traduce nell’album The Forest and The Zoo, una pietra miliare del free anni sessanta.

19 novembre 2018
 
Steve Lacy (6)

I primi anni sessanta sono per Lacy un periodo molto ricco dal punto di vista muscale, ma non altrettanto da quello delle possibilità di lavoro, e nel ’62-64 Lacy non incide dischi propri. Anche alla ricerca di migliori opportunità, nel ’65 Lacy arriva per la prima volta in Europa. A Roma nel dicembre del ’65 Lacy, che in particolare grazie all’esempio di Don Cherry si è inoltrato sempre più decisamente nella direzione della libertà, incide in trio con Ken Carter al contrabbasso e Aldo Romano alla batteria l’album Disposability: è il primo album in cui compaiono dei brani firmati da lui. Lacy è entrato nella fase più free della sua musica. Nel febbraio del ’66 Lacy (assieme fra gli altri a Don Cherry, Gato Barbieri, Enrico Rava) è nella formazione che incide a Milano la suite Nuovi Sentmenti/New Feelings di Giorgio Gaslini.

12 novembre 2018
 
Steve Lacy (5)

Nel luglio del ’62 Lacy è di nuovo in studio di incisione con Gil Evans, in una delle sedute da cui nasce Quiet Nights di Miles Davis. Il quartetto di Lacy e Rudd non riesce a farsi pubblicare nessun album, e la sua musica dell’epoca sarà documentata solo molti anni dopo. Alla fine del ’63 Lacy è nella big band di Monk che si esibisce alla Philarmonic Hall al Lincoln Center.

05 novembre 2018
 
Steve Lacy (4)

A cavallo fra anni cinquanta e sessanta la rete di rapporti e di collaborazoni di Steve Lacy è sorprendentemente estesa e qualificata: Gil Evans, Cecil Taylor, Sonny Rollins, Ornette Coleman, Jimmy Giuffre, Monk, Roswell Rudd, Don Cherry. Nel ’60 Lacy fa parte del quartetto di Jimmy Giuffre: molta parte del repertorio è costituita da composizioni di Monk. Ha occasione di ascoltarli lo stesso Monk, che quando poi decide di allargare il suo gruppo chiama Lacy a farne parte. Lacy stringe amicizia – come quello con Waldron un rapporto destinato a durare nei decenni – con il trombonista Roswell Rudd: con lui nel ’61 Lacy monta un quartetto che si focalizza su Monk. Nel gennaio del ’61 Lacy e Rudd sono chiamati da Buell Neidlinger a partecipare alla seduta di incisione da cui nasce l’album New York City R’n’B, con Taylor al pianoforte. Nel novembre, in quartetto con Don Cherry alla tromba, Lacy incide un album dal titolo monkiano, Evidence.

29 ottobre 2018
 
Steve Lacy (3)

Nell’ottobre del ’58 Lacy incide il suo secondo album personale, ancora con Buell Neidlinger al contrabbasso ma con Elvin Jones alla batteria e con al pianoforte Mal Waldron, con cui Lacy ha avviato un sodalizio destinato a durare nei decenni successivi. Intitolato Reflections, l’album è interamente consacrato a composzioni di Monk, a cui Lacy è stato iniziato da Cecil Taylor: Waldron è all’epoca tra i rari pianisti a nutrire una grande passione per Monk, e questa passione cementa l’amicizia fra lui e Lacy. Nel ’59 ci sono solo alcune incisioni di Lacy con due ampie formazioni di Gil Evans, all’inizio dell’anno. Per ritrovare Lacy in studio di incisione bisogna aspettare il novembre del ’60 quando Lacy registra il suo terzo album personale, sempre in quartetto, ma questa volta senza pianoforte, con Charles Davis al sax baritono e con John Ore e Roy Haynes, che in quel momento sono il bassista e il batterista di Monk: l’album esce con il titolo The Straight Horn of Steve Lacy.

22 ottobre 2018
 
Steve Lacy (2)

Nel luglio del ’57 il quartetto di Cecil Taylor con Steve Lacy viene registrato dal vivo al festival di Newport. Sempre nel ’57 Lacy incide alcuni brani con una compagine guidata da Gil Evans. Nel novembre del ’57 Lacy è in studio in quartetto con Wynton Kelly al piano e la ritmica del quartetto di Taylor, Buell Neidlinger al contrabbasso e Dennis Charles alla batteria, per il primo album a suo nome, che uscirà con un titolo, Soprano Today, le cui ambizioni non saranno smentite dagli sviluppi successivi della carriera del sassofonista.

15 ottobre 2018
 
Steve Lacy (1)

Figura tra le più original del jazz della seconda metà del Novecento, Steve Lacy è stato anche uno dei protagonisti del jazz d’avanguardia che in Italia hanno trovato uno dei paesi più ricettivi per la loro arte. Ci accompagna in questa serie Conversazioni con Steve Lacy, una raccolta di interviste curata da Jason Weiss e pubblicata in traduzione italiana dalle Edizioni Ets di Pisa. Nato nel 1934 a New York, Lacy comincia da bambino ad applicarsi al pianoforte, e dopo essere passato in adolescenza al clarinetto rimane folgorato dall’ascolto di Sidney Bechet e si consacra al sax soprano. Lacy muove i primi passi nella professione nell’ambito del jazz tradizionale e swing. Del ’54 sono le prime incisioni, con il sestetto di Dick Sutton che pratica un ibrido tra dixieland e jazz moderno. Ma intanto Lacy prende lezioni da Cecil Taylor, che rappresenta in quel momento la punta più avanzata dal jazz, e nel ’56 partecpa all’incisione del primo album del pianista.

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