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Donald Trump e l’imperialismo del XXI secolo

Secondo il politologo brasiliano Emir Sader l’imperialismo del XXI secolo è più complesso di quello del passato e presenta una sua dimensione specifica, quella del capitalismo della speculazione finanziaria. Continua, però, a mantenere la sua vecchia identità, fondata sullo sfruttamento e sulla dominazione a danno di altri Paesi. È moderno ma si fonda sempre su minacce, aggressioni militari e guerre, e non sulle tecnologie più avanzate (oggi in mano alla Cina). Secondo Sader questo imperialismo sta accompagnando il lento e inesorabile declino della potenza statunitense e potrebbe esaurirsi in pochi decenni. Se così fosse, l’agonia di questa modalità di relazione tra Stati, che consiste pur sempre nel controllare l’effettiva sovranità politica di un’altra società attraverso la forza o creando legami di dipendenza economica e culturale, non sarà certo pacifica. Fin d’ora, in un pianeta già pieno di guerre, la politica neoimperialista di Donald Trump sta generando nuova conflittualità e trasformando regioni e Paesi fino a ieri pacifici in focolai bellici. È il caso dell’America Latina, dove da decenni non si verificavano tensioni di questo genere e che oggi si ritrova sull’orlo di un conflitto che potrebbe espandersi oltre i suoi confini, coinvolgendo la Russia. Anche la minaccia di intervento militare in Nigeria, il Paese più popoloso d’Africa, arriva come una doccia fredda per la classe dirigente locale, che aspira a entrare nel gruppo dei Paesi “che contano”. In America Latina è il narcotraffico, in Africa la sicurezza dei cristiani, ma si tratta sempre di alibi per una politica imperiale. Reali o solo minacciati, questi conflitti si moltiplicano e i pretesti non riescono a coprire il reale interesse geopolitico che li scatena, ossia contrastare la Cina in una nuova versione della guerra fredda a pezzi, per parafrasare papa Francesco. Quanto la svolta militarista trumpiana possa diventare concreta, lo si vedrà. In ogni caso, questo “risveglio” degli Stati Uniti, dopo decenni di torpore globalista, fotografa un mondo che in realtà sta sfuggendo dalle loro mani. Un mondo nel quale sono state costruite nuove alleanze e nuove geometrie economiche senza chiedere il permesso a Washington, e men che meno alle decadute potenze imperialiste europee. Ciò che è diventato il collante dei rapporti tra i Paesi, che una volta chiamavamo del Terzo Mondo, è soprattutto l’economia degli scambi, nella quale la Cina è senza dubbio al centro del mondo. Per questo motivo Pechino rifiuta l’uso degli eserciti, rilancia il multilateralismo, si offre per mediare ovunque. È forte del quasi monopolio nella trasformazione di terre rare e litio, del suo primato industriale in settori chiavi come l’elettronica, l’informatica, le tecnologie per la transizione energetica. È conscia del suo peso come compratore, come dimostrato nella trattativa con gli Stati Uniti che includeva l’acquisto di soia da parte della Cina, ma anche della sua inferiorità militare. Intanto, il neoimperialismo statunitense, forse l’ultimo del secolo, fa sì che Washington si scontri con i suoi alleati storici: ne lede gli interessi, mette in dubbio legami consolidati come quello tra i Paesi NATO, si allontana dall’Europa e, quindi, dall’Occidente. È più probabile che questa politica finisca con l’accelerare il declino americano, anziché fermarlo. Tutto nasce da un’illusione, dall’ubriacatura che deriva dal possedere il più grande esercito della storia. Ma nel mondo del XXI secolo non bastano le cannoniere, ci vuole molto di più. Bisogna mettere in campo una politica lungimirante, potenza economica e chiavi di interpretazione aggiornate. Tutte capacità imprescindibili per governare il futuro, ma che a Washington al momento non esistono.

 

  • Autore articolo
    Alfredo Somoza
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    Tommy WA: la nuova promessa del folk africano si racconta a Radio Pop

    L'abbiamo scoperto con l'EP "Somewhere only we go" e oggi a Volume abbiamo avuto modo di conoscere meglio la storia di questo cantautore nigeriano, che si è poi formato musicalmente in Ghana: "Nel corso degli anni le nostre musiche si sono fuse: l'highlife ghanese, il palm-wine, il folk di Kumasi, il suono contemporaneo della chitarra. Ho potuto unire questi due mondi, mescolandoli con le radio occidentali che ascoltavo da ragazzo". Il risultato è un folk pop pieno di anima e di profondità: "Il mio obiettivo non è solo una carriera internazionale, ma costruire qualcosa in Africa. Voglio creare una struttura che funzioni per artisti come me, gente con una chitarra o un tamburo, artisti contemporanei che non hanno modo di raggiungere il loro pubblico". Ascolta l'intervista di Niccolò Vecchia a Tommy WA.

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    Un percorso attraverso la stratificazione sociale italiana, un viaggio nell’ascensore sociale del Belpaese, spesso rotto da anni e in attesa di manutenzione, che parte dal sottoscala con l’ambizione di arrivare al roof top con l’obiettivo dichiarato di trovare scorciatoie per entrare nelle stanze del lusso più sfrenato e dell’abbienza. Ma anche uno spazio per arricchirsi culturalmente e sfondare le porte dei salotti buoni, per sdraiarci sui loro divani e mettere i piedi sul tavolo. A cura di Alessandro Diegoli e Disma Pestalozza

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    Teatro. La rivoluzione delle "piscinine" milanesi vista da due piccioni in crisi esistenziale

    Teatro. La rivoluzione delle "piscinine" milanesi vista da due piccioni in crisi esistenziale Al Teatro della Cooperativa, a Milano ha debuttato in prima nazionale "Lo sciopero delle bambine", in scena Rita Pelusio e Rossana Mola di PEM Habitat Teatrali, compagnia che porta avanti una ricerca artista che declina contenuti civili e ironia. Lo spettacolo, con la regia di Enrico Messina, racconta una storia avvenuta a Milano nel 1902, quando le “piscinine”, che in dialetto meneghino significa “piccoline”, bambine, tra i sei e i tredici anni, che lavoravano senza diritti, sfruttate e sottopagate, ebbero la forza di scioperare e, per cinque giorni, fermare l’industria della moda della città. A raccontare la vicenda delle piscinine in scena sono due piccioni, due creature che abitano le piazze, le cui parole rispecchiano lo sguardo dei contemporanei, spesso stanchi e disillusi davanti alle sfide della storia. Nella trasmissione Cult Ira Rubini ha intervistato l’attrice Rita Pelusio.

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