Adesso in diretta

Ultimo giornale Radio

  • PlayStop

    GR di mer 11/12 delle ore 18:30

    GR di mer 11/12 delle ore 18:30

    Giornale Radio - 11/12/2019

Ultima Rassegna stampa

  • PlayStop

    Rassegna stampa di mer 11/12

    La rassegna stampa di Radio Popolare

    Rassegna Stampa - 11/12/2019

Ultimo Metroregione

  • PlayStop

    Metroregione di mer 11/12 delle 07:15

    Metroregione di mer 11/12 delle 07:15

    Rassegna Stampa - 11/12/2019

Ultimi Podcasts

  • PlayStop

    Prisma di mer 11/12 (prima parte)

    Prisma di mer 11/12 (prima parte)

    Prisma - 11/12/2019

  • PlayStop

    Malos di mer 11/12

    Malos di mer 11/12

    MALOS - 11/12/2019

  • PlayStop

    Prisma di mer 11/12 (seconda parte)

    Prisma di mer 11/12 (seconda parte)

    Prisma - 11/12/2019

  • PlayStop

    Malos di mer 11/12 (prima parte)

    Malos di mer 11/12 (prima parte)

    MALOS - 11/12/2019

  • PlayStop

    Prisma di mer 11/12 (terza parte)

    Chiude il centro di aggregazione giovanile Punto e Virgola, dove i ragazzi realizzavano i reportage di "Radio Quartieri" per Prisma.…

    Prisma - 11/12/2019

  • PlayStop

    Malos di mer 11/12 (seconda parte)

    Malos di mer 11/12 (seconda parte)

    MALOS - 11/12/2019

  • PlayStop

    Barrilete Cosmico di mer 11/12

    Barrilete Cosmico di mer 11/12

    Barrilete Cosmico - 11/12/2019

  • PlayStop

    Ora di punta di mer 11/12

    Ora di punta di mer 11/12

    Ora di punta – I fatti del giorno - 11/12/2019

  • PlayStop

    Cult di mer 11/12

    Cult di mer 11/12

    Cult - 11/12/2019

  • PlayStop

    Esteri di mer 11/12

    ..1- Birmania. Di fronte alla corte dell’Aja la nobel per la pace Aung san Suu Kyi nega il genocidio dei…

    Esteri - 11/12/2019

  • PlayStop

    Note dell'autore di mer 11/12

    LORENZA GHIDINI

    Note dell’autore - 11/12/2019

  • PlayStop

    Ora di punta di mer 11/12 (prima parte)

    Ora di punta di mer 11/12 (prima parte)

    Ora di punta – I fatti del giorno - 11/12/2019

  • PlayStop

    Jack di mer 11/12 (prima parte)

    Jack di mer 11/12 (prima parte)

    Jack - 11/12/2019

  • PlayStop

    Cult di mer 11/12 (prima parte)

    Cult di mer 11/12 (prima parte)

    Cult - 11/12/2019

  • PlayStop

    Ora di punta di mer 11/12 (seconda parte)

    Ora di punta di mer 11/12 (seconda parte)

    Ora di punta – I fatti del giorno - 11/12/2019

  • PlayStop

    Cult di mer 11/12 (seconda parte)

    Cult di mer 11/12 (seconda parte)

    Cult - 11/12/2019

  • PlayStop

    Cosa ne Bici del mer 11/12

    Cosa ne Bici del mer 11/12

    Cosa ne BICI? - 11/12/2019

  • PlayStop

    Tazebao di mer 11/12

    Tazebao di mer 11/12

    Tazebao - 11/12/2019

  • PlayStop

    psicoradio di mer 11/12

    psicoradio di mer 11/12

    Psicoradio - 11/12/2019

  • PlayStop

    Memos di mer 11/12

    Elezioni in Gran Bretagna, sfida tra alternative radicalmente opposte. Domani il voto, favoriti i conservatori. Memos ha ospitato il filosofo…

    Memos - 11/12/2019

Adesso in diretta
Programmi

Approfondimenti

Usa, la Camera torna ai Democrats

Elezioni Mid-term USA

Non c’è stata l’onda democratica. C’è stata comunque una buona prova dei democratici, che riconquistano la Camera e lanciano a Donald Trump una sfida che durerà per i prossimi due anni. I repubblicani conservano e anzi allargano la loro maggioranza al Senato.

Alla Camera i democratici strappano almeno 24 seggi: in Pennsylvania, Texas, Minnesota, Florida, Virginia, Utah, Illinois, Iowa, Colorado. Le vittorie più significative sono quelle dei sobborghi, le aree dove convivono borghesia urbana e nuova immigrazione e dove il messaggio di Trump non sembra essere passato. A una prima analisi dei flussi elettorali, appare che donne e indipendenti abbiano risolto molte sfide a vantaggio dei candidati progressisti.

Per quanto riguarda il Senato, i Repubblicani conquistano almeno quattro seggi e allargano la loro maggioranza: in Indiana, Missouri, North Dakota, Florida. Sono zone vinte da Trump nel 2016, dove la retorica politica del presidente mantiene dunque una forza notevole. Altro dato importante per i repubblicani, e motivo di delusione per i democratici, è il risultato di Florida e Georgia nelle sfide per la carica di governatore. Nei due Stati si presentavano due afro-americani progressisti: Andrew Gillum e Stacey Abrams. Entrambi, alla fine, non ce l’hanno fatta.

Le elezioni di midterm 2018 passeranno comunque alla storia per la presenza nelle liste elettorali di donne, minoranze, candidati LGBT. Saranno un centinaio, nella prossima Camera, le donne. Minnesota e Michigan avranno le prime due deputate musulmane, Ilhan Omar e Rashida Tlaib. Alexandria Ocasio-Cortez sarà, a 29 anni, la donna più giovane a entrare alla Camera. Come governatore del Colorado ci sarà il primo gay dichiarato, Jared Polis. E una nativa americana, Sharice Davids, salirà alla Camera per il Kansas.

Una prima analisi può centrarsi su tre questioni. Gli Stati Uniti escono da queste elezioni con un paesaggio politico e culturale ancora più spaccato e polarizzato. L’America bianca, che si difende dall’“invasione” della carovana dei migranti, è molto diversa da quella dei tanti candidati ispanici, omosessuali, latini. Al tempo stesso la scommessa di Trump, il suo voler soffiare su rabbie e paure per consolidare un blocco elettorale maggioritario, non è riuscita. Le sconfitte in molti distretti elettorali testimoniano che più della metà del Paese non l’ha seguito. C’è poi la ricaduta di questa scommessa persa. Trump ha radicalizzato la vita politica americana, e ora deve affrontarne le conseguenze. La Camera democratica, presumibilmente, bloccherà buona parte della sua azione legislativa. Non solo. Le Commissioni della Camera spingeranno per l’apertura di una serie di indagini su Trump e i suoi interessi: dal Russiagate fino alle dichiarazioni delle tasse mai rese pubbliche.

Elezioni Mid-term USA

  • Autore articolo
    Roberto Festa
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

I democratici Usa svoltano a sinistra

Alexandria Ocasio-Cortez

Shock per i democratici a New York. Nelle primarie per scegliere il candidato della città alla Camera – distretti di Queens e Bronx – uno dei politici più influenti del partito, Joe Crowley, è stato sconfitto da Alexandria Ocasio-Cortez. Con il 98 per cento dei voti scrutinati, Ocasio Cortez ha il 57,5 % dei consensi, Crowley il 42,5 %. Quest’ultimo ha già riconosciuto la sconfitta, spiegando che “l’amministrazione Trump è una minaccia per i nostri valori più importanti, qui nel Queens e nel Bronx, e se non ci riprendiamo la Camera a novembre, perderemo la nazione che amiamo”.

La vittoria di Alexandria Ocasio-Cortez arriva del tutto inaspettata. 28 anni, già volontaria nella campagna presidenziale di Bernie Sanders, socialista dichiarata, Ocasio-Cortez era considerata una minaccia del tutto inconsistente per Crowley, politco navigato ed esperto, con dieci mandati alle spalle, che molti indicavano come il possibile nuovo speaker, al posto di Paul Ryan, nel caso i democratici riconquistassero la Camera alle elezioni di midterm.

Alexandria Ocasio-Cortez ha però fatto una campagna particolarmente dinamica. Ha contestato Crowley per i suoi legami con Wall Street, per il fatto di non essere sufficientemente vicino alle richieste di un distretto sempre più diverso, da un punto di vista etnico, come quello del Bronx e di Queens. Ocasio-Cortez, in queste settimane, ha anche viaggiato verso il confine con il Messico, per denunciare le politiche dell’amministrazione in tema di migranti. Il suo sfidante, Crowley, si è invece limitato a definire l’ICE (Customs Enforcement Agency), come una struttura “fascista”.

Alla fine, Alexandria Ocasio-Cortez ha vinto e per la leadership democratica si tratta di un colpo simile a quanto successe ai repubblicani nel 2014, quando alle primarie Eric Cantor, allora numero due del partito alla Camera, perse la candidatura a favore di un esponente del Tea Party, David Brat. Fu, allora, una sorta di anticipazione della svolta conservatrice che i repubblicani avrebbero conosciuto due anni più tardi con l’ascesa di Donald Trump. Per il partito democratico, dove la lotta interna tra sandersiani e clintoniani non si è mai davvero placata, il risultato di New York City potrebbe anticipare una svolta simile, in senso progressista e anti-establishment.

Alexandria Ocasio-Cortez
Foto dalla pagina FB di Alexandria Ocasio-Cortez https://www.facebook.com/Ocasio2018/
  • Autore articolo
    Roberto Festa
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Addio allo scrittore Philip Roth

Philip Roth

Philip Roth è morto a 85 anni in una clinica di Manhattan, circondato dai suoi amici, per un infarto, come ha detto il suo agente.

Aveva iniziato la sua carriera di scrittore come uno dei casi e degli scandali più clamorosi della letteratura americana e l’ha conclusa nel silenzio, con un ritiro dalla scrittura che lui, superati gli 80 anni, aveva imposto e che aveva sempre rispettato.

Philip Roth ha raccontato almeno 50 anni di storia americana attraverso questioni come il desiderio sessuale maschile, la morale, la mortalità, la sua identità inquieta, davvero inquieta, di ebreo americano.

Successo e polemiche hanno accolto il suo primo libro, “Goodbye, Columbus“, nel 1959, che raccontava gli ebrei americani dei sobborghi, una middle class spezzata tra assimilazioni e inquietudini. Un libro che gli guadagnò l’epiteto di “ebreo che si odiava e che odiava i suoi simili“.

Poi ci fu il “Lamento di Portnoy“, con un protagonista erotomane, nevrotico e morbosamente attaccato alla madre, in un monologo fiume al suo analista. Altro libro indimenticabile, divertente e disperato, altro scandalo letterario che consolidò la fama di Roth. Poi ci fu la creazione di alter ego letterari, in particolare Nathan Zuckerman che appare ne “Lo scrittore fantasma” e poi ritorna nel ruolo di narratore o di protagonista nella grande trilogia americana – “Pastorale americana“, lo stupendo e commovente “Ho sposato un comunista” e “La Macchia Umana” – per uscire di scena poi in “Exit Ghost” nel 2007.

Attraverso Zuckerman, Roth esplora i temi della fama, della letteratura, delle costruzione del mito americano. È stato un autore al centro di molte polemiche anche sulla sua vita privata, ad esempio quelle con la moglie Claire Bloom che poi lo lasciò. Un’attrice inglese che Philip Roth sposò e che lei lasciò con accuse anche di crudeltà psicologica. Accuse che poi gli hanno sempre precluso – o almeno questa è una delle tesi più affermate – il Nobel per la letteratura.

È stato un autore che ha magistralmente eretto la biografia ad arte, a strumento per conoscere il Mondo. Negli ultimi anni si era ritirato nella sua casa in Connecticut. Aveva detto in un’intervista recente di avvicinarsi alla morte con uno spirito positivo e che invecchiare era come scommettere ogni giorno, vivendo ogni giorno di più e quindi vincere anche contro le aspettative fino all’entrata nella temibile valle delle ombre.

Philip Roth
Foto dalla pagina Facebook di Philip Roth https://www.facebook.com/PhilipRothAuthor/
  • Autore articolo
    Roberto Festa
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Donald Trump. La vera posta in gioco

L’ex direttore dell’FBI, James Comey, continua a occupare le prime pagine dei media USA. Le pagine del suo libro A Higher Loyalty e l’intervista ad ABC News rappresentano infatti l’atto di accusa forse più feroce sinora pronunciato contro Donald Trump. Il presidente degli Stati Uniti – che licenziò Comey – viene paragonato ai boss della Mafia, descritto come un egotista maniaco che privilegia la lealtà nei suoi confronti rispetto ai principi della Costituzione; un uomo dispotico e disposto a mentire su tutto, cose piccole e grandi, che infanga il suo ruolo e rappresenta un pericolo grave per il futuro degli Stati Uniti.

La reazione di Trump, del suo circolo, dello stesso Republican National Committe è arrivata puntuale e prevedibile. Comey, nel migliore dei casi, viene descritto come un ex funzionario rancoroso nei confronti dell’uomo che lo ha licenziato; alcuni fanno notare che l’ex direttore dell’FBI punta non alla verità ma a vendere più copie del suo libro. E nella tradizionale scarica di tweet mattutini, domenica, lo stesso Trump ha bollato Comey con una parola più volte ripetuta, LIAR, bugiardo, aggiungendo che Comey passerà alla storia come il peggior direttore dell’FBI.

Non sarà comunque facile, per questa amministrazione, gestire il caso Comey. Nonostante le accuse e i tentativi di screditarlo, Comey conserva una rispettabilità e una attendibilità che sono il frutto di anni passati nell’FBI, sotto diversi presidenti, repubblicani e democratici. Prima davanti al Congresso, e poi nel libro e nell’intervista, Comey non si è lasciato andare a nulla che non possa essere sostanzialmente provato. Ha solo alluso al fatto che Trump, licenziandolo, abbia intralciato la giustizia (il presidente avrebbe cercato di bloccare l’inchiesta sul Russiagate). Ha di nuovo fatto balenare l’ipotesi che Trump possa essere ricattato dai russi per un video girato in un hotel di Mosca, in cui il futuro presidente si intratteneva con delle prostitute – un episodio contenuto nel rapporto che l’ex agente dei servizi britannici Christopher Steele preparò su sollecitazione del Democratic National Committe.

Separando i fatti dalle ipotesi, evitando di lanciarsi in speculazioni ma al tempo stesso offrendo una descrizione “dall’interno” del carattere e degli uomini del presidente, Comey può dunque costituire un serio imbarazzo per questa amministrazione. Tanto più che, nelle prossime settimane, l’ex direttore dell’FBI darà una serie di interviste – a CNN, Fox News, MSNBC – e viaggerà in 11 città americane per pubblicizzare il suo libro. Aspettiamoci nuove polemiche e nuovi veleni con la Casa Bianca al centro della tempesta.

Paradossalmente, non è però il caso Comey a preoccupare di più Trump. Comey è sì un fastidio importante, ma non ha portato, almeno sinora, alcuna novità capace di aggravare la situazione giudiziaria del presidente. La vera minaccia viene da un altro filone di indagine: quello che ha al centro l’avvocato personale di Trump, Michael Cohen. A Cohen, nei giorni scorsi, sono stati perquisiti uffici e abitazione privata e confiscati documenti personali, carte, files. E’ stato un evento davvero “sismico”, probabilmente senza precedenti nella recente storia politica americana. La giustificazione ufficiale è che gli agenti dell’FBI, su mandato dell’ufficio del procuratore del Souther District di New York, cercavano prove di avvenuti pagamenti da parte di Cohen a Stormy Daniels e ad altre donne che sostengono di avere avuto relazioni con Trump.

In realtà, a Cohen è stato confiscato molto di più: documenti che riguardano l’intera sua vita professionale, le sue transazioni finanziarie, i rapporti intrattenuti con clienti e amici. Cohen rischia molto: per il presunto passaggio di denaro alle donne che accusano Trump, l’avvocato potrebbe vedersi incriminato per frode bancaria, violazione della legge sul finanziamento elettorale, evasione fiscale. Ma non è tutto. Michael Cohen è da anni l’avvocato personale di Trump. E’ un amico di famiglia. E’ l’uomo che è entrato in affari con i figli di Trump. E’ la persona che ha presieduto a molti degli accordi e delle questioni che sono passati attraverso la Trump Organization. E’, in altre parole, l’uomo che forse più di ogni altro conosce come Trump ha costruito la sua fortuna.

Si spiega così la reazione di Trump alle perquisizioni su Cohen. Si spiegano così le minacce di licenziamento per Robert Mueller e per Rod Rosenstein (il numero due del Dipartimento alla Giustizia che ha firmato il mandato). Trump è infatti sempre stato chiaro. Il mandato di Mueller, lo special counsel che indaga sulla Russia, è limitato ai presunti legami tra la sua campagna elettorale del 2016 e Mosca. C’è però una linea rossa che Mueller e l’FBI non devono superare: quella che porta verso gli affari del presidente, verso gli interessi di famiglia, verso la Trump Organization.

E’ questo che con la perquisizione a Michael Cohen l’Fbi, su richiesta di Mueller e con la benedizione del Diprtimento alla Giustizia, ha fatto. Ed è questo che Trump non può e non vuole permettere. Indagare sui suoi affari, presenti e passati, è per lui molto più pericoloso rispetto alla stessa inchiesta del Russiagate. A dimostrazione di ciò, vi è la richiesta dello stesso Trump di poter visionare i documenti che sono stati confiscati a Cohen (richiesta che un tribunale americano ha in queste ore rigettato). Il presidente ha del resto sempre sospettato che, al di là del Russiagate, la vera intenzione di Mueller fosse quella di indagare sul suo impero. La cosa si sta puntualmente verificando. La posta in gioco, per tutti, si alza. Per Mueller e l’FBI si tratta di acquisire quanto prima gli elementi per inchiodare il presidente. Trump ha un solo obiettivo. Bloccare l’inchiesta.

Foto da Facebook
Foto da Facebook
  • Autore articolo
    Roberto Festa
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Perché Trump ha licenziato Rex Tillerson?

La rottura tra Donald Trump e Rex Tillerson è sicuramente avvenuta sulla questione coreana, anche se i due non si sono mai particolarmente amati. Ci sono state differenze caratteriali: il temperamento di Trump, i suoi tweet, gli improvvisi cambiamenti di umore e opinione sui temi più diversi, non sono mai piaciuti a Tillerson, fautore di uno stile più felpato. Tillerson è invece sempre stato considerato da Trump “troppo establishment”:  i gruppi che lui rappresentava in questa amministrazione – quelli del grande capitalismo globale, finanziario e industriale – non sono gli stessi che hanno appoggiato l’ascesa politica di Trump.

Poi ci sono, ovviamente, le divergenze politiche. Trump e Tillerson hanno cozzato su molte cose: ruolo della Nato, commercio con la Cina, guerra in Afganistan, ma soprattutto nucleare iraniano. Tillerson ha chiesto più volte e con forza a Trump di non denunciare l’intesa; cosa che alla fine Trump ha fatto, pur senza grande convinzione (ancora in queste ore il presidente ha definito l’accordo “terribile”).

Dopo mesi di contrasti, freddezze, incomprensioni – Tillerson, in privato, ha anche definito il presidente un moron, un imbecille, un coglione – è arrivata l’inevitabile fine. Trump annuncia la partenza dei negoziati con la Corea del Nord e, a questo punto, ha bisogno di qualcuno di cui si fidi completamente. Qualcuno con cui ci sia perfetta comunità di intenti, vedute e carattere. Quest’uomo non può essere Rex Tillerson. Quest’uomo è Mike Pompeo, un repubblicano del Kansas, un falco nelle questioni di sicurezza nazionale e di politica nazionale. Pompeo, tra l’altro, è assurto a rilevanza nazionale grazie al Tea Party, cui lui ha subito aderito e che molti hanno visto come il precursore del movimento nazionalista e conservatore che ha poi trovato in Trump il suo punto di riferimento. Di più, da direttore della CIA, Pompeo ha instaurato un rapporto di fiducia e stima con Trump (cui, almeno tre volte alla settimana, ha consegnato personalmente i rapporti dell’intelligence; si dice che Trump, spesso, gli abbia chiesto di fermarsi e di discutere di politica).

Inquietante, verrebbe da dire, la scelta di Gina Haspel per sostituire Pompeo alla guida della CIA. Haspel era la vice di Pompeo. E’ stata vice direttrice del National Clandestine Service, il servizio della CIA responsabile delle rendition, i rapimenti e i trasferimenti di sospetti di terrorismo al di fuori di qualsiasi garanzia legale. Lo “European Center for Constitutional and Human Rights” ha anche chiesto al governo tedesco (il caso è quello di Abu Zubaydah) l’arresto di Haspel per aver presieduto alle torture del prigioniero. Nei posti chiave dell’amministrazione Trump si torna quindi a respirare un’atmosfera pesante. Escono di scena i cosiddetti globalisti – prima Gary Cohn, ora Rex Tillerson – ed emergono personaggi molto vicini al conservatorismo in materia di sicurezza nazionale e al nazionalismo economico di Trump.

  • Autore articolo
    Roberto Festa
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Il primo discorso di Trump, il solito Trump

E’ stato un discorso sullo stato dell’Unione lungo, quello di Donald Trump alla Camera USA. Quasi un’ora e mezza, il secondo più lungo degli ultimi cinquant’anni, in cui Trump ha rivendicato quanto fatto nell’ultimo anno: i risultati in campo economico, i tagli alle tasse, il boom in borsa, la fiducia delle imprese e la riduzione della disoccupazione. E’ stato un discorso in cui Trump ha cercato un nuovo modus operandi con i democratici, soprattutto in tema di immigrazione e infrastrutture. In realtà, al di là dell’offerta di collaborazione, toni e idee sono apparsi tutt’altro che concilianti e in sostanziale continuità con la fase di scontro che gli Stati Uniti hanno conosciuto negli ultimi mesi.

Trump ha iniziato salutando  il “nuovo momento americano”, un’era di prosperità e potenza per gli Stati Uniti. C’è stata poi la promessa di investimenti in infrastrutture per 1500 miliardi di dollari – il presidente non ha però spiegato come, né in che tempi. E c’è stata soprattutto l’offerta di una nuova legge sull’immigrazione, che, nelle intenzioni della Casa Bianca, dovrebbe articolarsi in quattro punti: legalizzazione per 1 milione e 800 mila migranti irregolari; finanziamento del Muro con il Messico; aumento delle forze di polizia alla frontiera; riordino delle norme che hanno sinora governato l’intero sistema.

Difficile che i democratici possano accettare. Anzitutto perché la possibilità di finanziare il Muro è stata ormai respinta (ufficialmente proprio dal capogruppo democratico al Senato, Chuck Schumer). E poi perché Trump ha intessuto la sua proposta sull’immigrazione di toni fortemente anti-immigrazione. Per esempio, quando ha richiamato le storie di due ragazzine uccise da una gang, la MS- 13 (i genitori delle vittime erano tra il pubblico). Trump ha anche continuato a definire “chain migration”, migrazione a catena, quella che invece è la normale politica dei ricongiungimenti familiari.

Chi si aspettava, nel discorso, qualche riferimento esplicito alla Russia è andato deluso. Trump ha citato Mosca una sola volta, accomunandola alla Cina sotto il termine di “avversari”. Per il resto sono stati pochissimi gli accenni alla politica internazionale: un solo riferimento al nucleare iraniano, nessuno agli alleati europei, la rivendicazione della vittoria contro l’ISIS in Siria e in Iraq, la sottolineatura della “crudele dittatura nord-coreana”, nei confronti della quale non è possibile “alcun compiacimento e concessione”. Nell’insieme, è parso che la dottrina dell’America First abbia ormai occupato le linee ufficiali dell’amministrazione.

In molti momenti il discorso di Trump è apparso incline a sottolineare gli aspetti più reazionari, quelli più cari al cuore conservatore del suo elettorato. Per esempio, quando il presidente ha enfatizzato la nomina di giudici che interpretano la Costituzione “come è stata scritta”; quando ha esaltato il rispetto della bandiera, il ruolo dei militari, l’orgoglio patriottico; quando ha spiegato che l’America si fonda su “religione e famiglia e non sul governo federale”; quando, infine, ha annunciato la firma dell’ordine esecutivo per tenere aperto il carcere di Guantanamo. I terroristi catturati saranno detenuti come “enemy combatants”, combattenti nemici, ha detto Trump, ribaltando l’intenzione più volte espressa da parte di Barack Obama di chiudere uno dei simboli più infausti della guerra al terrorismo.

  • Autore articolo
    Roberto Festa
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Trumpcare o l’incerta sanità

Se c’è una certezza, nel futuro della riforma sanitaria che i repubblicani vogliono approvare, è l’incertezza su quanto avverrà.

Il G.O.P. è riuscito – con un solo voto di scarto, 51 contro 50 – a far partire la discussione su una nuova riforma sanitaria. La votazione è apparsa incerta fino alla fine. Due repubblicane moderate, Susan Collins del Maine e Lisa Murkowski dell’Alaska, si sono dichiarate contrarie. E ci è voluto il voto decisivo di Mike Pence (che in quanto vice-presidente presiede anche all’attività del Senato e ha il diritto di esprimere il voto decisivo in caso di parità) e l’arrivo a Washington del vecchio John McCain, il senatore dell’Arizona cui solo due settimane fa è stato diagnosticato un tumore al cervello, per far prevalere la misura.

Dopo questo parziale successo, i repubblicani hanno conosciuto un’umiliante sconfitta. Mitch McConnell ha portato in aula la riforma sanitaria su cui il suo partito halavorato in questi mesi, e su cui peraltro non èriuscito a ottenere un accordo. Il piano – che avrebbe dato molta più libertà alle compagnie di assicurazione ma anche mantenuto fondi statali destinati alla riduzione dei costi per le famiglie – è stato respinto. Aveva bisogno di 60 voti, ne ha raccolti 47, mentre i contrari sono stati 53.

E’ apparso singolare che un politico esperto come McConnell, che da anni controlla il partito al Senato, abbia portato al voto una riforma senza avere i voti necessari. Probabilmente, nella decisione, ha contato il desiderio di realizzare una promessa che il G.O.P. fa da anni ai settori più radicali del suo elettorato: quella di seppellire l’Obamacare, la riforma più significativa, quindi la più odiata dai conservatori, degli otto anni di presidenza Obama.

A questo punto inizia con ogni probabilità un’estenuante battaglia parlamentare. Davanti ai repubblicani ci sono due strade. La prima si chiama “Obamacare Repeal Reconciliation Act” ed è sostanzialmente la cancellazione della vecchia legge senza una sua sostituzione (una riforma più articolata viene promessa dai repubblicani nel giro di due anni). Questa opzione è caldeggiata dalla Casa Bianca ma lascia freddi molti repubblicani. Trentadue milioni di americani resterebbero infatti senza alcuna assistenza: una prospettiva che molti repubblicani, a pochi mesi dall’inizio della campagna elettorale per le elezioni di midterm 2018, non si possono permettere.

L’altra ipotesi allo studio è un compromesso non facile da realizzare. Viene definito skinny repeal ed è la cancellazione di singoli provvedimenti dell’Obamacare – anzitutto l’obbligatorietà di un’assicurazione sanitaria – mantenendo in vita l’architettura generale della legge di Obama e non tagliando il Medicaid. Non è un’opzione di facile realizzazione perché ogni provvedimento dovrebbe essere votato individualmente e poi rimandato per un’ulteriore coto di conferma alla Camera. Se poi i moderati vedono con favore lo skinny repeal, che corregge alcuni aspetti dell’Obamacare senza stravolgernne l’impianto, i conservatori chiedono misure ben più radicali.

Per il momento domina quindi molta incertezza. E domina l’impazienza di Donald Trump che, inseguito dalle polemiche sul Russiagate e senza importanti riforme al suo attivo, cerca quanto meno di cancellare l’odiato Obamacare.

 

  • Autore articolo
    Roberto Festa
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Tutti i guai del presidente

Un presidente sempre più in affanno, incapace di guidare in modo saldo i suoi. Con un’inchiesta, il Russiagate, che non registra clamorosi colpi di scena ma che sta lentamente erodendo consenso e fiducia nell’amministrazione.

E’ lo stato del governo di Donald Trump a sei mesi dall’entrata alla Casa Bianca. I sondaggi, che danno quanto meno il segno di un’atmosfera politica generale, spiegano che ormai solo un americano su quattro appoggia Trump: è il livello di consenso più basso di un presidente negli ultimi settant’anni.

Il fallimento della riforma sanitaria che avrebbe dovuto cancellare l’Obamacare è il simbolo delle difficoltà di Trump. In campagna elettorale il futuro presidente e molti repubblicani avevano individuato nella sanità di Obama uno dei primi target da colpire, una volta fossero stati alla Casa Bianca. Non è andata così. Nonostante controlli la presidenza e il Congresso, il G.O.P. non è riuscito nell’impresa.

L’Obamacare è del resto diventata una riforma ormai piuttosto popolare tra ampi settori di elettorato statunitense, repubblicani compresi. Funziona discretamente, ha allargato il numero degli assicurati, eliminato discriminazioni e ingiustizie come il rifiuto di assicurare persone con problemi medici pre-esistenti. Trump e la leadership repubblicana si sono quindi dovuti arrendere a un’evidenza: che è difficile cancellare un diritto dopo che questo è stato attribuito.

La sconfitta fa ancora più male perché il Trumpcare si inabissa non grazie all’opposizione dei democratici; o almeno, non è stata l’opposizione dei democratici a farlo davvero fallire. Sono stati i repubblicani a far mancare voti determinanti al Senato; sono stati i governatori repubblicani di Stati “rossi” – Doug Ducey dell’Arizona, John Kasich dell’Ohio, Brian Sandoval del Nevada, Asa Hutchinson dell’Arkansas – a criticare la riforma; sono stati gli elettori repubblicani a spingere affinché i propri rappresentanti al Congresso facessero mancare il voto.

Politicamente, una delle cose che la battaglia sulla sanità mostra con più evidenza è l’incapacità di Trump di controllare davvero ampi settori del suo partito. Rapporti tesi, in alcuni casi molto violenti, sono stati quelli di Trump con Ted Cruz, Lindsay Graham, John McCain. In altri casi i legami sono stati inesistenti, nel senso che deputati e senatori del G.O.P. non sono stati interpellati sulle iniziative decise da Trump. La distanza tra Casa Bianca e Congresso a maggioranza repubblicana ha influenzato, negativamente, l’agenda legislativa di Trump, che si trova ora di fronte a una pattuglia di congressmen particolarmente riottosi.

A complicare ulteriormente le cose, per questa amministrazione, viene il Russiagate. Le rivelazioni sull’incontro tra Donald Trump Jr. e Natalia Veselnitskaya, l’avvocata russa che prometteva informazioni imbarazzanti su Hillary Clinton, hanno lasciato uno strascico ulteriore di sospetti e polemiche. Lunedì Jared Kushner, il genero di Trump (presente all’incontro con Veselnitskaya ) verrà sentito dalla Commissione del Senato che sta indagando sul Russiagate. Mercoledì sarà la volta di Donald Jr. e di Paul Manafort (il campaign manager della campagna di Trump, fu anche lui presente al meeting con l’avvocata russa).

Mentre la politica – e l’FBI – continuano a indagare, Trump si sente sempre più accerchiato e mostra aperti segni di insofferenza. In un’intervista al “New York Times”, il presidente ha apertamente criticato il suo attorney general, Jeff Sessions, che si è autosospeso nell’inchiesta sulla Russia. “E’ stato molto sleale nei miei confronti”, ha detto Trump, che ha aggiunto che, avesse saputo che Sessions si sarebbe escluso dalle indagini sulla Russia, non lo avrebbe nominato segretario alla giustizia.

Il posto di Sessions, a questo punto, è in pericolo. L‘attorney general ha detto di “avere l’onore di servire il Paese e questo è qualcosa che va al di là di ogni pensiero che io ho per me stesso… Prevedo di continuare a farlo, fino a quando sarà possibile”. Al di là delle parole, è comunque chiaro che Sessions rischia molto. Il presidente si è apertamente schierato contro di lui ed è improbabile che Sessions – che è stato tra i primi sostenitori di Trump in campagna elettorale – possa resistere molto.

Ancora più torbide sono le questioni che circondano Robert S. Mueller III, il consigliere speciale nominato dal Dipartimento alla Giustizia per sovrintendere alle indagini sul Russiagate. Nelle ultime ore diversi uominidi Trump e lo stesso presidente hanno gettato dubbi sull’operato di Mueller, che ha nominato una serie di investigatori con specifiche competenze finanziarie. Questi investigatori sono stati accusati di avere nel passato sostenuto i democratici; e anche Mueller è stato criticato per i suoi rapporti con James Comey, l’ex direttore dell’FBI licenziato da Trump. I timori nell’entourage di Trump riguardano però soprattutto un aspetto: che il Russiagate possa allargarsi agli interessi economici e finanziari del tycoon. Lo stesso Trump lo ha detto molto chiaramente nell’intervista al “New York Times”: “non verrà tollerato che Mueller indaghi su questioni non collegate alla Russia”.

Un’affermazione che suona, al momento, come un vero e proprio avvertimento a Mueller.

  • Autore articolo
    Roberto Festa
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Decine di migliaia in festa al Pride Milano

È finita con migliaia di persone che hanno levato le mani in alto e spezzato delle strisce di carta, simboliche, su cui erano scritte parole come “violenza“, “omofobia“, “razzismo“. Migliaia di persone – gli organizzatori dicono 200 mila, erano comunque tantissime – hanno sfilato dalla stazione Centrale a porta Venezia per il Gay Pride milanese. Alla fine della marcia, che si è snodata sotto un sole a picco, gli organizzatori hanno rilanciato le future sfide per il movimento LGBTQ: i matrimoni egualitari, le adozioni, una legge contro l’omofobia e la trans fobia. Dal podio, per il comune di Milano che ha dato il patrocinio, ha parlato l’assessore alle Politiche Sociali Pierfrancesco Majorino, che ha annunciato che due beni confiscati alla mafia andranno a ospitare giovani omosessuali rifiutati dalle famiglie. E dal podio ha parlato il sindaco Giuseppe Sala, che ha assicurato l’appoggio del Comune alla lotta per i diritti e che ha anche, velatamente, alluso all’indagine giudiziaria che lo interessa. “Oggi avevo bisogno del vostro calore – ha detto Sala – sono felice di essere il vostro sindaco”. È stato, per concludere, un Pride pieno di ragazzi, anche giovanissimi. Un Pride che si lega simbolicamente alla manifestazione per i migranti dello scorso 20 maggio – e infatti in molti dal podio hanno richiamato la legge sullo ius soli. Un Pride che ha confinato le rivendicazioni politiche alla fine, ai discorsi dal podio, e che per il resto è stato pura festa, divertimento, rivendicazione orgogliosa di presenza. In questo, quindi, il Pride di una comunità omosessuale, quella italiana, che dopo l’approvazione delle unioni civili è più vicina all’Europa e può, con più tranquillità e “normalità”, preparare le sfide future.

 

Le nostre foto del Pride Milano

[slideshow_deploy id=’117272′]

  • Autore articolo
    Roberto Festa
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Il caos prima di Brexit

Disordine, catastrofe, incognite. Sono le parole che si sono sentite più spesso, durante la lunghissima notte elettorale in Gran Bretagna.

La premier Theresa May ha perso la sua scommessa: non ha avuto il mandato largo che aveva chiesto. Con quattro seggi ancora da assegnare, i conservatori hanno 315 seggi (meno 12 rispetto al 2015); i laburisti 261 (più 31). In recupero anche i liberal democratici, che conquistano 5 seggi in più rispetto al 2015, mentre arretra lo Scottish National Party (che perde 19 seggi). Scompare praticamente dalla mappa politica lo Ukip, il partito anti Europa e anti immigrazione.

Nel risultato ha contato, con ogni probabilità, una delle peggiori campagne giocate da un politico in carica, nella storia inglese. Una campagna, quella di Theresa May, segnata da gaffe, slogan ripetuti a memoria, voltafaccia, per esempio sulla “dementia tax”, oltre a una gestione debole degli attacchi terroristici.

Di segno completamente diverso la strategia di Jeremy Corbyn, che si è presentato agli elettori con un messaggio chiaro: fine dell’austerità, ritorno a politiche di investimento nell’educazione e nella sanità, rinazionalizzazione di ferrovie e sistema idrico, aumento delle tasse per le grandi corporations e per chi guadagna più di 80 mila sterline all’anno.

E’ un messaggio – di speranza e investimento nel futuro – che ha fatto breccia soprattutto tra i più giovani. Il tema dell’affluenza al voto dei giovani è sicuramente una delle chiavi del successo laburista. Ha votato il 66 per cento, 4 per cento in più rispetto al 2015, e molti di questi dovrebbero essere elettori tra i 18 e i 25 anni.

Hanno contato poi, ovviamente, altre cose. La disfatta dello Ukip non ha portato voti ai conservatori. Anzi, molti dei voti di Ukip sono tornati a chi appartenevano, cioè ai laburisti, soprattutto nelle aree del nord industriale.

A questo punto l’orizzonte è un governo di coalizione, a guida conservatrice o laburista, se i laburisti trovano gli alleati, ma anche un governo di minoranza, che dovrà ogni volta, su ogni singolo provvedimento, chiedere il voto dei partiti minori. Ne esce indebolito lo scenario politico nazionale. Ne esce indebolita la forza contrattuale della Gran Bretagna a Bruxelles. Se queste elezioni sono state convocate da Theresa May per avere più forza al tavolo dei negoziati, è proprio la forza ciò che manca alla Gran Bretagna in uscita dall’Europa.

  • Autore articolo
    Roberto Festa
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

A Birmingham, tra i sostenitori di Corbyn

Una sera a Birmingham, a qualche ora dalle elezioni. Jeremy Corbyn è appena salito sul palco, e saluta i suoi elettori, li sprona a impegnarsi fino alla fine. A Birmingham ci sono circa diecimila persone, e altre migliaia sono in collegamento video da Londra, dalla Scozia, da altre parti della Gran Bretagna.

Davanti al palco da dove parla Corbyn incontro Andrew. Trentatré anni, professore di fisica. Gli chiedo qual è la forza, quest’anno, del partito laburista, e lui mi dice che è finalmente quella di proporre un manifesto radicalmente diverso da quello dei tories. I laburisti, mi dice, stanno finalmente allontanandosi dalle politiche blairiane, centriste, vicine al mondo degli affari, per tornare alle loro origini socialiste. Vogliono aumentare la proprietà pubblica in economia, redistribuire la ricchezza a vantaggio dei membri più poveri della società.

Chiedo a Andrew se ha fiducia nella vittoria di Corbyn, e lui mi dice che non lo sa, davvero, ma che ha molta più fiducia oggi di quanta non ne avesse all’inizio di questa campagna. Jeremy Corbyn, dice, ha lavorato in modo meraviglioso per far avanzare il partito. Però, aggiunge, sa di vivere in un Paese dove la maggioranza ha votato per Brexit, il che è sconsolante e non riempie di molta speranza. Ma comunque, dice, andiamo avanti.

Questo è forse l’atteggiamento più diffuso, tra i militanti laburisti. Non sarà facile battere Theresa May e i conservatori, che vengono dati avanti in tutti i sondaggi. Un risultato, comunque Jeremy Corbyn e i suoi laburisti l’hanno forse già ottenuto. Riportare il partito alla sua ispirazione originaria, all’impostazione socialista, alla difesa dei meno privilegiati.

Shirley è un’operaia in pensione. Mi dice che la vera forza di Corbyn è stato dar voce ai molti, non ai pochi. I laburisti hanno cercato di riunire la nazione. Aggiunge che in Gran Bretagna la gente è stanca, esaurita, stufa. E’ stufa di essere povera. Anche Shirley dice di non sapere come andrà a finire. Ma dice anche di essere preoccupata. Perché se Corbyn perde, le politiche dei conservatori sono destinate a creare ancora più povertà, più austerità e disperazione, con il rischio di rivolte per le strade, soprattutto tra i più giovani.

A Birmingham, al comizio di Corbyn, si è ascoltato il discorso del leader, ma si è anche cantato e ballato. L’impressione è che questo politico, così poco amato dalla nomenclatura del suo partito, sia invece amatissimo dalla base del partito, che è poi la ragione della sua sopravvivenza politica. Ma l’impressione è anche che Corbyn rappresenti, in modo non diverso da Bernie Sanders negli Stati Uniti, il tentativo di rispondere alle sfide della globalizzazione con ricette che non hanno paura di tornare ai fondamenti del pensiero socialista, che parlano di redistribuzione e giustizia sociale. Come Sanders, Corbyn è avversato dalla struttura del suo partito. Come Sanders, Corbyn non ha paura di dichiararsi socialista. Come Sanders, Corbyn pensa a un intervento pubblico a sostegno dell’economia, con investimenti nella sanità, nella scuola, la riduzione del budget per la difesa, la rinazionalizzazione delle ferrovie.

La sfida, per lui, e per i laburisti inglesi, è in fondo quindi non solo vincere queste elezioni. Ma come gestire questo tipo di politica, che secondo alcuni guarderebbe troppo al passato. E cosa fare della base, soprattutto i giovani, che questa campagna elettorale ha comunque riportato alla militanza politica e sociale.

Per il momento, resta comunque la presa che Jeremy Corbyn, questo militante non più giovane, testardamente fedele alle sue idee, ha sulla base, sui militanti laburisti. Lisbeth è una di questi. Non aveva votato per Blair, mi spiega, ed è felice che ora, nel suo partito, sia tornato qualcuno che, senza paura, dice di essere di sinistra. Per spiegarmi l’entusiasmo per Corbyn, mi racconta anche un dettaglio della sua vita. Dice di essere nata in Cile, e che aveva cinque anni quando ci fu il colpo di stato. Per lei Jeremy, politicamente, è l’Allende inglese.

  • Autore articolo
    Roberto Festa
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Il peso dei militari

La GBU-43 è stata sganciata alle 7.32 di sera nel distretto di Achin, nella provincia orientale di Nangarhar in Afghanistan.

Si tratta della più potente bomba non nucleare, la madre di tutte le bombe, come è stata definita, nove metri di lunghezza, 11 tonnellate di esplosivo.

Esplode prima di toccare terra e per questo il raggio della sua esplosione è molto ampio.

Il generale John W Nicholson, che guida le forze armate americane in Afghanistan, ha detto che la bomba è stata usata contro un sistema di tunnel e strutture create dall’Isis in questi ultimi mesi. Nella zona ci sarebbero tra i 600 e gli 800 militanti dell’ISIS.

Il generale Nicholson ha anche detto che è stata posta la massima cura per evitare vittime civili. Non ha però spiegato quali sono state queste misure. Testimoni sul terreno dicono che probabilmente un insegnante e il suo figlio hanno perso la vita. Spiegano anche che si è trattato dell’esplosione più forte mai sperimentata, un lampo enorme che ha fatto tremare la terra.

Donald Trump si è limitato a dire di aver “autorizzato i militari”. Del resto, di Afghanistan non si è praticamente mai occupato in campagna elettorale e quindi il presidente si è probabilmente limitato ad ascoltare i generali .

Trump ha anche evitato di dire se la bomba in Afghanistan può essere considerata un avvertimento alla Corea del Nord, ha risposto, limitandosi a dire che la Corea del Nord è “un problema di cui gli Stati Uniti si stanno prendendo cura”.

La bomba sganciata nel distretto di Achin arriva nel momento in cui le forze militari americane stanno intensificando, ovunque, la loro attività. Marzo è stato il mese più intenso in fatto di bombardamenti in Siria e Iraq. Nelle scorse settimane le forze statunitensi hanno colpito per sbaglio un edificio di civili a Mosul e quindi una struttura militare dei suoi alleati, le Syrian Democratic Forces.

Secondo molti analisti, la bomba è sicuramente il segnale del peso ormai conquistato dai militari nelle scelte dell’amministrazione Trump.

  • Autore articolo
    Roberto Festa
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Tillerson, la sfida con Mosca

Doveva essere l’incontro del riavvicinamento, dopo la tensione degli anni di Barack Obama.

E invece il meeting di oggi tra il segretario di stato USA Rex Tillerson e la sua controparte russa Sergey Lavrov sarà uno dei più tesi degli ultimi anni.

Il caso Siria e l’attacco americano alla base aerea di Shayrat hanno totalmente mutato lo scenario. Tillerson – da sempre amico fidato dei russi, tanto da essere insignito da Vladimir Putin nel 2012 dell’Ordine dell’amicizia per la collaborazione tra ExxonMobil, di cui Tillerson era CEO, e la compagnia petrolifera di stato Rosneft – ha detto che Mosca, nella sua gestione di Assad, è stata nel migliore dei casi “incompetente”, per non aver fermato la mano del presidente Assad, nel peggiore “corresponsabile”.

Contro Mosca in questi giorni si sono sentiti accenti che ricordano quelli degli anni della Guerra Fredda; con la vecchia guardia dei falchi repubblicani, da Lindsay Graham a John McCain, che hanno chiesto una politica più dura, di contrapposizione e contenimento, nei confronti delle ambizioni russe.

Donald Trump, per il momento, resta in silenzio e affida al suo portavoce Sean Spicer la dichiarazione ufficiale: con la difesa nei confronti del regime siriano, la Russia si sarebbe “messa al di fuori del concerto internazionale”. Le posizioni nell’amministrazione restano però alquanto divergenti e spesso confuse. James Mattis, il segretario alla Difesa, ha detto che gli Stati Uniti non cercano in Siria alcun regime change; la necessità del regime change è invece stata enfatizzata dall’ambasciatrice statunitense all’ONU, Nikky Haley.

Nelle ultime ore è emerso anche un documento di quattro pagine preparato dal National Security Council in cui, sulla base di informazioni di intelligence, si dice che le forze del governo di Assad, sotto pressione e in minoranza numerica, hanno coscientemente usato il gas sarin contro i ribelli e la popolazione; e che il governo di Mosca si è impegnato a coprire il crimine presso la comunità internazionale.

Un’accusa gravissima, di cui sicuramente si discuterà oggi durante l’incontro tra Tillerson e Lavrov.

  • Autore articolo
    Roberto Festa
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Vincono i liberali. Wilders guadagna seggi ma non sfonda

Populismo e destra xenofoba forti, ma non vincenti. E’ questo l’esito, e una prima valutazione, per il voto olandese. Geert Wilders – il leader che in campagna elettorale aveva chiamato feccia i marocchini olandesi e chiesto la chiusura delle moschee e il divieto alla vendita del Corano – cresce, passa dagli attuali 15 deputati ai 20 della prossima Camera.

E’ un buon risultato, ma non è quel plebiscito anti-Europa e anti-immigrati che Wilders aveva chiesto. Anche perché nel voto olandese sono usciti rafforzati tutti quei partiti – i cristiano democratici, i democratici di D66, i verdi – che hanno fatto campagna a favore dell’Europa.

E’ importante soprattutto il risultato di GroenLinks, il partito dei verdi guidati dal trentenne Jesse Klaver che è diventato la vera star della politica olandese. Avevano 4 seggi, ne avranno 14. Hanno quindi quasi quadruplicato la loro forza parlamentare, con un messaggio di inclusione degli stranieri e di apertura all’Europa. I verdi sono ora il primo partito di Amsterdam.

Scende, ma nel complesso tiene Mark Rutte, l’attuale premier liberal-conservatore. Al suo VVD – che passa dai 41 deputati dello scorso Parlamento agli attuali 33 – toccherà ora cercare di formare un governo. Impresa non facile in Olanda: il modello politico ed elettorale olandese porta infatti a governi di coalizione, formati dopo lunghi negoziati. La media per formare un nuovo governo nel Paese è di tre mesi. Ci sono voluti anche 200 giorni prima di avere un nuovo governo dopo le elezioni politiche.

Oltre le vicende olandesi, c’è comunque un messaggio chiaro che dal voto olandese viene all’Europa. La maggioranza dei cittadini olandesi continua a credere nel progetto europeo. I nazionalisti e antieuropeisti sono stati respinti. Ogni Paese è storia a sé, ovviamente. Ma il voto olandese è stato forse un modo per capire dove va il vento. Tocca ora a Francia, Germania e, forse, Italia.

  • Autore articolo
    Roberto Festa
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

“In Olanda il processo di integrazione trionferà”

Kader Abdolah pensa che sia scritto nell’anima della cultura olandese, della religione olandese, l’essere gentili con gli stranieri. Con gli immigrati.

Questo grande scrittore parla, anche, per esperienza personale. E’ nato ad Arak, in Iran, nel 1954. Inizia a scrivere molto presto, e molto presto entra in conflitto con il regime degli ayatollah. Fugge, prima in Turchia. Poi in Olanda, dove ottiene lo status di rifugiato politico, quindi la nazionalità. Oggi Kader Abdolah vive a Delft, la città dipinta da Vermeer. Scrive in olandese, una lingua che ha testardamente imparato. Il suo sentimento, di fronte a queste elezioni e all’ascesa di Wilders, è di preoccupazione.

“Il partito di Wilders cerca di vincere le elezioni mostrando che gli immigrati non sono immigrati ma sono musulmani, pericolosi musulmani. Il problema è che questo costringe gli altri partiti a dire qualcosa. In altre parole, il partito di Wilders detta l’agenda. Questo ha fatto sì che si continui a parlare ormai solo della questione immigrati e dell’Islam. E’ un atteggiamento evidente anche nel modo in cui si è gestita la questione della Turchia. Non si dice che è un problema con i turchi. Si dice che c’è un problema con l’Islam nel nostro Paese”.

Kader Abdolah non crede comunque che Geert Wilders ce la possa fare. Non ce la può fare, spiega durante la nostra intervista, perché in Olanda c’è un sistema proporzionale, che favorisce le coalizioni. Nessun partito, dice, vuole governare con Wilders. E poi questo scrittore iraniano naturalizzato olandese è certo della natura buona, generosa degli olandesi, che non permetterà al leader populista di conquistare il potere.

Kader Abdolah ha scritto libri molto belli, pubblicati in Italia da Iperborea. Libri come La casa della moschea e il recente Un pappagallo volò sull’Ijssel. Nei suoi libri Abdolah racconta il processo difficile di integrazione di uno straniero, e musulmano, nella cultura olandese. E’, questo, in fondo il grande tema di queste elezioni. L’Olanda è un Paese sostanzialmente soddisfatto, con una buona situazione economica. Disoccupazione in calo, deficit sotto controllo. Le paure, i timori, riguardano proprio l’identità, la capacità di integrare in una cultura democratica, libertaria come quella olandese, persone che vengono da società e culture molto diverse. Kader Abdolah è sicuro che alla fine il processo di integrazione trionferà.

“Penso una cosa: che il processo di integrazione degli stranieri in Olanda sia quello che ha avuto maggior successo in tutta Europa. Gli immigrati in Olanda godono di una buona integrazione, hanno contatti veri con la società olandese. Gli immigrati lavorano, scrivono, parlano, sono al parlamento. Ovviamente l’immigrazione porta dei problemi. L’immigrazione scatena paure. Ma io, Kader Abdolah, ho viaggiato in molti Paesi, ho conosciuto immigrati in molti altri Paesi, e posso dire che i Paesi Bassi sono una delle nazioni più in salute e forti in tema di immigrazione”.

C’è un altro scrittore olandese, Jan Brokken, che ha detto, di recente, che queste sono “elezioni morali”. Vista la situazione economica in ripresa, il tema è proprio quale Olanda, quale Europa la gente in questo spicchio di Nord vuole. Non è un mistero che anche l’Olanda, come altri Paesi europei, sta andando a destra. Il partito della libertà di Wilders forse non vincerà, ma a vincere sarà con ogni probabilità il partito liberal-conservatore di Mark Rutte, l’attuale primo ministro. Eppure, ancora, Kader Abdolah pensa che timori e paure, alla fine, si attenueranno. Che l’Olanda, e l’Europa, si stabilizzeranno. Da scrittore, da persona che crede nella letteratura, pensa quanto importante sarà la lingua nell’integrazione degli stranieri.

“Ti confesso un segreto. Un segreto che i politici di destra non amano ascoltare. Le lingue cambiano, e a loro volta cambiano le cose. L’italiano sta cambiando gli immigrati e tra cinquant’anni renderà gli immigrati dei veri italiani. La lingua olandese cambia e ha cambiato Kader Abdolah, lo scrittore che ti sta parlando. La lingua olandese ha fatto di me un vero cittadino, e lo stesso ha fatto con milioni di persone. E’ la lingua che provoca questo processo, non i partiti di destra e di sinistra. E’ la lingua, la cultura, che forma i cittadini. E, perché no, anche la letteratura, la letteratura che è l’espressione più alta della lingua. Ci credo, in questo”.

  • Autore articolo
    Roberto Festa
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Jesse Klaver: giovane, progressista, carismatico

Con ogni probabilità non vincerà queste elezioni. Ma la politica olandese ha un nuovo protagonista.

Si chiama Jesse Klaver, ha trent’anni, è il leader di Groenlinks, il partito dei Verdi. Che, con lui, potrebbe addirittura quadruplicare i suoi consensi.

Le elezioni olandesi 2017 sono state segnate, ancora una volta, dal tema immigrazione. Dalla retorica brutale e antislamica di Geert Wilders. Ma quest’anno è successo qualcosa. Wilders, maestro delle provocazioni e della comunicazione, ha trovato un avversario temibile proprio in Jesse Klaver.

Klaver è tutto ciò che Wilders non è. E’ pro-Europa, è a favore dell’integrazione degli stranieri. E’ per la riduzione delle spese militari e per l’allargamento del già generosissimo stato sociale olandese. Le sue posizioni, solidamente radicate nella sinistra europea, sono state nutrite, in questa campagna, dal racconto personale che Klaver ha fatto. Figlio di un marocchino e di una olandese di origini indonesiane, Klaver è stato cresciuto dai nonni in un ambiente sociale tutt’altro che abbiente.

Con questa storia personale e queste idee, Klaver ha percorso la campagna elettorale. E l’ha percorsa con uno stile aperto, inconsueto per una politica ancora paludata come quella olandese. Klaver ha introdotto anche modi nuovi di comunicazione, puntando sui social media ma anche su riunioni ristrette con gli elettori del suo partito. In altri casi il leader dei Verdi ha però scelto consessi più larghi. I suoi comizi, che hanno raccolto più di cinquemila supporter, sono stati i più affollati della campagna elettorale olandese.

Alla fine, almeno nei sondaggi, Klaver è decollato. I suoi Verdi, che sono un partito nato 25 anni fa da una galassia di gruppi pacifisti, comunisti, di cristiano sociali, potrebbero arrivare a 17 seggi alla Camera. Ne hanno, oggi, 4. Il trionfo verde approfitterebbe dello spazio lasciato aperto, a sinistra, dai laburisti, in crisi dopo l’alleanza di governo con i liberal conservatori. C’è anche chi non esclude il loro arrivo al governo, in una coalizione di centrosinistra con liberal socialisti e laburisti.

Intanto la fisionomia di Klaver è cresciuta. Alcuni l’hanno paragonato, per il suo look, a Justin Trudeau, il premier canadese. L’entusiasmo dei fan ha ricordato la campagna di Bernie Sanders. Altri hanno messo in guardia contro una forma di politica spettacolo, che potrebbe essere carente in fatto di idee e riforme vere. Un dato appare comunque interessante, e non solo per l’Olanda. Klaver è riuscito a contrastare in modo efficace la retorica di Wilders. Ha parlato di cose di cui molti hanno ormai paura di parlare: di Europa, di immigrazione, di Islam. E l’ha fatto tranquillamente, indicando un modello di Olanda, e di Europa, che si rinnova; nel solco della ragione, del multiculturalismo e della tolleranza.

  • Autore articolo
    Roberto Festa
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

La guerra comune dei populismi

Steve King e Geert Wilders. Un deputato repubblicano del’Iowa e il leader dei populisti olandesi. Che cosa hanno in comune due personaggi, due politici, che sino a qualche tempo fa avremmo considerato molto lontani, espressione di mondi non assimilabili?

Quello che King e Wilders hanno in comune l’ha spiegato lo stesso deputato repubblicano, Steve King. Che in un tweet, domenica, ha scritto: “Wilders capisce che la cultura e la demografia sono il nostro destino. Non possiamo restaurare la nostra civiltà con i bambini degli altri“.

steve-king-tweet-0060-1489370065

Steve King non è nuovo alle polemiche e alle prese di posizione clamorose. In un’intervista si è chiesto che cosa i non bianchi hanno dato alla storia della civiltà. Niente, è stata la sua risposta. Ma King è passato alle cronache anche per aver detto che i gay andranno all’inferno. Tra le sue prese di posizione, anche quelle contro gli anticoncezionali, che a suo giudizio spediscono le ragazze direttamente sulla strada dello stupro.

Ora arriva questo tweet di appoggio a Wilders. Il tweet in cui King sostanzialmente dice è meglio non ammettere in Occidente gli stranieri, che a suo parere non solo non fanno niente per la civiltà ma fanno anche molti figli, che a loro volta non faranno nulla per la civiltà.

Steve King è stato, in questi mesi, un deciso sostenitore di Donald Trump e delle sue posizioni anti immigrati. Il tweet su Wilders dimostra però una cosa, ormai molto chiara. E cioè che c’è un ponte diretto tra i populisti americani e quelli europei. C’è un tentativo di usare il tema stranieri non soltanto per far crollare l’Unione Europea ma anche per svuotare il pensiero conservatore classico, tradizionale, portandolo su posizioni di estrema destra. Non è un caso che negli Stati Uniti il tweet di King, di appoggio a Wilders, sia stato salutato con gioia da David Duke, l’ex leader del Ku Klux Klan, vicino a posizioni apertamente naziste.

Geert Wilders ha preso in questi anni posizioni apertamente razziste, xenofobiche. Il mese scorso ha definito i marocchini olandesi “feccia”. Non è un mistero che le elezioni in Olanda, mercoledì, saranno giocate sul tema stranieri e immigrazione. Le elezioni olandesi serviranno però anche a qualcos’altro. A capire se i conservatori olandesi, e poi quelli europei, francesi, tedeschi, riusciranno a creare un argine alla destra populista e razzista. Negli Stati Uniti i repubblicani, per calcoli elettorali e di potere, si sono consegnati alla destra populista di Trump. Da Olanda, Francia e Germania dovrà, potrà, forse, arrivare il segno che la destra europea – nelle sue varie sfaccettature – liberale, cristiana, capitalista, è comunque qualcosa di diverso da razzisti e xenofobi.

  • Autore articolo
    Roberto Festa
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Nuovo ordine, vecchia battaglia

L’ordine esecutivo firmato lunedì da Donald Trump cancella l’ordine precedente, quello di gennaio, che bandiva dall’entrata negli Stati Uniti i cittadini di sette Paesi a maggioranza musulmana e, a tempo indeterminato, i profughi siriani.

Ma cosa è davvero cambiato e quali sono le prossime, probabili sfide legali e politiche?

Le differenze – Il nuovo ordine riduce a sei i Paesi oggetto del bando: Iran, Siria, Libia, Somalia, Yemen, Sudan. Non c’è più l’Iraq, alleato nella lotta al terrorismo che il Pentagono ha chiesto di cancellare dalla lista. Anche i profughi siriani, che nel testo precedente venivano banditi a tempo indeterminato, verranno ora trattati in modo non differente da tutti gli altri profughi. Il divieto all’entrata è, per tutti, fissato a 120 giorni. Il nuovo ordine esplicitamente esenta dal bando i detentori di green cards e visti validi (la cosa non era precisata nel vecchio testo, ciò che aveva fatto nascere differenti interpretazioni da parte dei diversi uffici di immigrazione). Sparisce anche la disposizione che dava priorità, nell’accoglienza, alle minoranze religiose “nei loro Paesi”: una norma che era stata interpretata come un modo per privilegiare i cristiani rispetto ai musulmani. Nell’insieme, il nuovo testo cerca di dissipare le accuse di essere un bando nei confronti di alcune nazionalità e confessioni – soprattutto una, quella musulmana. E’ previsto che entrerà in vigore il 16 marzo, ciò che dovrebbe dare alle agenzie del governo federale il tempo di prepararsi.

Il contesto – Dopo che una corte d’appello di San Francisco aveva confermato la sospensione del bando decisa da un giudice di Seattle, Donald Trump aveva twittato: “Ci rivedremo alla corte!” Sottinteso: alla Corte Suprema. Non è stato così. Trump ha preferito cancellare il vecchio ordine e presentarne uno nuovo. Nella scelta ha probabilmente giocato la constatazione delle incertezze legali che il vecchio ordine comportava. Di più: la Corte Suprema è al momento composta da otto giudici (il nominato da Trump, Neil Gorsuch, è in attesa di conferma del Senato). L’amministrazione rischiava quindi, sul vecchio ordine esecutivo, una sostanziale parità – i quattro giudici liberal contro i quattro conservatori – che avrebbe quindi lasciato in vigore la sentenza della corte d’appello. Troppo pericoloso; meglio, molto meglio, arrivare a un nuovo testo limato e purgato dalle troppe incongruenze.

Le sfide – Con ogni probabilità anche questo ordine esecutivo verrà portato in tribunale. E, con ogni probabilità, questa volta, finirà per arrivare sino alla Corte Suprema. La giustificazione legale del nuovo ordine poggia sullo stesso pilastro del testo precedente. E cioè, che una legge del 1952 dà al presidente questo tipo di poteri. Ecco il testo: “Ogni qualvolta il presidente ritenga che l’entrata di stranieri o di qualche classe di stranieri possa andare a detrimento degli interessi degli Stati Uniti, egl ipuò, per proclamazione, e per il periodo che ritenga necessario, sospendere l’entrata a tutti gli stranieri o a una certa classe di stranieri”. L’amministrazione pensa di aver eliminato dall’ordine ogni sospetto di pregiudizio anti-musulmano e di aver offerto anche le ragioni di sicurezza nazionale che giustificano l’ordine. Alla presentazione del bando, il segretario alla giustizia Jeff Sessions ha per esempio indicato che ci sono circa 300 rifugiati sotto inchiesta per terrorismo da parte dell’ABI; e il segretario alla sicurezza nazionale John Kelly ha ricordato gli attacchi dell’11 settembre. Questa impostazione verrà comunque, con ogni probabilità, messa in discussione. Sessions non ha infatti precisato l’origine nazionale dei 300 rifugiati sotto inchiesta; e gli attacchi dell’11 settembre furono condotti da cittadini originari dell’Arabia Saudita, dell’Egitto, degli Emirati Arabi e del Libano. Probabile dunque che uno degli argomenti degli oppositori sarà proprio la mancanza di prove sulla reale pericolosità dei cittadini provenienti dai sei Paesi incriminati. Come pure a essere ripescata dai rivali di Trump sarà una legge votata dal Congresso nl 1965, che stabilisce che nessuno possa essere discriminato, in termini di visto d’ingresso negli Stati Uniti, “sulla base dell’etnia, sesso, nazionalità, luogo di nascita o residenza”.

  • Autore articolo
    Roberto Festa
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

“Un nuovo capitolo della grandezza americana”

E’ stato un discorso più morbido nei toni rispetto al passato. E’ stato anche un discorso che non ha evidenziato alcun reale cambiamento di politica o strategia. Nel suo primo intervento davanti al Congresso, a camere riunite, Donald Trump ha minuziosamente ripetuto la sua agenda – su immigrazione, tasse, sanità – e dato pochissimi dettagli. Il discorso è probabilmente servito a cercare di stabilire un contesto politico più tranquillo, anzitutto nei rapporti tra Trump e i repubblicani del Congresso.

I sessanta minuti dell’intervento di Trump sono iniziati con una condanna degli episodi di antisemitismo e razzismo di queste settimane; una conferma, se ce ne fosse bisogno, del clima di scontro e radicalizzazione in cui la presidenza Trump ha iniziato a operare. Il presidente ha però poi voluto dare un quadro più ottimistico, sul futuro del Paese, dipingendo un’America che rinasce e che, come ha detto, inaugura “un nuovo capitolo di grandezza”.

“Siamo un solo popolo, con un solo destino” ha spiegato Trump, in un appello all’unità. “Il tempo del pensiero meschino è finito. Il tempo degli scontri triviali è dietro di noi. Abbiamo bisogno di coraggio per condividere i sogni che ci riempiono i cuori”. Dopo aver accennato, ancora una volta, all’eredità pesante ricevuta a suo giudizio dalla precedente amministrazione, l’attuale presidente ha iniziato a delineare la sua agenda.

In tema di immigrazione, non ci sono stati reali cambiamenti di rotta, ma un tono tutto sommato più pacato. Trump ha ribadito la sua volontà di costruire un Muro con il Messico e la mano dura contro gli illegali che commettono reati:  “Mentre vi parlo, stiamo rimuovendo i membri delle gang, i mercanti di droga e i criminali che minacciano le nostre comunità e depredano i nostri cittadini. I cattivi vengono cacciati mentre vi parlo e come avevo promesso”. Non c’è stata però la reiterazione della proposta, che piace ai settori più conservatori del suo elettorato, di deportazioni generali e immediate. Trump ha anzi detto di pensare a una revisione profonda delle politiche sull’immigrazione, attraverso un “sistema basato sul merito” che ammetta soltanto coloro che “sono in grado di sostenersi finanziariamente”.

Stessa attenuazione dei toni sul tema del terrorismo. Pur giustificando la sua proposta di bando agli arrivi da sette Paesi a maggioranza musulmana, e affermando che “non possiamo consentire che una testa di ponte di terrorismo si costituisca all’interno dell’America, non possiamo consentire che la nostra nazione diventi un santuario per gli estremisti”, Trump è arrivato a parlare della necessità di collaborare con gli alleati musulmani per sconfiggere lo Stato Islamico, riconoscendo anche i costi umani pagati dai musulmani in Medio Oriente: l’ISIS, ha detto Trump, “è una rete di selvaggi senza legge che assassina musulmani e cristiani, e uomini, donne e bambini di ogni fede e credenza religiosa”.

Nessuna vera novità è arrivata sulle altre questioni. In tema di sanità, il presidente ha ancora una volta ripetuto la sua intenzione di cancellare l’Obamacare. Senza dare molti dettagli, ha parlato di un piano “di crediti e risparmi fiscali” che aiutino nell’acquisto di un’assicurazione sanitari e che garantiscano “una transizione stabile” dall’attuale sistema. Rilanciata la proposta di un aumento deciso della spesa militare – 54 miliardi di dollari in più rispetto al precedente budget – Trump ha detto che il suo team “sta preparando una riforma fiscale storica”, con massicci tagli alle tasse della classe media e alle società americane. Diversi istituti e gruppi indipendenti hanno mostrato che i piani fiscali di Trump dovrebbero, almeno per la metà dei promessi tagli, riguardare l’1 per cento più ricco della popolazione.

In definitiva, si è trattato di un discorso segnato da una retorica sicuramente nuova, più tranquilla e positiva. Un discorso che più che ai democratici – che hanno subito espresso la loro opposizione – appare rivolto ai repubblicani del Congresso, ancora divisi e incerti su molte delle proposte in arrivo dalla Casa Bianca.

  • Autore articolo
    Roberto Festa
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Trump sceglie il conservatore Gorsuch

Conservatore, ma anche giurista brillante e di grande dottrina.

Neil Gorsuch è il giudice nominato da Donald Trump per il seggio vacante alla Casa Bianca dopo la morte di Antonin Scalia.

Nell’annunciarlo, il presidente ha detto: “Avevo promesso agli americani che avrei scelto il miglior giudice per quel posto… E Neil Gorsuch è il miglior giudice per quel posto”.

Gorsuch, presente alla Casa Bianca con la moglie, ha ringraziato Trump e lodato il suo predecessore Scalia. Poi è passato a un accenno alla sua interpretazione restrittiva, testuale e originalista della Costituzione: “Nel nostro ordine legale, spetta al Congresso e non alle corti scrivere le nuove leggi”, finendo con un accenno a famiglia e religione: “Sono così grato stasera alla mia famiglia, ai miei amici e alla mia fede”.

Educato a Yale e Harvard, dove è stato compagno di Barack Obama, Gorsuch è anzitutto, proprio come il suo maestro e predecessore Scalia, un conservatore convinto.

Non si conoscono sue prese di posizione clamorose su aborto, diritti gay, secondo emendamento. Ma Gorsuch è un grande sostenitore della libertà religiosa. Ha per esempio votato a favore di una società, la Hobby Lobby Stores, che rifiutava di concedere i servizi contraccettivi alle proprie dipendenti – come richiesto dall’Obamacare – perché “contrari alle proprie convinzioni religiose.

Gorsuch è però anzitutto un originalista, convinto che la Costituzione non vada interpretata e aggiornata ai tempi, ma letta secondo le intenzioni di chi l’ha vergata. Altra questione che porrà Gorsuch in conflitto con molti progressisti è l’idea che le agenzie del governo federale abbiano l’ultima parola, più delle corti, su statuti e norme di dubbia interpretazione: una visione che rischia di spezzare l’equilibrio dei poteri a favore del governo federale.

Gorsuch è comunque un giurista circondato da un generale rispetto. Quando George W. Bush lo nominò giudice federale, i democratici del Senato votarono all’unanimità per lui. Questo rende ora più difficile organizzare l’opposizione e l’ostruzionismo promessi contro la nomina di Trump.

Opposizione e ostruzionismo che però, con ogni probabilità, ci saranno. La cosa è stata anticipata dai primi commenti di alcuni democratici, tra cui i senatori Charles Schumer, Elizabeth Warren, Bernie Sanders – tutti fortemente negativi. Sanders in un tweet ha scritto: “Gorsuch deve spiegare la sua ostilità ai diritti delle donne, il sostegno alle corporations e l’opposizione alla riforma sul finanziamento alla politica”.

La battaglia al Senato, che deve approvare la nomina, comincerà quindi molto presto. Gorsuch ha bisogno di 60 voti per essere confermato. I repubblicani del Senato sono 52, i democratici 48. Dovrebbero esserci quindi otto democratici pronti a votarlo; cosa improbabile. A questo punto potrebbe scattare la cosiddetta “opzione nucleare“. I repubblicani potrebbero cioè cambiare le regole del Senato e cercare di far passare la nomina a maggioranza semplice.

E’ una strada che piace a Donald Trump, che lascia perplessi molti tra gli stessi repubblicani (per esempio il leader del Senato Mitch McConnell) e che promette di aprire un nuovo periodo di instabilità nella politica americana.

  • Autore articolo
    Roberto Festa
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Trump licenzia Attorney General ad interim

Un nuovo dramma politico è esploso a Washington nella serata di ieri.

Donald Trump ha licenziato Sally Yates, l’Attorney General pro tempore, che guidava il Dipartimento alla giustizia in attesa della conferma al Senato di Jeff Sessions. Yates si è clamorosamente opposta all’ordine esecutivo sull’immigrazione di Trump.

In una lettera agli avvocati del suo dipartimento, ha scritto: “La mia responsabilità è assicurare che la posizione del Dipartimento alla giustizia non sia solo legalmente difendibile, ma che sia informata dalla visione di cos’è la legge, dopo la considerazione di tutti i fatti. Oltre a questo, sono anche responsabile della sintonia tra le posizioni che assumiamo nei tribunali e l’obbligo solenne di questa istituzione a ricercare la giustizia e battersi per ciò che è giusto”.

Continua nella sua lettera Sally Yates: “Al momento, non sono convinta che la difesa dell’Ordine Esecutivo sia in accordo con tali responsabilità, né sono convinta che l’Ordine Esecutivo sia legale. Per il periodo in cui sono Acting Attorney General, il Dipartimento alla giustizia non presenterà le proprie argomentazioni a difesa dell’Ordine Esecutivo, a meno che e sino a quando non mi sia convinta che è appropriato farlo”.

Ci voleva del resto proprio la fima di Sally Yates per incaricare gli avvocati del governo di difendere l’ordine esecutivo sull’immigrazione dalle cause che, un po’ ovunque, i gruppi per i diritti civili e umani stanno intentando.

Ma quella firma, Yates, non ce l’ha messa. E Trump l’ha licenziata, affermando in un comunicato che Yates era “una nominata di Barack Obama, debole su confini, debole su immigrazione illegale”.

Il comunicato della Casa Bianca dice che “Sally Yates ha tradito il Dipartimento di giustizia rifiutandosi di applicare un ordine legale designato a proteggere i cittadini degli StatI Uniti. Quest’ordine è stato approvato, quanto a forma e legalità, dall’Office of Legal Counsel del Dipartimento alla giustizia”.

 

Un funzionario dell’amministrazione, che ha parlato chiedendo di mantenere l’anonimato, ha spiegato che Yates “sapeva cosa stava facendo e sapeva di essere licenziata. L’ha fatto per farsi pubblicità”. Una versione decisamente messa in discussione da fonti del Dipartimento alla giustizia, che parlano di Sally Yates come un’esperta giurista, con più di trent’anni di esperienza”

Al posto di Sally Yates, Trump ha nominato un procuratore legale della Virginia, Dana Boente.

Siamo quindi di fronte a quella che appare sempre più come una sfida all’interno del governo americano. Ad alcuni i fatti di ieri sera hanno fatto tornare alla mente il “Saturday Night Massacre” del 1973, quando l’Attorney General Elliot Richardson e il suo vice William Rucklshaus si dimisero di fronte ai tentativi di Richard Nixon di allentare il procuratore speciale nel caso Watergate, Archibald Cox. Il sostituto, Robert Bork, si assunse il ruolo di Acting Attorney General e obbedì agli ordini di Nixon.

 

Il caso di Sally Yates si va aggiungere a un’altra notizia di queste ore. Un centianaio di diplomatici di carriera hanno firmato un documento, secondo cui l’ordine esecutivo sull’immigrazione non rende l’America più sicura ma anzi peggiora la minaccia terroristica. La risposta della Casa Bianca è arrivata veloce. “Se non siete d’accordo, andatevene”, ha detto il portavoce di Trump.

A questo punto però, per lui, l’opposizione e il dissenso non arrivano dalle strade d’America. Arrivano dall’interno dei palazzi di Washington e rischiano di trasformarsi in una grave crisi istituzionale.

  • Autore articolo
    Roberto Festa
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Immigrazione, non è facile battere Trump

Aeroporti pieni di manifestanti, a New York, Washington, Chicago, Boston, Los Angeles e San Francisco. Migliaia di persone che, dopo la Women’s March, sono tornate per le strade americane per protestare contro Donald Trump; in particolare, contro i suoi ordini esecutivi sull’immigrazione.

I dimostranti, e le associazioni per i diritti civili, hanno ottenuto un primo importante successo. Giudici a New York, Boston, Alexandria, Virginia, e Seattle, hanno bloccato le norme introdotte da Trump – che, lo ricordiamo, sospendono la concessione del visto per gli Stati Uniti ai cittadini di sette Paesi a maggioranza musulmana: Iran, Iraq, Siria, Libia, Sudan, Somalia, Yemen.

Le sentenze dei giudici sono diverse. L’ordine della giudice di New York impedisce la deportazione delle persone arrivate negli Stati Uniti con un visto regolare ma che erano in volo quando Trump ha emanato le nuove norme. L’ordine del giudice di Boston è più simpatetico nei confronti dei diritti degli immigrati: non si impone soltanto lo stop alla loro deportazione, ma anche la loro liberazione (per questo i gruppi per i diritti umani consigliano a chi dovesse partire nelle prossime ore di atterrare all’areoporto Logan di Boston, città che ha scelto una giurisprudenza più favorevole a chi entra negli Stati Uniti).

Detto questo, registrata una prima importante vittoria per l’American Civil Liberties Union e per chi si oppone alle nuove regole in materia di immigrazione, bisogna chiedersi cosa succederà ora. Ci sono possibilità che gli ordini esecutivi di Trump vengano rigettati dai tribunali americani? Ci sono elementi che fanno sperare che una vittoria temporanea si trasformi in trionfo definitivo?

Qui la risposta è molto meno certa – e probabilmente meno favorevole ai diritti degli immigrati. Tutte le sentenze emesse in questi giorni dai giudici riguardano infatti i cittadini provenienti dai sette Paesi sospettati di legami terroristici che si trovavano in volo per gli Stati Uniti al momento dell’emanazione degli ordini di Trump. Le sentenze, dunque, non valgono per chi nel futuro intende arrivare sul suolo americano da uno dei sette Paesi incriminati.

Lo ha detto molto bene un portavoce dell’amministrazione Trump nelle scorse ore: “Gli ordini esecutivi riguardano il passato e non sono retroattivi. L’obiettivo degli ordini è prevenire la distribuzione di altri visti prima che nuove e più responsabili misure di controllo siano messe in atto”.

Tradotto: quello che davvero ci interessa non sono le 100-200 persone su cui si è scatenata la battaglia legale di questi giorni (che sono appunto quelle che si trovavano in volo); quello che ci interessa è fare in modo che nel futuro non vengano distribuiti nuovi visti ai cittadini di Iran, Iraq, Libia, Siria, Somalia, Sudan e Yemen.

Sicuramente, come ha spiegato Lee Gelernt dell’American Civil Liberties Union, i gruppi per i diritti civili intendono mettere in discussione le nuove regole nel loro insieme: “Le cause iniziali non riguardano tutti coloro che possono e potranno essere interessati dagli ordini esecutivi, ma sono soltanto il primo passo per una messa in discussione complessiva del nuovo impianto in tema di immigrazione”.

Su questa “messa in discussione complessiva”, e sulla possibilità che possa concludersi con una vittoria per l’American Civil Liberties Union, ci sono però molti più dubbi. L’amministrazione Trump, a giustificazione dei suoi ordini esecutivi, si è infatti basata su una legge del 1952, che dà al presidente degli Stati Uniti la facoltà di bandire “ogni classe” di immigrazione da un certo Paese, se ciò venga considerato “a detrimento degli interessi degli Stati Uniti”.

E’ vero che una legge del Congresso del 1965 stabilisce che nessuno, nemmeno il presidente, possa discriminare “sulla base di razza, sesso, regligione, luogo di nascita o di residenza”. Ma questa legge è di solito applicata ai nati sul suolo americano o a stranieri che si trovano sul suolo americano; i tribunali hanno raramente accordato diritti costituzionali a stranieri che si trovano all’estero ( com’è il caso di chi chiede un visto per arrivare negli Stati Uniti).

Anche la possibilità di attaccare la costituzionalità dell’ordine esecutivo perché discriminatorio nei confronti degli appartenenti alla religione musulmana sarà perseguita – ma con le stesse scarse possibilità di successo. Il Council on American Islamic Relations ha per esempio annunciato che presenterà una denuncia, appellandosi proprio al tema della discriminazione.

Donald Trump, e i responsabili dell’amministrazione, hanno però ripetuto che questi ordini esecutivi non sono diretti contro i musulmani. “A voler essere chiari – ha detto Trump – questo non è un bando contro i musulmani, come la stampa falsamente dice. Questa è una misura che riguarda il terrorismo e che vuole tenere il nostro Paese al sicuro. Ci sono oltre 40 Paesi nel mondo che sono a maggioranza musulmana e che non sono interessati dal mio ordine. Torneremo a distribuire i visti una volta che avremo rivisto e implementato politiche più sicure, entro i prossimi 90 giorni”.

Come la questione della costituzionalità della misura, anche quella della discriminazione anti-musulmana sarà quindi difficile da dimostrare. E comunque la possibilità più concreta è che si vada verso una battaglia legale lunga, tortuosa, durante la quale i cittadini provenienti dai Paesi sospettati di legame terroristici verranno comunque discriminati e gli sarà impedito l’arrivo negli Stati Uniti.

Prepariamoci, dunque, a leggere e ascoltare nuove storie su famiglie divise, progetti di vita spezzati, percorsi senza senso e prospettiva a cavallo dei confini.

  • Autore articolo
    Roberto Festa
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Trump: “Un muro con il Messico. Subito”

Donald Trump, nel firmare l’ordine esecutivo che fa partire la costruzione del muro con il Messico, ha detto che gli Stati Uniti si trovano nel mezzo di una “crisi epocale” a causa dell’immigrazione. “La costruzione inizierà immediatamente – ha spiegato il presidente -. Ne abbiamo bisogno in modo così disperato. Voi tutti sapete quale aiuto può portare un muro”.

Collegato all’ordine esecutivo sul muro, Trump ne ha firmato un altro, che prevede il taglio dei finanziamenti federali a quelle città, definite “sanctuary cities”, che non seguono le direttive del governo federale in tema di immigrazione. Tra queste ci sono New York, Los Angeles, Denver, Chicago, Washington D.C., restie soprattutto a consegnare gli illegali agli agenti federali per la deportazione.

La firma dei due ordini esecutivi si è svolta nell’edificio del Department of the Homeland Security; un contesto che è servito a Trump per riaffermare, anche simbolicamente, la sua lotta contro l’immigrazione illegale. Oltre le prese di posizione simboliche, e le dichiarazioni di facciata, è però interessante capire quanto realistica è davvero la costruzione del muro.

A parte problemi politici non indifferenti – nelle stesse ore in cui Trump firmava l’ordine, Luis Videgaray, il ministro degli esteri messicano, arrivava a Washington per colloqui; Videgaray ha già fatto sapere che la scelta di costruire un muro potrebbe influire sulla rinegoziazione del Nafta – sono soprattutto le questioni economiche e logistiche a costituire un problema non indifferente.

Anzitutto, c’è il tema di chi pagherà per il muro. In campagna elettorale, Trump ha spesso detto che il muro l’avrebbero pagato i messicani. Di fronte al netto no del presidente Enrique Peña Nieto, Trump e i suoi hanno rivisto la proposta. Il muro verrà pagato con i soldi dei contribuenti americani, che però dovrebbero solo anticipare la spesa. Questa, come ha ripetuto Trump in un’intervista trasmessa in queste ore da ABC, sarà alla fine “rimborsata al 100 per cento dai messicani… attraverso qualsiasi transazione che noi faremo con il Messico”.

Lo stesso Trump, nei mesi scorsi, ha fatto anche balenare i modi in cui questo rimborso potrebbe essere effettuato: si pensa a forme di tassazione più alta per le merci che entrano negli Stati Uniti dal Messico; o imposte più alte sulle rimesse che i messicani che vivono e lavorano negli Stati Uniti mandano nel Paese d’origine. Ma, appunto, non si tratta di una certezza. Si tratta di una promessa di Trump, che chiede di credere alla sua parola senza che vi sia nulla di stabilito con il governo messicano.

C’è poi l’enorme problema dei costi del progetto. Anche qui, Trump la fa molto facile. Il nuovo presidente ha previsto una spesa di 8-10 miliardi di dollari. Il Government Accountability Office ha da parte sua spiegato che ogni miglio di muro di frontiera dovrebbe costare tra i 2,8 e i 3,9 milioni di dollari ogni miglia “su un terreno pianeggiante” (le miglia del confine sono 2000). Ma il terreno, come vedremo, non è pianeggiante e le difficoltà di costruzione saranno imponenti.

Stime più realistiche parlano di una spesa di circa 30 miliardi di dollari. Per un’opera di questo tipo, saranno infatti necessari almeno 4 miliardi di dollari in cemento e 6 miliardi di dollari in acciaio (che dovranno essere trasferiti in zone spesso poco ospitali o inaccessibili). Un’opera di questo tipo necessiterà ovviamente di anni di lavoro – almeno 5 – e di una manodopera di 40mila persone. La cosa paradossale è che saranno proprio compagnie messicane – per esempio Cemex – a fornire uomini, materiali, mezzi per la costruzione. E quindi saranno i messicani ad arricchirsi.

Per finire, c’è poi il tema delle difficoltà logistiche. Il confine tra Stati Uniti e Messico attraversa aree metropolitane come El Paso–Ciudad Juarez e San Diego-Tijuana; zone rurali, fiumi, deserti, catene montuose e parchi nazionali. Non sarà facile costruire una struttura omogenea su un territorio così diverso. Delle circa 2000 miglia di confine, 653 sono peraltro già in qualche modo dotate di reticolati e sistemi di protezione costruiti a partire dalla fine degli anni Novanta e implementati durante le amministrazioni di George W. Bush e Barack Obama. Anche qui, si tratterà di uniformare il muro già esistente con quello in costruzione.

Infine, esiste già un accordo firmato da Stati Uniti e Messico nel 1970, che stabilisce cosa è possibile costruire e cosa no al confine. Per esempio, sul confine non è possibile elevare alcuna struttura che blocchi il regolare corso dei fiumi. E tutta la frontiera tra Texas e Messico è segnata da un fiume, il Rio Grande.

Il muro può dunque essere “un grande, bellissimo muro”, secondo l’espressione di Donald Trump. Molto difficile, e faticoso, sarà però costruirlo.

  • Autore articolo
    Roberto Festa
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Donald Trump: “Via i trattati di commercio”

“Il messaggio è soprattutto uno. Compra americano. Assumi lavoratori americani“.

La frase è stata pronunciata da Donald Trump durante il suo discorso di inaugurazione. Puntuale, è arrivata la messa in pratica. Con un ordine esecutivo, il nuovo presidente cancella il TPP, la Trans Pacific Partnership, il trattato di commercio tra i Paesi che si affacciano sul Pacifico, che era stato per anni negoziato da Barack Obama con il consenso e l’appoggio convinto dei repubblicani – e che non era ancora stato approvato dal Congresso.

Stessa cosa avviene con il Nafta, il North American Free Trade Agreement negoziato da George HW Bush e firmato da Bill Clinton nel 1994 (anche questo accolto da un consenso bipartisan di democratici e repubblicani). Trump intende rinegoziarlo insieme al primo ministro canadese Justin Trudeau e al presidente messicano Enrique Peña Nieto, allargando la discussione “alle questioni dell’immigrazione e della sicurezza ai confini”.

Si tratta, da parte di Trump, di un modo per ripagare l’appoggio elettorale che gli hanno dato i settori della working class di Michigan, Wisconsin, Ohio. Una decisione che però rischia di mettere Trump in conflitto aperto con i repubblicani dei Congresso, che invece in questi anni hanno sempre appoggiato in modo convinto i trattati di commercio internazionale.

Una prima reazione di Paul Ryan, lo speaker della Camera, è comunque prudente. “Il presidente Trump non ha perso tempo a tener fede alle sue promesse”, ha detto Ryan, inizialmente un convinto sostenitore del TPP – tanto da appoggiare con convinzione i i tentativi di approvarlo da parte di Barack Obama -, in seguito più tiepido e elusivo.

Del resto, la richiesta forte di isolazionismo commerciale, che la candidatura di Trump ha raccolto e rilanciato, ha presto gettato una luce poco positiva sul TTP. La stessa Hillary Clinton, che da segretario di stato ha negoziato il patto, aveva espresso la preoccupazione che il TPP portasse benefici alle corporation a spese di lavoratori e ambienti.

Incontrando alcuni rappresentanti del mondo degli affari alla Casa Bianca a inizio mattinata di lunedì, Trump aveva in qualche modo anticipato le sue decisioni: “Vogliamo riportare l’industria manifatturiera nel nostro paese… Vogliamo tornare a fare i nostri prodotti, non vogliamo importarli, vogliamo farli qui. Questo non significa che non vogliamo commerciare. Vogliamo commerciare, ma vogliamo fare le cose nostre a casa nostra”.

Gli ordini esecutivi sul commercio non sono gli unici decisi da Trump nel suo primo giorno di lavoro. Trump ha anche deciso di bloccare le assunzioni di impiegati federali e ogni aumento di stipendio – altra promessa fatta in campagna elettorale. E, ancora, Trump ha reintrodotto un bando, che c’era già ai tempi di George W. Bush, per bloccare il finanziamento a quegli organismi internazionali che praticano aborti o danno informazioni sull’aborto.

Nel complesso, si tratta chiaramente di una serie di provvedimenti che come previsto intendono smantellare l’eredità di Barack Obama.

  • Autore articolo
    Roberto Festa
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Barack Obama: “Yes we can. Yes we did”

Yes we can. Yes we did. Sì, possiamo. Sì, ce l’abbiamo fatta.

Così Barack Obama ha salutato il suo popolo, accorso al McCormick Center di Chicago per dirgli addio.

E’ stato un discorso in cui per una sola volta è stato citato il nome di Donald Trump, il suo successore; ma è stato un discorso in cui Obama ha messo in guardia contro le minacce che la democrazia americana correrà nei prossimi anni: spaccatura tra chi ha troppo e chi non ha; persistenza dei pregiudizi razziali – “sono stato indicato come il primo presidente dell’America post-razziale – ha detto Obama – non era vero, la race, la razza, continua a contare”.

E poi Obama ha lanciato l’allarme contro l’incapacità di guardare i fatti, la realtà, di seguire la scienza, ciò che sta mettendo a rischio il clima del pianeta. E infine, l’ultima minaccia, l’apatia, che rischia di allargarsi e che è la minaccia più potente e terribile ai principi democratici.

L’aspetto forse politicamente più forte del discorso è stato quando Obama ha collegato la questione delle divisioni razziali a quella delle diseguaglianze economiche e al senso di incertezza che molti americani provano. “La race rimane una forza potente e divisiva nella nostra società – ha spiegato Obama, legando la questione razziale a quella della giustizia sociale -. Devono cambiare i nostri cuori… Per i neri e per le altre minoranze si tratta di collegare i nostri sforzi per ottenere giustizia allo sforzo di tante altre persone in questo Paese – i rifugiati, i migranti, i poveri nelle zone rurali, la gente trasgender, ma anche l’uomo bianco di mezza età, che dall’esterno può essere percepito come colui che ottiene tutti i vantaggi ma che, anch’esso, vede il suo mondo travolto dal cambiamento economico, culturale e tecnologico”.

Riconosciuta la realtà della crisi – esistenziale ancor prima che economica e sociale – che ha condotto molti dell’America più profonda a votare per Donald Trump, Obama ha però rivendicato la necessità che questa stessa America faccia un profondo esame di coscienza. “Per i bianchi americani si tratta di riconoscere che gli effetti della schiavitù e del sistema Jim Crow non sono improvvisamente svaniti negli anni Sessanta; che quando le minoranze esprimono il loro scontento non stanno soltanto dando fiato a un razzismo al contrario o a una richiesta di correttezza politica; che quando protestano in modo pacifico, non stanno chiedendo un trattamento speciale, ma il trattamento egualitario che i nostri fondatori hanno promesso”.

Il momento forse più emozionante della serata, quello in cui lo stesso Obama si è commosso, è stato quando il presidente si è rivolto direttamente alla moglie. “Michelle LeVaughn Robinson, figlia del South Side di Chicago, sei stata non soltanto mia moglie e la madre dei miei figli. Sei stata la mia migliore amica. Hai assunto un ruolo che non hai chiesto e lo hai fatto con la grazia, il coraggio, lo stile, il buon umore che ti contraddistingue. Hai reso la Casa Bianca un posto che appartiene a tutti. E una nuova generazione mira più in alto, perché ha in te il suo modello. Mi hai reso pieno di orgoglio. Hai riempito di orgoglio questo Paese”.

[youtube id=”hNVr4p5ijJ4″]

E’ stato un discorso che avrebbe dovuto essere, per molti democratici, un momento di gioia e nostalgia, per un presidente che lascia la propria eredità all’America. E’ stato invece un discorso intriso dei timori e delle incertezze che una buona parte d’America sente per il futuro.

Ma è stato anche un appello all’azione, un modo per affrontare i prossimi quattro anni con speranza e fede nel cambiamento. La democrazia ha bisogno di voi, ha detto Obama, “non soltanto quando c’è un’elezione, non soltanto quando è in gioco il vostro interesse particolare, ma per tutto il corso delle vostre vite… Se siete delusi per chi è stato eletto, per i vostri rappresentanti, raccogliete le firme, presentatevi alle elezioni. Scendete in strada. Perseverate. Certe volte vincerete. Altre perderete. In molti casi la vostra fede nell’America – e negli americani – verrà confermata”.

Come a dire, ritornando ancora alle parole slogan utilizzate da Obama nella campagna elettorale di otto anni fa, che la hope, la speranza, non basta. Il change, il cambiamento, c’è solo attraverso l’impegno.

  • Autore articolo
    Roberto Festa
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

I poteri forti dietro Donald Trump

Doveva essere l’amministrazione capace di rivendicare i diritti dei “dimenticati”, di quei settori di working class più toccata dalla crisi. In realtà, l’amministrazione di Donald Trump, che si sta lentamente componendo, è in assoluto quella più vicina al grande business americano.

Accanto alla scelta di diversi generali, che gli assicurano l’appoggio dell’apparato militar-industriale (James Mattis alla Difesa, Michael Flynn come National Security Advisor, John Kelly a capo del Dipartimento alla sicurezza nazionale), Trump si sta muovendo per far entrare nel suo governo uomini e donne ai vertici del mondo degli affari e dell’industria e con patrimoni personali milionari.

Tra questi, oltre ovviamente a Trump stesso, ci sono la segretaria all’educazione Betsy DeVos, quello al Commercio Wilbur Ross, banchiere specializzato nel comprare, ristrutturare e poi rivendere fabbriche d’acciao e vecchie miniere in crisi. E ancora colui che sarà il suo vice, Todd Ricketts, il co-proprietario dei Chicago Cubs, e Rex Tillerson, CEO di ExxonMobil, e Gary Cohn, numero due di Goldman Sachs, nominato direttore del National Economic Council.

Ciò che appare piuttosto evidente, a questo punto, è soprattutto una cosa: se Donald Trump è stato, per buona parte della campagna elettorale, il “candidato ai margini”, l’outsider su cui nessuno dei poteri forti pensava di puntare, oggi le cose si sono decisamente ribaltate. Quegli stessi poteri forti si sono rapidamente coalizzati attorno a Trump e si preparano a governare con un grado di compattezza e decisione sconosciute alle amministrazioni precedenti (nemmeno George W. Bush, probabilmente, è riuscito a mettere insieme un’amministrazione così pro-business).

Ma vediamo come il mondo economico USA può godere delle politiche della nuova amministrazione.

WALL STREET – L’amministrazione di Donald Trump segna il ritorno di Goldman Sachs ai vertici di un’amministrazione USA. E’ un ex uomo Goldman Steven Mnuchin, nominato segretario al Tesoro; e Gary Cohn, diventato direttore del National Economic Council (l’organo incaricato di pianificare le strategie economiche), è attualmente Chief Operating Officer (COO) di Goldman. Con loro, ci sono nella nuova amministrazione altri ex uomini Goldman Sachs: è stato un banchiere della banca Stephen K. Bannon, guida e ispiratore del sito di estrema destra Breitbart News e ora chief strategist di Trump. Ed è stato un banchiere di Goldman anche Anthony Scaramucci, consigliere chiave del transition team che prepara la nuova amministrazione.

Non si tratta ovviamente di nulla di nuovo. Venivano da Goldman Sachs Rahm Emanuel, il primo chief of staff di Barack Obama, e Gregory Craig, uno dei primi consiglieri del presidente democratico. Ma è un fatto che la crisi finanziaria del 2008 e l’approvazione della Dodd-Frank, che regolava l’attività dei mercati e poneva una serie di norme di trasparenza per le banche, aveva attenuato l’influenza di Wall Street e del grande mondo finanziario alla Casa Bianca.

L’ascesa di Trump alla Casa Bianca cambia tutto. Il presidente eletto, in campagna elettorale, aveva usato tutt’altra retorica: di attacco, critica, polemica, contro Goldman Sachs e tutta l’élite finanziaria. In uno spot trasmesso nei giorni conclusivi della campagna, Trump metteva in guardia contro “una struttura di potere globale che è responsabile delle decisioni economiche che hanno derubato la nostra working class, privato il nostro paese della sua ricchezza e messo quel denaro nelle tasche di un manipolo di grandi corporations ed entità politiche”. Le parole erano accompagnate dall’immagine di Lloyd C. Blankfein, CEO di Goldman Sachs e amico strettissimo di Cohn.

Non è più così. La promessa, ora, è quella di smantellare il più possibile le regolamentazioni imposte dalla Dodd-Frank. I mercati hanno già reagito favorevolmente. Deutsche Bank segnala un “macro environment favorevole” e invita a comprare titoli bancari. Goldman Sachs, in particolare, aumenta il valore delle proprie azioni del 34 per cento (mai così alto negli ultimi otto anni) e una serie di suoi alums, vecchi alunni, entrano dalla porta principale nel nuovo governo.

PETROLIORex Tillerson, CEO di ExxonMobil, diventerà, a meno di clamorose sorprese e di un’opposizione tra gli stessi repubblicani, segretario di stato. Soltanto questa nomina mostra quanto amichevoli saranno i rapporti tra l’industria petrolifera (e del gas) e un presidente che non ha mai nascosto la sua volontà di rilanciare produzione e consumo di combustibili fossili, allargando trivellazioni ed estrazione del carbone.

L’industria petrolifera ha però avuto modo di festeggiare anche per la nomina a segretario all’Energia di Rick Perry, l’ex governatore repubblicano del Texas che, nel passato, voleva cancellare proprio il Dipartimento all’Energia. “Perry conosce l’impatto della produzione energetica nella nostra economia”, ha commentato Jack Gerard, presidente dell’American Petroleum Institute.

Perry non crede alla tesi dei cambiamenti climatici. Come peraltro non crede ai cambiamenti climatici anche Scott Pruitt, l’uomo che Donald Trump ha chiamato a dirigere l’Environmental Protection Agency (EPA), l’organo che si occupa di protezione ambientale e salute pubblica. Pruitt ha detto di voler guidare questa agenzia del governo in modo da contemperare “protezione dell’ambiente e libertà per il mondo degli affari americano”. Tradotto: Pruitt vuole smantellare gran parte delle leggi fatte approvare negli otto anni di Barack Obama.

Gli obiettivi di Trump, Perry, Pruitt e del mondo industriale e degli affari che sta dietro ai nuovi padroni della politica americana potrebbero andare anche al di là dello smantellamento delle misure fatte approvare da Obama – in particolare il “Clean Power Plan”, la legislazione fatta approvare da Barack Obama nel 2015 e che mira a ridurre del 32 per cento le emissioni inquinanti di diossido di carbonio entro il 2040. L’obiettivo potrebbe essere più ambizioso e dirigersi contro il “Clean Air Act”, la legge ambientale più importante mai approvata negli Stati Uniti, confermata e allargata proprio da un presidente repubblicano, George H. Bush. Trump potrà emettere ordini esecutivi o cancellare ordini emessi dal suo predecessore in tema ambientale. Avrà l’autorità per interpretare la legislazione esistente, incluso appunto il “Clean Air Act”; potrà agire, in collaborazione con Pruitt, per regolare la produzione di energia e il rilascio di nuove concessioni e permessi.

Il tutto, ovviamente, con grande soddisfazione per l’industria petrolifera e del gas.

SILICON VALLEY – E’ il settore più a rischio, dopo la vittoria elettorale di Trump.

I rapporti tra il futuro presidente e i colossi dell’high-tech non sono mai stati particolarmente calorosi. Gli executives della Silicon Valley hanno, nella quasi totalità, finanziato la campagna di Hillary Clinton e restano ancora oggi lontani dal futuro presidente. Non c’è nessuno tra questi che abbia assunto un ruolo di primo piano nell’amministrazione di Trump.

Mercoledì il presidente eletto ha ricevuto una delegazione. C’erano Travis Kalanick di Uber, Elon Musk di Tesla, Sheryl Sandberg di Facebook, Eric Schmidt e Larry Page di Alphabet. “Ragazzi, vi voglio aiutare a fare bene”, ha detto Trump durante l’incontro. Nonostante le assicurazioni, restano diverse incognite. Le società dell’alta tecnologia sono quelle che risulterebbero più penalizzate dalle misure che Trump ha annunciato in tema di immigrazione.

Gran parte di queste contano sui visti H-1B, che permettono di assumere lavoratori stranieri altamente specializzati. Su questo tipo di visti, le posizioni di Trump sono state particolarmente vaghe. In un dibattito in marzo, Trump disse di “voler assolutamente tenere i cervelli nel nostro Paese”. Una settimana più tardi, il futuro presidente spiegava che i visti per lavoratori stranieri sono “male, molto male per i nostri lavoratori”. Secondo alcuni, le posizioni del presidente sono ancora cambiate e Trump potrebbe voler usare i proventi sui visti per lavoratori stranieri ad alta specializzazione per finanziare il suo “muro” al confine meridionale.

Comunque sia, l’incertezza non lascia tranquilli gli executives di Silicon Valley, che mantengono una certa distanza. “C’è stato qualcosa che è venuto fuori da questa amministrazione che ci dà ragioni di incoraggianento? Francamente, la risposta è no”, ha detto Derrick Seaver, vice presidente della San Jose Silicon Valley Chamber of Commerce.

  • Autore articolo
    Roberto Festa
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Presidenziali. Lo sprint finale

Ultimo week end prima del voto.

I due candidati sono impegnati nello sprint finale, con una serie di comizi negli Stati contesi. Donald Trump, com’è sua tradizione, fa tutto da solo, con il sostegno minimo di familiari e amici politici (la moglie Melania ha tenuto un rally isolato in Pennsylvania e hanno parlato a suo favore in qualche comizio Newt Gingrich e Rudy Giuliani). Per il resto, nelle prossime ore, il candidato repubblicano sarà in Iowa, Minnesota, Michigan, Pennsylvania, Virginia, Florida, North Carolina, New Hampshire.

Stesso programma fitto di appuntamenti anche per Hillary Clinton, che però conta su un’ampia schiera di surrogates, Bill e Chelsea Clinton, e poi Bernie Sanders, Elizabeth Warren, Michelle e Barack Obama, Joe Biden, e ancora la massa di artisti e cantanti che hanno dichiarato il loro appoggio per Clinton e che proprio come i politici girano di comizio in comizio cercando di conquistare voti: Beyoncé, Jay Z, Katy Perry, Cher, Bon Jovi, Stevie Wonder, Jennifer Lopez.

Le ultime ore hanno portato una serie di notizie positive per Hillary Clinton – e altre invece che destano qualche preoccupazione. Iniziamo dalle positive. Circa 34 milioni di persone hanno sinora votato nell’early voting, il voto anticipato. In Florida hanno già espresso la loro preferenza oltre 5 milioni di elettori, il 52 per cento in più rispetto al 2012. Hanno votato 700 mila persone in Nevada, più di due milioni e mezzo in North Carolina. In Florida c’è stato un eccezionale afflusso di ispanici. Anche il North Carolina, che in primo tempo suscitava preoccupazioni (qui Obama è tornato con molti comizi, sino a un incontro affollatissimo alla University of North Carolina), pare avere imboccato una strada più favoravole ai democratici. Migliaia di afro-americani stanno recandosi ai seggi: in misura minore rispetto al 2012, quando il candidato era Obama, ma comunque in numero sufficiente da far ben sperare i democratici.

Sapremo alla fine di questo week end come è andato l’early voting. E’ però evidente che una maggiore affluenza al voto è un dato sicuramente positivo per Hillary Clinton. Dai singoli Stati arrivano però notizie non sempre buone. Alcuni tra questi, che sino a qualche giorno fa sembravano sicuri per i democratici, non lo sono più. In Pennsylvania, Clinton dovrebbe essere avanti di tre punti (dati di Fivethirtyeight); era avanti, due settimane fa, di nove punti. Il vantaggio democratico si sta erodendo anche in Michigan, in Colorado, in New Mexico. Il vero campanello d’allarme è però stato rappresentato dal New Hampshire. Qui Clinton per settimane ha potuto godere di un solido vantaggio. Gli ultimi numeri sono preoccupanti, con due sondaggi che danno la partita in parità o addirittura a favore di Trump.

Questo fa sì che Clinton e i suoi siano costretti a riaprire la sfida dove pensavano di averla già chiusa. Tim Kaine torna in Wisconsin. Bernie Sanders va in Colorado. Joe Biden e Chelsea Clinton girano la Pennsylvania (e l’ultimo grande evento della campagna, Hillary e Bill Clinton insieme a Michelle e Barack Obama, si terrà a Philadelphia). Clinton batte in modo incessante soprattutto la Florida. Nella notte tra lunedì e martedì, a poche ore dall’apertura dei seggi, terrà un midnight rally a Raleigh, North Carolina.

Vale comunque la pena di aggiungere che – dopo l’arretramento di Clinton per la riapertura dell’inchiesta dell’FBI sulle mail – la situazione si è stabilizzata. Clinton, su base nazionale, è avanti di un paio di punti: 1,7, secondo la media di un sito specializzato, Real Clear Politics. Secondo le stime più realistiche, Clinton si trova a questo punto a 268 voti elettorali – contando gli Stati che sono sicuramente democratici e quelli che invece sono orientati verso i democratici: Virginia, Colorado, Michigan.

Il numero fatidico per conquistare la presidenza è, come sappiamo, 270. A Clinton mancano quindi due voti, che potrebbe trovare in uno degli Stati contesi: Arizona (11 voti), Nevada (6 voti), Florida (29 voti), New Hampshire (4 voti), North Carolina (15 voti). Trump, per vincere, dovrebbe invece aggiungere tutti gli Stati contesi ai 204 voti su cui al momento può contare. Per questo la sua strada alla vittoria, oggi, appare più complicata rispetto a quella di Clinton.

  • Autore articolo
    Roberto Festa
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Gli ultimi sondaggi: Trump avanti su Clinton

C’erano centinaia di persone, ieri sera, al comizio di Bernie Sanders a sostegno di Hillary Clinton in una high school di Portland, Maine.

C’era entusiasmo per il senatore. C’erano i suoi sostenitori, molti giovani, universitari. C’erano i temi tradizionali del suo discorso politico: la necessità di una maggiore eguaglianza sociale, la polemica contro l’1 per cento della popolazione statunitense che si appropria di gran parte delle ricchezze del Paese. E, ancora, la richiesta del college pubblico gratuito, dell’allargamento dell’assistenza sanitaria, dell’aumento tra i minimi salariali.

Tra i militanti di Sanders, e tra i tanti democratici pro-Hillary venuti ad ascoltarlo, c’era però anche preoccupazione. Gli ultimi sondaggi non sono positivi per Hillary Clinton.

Un rilevamento ABC NEWS Washington Post dà Trump in vantaggio di un punto, 46 contro 45. Due swing states fondamentali, Ohio ma soprattutto Florida, sembrano pendere ormai dalla parte del repubblicano. Anche il North Carolina, dove i neri non stanno votando con il voto anticipato come fecero nel 2008, mostra una dinamica pro-Trump.

Per Clinton non sono comunque tutti dati negativi. Più di 23 milioni di persone hanno già votato, e questo è un segno confortante per i democratici, che hanno una macchina di partito più rodata e più capace di portare la gente a votare. E ci sono altri stati contesi, New Hampshire, Colorado, Virginia, Pennsylvania, dove il vantaggio dei democratici è solido.

Proprio la macchina del partito si è messa in queste ore potentemente in moto. Bill Clinton e Joe Biden tengono comizi tra l’elettorato di Ohio e Florida, dove prevale la classe media e la working-class bianche, più sospettose nei confronti di Clinton. Barack Obama andrà venerdì per due comizi in North Carolina. E Bernie Sanders percorre il Nord e l’Ovest, per intercettare ancora una volta l’elettorato bianco.

La speranza democratica è che questa mobilitazione riesca a bloccare l’ultimo disperato tentativo di rimonta di Trump.

  • Autore articolo
    Roberto Festa
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Clinton e i democratici attaccano l’FBI

Hillary Clinton contrattacca.

In un comizio a Daytona Beach, in Florida, la candidata democratica dice che la mossa dell’FBI, che ha riaperto l’inchiesta sulle sue mail, è “senza precedenti e profondamente preoccupante“.

Il giorno dopo l’annuncio del direttore dell’FBI James Comey – che ha informato il Congresso che nuove mail inviate da Clinton quand’era segretaria di stato sono state trovate su un computer portatile condiviso da Huma Abedin, collaboratrice di Clinton, e dal suo ex marito Anthony Wiener, sotto inchiesta per dei messaggi erotici scambiati con una quindicenne – è tutto il partito democratico che cerca di superare lo shock e ripartire con la campagna.

Proprio Comey, un repubblicano nominato da Barack Obama alla guida dell’FBI, è il principale obiettivo degli attacchi democratici. John Podesta, il chair della campagna democratica, dice che l’annuncio di Comey è “ricco di allusioni ma privo di fatti” e questo è potenzialmente “distruttivo” a pochi giorni dal voto.

“Fornendo informazioni selezionate, Comey ha permesso agli avversari di distorcere ed esagerare in modo da infliggere un danno politico”, spiega Robby Nook, campaign manager di Clinton. La cosa che i democratici fanno notare è soprattutto una: perché avvisare il Congresso di un’indagine che non è stata formalmente aperta e che riguarda mail che nessuno all’FBI – per stessa ammissione di Comey – ha letto?

La strategia d’attacco della campagna Clinton è stata decisa con una conference call all’alba di sabato. L’annuncio dell’indagine ha del resto preso di sprovvista. “E’ come se ci si fosse abbattuto addosso un Tir“, ammette Donna Brazile, a capo del Comitato Nazionale democratico.

Le parole d’ordine, a questo punto, sono minimizzare, andare avanti come se niente fosse, soprattutto chiedere che l’FBI dia più notizie sul contenuto delle mail. Quattro senatori democratici –  Thomas R. Carper, Patrick J. Leahy, Dianne Feinstein e Benjamin L. Cardin – hanno anche chiesto a Loretta Lynch, l’attorney general, di dare più dettagli e precisare il numero di email ritrovate e quante tra esse sono già state esaminate nella precedente indagine, chiusa a luglio.

 

Sembra comunque che la furia democratica sia scoppiata soprattutto dopo l’emergere di un fatto. Il Dipartimento alla Giustizia, da cui l’FBI dipende, aveva chiesto esplicitamente a Comey di non avvisare il Congresso. Anzitutto perché l’FBI non commenta su indagini in corso. In secondo luogo perché una delle regole del Dipartimento alla Giustizia è di non interferire col processo elettorale. Comey ha deciso altrimenti, contro l’avviso del suo ministero. La decisione, dicono fonti del’agenzia federale, dipenderebbe dal timore di finire lui stesso, a sua volta, sotto inchiesta. Lo scorso luglio, al termine della prima indagine, Comey aveva testimoniato davanti al Congresso e spiegato che non c’erano altre mail di Clinton.

In attesa dei primi sondaggi che aiutino a capire se l’indagine dell’FBI ha avuto effetti sulle intenzioni di voto dell’elettorato, l’unico a esultare è Donald Trump, per una volta non oggetto diretto delle polemiche. Finalmente, dice, “giustizia è fatta“.

  • Autore articolo
    Roberto Festa
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Trump rifiuta di dire se accetterà il risultato

La minaccia è seria.

A domanda del giornalista-moderatore, Chris Wallace di Fox News: “Accetterà un’eventuale sconfitta?”, Donald Trump ha risposto: “Lo valuterò al momento. Vi terrò in uno stato di suspence”.

Lo scambio è avvenuto durante il terzo dibattito presidenziale tra Trump e Hillary Clinton alla University of Nevada di Las Vegas. Si è trattato di uno dei momenti più tesi di una serata tesa, tesissima, in cui ancora una volta Clinton e Trump si sono scambiati accuse e insulti.

Trump ha più volte chiamato Clinton “bugiarda”, ha detto che “c’è gente che per molto meno si trova in galera”. Lei ha definito Trump un “pupazzo” nelle mani di Putin.

La battuta di Trump sull’esito del voto è comunque sembrata, anche a molti tra i suoi, una caduta che ha compromesso l’intera serata. Sino a quel punto, il candidato repubblicano era infatti riuscito a mantenere una concentrazione sui programmi che non era emersa nei due primi dibattiti. Trump era apparso in controllo della situazione. Si era scontrato con Clinton su una serie di temi: Corte Suprema, armi e aborto, ringraziando laa National Rifle Association per aver appoggiato la sua campagna e spiegando di voler nominare alla Corte Suprema giudici contrari alla Roe v. Wade, la sentenza che ha legalizzato l’aborto negli Stati Uniti.

Che la serata potesse dimostrarsi favorevole a Trump era segnalato anche dall’imbarazzo di Clinton in almeno due occasioni. Il primo momento di difficoltà è venuto quando il moderatore Chris Wallace le ha fatto notare che in una delle sue conferenze private e profumatamente pagate (come rivelato nelle email pubblicate da Wikileaks), Clinton avrebbe detto di essere favorevole a “confini del tutto aperti”. La democratica prima ha balbettato una fragile scusa: “Mi riferivo al problema dell’energia”, poi ha cercato di virare la discussione sul tema delle email, accusando la Russia di cyber-spionaggio “per influenzare le elezioni americane”. Quindi, ha chiesto a Trump di “ammettere e condannare quello che i russi stanno facendo”. Trump si è limitato a dire di non conoscere Putin e che comunque “Putin mi rispetta più di quanto rispetti il presidente Obama o una possibile presidente Clinton”. “E’ perché vuole un pupazzo come presidente”, ha ribattuto secca Clinton.

L’altra occasione in cui Clinton è parsa in seria difficoltà è sul tema della Clinton Foundation. Alla domanda di Wallace su possibili conflitti di interesse tra il lavoro come segretario di stato e la fondazione, Clinton non ha risposto e si è lanciata nell’esaltazione dello “splendido lavoro fatto. Abbiamo aiutato milioni di malati di Aids, ne vado fiera”, ha spiegato. Per Trump, la Clinton Foundation è invece “un’organizzazione criminale. Perché avete preso soldi da Paesi come l’Arabia Saudita, che viola i diritti delle donne?”, ha chiesto polemicamente alla Clinton. E’ stato un altro momento in cui la candidata ha trasmesso un’impressione di scarsa trasparenza, di insincerità – ciò che resta il suo limite politico più grande.

Nonostante la nuova ondata di polemiche che con ogni probabilità la dichiarazione sull’esito del voto è destinata a suscitare, è probabile che il dibattito alla University of Nevada non cambi molto nelle dinamiche di questa campagna. Clinton a Las Vegas ha cercato di far risuonare una nota più positiva – in questa campagna segnata come non mai da dettagli sordidi e attacchi personali. Si è rivolta a “democratici, repubblicani e indipendenti”, ha dipinto un’America “più unita e solidale”. La democratica resta in vantaggio, secondo la quasi totalità dei sondaggi. Pendono ormai verso di lei gran parte degli swing states, gli Stati in bilico, ma anche in una serie di stati roccafrte dei repubblicani, Arizona, Utah, Alaska, è ormai un testa a testa.

Trump è impegnato soprattutto a rinsaldare la base elettorale conservatrice, parlando all’America più in difficoltà, all’America che non ha amato Obama e che ha paura del futuro. In più, ora, c’è la minaccia non riconoscere un’eventuale sconfitta: ciò che potrebbe approfondire la ferita profonda e le divisioni che questa campagna ha già provocato nel tessuto politico e civile degli Stati Uniti.

  • Autore articolo
    Roberto Festa
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Il confronto più cattivo

Non si ricorda, nella storia recente delle presidenziali USA, un dibattito così cattivo, pieno di dettagli sordidi e imbarazzanti.

Molte delle tensioni e delle questioni che per mesi hanno accompagnato la campagna sono infatti improvvisamente esplose. Davanti al pubblico della Washington University di St. Louis, Hillary Clinton e Donald Trump si sono pesantemente insultati e hanno messo in discussione il carattere, la personalità, la credibilità, il diritto di diventare presidente del rivale.

E’ stato soprattutto Trump che ha cercato di salvare la sua candidatura – dopo il video del 2005 che riporta alcune sue frasi pesantemente sessiste – attaccando Hillary Clinton e il marito Bill. Clinton è stata accusata di aver coperto le infedeltà di Bill e poi infangato le donne che lui ha aggredito. Le mie sono “chiacchiere da spogliatoio”, ha detto Trump, scusandosi per le parole registrate nel video ma al tempo stesso cercando di minimizzare quell’episodio. Bill Clinton ha però “abusato delle donne. Non c’è nessun altro nella storia politica americana che abbia abusato delle donne come Clinton. E Hillary Clinton ha attaccato quelle stesse donne – le ha attaccate in modo vizioso”.

Clinton ha replicato così: “Trump dice che quel video non lo rappresenta. Dice che non rappresenta il modo in cui lui guarda alle donne. In realtà, tutti noi sappiamo che quel video lo rappresenta molto bene”. Gli insulti sono proseguiti per tutta la serata. I due candidati si sono scambiati appellativi come “bugiardo”, “inaffidabile”, “incapace”, “inadatto a diventare presidente”.

Particolarmente teso è stato anche lo scambio sulla questione delle mail. Il tycoon repubblicano ha spiegato che Clinton dovrebbe “scusarsi” per le migliaia di mail inviate dal server privato quand’era segretaria di stato. Al tentativo di risposta di Clinton, Trump l’ha interrotta e le ha detto, ironicamente: “Oh, non le hai cancellate? E che fine hanno fatto le 15 mila mancanti?”. Alla fine, visibilmente esasperata, Clinton ha replicato: “OK, Donald. So che tu stasera sei in cerca di diversivi – qualsiasi cosa per evitare di parlare della tua campagna e del modo in cui sta esplodendo e dei repubblicani che ti mollano”. Trump non è apparso per nulla turbato. Ha minacciato di avviare una commissione d’inchiesta, nel caso diventi presidente, che arrivi anche a incarcerare Hillary.

La messa in discussione delle rispettive personalità è continuata per tutta l’ora e mezza del dibattito, moderato da Anderson Cooper di CNN e da Martha Raddatz di ABC News. E’ in politica da trent’anni e non ci sono risultati”, ha attaccato Trump, descrivendo la sua avversaria come una demagoga senza vera sostanza. “Amici, le sue sono parole, solo parole”, ha detto. Alcuni minuti più tardi, Trump ha ripetuto: “Parole, tutte parole e nessuna azione”. “Trump non si scusa mai davvero per niente” ha spiegato invece Clinton, facendo la lista delle provocazioni del tycoon: l’accusa a un giudice ispanico di pregiudizio su base etnica; la ridicolizzazione di un giornalista con un handicap fisico; i frequenti proclami sul fatto che Barack Obama non sia nato negli Stati Uniti. E ora, appunto, il video sessista.

Un’altra sfida molto tesa si è giocata sulla questione dell’Islam. Quando un membro del pubblico gli ha fatto una domanda sull’Islamofobia, Trump non ha risposto e ha usato il suo tempo per sostenere che i musulmani americani non segnalano alle autorità i terroristi nascosti nelle loro comunità. Trump ha anche attaccato Clinton e Barack Obama per non voler usare la frase: “terroristi islamici radicali”. Clinton a questo punto ha risposto accusando Trump di diffondere “una retorica demagogica sui musulmani” e ricordando la polemica che ha opposto il magnate repubblicano e la famiglia del capitano Humayun Khan, ucciso in Iraq. Trump ha definito Khan “un eroe americano” ma si è anche rifiutato di rigettare la proposta del bando ai musulmani che cercano di entrare negli Stati Uniti. “Definiamola una forma di controllo estremo”, ha spiegato Trump, che ha ancora accusato Clinton di sostenere un “enorme aumento nell’arrivo di rifugiati in America”. Al che, la candidata democratica ha replicato: “Non permetterò che in America entrino persone che possano costituire un pericolo”.

Insulti, agguati, colpi di scena sono continuati anche fuori del piccolo palco del confronto televisivo. Poco prima del dibattito, Trump ha convocato una conferenza stampa a St. Louis e si è presentato con tre donne – Paula Jones, Juanita Broaddrick e Kathleen Willey – che accusano Clinton di averle aggredite sessualmente. Le tre sono state poi raggiunte da una quarta, Kathy Shelton, che aveva 12 anni quando fu stuprata da un uomo di 41 anni, che Hillary Clinton difese come avvocata. La conferenza stampa è stata anche trasmessa su Facebook Live. “Mr. Trump può aver detto alcune brutte parole – ha detto la Broaddrick -, ma Bill Clinton mi ha stuprata e Hillary Clinton mi ha minacciata. Non penso sia nemmeno possibile fare un paragone”.

In definitiva, si è trattato di un dibattito in cui Trump ha cercato di far dimenticare le recenti polemiche con una strategia tutta d’attacco, che ha puntato a riversare su Clinton un fiume di accuse e di insinuazioni. In alcuni momenti la strategia è parsa funzionare. La candidata democratica, spesso interrotta, non è riuscita a trovare il filo del ragionamento politico e ha subito gli attacchi di Trump. I sondaggi dei prossimi giorni diranno se la strategia di Trump ha funzionato. Per ora, sicuramente, si può dire che Trump è riuscito a rinforzare ed energizzare la sua base conservatrice.

  • Autore articolo
    Roberto Festa
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Clinton convincente, Trump meno grintoso

Sei un razzista. Fai la santarella.

Sono alcuni degli epiteti che Hillary Clinton e Donald Trump si sono scambiati nel primo dei confronti presidenziali, tenuto alla Hofstra University di Long Island. E’ stato un dibattito acceso, che ha toccato temi diversi: l’economia, la politica internazionale, le tensioni razziali, il terrorismo, il commercio (non l’immigrazione, che è stato sinora uno dei pilastri della strategia elettorale di Trump).

Il repubblicano ha parlato per circa 46 minuti, contro i 41 di Clinton.

Forse la stoccata più convincente Trump l’ha assestata quando ha ricordato che Clinton era a favore della Trans-Pacific Partnership, il trattato di commercio internazionale che avrebbe condotto alla perdita di milioni di posti di lavoro per gli americani. L’accenno è servito a rafforzare l’appello di Trump a quei settori di classe lavoratrice impoveriti dalla crisi di questi anni e cui lui affida molte delle sue speranze di vittoria negli Stati della Rush Belt.

Clinton ha risposto attaccando la “trickle-down economics”, la proposta economica di Trump che mira a una serie di tagli alle tasse tali da favorire i più ricchi. La candidata ha proposto tagli alle tasse per la classe media, investimenti nelle infrastrutture, un aumento dei minimi salariali federali e il rispetto dell’eguaglianza salariale per le donne.

Altro momento acceso del dibattito si è scatenato sulla questione delle tasse. Clinton ha attaccato la scelta di Trump di non rendere pubblica la sua dichiarazione delle tasse. “Forse vuole nascondere finanziamenti illeciti dall’estero, o tasse non pagate al governo federale”, ha detto.

Trump ha cercato di ribaltare sull’avversaria l’accusa di scarsa trasparenza. “Renderò pubblica la mia dichiarazione delle tasse quando lei produrrà le 30 mila email che sono state cancellate dal server privato” usato quand’era segretario di stato. Clinton, che ha preparato accuratamente questo dibattito e che si aspettava con ogni probabilità l’attacco, ha evitato di accampare le giustificazioni più volte ripetute nel passato. “Se dovessi trovarmi ancora in quella situazione, ovviamente mi comporterei in modo differente”.

Un altro dei punti forti di Clinton è stata l’accusa a Trump di aver alimentato stereotipi razzisti, appoggiando le teorie cospiratorie sul certificato di nascita di Barack Obama. Trump ha risposto spiegando di aver detto, e una volta per tutte, che “Obama è nato negli Stati Uniti”; e ha addossato su Clinton l’accusa di aver per prima sollevato quel sospetto. “I suoi collaboratori nella campagna presidenziale del 2008 attaccavano Obama sulla questione della nascita”, ha detto. E’ stato, questo, uno dei momenti più difficili per il candidato repubblicano. Clinton, che punta a compattare gran parte del voto afro-americano che nel 2008 e nel 2012 ha sostenuto Obama, ha infatti avuto buon gioco ha definire “razzista” la questione del certificato. L’accusa è tornata quando la democratica ha ricordato che, negli anni Settanta, gli afro-americani non potevano vivere nei condomini costruiti dai Trump.

In generale, Clinton è parsa più convincente, misurata, a suo agio. E’ mancata, e questo è un suo limite di sempre, una visione unitaria, d’insieme, una visione più alta del suo impegno poilitico, ma la candidata è apparsa convincente su punti specifici. Più debole, invece, Trump: che si è trattenuto, non si è lasciato andare a aggressioni, insulti, come in altri confronti pubblici. E’ stato un Trump meno Trump, ma questo non lo ha reso più presidenziale. Solo, meno grintoso.

  • Autore articolo
    Roberto Festa
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Ahmad Rahami, normalità e terrorismo

E’ un profilo umano e psicologico difficile da definire quello di Ahmad Khan Rahami, il 28enne accusato di aver messo le bombe a Manhattan e in New Jersey.

Amici e conoscenti intervistati in queste ore lo descrivono come un ragazzo che soltanto negli ultimi anni è apparso diverso. “Era diventato più serio, maturo”, dice un amico di Elizabeth, la città dove Rahami viveva e dove lavorava nel ristorante di famiglia.

Nato 28 anni fa in Afghanistan, arrivato bambino negli Stati Uniti, Rahami è cittadino americano. Il padre ha altri sette figli e gestisce un ristorante, il First American Fried Chicken, proprio a Elizabeth, un sobborgo industriale a circa 20 km da New York.

Il ristorante, nel passato, è stato oggetto di diversi problemi. Rahami padre ha dichiarato bancarotta nel 2004 e le difficoltà finanziarie hanno costantemente segnato l’attività. Non si è trattato soltanto di problemi finanziari. Più volte la città di Elizabeth è intervenuta per far chiudere il locale, che resta aperto 24 ore su 24, alle dieci di sera. Ci sono state proteste da parte dei residenti, che lamentano il fracasso notturno.

La famiglia Rahami ha risposto citando in giudizio le autorità di Elizabeth di “pregiudizio antiislamico”. Ci sarebbe stato anche uno scontro con un residente della zona, che rivolgendosi a Rahami padre avrebbe detto “voi musulmani siete sempre fonte di problemi”.

Ahmad Rahami è cresciuto senza dare particolari problemi alla famiglia (il padre, contrario alla guerra in Afghanistan, è counque un oppositore dei talebani e di Al Qaeda). Un amico della zona, Flee Jones, 27 anni, ricorda che Ahmad giocava a baseball e organizzava delle sedute di rap nel retro del ristorante. Ha comunque sempre frequentato la locale moschea.

Poi, quattro anni fa, arriva l’improvviso cambiamento. Ahmad sparisce per qualche mese. I fratelli dicono che è andato a trovare la famiglia in Afghanistan. In realtà resta tre mesi in Pakistan, dove tornerà ancora, per circa un anno, nel 2014. E’ in questo periodo che il ragazzo potrebbe essersi radicalizzato.

Quando torna, dicono alcuni testimoni, è cambiato. Si fa crescere la barba, comincia a indossare abiti tradizionali. Secondo quanto fa sapere l’ufficio di un deputato dello Stato di New York, Peter King, Rahami dovrebbe anche essersi sposato in Pakistan. Il ragazzo si rivolge infatti all’ufficio di King per contattare l’ambasciata americana in Pakistan e garantire un visto per gli Stati Uniti a una cittadina pakistana sposata con Ahmad. Non si sa se la donna sia mai arrivata negli Stati Uniti.

Rahami ha comunque già una figlia di sei o sette anni, concepita con una compagna della high school. Il rapporto è sempre stato avversato dal padre di Rahami, che preferiva una donna musulmana per il figlio.

Per il resto, non si sa molto del presunto attentatore. La sua presenza sui social, per esempio, è estremamente limitata.

Quello che si sta cercando di capire è se, proprio durante i viaggi in Pakistan, Rahami sia entrato in contatto con uomini o gruppi che abbiano potuto portare alla decisione di organizzare gli attentati. Gli investigatori, al momento, tendono a escludere che Rahami possa far parte di una cellula terroristica organizzata negli Stati Uniti.

Per il resto, rimane soprattutto la sorpresa di molti di Elizabeth per quanto è successo. “”Era l’uomo più amichevole che potessi incontrare. Mi offriva sempre della zuppa gratis”, spiega Ryan McCann, uno dei clienti del ristorante della famiglia Rahami.

  • Autore articolo
    Roberto Festa
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Cadute e bugie

“Un colpo di caldo”. “Polmonite”.

Tra queste due diagnosi diversissime sta un problema che diventa ogni giorno più urgente per Hillary Clinton: quello della trasparenza.

Dopo aver lasciato la cerimonia per ricordare le vittime dell’11 settembre a New York, i collaboratori di Clinton avevano fatto sapere che la candidata democratica era stata vittima di un “colpo di caldo”. Un episodio che non doveva destare preoccupazione e dal quale Clinton si sarebbe presto ripresa.

La stessa candidata, uscendo dall’appartamento newyorkese della figlia Chelsea, aveva sorriso, fatto una foto con una bambina e annunciato: “Va tutto bene. E a New York è una splendida giornata”.

In realtà non andava tutto bene, come hanno potuto chiaramente vedere milioni di persone grazie al video postato su Twitter da un giornalista. Nel video, una ventina di secondi, si vede Clinton immobile, appoggiata a una transenna, attendere la macchina dopo aver lasciato la cerimonia. Quando la vettura arriva, Clinton fa un passo, cade, viene sorretta dagli agenti del Secret Service e condotta via. Verso casa della figlia Chelsea, come abbiamo saputo più tardi.

[youtube id=”3YchnVAoV6w”]

[youtube id=”11-EAzsGxgQ”]

Per 90 lunghissimi minuti, il team di giornalisti che segue Clinton in ogni occasione pubblica non ne ha saputo più nulla. Dove si trovava. Come stava.

Probabilmente, se non ci fosse stato il video dello svenimento, l’episodio sarebbe passato inosservato e soprattutto non sarebbe stato reso pubblico.

Ma nell’era dei social e dei cellulari che registrano ogni cosa, è difficile celare qualcosa, e anche Clinton alla fine è stata costretta a rivelare quello che è davvero successo. E cioè, che ha preso la polmonite.

C’è però un dettaglio che lascia perplessi. L’episodio dello svenimento di Clinton a New York avviene alle 11 del mattino. Per ore, i suoi collaboratori insistono sulla versione del “colpo di caldo”. E’ soltanto alle 17.15 del pomeriggio che, anche di fronte all’evidenza del video, la campagna Clinton ammette che la situazione è più grave. Lisa Bardack, il medico personale, spiega che Clinton è in cura per una polmonite da venerdì, che la candidata “ha avuto un colpo di caldo e si disidratata” ma che ora “si sta riprendendo bene”.

Dalle 11 del mattino, fino alle cinque del pomeriggio, il team di Hillary Clinton ha dunque mentito. Di più, il team, e ovviamente la candidata, sanno della polmonite da venerdì, da quando Clinton ha avuto un accesso di tosse compulsiva attribuito a “un’allergia”.

Sapevano, ma non hanno detto la verità.

La cosa è stata immediatamente notata da buona parte della stampa americana. “Avrebbero dovuto dirlo. Non si tratta di un raffreddore”, ha spiegato Chuck Todd di NBC. “Non capisco perché i collaboratori di Clinton non hanno detto al mattino che si trattava di polmonite”, ha aggiunto Brian Stelter.

Il fatto è che la polmonite è una bruttissima notizia per Hillary Clinton. Non solo perché interrompe la campagna elettorale a meno due mesi dal voto. Non soltanto perché sarà sicuramente usata da Donald Trump e dai repubblicani per diffondere dubbi sulla sua effettiva capacità di sostenere fisicamente le fatiche di una presidenza. Ma soprattutto perché accentua l’impressione di scarsa trasparenza di cui la candidata è stata spesso accusata. Che si tratti delle mail inviate da un server privato da segretario di stato, che si tratti dei fatti di Bengasi, che si tratti degli affari della Clinton Foundation o dei compensi ottenuti per i suoi discorsi alle imprese, c’è sempre un’ombra di non detto, di non completamente chiaro nelle azioni di Hillary Clinton.

Ora arriva la storia della polmonite, gestita malissimo, tenuta colpevomente nascosta fino a quando non era più possibile nasconderla.

Per una candidata il cui punto debole è appunto un’impressione di insincerità, il “colpo di caldo” è un ulteriore, pericoloso, passo falso.

  • Autore articolo
    Roberto Festa
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

La verità “non contaminata”

Astuto manipolatore o garante della libertà di espressione?

Commenti e giudizi divergono radicalmente quando si parla di Julian Assange.

Recentemente, il fondatore di Wikileaks è tornato al centro delle polemiche per le mail del Democratic National Committee rese pubbliche dalla sua organizzazione (quelle che mostrano il tentativo del partito democratico di nuocere alla campagna di Bernie Sanders contro Hillary Clinton e che hanno condotto alle dimissioni della chair del partito Debbie Wasserman Schultz).

I servizi di intelligence americani si sono detti certi che il server del partito democratico sia stato infiltrato da hackers al servizio del governo russo. Wikileaks e Assange si sarebbero quindi fatti strumenti di Vladimir Putin; avrebbero in qualche modo contribuito a “riciclare” dati rubati da un governo “non-amico” per nuocere alla probabile futura presidente degli Stati Uniti: Hillary Clinton.

In realtà, si è andati anche più in là. In un recente articolo, il New York Times ha mostrato che le rivelazioni di Assange coincidono spesso con gli interessi di Mosca. E’ stato così in occasione delle mail del partito democratico; è stato così nel caso delle rivelazioni su Turchia e Arabia Saudita (nel momento in cui questi due Paesi erano in pessimi rapporti con la Russia); è stato così quando Assange ha rivelato documenti compromettenti sui ribelli siriani (oggetto della guerra condotta dal presidente Bashar al-Assad, sostenuto dai russi).

Non sarebbe comunque soltanto una questione di tempistica. Assange avrebbe preso di recente posizioni che coincidono con quelle del governo russo: contro l’influenza occidentale in Ucraina; contro la Nato; a favore di Brexit.

Se a questo si aggiunge poi il fatto che Putin ha più volte sventolato il caso di Assange come una prova dell’ipocrisia statunitense e occidentale in tema di libertà – e che nel 2011 il governo russo ha emesso un visto di entrata per Assange – la conclusione è presto tratta: il fondatore di Wikileaks sarebbe un agente del governo russo, o almeno un suo stretto collaboratore.

Assange ha risposto alle accuse. Notando anzitutto come la stampa americana – quella più blasonata e liberal – stia dando una sorta di assegno in bianco a Hillary Clinton. Passato e programmi della candidata non vengono in alcun modo scrutinati; l’appoggio a Clinton appare totale e acritico; i democratici sarebbero diventati il partito della “sicurezza nazionale” e starebbero diffondendo una sorta di “isteria maccartista anti-russa” che alla fine si ripercuoterà sulla libertà di espressione di tutti.

Assange ha risposto anche all’accusa di tenere un atteggiamento pregiudizialmente favorevole alla Russia. “La Russia ha il prodotto interno lordo dell’Italia. I veri protagonisti della scena internazionale sono Stati Uniti e Cina” e quindi a loro un’associazione come Wikileaks dedica gran parte del suo lavoro.

Oltre le accuse contingenti, vanno comunque notate alcune cose.

Anzitutto, tra il corposo, eccezionale lavoro di documentazione fatto da Wikileaks in questi anni, ci sono dossier che non hanno sicuramente ftto piacere al governo russo. I cosiddetti “Syria Files” pubblicati nel 2012 contenevano più di due milioni di email scambiate da e con il governo del presidente Assad, e costituiscono uno straordinario atto d’accusa contro il regime alleato di Mosca.

Soltanto la settimana scorsa, proprio Assange ha poi dichiarato che la Russia sta vivendo un periodo di “strisciante autoritarismo”, contraddicendo dunque l’accusa di un suo appoggio al potere putiniano (va anche ricordato che il leader di Wikileaks parla dall’ambasciata dell’Ecuador di Londra, dove si trova barricato da quattro anni per un mandato di arresto svedese che lo accusa di stupro; lui ha sempre negato, affermando che dietro le accuse ci sono gli Stati Uniti, che vorrebbero incarcerarlo per le rivelazioni di questi anni).

C’è poi un altro aspetto. E’ sicuramente vero che la strategia di Wikileaks è diversa da quella di Edward Snowden (tra l’altro i due, negli ultimi mesi, hanno polemizzato proprio sul caso delle mail democratiche: Snowden ha attaccato Assange per aver reso pubblici i documenti senza alcuna attenzione “all’interesse pubblico”). Snowden lavora in stretto contatto con un giornalista, Glenn Greenwald. Le loro rivelazioni sono sempre state accuratamente preparate, organizzate in collaborazione con grandi media internazionali, in particolare il Guardian.

Assange e Wikileaks prediligono un approccio diverso: nessuna “contaminazione” dei documenti resi pubblici; nessun intervento di selezione di fonti e prove. Assange considera Wikileaks come un enorme “archivio” in cui il pubblico può liberamente accedere e cercare quello che meglio crede. Del resto questo approccio che potrebbe sembrare, almeno in alcune occasioni, “pericoloso”, nasce da una considerazione: “i superpoteri della sorveglianza globale non hanno alcuna regola o restrizione”. Non devono quindi averne coloro che si battono contro quella sorveglianza.

Va infine ricordata una cosa. Assange, come detto, è chiuso da quattro anni in un edificio di Londra, senza poter uscire. Snowden è, anche lui, in esilio a Mosca, e rischia l’ergastolo se catturato dalle autorità americane. E’ andata peggio, molto peggio, a Chelsea Manning, l’ex soldato Bradley diventata donna, condannata a 35 anni di carcere per aver passato documenti militari proprio a Wikileaks. Depressa, in isolamento, Manning ha tentato il suicidio lo scorso luglio.

Il fatto è che il governo americano, in questi anni, ha usato la mano pesantissima contro i whistleblower, quelli che, nell’interesse pubblico, rivelano documenti riservati. L’amministrazione Obama ha usato l’Espionage Act per perseguire i whistleblower più di tutte le amministrazioni precedenti messe insieme.

Le accuse ad Assange potrebbero dunque rientrare in questa strategia. Nell’impossibilità, almeno momentanea, di arrestarlo, lo si denigra.

E del resto proprio quest’accusa – quella di fare il gioco del nemico – è stata spesso usata, dal Red Scare del 1919-20 al maccartismo al post-11 settembre, per attaccare tutti quelli che hanno criticato e combattuto abusi e violazioni delle libertà.

  • Autore articolo
    Roberto Festa
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

“Milioni di espulsioni appena sarò presidente”

Una visione radicale, tutta puntata sull’emergenza sicurezza.

E’ il modo in cui Donald Trump ha ribadito le sue posizioni sull’immigrazione, ieri, prima con un viaggio in Messico per incontrare il presidente Enrique Peña Nieto, poi con un discorso a Phoenix che era stato presentato dal suo team come un “evento importantissimo”, in cui il candidato repubblicano avrebbe una volta per tutte delineato la sua strategia sull’immigrazione.

Chi si immaginava un ammorbidimento delle posizioni si è dovuto ricredere. Trump non cambia, resta testardamente legato a quello che ritiene il tema forte della sua campagna e della sua discesa in politica: la mano dura sull’immigrazione, il tema che, secondo la sua strategia, può agire su paure, frustrazioni, timori, insicurezze degli americani e farlo vincere a novembre.

A Phoenix, Trump non ha ancora una volta parlato, esplicitamente, di deportazioni per gli undici milioni di immigrati irregolari che da anni vivono, lavorano, studiano negli Stati Uniti. Ha comunque detto che chi si è macchiato di reati “verrà allontanato” e che chi vuole restare negli Stati Uniti legalmente dovrà “tornarsene a casa e fare domanda di rientro come tutti gli altri”. In pratica, milioni di persone dovranno lasciare il Paese senza certezza di ritorno.

Molto più esplicito è stato il riferimento al muro con il Messico che il candidato, fin dalla sua discesa in campo nel giugno 2015, ha detto di voler costruire. “Il muro con il Messico si farà”, ha scandito Trump e “lo pagheranno loro, i messicani, al 100 per cento”. Quel confine “impenetrabile, alto, potente, bellissimo, al confine meridionale degli Stati Uniti”, sarà la priorità sin dal primo giorno della sua presidenza, il pilastro della sua strategia dell’America First che punta a salvaguardare anzitutto le vite e gli interessi degli americani.

Con un occhio alla campagna elettorale in corso, Trump si è poi rivolto ai democratici e in particolare alle politiche seguite e proposte da Barack Obama e da Hillary Clinton. Obama avrebbe permesso che nelle città americane si creassero dei “santuari intoccabili” per gli immigrati violenti e garantito immunità e amnistia ai più pericolosi. Hillary Clinton, ha continuato Trump, vorrebbe  estendere l’Obamacare e il welfare agli irregolari e promette “l’arrivo di un’immigrazione incontrollata, poco specializzata, che continua a ridurre posti di lavoro e salari per i lavoratori americani e specialmente per gli afro-americani e gli ispanici che sono nostri cittadini”.

Chi si immaginava quindi un ammorbidimento delle posizioni di Trump sull’immigrazione è restato deluso. Trump, in questo sostenuto dal suo nuovo chief executive Stephan Bannon, pensa che una strategia dura, di “tolleranza zero” sull’immigrazione lo aiuterà a vincere a novembre. Eppure soltanto qualche ora prima, a Città del Messico, invitato ufficialmente dal presidente messicano, era sembrato scegliere toni più morbidi.

Riconosciamo e rispettiamo il diritto di entrambi i Paesi a costruire una barriera fisica o un muro – aveva detto in una conferenza stampa con Peña Nieto dopo l’incontro -. Amo gli Stati Uniti e tutti noi vogliamo che gli Stati Uniti siano ben protetti”. Trump non aveva dato alcun dettaglio sul muro, ma aveva insistito sul fatto che il North American free Trade Agreement (NAFTA) “è stato finora molto più vantaggioso per il Messico che per gli Stati Uniti”, insistendo anche sulla sua visione dell’immigrazione illegale come “disastro umanitario”.

Anche l’incontro con Peña Nieto si è però risolto in una nuova occasione di polemiche e scontri. Trump ha infatti affermato che nell’incontro in Messico non sono stati affrontati i dettagli di chi pagherà per il muro: “Si è trattato di un vertice preliminare”, ha detto. Gli ha risposto immediatamente, su Twitter, proprio Peña Nieto: “All’inizio della conversazione con Donald Trump, ho subito chiarito che il Messico non pagherà per il muro”. Un portavoce della presidenza messicana ha in seguito affermato che non ci sarà, nel futuro, alcuna discussione formale su presunte spese che i messicani dovranno accollarsi per la costruzione di una struttura ai propri confini settentrionali.

In conclusione, il tour de force tra Messico e Arizona è servito in qualche modo a costruire una strategia del doppio binario. Da un lato il candidato repubblicano, nel suo incontro con Peña Nieto, ha cercato di offrire l’immagine di un leader capace di dialogare, ma anche di imporsi, all’estero. A casa, a Phoenix, ha invece parlato ai suoi e ha ritrovato gli accenti del politico incontrollabile, imprevedibile, capace di dire le cose come stanno che sinora gli hanno garantito il successo popolare.

 

  • Autore articolo
    Roberto Festa
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Perché Donald Trump va in Messico

Una visita al presidente messicano Enrique Peña Nieto. Un discorso sull’immigrazione a Phoenix, Arizona. Donald Trump ritorna sulle prime pagine con una controffensiva mediatica impostata proprio sul tema che ha più segnato la sua campagna: l’immigrazione.

Il viaggio in Messico, ufficialmente, arriva dopo un invito della presidenza messicana (esteso peraltro anche alla candidata democratica Hillary Clinton). Il gesto di Peña Nieto non sorprende. Gli Stati Uniti sono il primo partner commerciale per il Messico – e sicuramente il Paese più importante in tema di relazioni politiche.

Ciò che sorprende è il fatto che Trump abbia deciso di accettare l’invito messicano. Proprio al Messico il candidato repubblicano ha dedicato alcuni dei suoi giudizi più aspri. Trump ha definito “assassini e stupratori” i messicani che valicano la frontiera; ha chiesto che al confine venga eretto un muro (a spese del Messico); ha minacciato di far saltare il Nafta.

Non sono mancate le scintille anche dall’altra parte del confine. Proprio Peña Nieto, lo scorso marzo, ha paragonato la retorica di Trump a quella di Benito Mussolini e Adolf Hitler. Il presidente messicano, in un’intervista a CNN, ha escluso che il suo governo possa pagare le spese del muro. Nelle strade di Città del Messico, intanto, veniva bruciata l’immagine di Trump.

La campagna elettorale, e la candidatura ufficiale di Trump, cambiano ovviamente tutto. Per il presidente messicano si tratta di prendere atto della realtà e quindi cercare di avviare una qualche forma di rapporto con un leader che comunque Città del Messico ritiene “pericoloso”. Fonti diplomatiche spiegano anche che Peña Nieto ha chiesto ad ambasciata e consolati messicani negli Stati Uniti di entrare “più attivamente” nel dibattito politico USA.

La visita in Messico serve però, soprattutto, a Donald Trump. Il candidato repubblicano è reduce da un’estate disastrosa. Gaffe, polemiche, attacchi sconsiderati a tutto e tutti (si ricorda quello ai due genitori del soldato musulmano morto in Iraq) lo hanno fatto precipitare nei sondaggi. Il nuovo chief executive della sua campagna, Stephen Bannon (ex direttore del sito conservatore Breitbart News) pensa ci sia bisogno di segnali forti, anche clamorosi, che rilancino mediaticamente Trump ma che al tempo stesso ne rafforzino le doti di leadership.

Il viaggio in Messico serve soprattutto a questo. A mostrare un Trump forte, capace di trattare direttamente con i leader internazionali, lontano da quell’immagine di lunatico, irresponsabile e imprevedibile, che l’ultima fase della campagna ha mostrato. In questo modo si spiega anche la fretta con cui il team di Trump ha chiesto, e preparato, l’incontro con Peña Nieto. I messicani, raccontano sempre fonti diplomatiche, avrebbero preferito che l’incontro venisse organizzato con più tempo e cura (anche per ragioni di sicurezza). Trump e i suoi l’hanno chiesto chiesto.

Legato alla visita in Messico, c’è il discorso che Trump terrà subito dopo in Arizona. I suoi collaboratori lo presentano come un “evento importantissimo”, che chiarirà finalmente le sue posizioni sul tema dell’immigrazione. Anche qui, negli ultimi tempi, ci sono stati ondeggiamenti che hanno confuso gli elettori. Nel discorso in cui, nel giugno 2015, Trump lanciò la sua campagna, era contenuta la proposta di deportazione per gli 11/12 milioni di immigrati messicani che da anni vivono, lavorano, studiano, hanno famiglia (ma non i documenti legali) negli Stati Uniti.

Questa è stata la posizione di Trump sino a oggi, più o meno accentuata a seconda che si trovasse di fronte a un pubblico amico o alle telecamere nazionali. Recentemente, però, è successo qualcosa. La proposta della “deportazione” è scomparsa dai suoi discorsi (a fine agosto, in Iowa, Trump ha chiesto che gli irregolari non abbiano accesso a Welfare e servizi, ma non ha parlato delle espulsioni). Di più, alcuni accenti e dichiarazioni hanno fatto pensare a un tentativo di dialogo. In un discorso di fine agosto, Trump si è rivolto a ispanici e neri e ha detto: “Sono il presidente migliore per curare i vostri interessi, voi avete il diritto che i vostri figli non vengano uccisi per strada”.

Persone dell’entourage di Trump negano che sul tema immigrazione ci sia stato un cambio di registro. La realtà è che il cambio di registro c’è stato. Trump cambia tono perché del voto degli ispanici – anche una proporzione minima di quel voto – ha bisogno in Florida, Colorado, Virginia, battleground states dove l’elettorato latino è fondamentale per vincere – e dove i sondaggi lo danno in svantaggio rispetto a Clinton.

Proprio i sondaggi sono, per finire, l’ultima spiegazione dell’attivismo di Trump tra Messico e Arizona. Per tutto il mese di agosto, il candidato è precipitato nei sondaggi. Negli ultimi giorni si assiste a una timida ripresa. La media che RealClearPolitics fa su tutti i rilevamenti nazionali dà Trump indietro di 4,3 punti rispetto alla Clinton. Non sono gli oltre 10 punti di svantaggio di agosto, ma restano tanti. E il tempo a disposizione è sempre meno. La storia insegna che il candidato che si trova in svantaggio consistente per il Labour Day (il prossimo 5 settembre), non riesce a recuperare e vincere a novembre.

Trump ha quindi ancora pochi giorni a disposizione. E tenta il tutto per tutto, proprio sul tema, l’immigrazione, che ha lanciato, sostenuto, incendiato la sua entrata sulla scena politica.

  • Autore articolo
    Roberto Festa
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Trump, quando lo scandalo non funziona

Questa, forse, non se l’aspettava.

Donald Trump non si aspettava che lo scontro con i genitori di un soldato musulmano ucciso in Iraq si trasformasse nella prima vera crisi della sua campagna presidenziale. E invece è così. Tutto il mondo politico, democratico e repubblicano, tuona contro Trump. Ma questa volta l’indignazione della politica non sembra tramutarsi in un vantaggio di Trump in termini di opinione pubblica.

La storia parte dall’ultimo giorno di Convention democratica, quando sul podio salgono Khizr Khan e sua moglie Ghazala. La coppia aveva un figlio, Humayun, ucciso in Iraq nel 2004. Il ragazzo, un capitano di 24 anni, è morto per l’esplosione di un’autobomba, dopo aver messo al sicuro i commilitoni.

I coniugi Khan dicono di “essere onorati di trovarsi alla Convention in quanto genitori… di un musulmano patriota con un’eccezionale lealtà al suo Paese”. L’uomo ricorda che Hillary Clinton ha definito il figlio “il meglio d’America” e poi si lancia nell’attacco a Donald Trump: “Se fosse per Donald Trump, Humayun non sarebbe mai stato in America. Trump offende continuamente il carattere dei musulmani. Non mostra alcun rispetto per le altre minoranze, per le donne, per i giudici, persino per i leader del suo stesso partito”. In un crescendo sempre più emotivo, Khan tira fuori dalla tasca una copia della Costituzione statunitense e chiede a Trump: “L’hai mai letta? Ti presto volentieri la mia copia. In questo documento, cerca le parole “libertà” ed “eguale protezione della legge”. Pochi giorni prima il candidato repubblicano aveva promesso di voler difendere “l’articolo 12 della Costituzione”, che peraltro non esiste.

[youtube id=”Xzkkk-oJ6bo”]

E’ stato, quello di Khan, l’intervento forse più carico di pathos della Covention; quello che rimarrà più a lungo nella memoria.

Donald Trump ha ovviamente risposto com’è sua abitudine. Attaccando. Sparandola grossa. Ha accusato il padre del ragazzo ucciso di essere manovrato dalla campagna di Hillary Clinton: “Il discorso gliel’hanno scritto gli speechwriters di Clinton”. Ha fatto notare che la madre del ragazzo è rimasta tutto il tempo accanto al marito, senza parlare: “Probabilmente, non le è stato consentito parlare“, ha spiegato, alludendo al fatto che la famiglia è di fede musulmana. Poi, all’accusa di “non aver sacrificato niente, e nessuno”, Trump ha risposto che lui in realtà di sacrifici ne ha fatti: “Ho costruito case e ho dato lavoro”.

E’ a questo punto che scoppia il caso. Da una chiesa di Cleveland, Hillary Clinton accusa Trump di aver mostrato scarso rispetto per i Khan e per le tradizioni americane di tolleranza religiosa. “Che cosa ha dovuto subire Khan? – si è chiesta Clinton-. Insulti, commenti degradanti sui musulmani, una totale incomprensione di cosa rende grande il nostro Paese”.

Hanno risposto anche i due genitori. Khizr Khan ha affermato che Trump manca del carattere morale e dell’empatia basilare per diventare presidente. “Imploro i patrioti americani che voterebbero probabilmente per Trump a novembre: non votate per l’odio, non votate per chi solleva paure. Votate per la bontà di questo Paese. Votate per la libertà”. In un pezzo sul “Washington Post”, Ghazala Khan ha spiegato di non aver potuto parlare perché sopraffatta dall’emozione: “Tutto il mondo, tutta l’America sente il mio dolore… Donald Trump ha dei figli che ama. Ha davvero bisogno di chiedersi perché non ho parlato?”

Le reazioni negative non sono venute soltanto dal campo democratico. Il senatore repubblicano del South Carolina, Lindsey Graham, ha criticato Trump, spiegando che”stiamo toccando una sfera mai toccata prima: quella dei genitori dei caduti”. Stessa condanna da parte di un deputato repubblicano del Colorado, Mike Coffman, secondo cui Trump avrebbe “mancato di onorare i sacrifici dei nostri soldati coraggiosi persi in guerra”.

Dopo l’esplosione del caso, Trump ha tentato un, almeno parziale, passo indietro. Ha detto che Humayun è “un eroe”, che il padre l’ha però “malevolmente attaccato”, costringendolo a reagire.

La risposta è parsa debole.

Per la prima volta da mesi, Trump è davvero in difficoltà. In realtà, lo stereotipo etnico lo aveva già usato in almeno un’altra occasione: quando aveva attaccato un giudice federale, Gonzalo P. Curiel, per “le sue origini messicane”. Questo caso è però sostanzialmente diverso. La battuta con un forte risvolto di pregiudizio viene rivolta contro la famiglia di un soldato ucciso in guerra e decorato al valor militare: un simbolo ben più sacro, per l’immaginario collettivo americano, rispetto a un semplice giudice.

Negli ultimi giorni, del resto, Trump e il suo team stanno cercando di rivedere, rendendola meno etnicamente orientata, anche la proposta del bando ai musulmani. Trump non parla più di Islam, quanto piuttosto di bandire quelli che “arrivano da aree a rischio”. Il criterio etnico-religioso è quindi diventato geografico.

La vicenda del soldato Khan rivela però quanto  difficile sia, per lo stesso Trump, gestire la radicalità di certe affermazioni fatte durante le primarie. E’ anche il contesto che è mutato. Se, durante le primarie, il referente delle affermazioni di Trump era il popolo repubblicano, ora è l’elettorato più generale che lo ascolta e giudica.

C’è infine un altro tema, che probabilmente dovrà essere preso in considerazione dal team Trump nel proseguio della campagna. Le dichiarazioni esplosive, la retorica che spazza via codici di comunicazione consolidati, valgono quando prendono di mira la vecchia politica o il sistema dell’informazione mainstream. Quando invece il furore retorico si scontra con la vita e il dolore veri, anche Trump appare drammaticamente falso e fuori tono.

  • Autore articolo
    Roberto Festa
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Clinton attacca Trump e la lobby delle armi

“Donald Trump vuole farci passare da morning in America a midnight in America”. Hillary Clinton ha concluso la settimana di Convention democratica con un discorso in cui ha pesantemente attaccato Donald Trump e la sua visione di un’America cupa, in declino. All’America della mezzanotte, Clinton ha contrapposto l’unità, lo stare insieme, la collaborazione in un momento di “ripensamento” collettivo. Together, insieme, è stata la parola ripetuta più volte durante il discorso.

“Non abbiamo paura. E l’America è sempre stata più forte quando è stata unita”, ha detto Clinton, che ha ricordato come il motto americano sia e pluribus unum. La visione articolata è stata progressista in politica interna e più tradizionalmente “di potenza” in campo internazionale. Parlando a chi lamenta un peggioramento delle proprie condizioni economiche, Clinton ha detto che “nessuno può essere soddisfatto con lo status quo. Stiamo ancora affrontando problemi che si sono sviluppati molto prima della recessione e che sono rimasti nonostante la ripresa”.

Sulla base della sua esperienza da senatrice, quindi della capacità di far lavorare insieme democratici e repubblicani, Clinton ha promesso che nei suoi primi cento giorni come presidente degli Stati Uniti vuole lavorare con il Congresso per far passare il più importante piano di investimenti sul lavoro dalla seconda guerra mondiale. “Lavori nell’industria, nell’energia pulita, nella tecnologia e nell’innovazione, nelle infrastrutture e nella piccola impresa”.

Con un accenno esplicito a Sanders (che esce da questa Convention con un enorme credito politico accumulato grazie alla sua campagna elettorale e alla forza con cui i suoi delegati si sono fatti sentire), Clinton ha detto di pensare al college gratuito per la middle-class e all’ampliamento dell’assistenza sanitaria per le classi più deboli. E’ tornata la necessità a una riforma dell’immigrazione che legalizzi i milioni di immigrati senza permesso che da anni vivono e lavorano negli Stati Uniti.

E un accenno forte è venuto anche sulla questione delle armi: “Americani, non voglio privarvi del Secondo Emendamento. Voglio evitare che siate uccisi per la strada”. Mai, a una Convention, un nominato alla presidenza aveva espresso una visione così antitetica rispetto a quella della National Rifle Association e alla lobby delle armi; segno che una coscienza rivolta al gun control si è ormai diffusa anche presso ampi settori della politica di Washington.

In campo internazionale, Clinton ha invece articolato una visione che fa parte del suo passato politico e di segretario di stato. Ha detto che il quadro dei rapporti internazionali degli Stati Uniti si gioca all’interno della Nato e ha Israele come alleato prioritario. Clinton ha detto di essere orgogliosa del lavoro fatto per arrivare a un accordo diplomatico sul nucleare iraniano e ha spiegato che pensa di “colpire l’ISIS nei suoi santuari con raid aerei”. Soprattutto, il suo obiettivo è stato quello di dipingersi come una leader capace, solida, una commander-in-chief affidabile grazie alla sua esperienza decennale e al suo carattere.

E’ venuto infine il capitolo Donald Trump. Clinton aveva bisogno, in questo discorso, di trovare una linea d’attacco che non soltanto criticasse le proposte politiche di Trump, ma ne mettesse in evidenza la pericolosità. Da un lato è tornato un argomento già ripetuto da diversi speaker, in questi giorni, e che sarà con ogni probabilità un tema fondante della campagna democratica in autunno: “Trump pretende di difendere i lavoratori americani. In realtà, fabbrica le sue cravatte in Messico, i suoi mobili in Turchia…”

Clinton ha dipinto Trump come un demagogo, capace di giocare su Twitter ma pericoloso nel momento in cui dovrà gestire l’arsenale nucleare americano. Con ossessiva frequenza, è stata però la visione di America che Clinton ha offerto a essere in totale antitesi a quella di dello sfidante repubblicano: “Trump non capisce che l’America è un Paese buono, che non alza muri e non discrimina sulla base della religione”. Alla roboante retorica di Trump, “uomo della Provvidenza” che promette di “sistemare le cose”, Clinton ha contrapposto la retorica del together e del rifiuto della paura.

  • Autore articolo
    Roberto Festa
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

“Non abbandonate mai l’audacia della speranza”

E’ stato il discorso dell’addio di Barack Obama. Quello in cui “ha passato il bastone” a Hillary Clinton. Ma anche quello in cui ha rivendicato, puntigliosamente, i risultati della sua presidenza, rilanciando ancora, otto anni dopo la salita alla Casa Bianca, un messaggio di speranza e di ottimismo. “Yes We Can”, il vecchio slogan, è tornato a risuonare nell’arena dei democratici.

Il discorso di Obama, a conclusione della terza giornata della Convention democratica a Philadelphia – che peraltro ha ospitato anche gli interventi di Tim Kaine, il candidato vice presidente, Joe Biden, e Michael Bloomberg, venuto a mettere in guardia gli indipendenti dal votare Trump – è stato anzitutto un momento di sostegno forte per Hillary Clinton. Obama ha ricordato di aver sperimentato il suo coraggio, la tenacia, la competenza: “Non c’è mai stato un uomo o una donna, non io, né Bill, nessuno più qualificato di Hillary Clinton a servire come presidente degli Stati Uniti d’America”. Obama ha ricordato che, da segretario di stato, Hillary Clinton era presente nella Situation Room quando fu decisa la missione che avrebbe portato all’uccisione di Osama bin Laden. Ha concluso: “Non importa quanto la gente cerchi di metterla K.O. Lei non molla. Mai”.

Dopo l’appoggio a Clinton, è venuta la “distruzione” dello sfidante repubblicano. Obama ha spiegato che queste non sono elezioni normali, perché dall’altra parte dello spettro politico non c’è un semplice repubblicano. Questa volta c’è qualcuno, e qualcosa, di diverso. “Trump non è sicuramente un tipo semplice – ha spiegato Obama -. Ha scommesso sul fatto che se terrorizza le persone, potrebbe ottenere voti sufficienti per vincere”. Poi è venuto l’attacco più duro. Gli americani devono guardarsi da “demagoghi cresciuti in casa”, che promettono di “restaurare l’ordine”. Anche questo, un riferimento esplicito proprio a Trump, che in occasione della Convention repubblicana di Cleveland ha detto di voler “restaurare l’ordine e la sicurezza perduti”.

Tutto il messaggio di Obama alla Convention, e ai democratici, è stato comunque segnato da una rivendicazione di quello che l’America è diventata in questi otto anni. “Siamo già un grande Paese… Non abbandonate mai l’audacia della speranza”, ha spiegato Obama, che ha parlato di un’America che in questi anni è cresciuta, ha creato lavoro, ritirato gran parte delle proprie truppe dal mondo, stretto una serie di importanti trattati diplomatici, garantito il matrimonio egualitario, creato condizioni più favorevoli ai consumatori, reso più stringenti le regole a salvaguardia dell’ambiente.

La parte finale del discorso, prima che sul palco entrasse Hillary Clinton per il saluto finale alla folla, è stata invece occupata da un messaggio intensamente personale. “Voi mi avete tenuto su nei momenti difficili, e io spero di avervi ogni tanto aiutato e tenuto su”, ha detto Obama (e qui gli occhi gli si sono visibilmente inumiditi). Poi il presidente ha ricordato l’America in cui crede (e che secondo l’ala più progressista dei democratici, non sempre in questi anni è riuscito a rappresentare). Quella dei suoi antenati e dei suoi nonni materni, gente del Kansas, che credeva “nei valori dell’umiltà, della gentilezza, del lavoro” e che hanno passato questi valori a un nipote mezzo keniota: “Sapevano che questi valori sono esattamente quelli che hanno portato milioni di immigrati qui, e credevano che i figli di quegli immigrati sarebbero stati americani proprio come loro, sia che indossassero un cappello da cowboy o una kippah, un cappellino da baseball o il velo”.

  • Autore articolo
    Roberto Festa
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

La “change maker” che ha fatto la storia

E’ stato Bill Clinton il protagonista della seconda giornata della Convention democratica. Dal palco della Convention, Clinton ha detto di credere alla moglie: The real one, come l’ha chiamata, una persona vera. La giornata ha avuto un andamento binario. Mentre sul palco si succedevano gli speaker per illustrare la candidatura di Hillary Clinton, attorno all’arena sono continuate le proteste dei delegati di Sanders. Alla fine, però, il risultato è stato soprattutto uno: l’entusiasmo della sala, questa volta non venato da contestazioni, per la prima donna nominata ufficiale di un grande partito alla Casa Bianca.

Bill Clinton ha sicuramente occupato il centro del palcoscenico, ieri sera. Ha parlato per 42 minuti, in un discorso che ha cercato soprattutto di umanizzare la candidata democratica, di darle quel tono caldo e personale che troppe volte, durante questa campagna, le è mancato. Clinton ha raccontato della storia d’amore con Hillary, iniziata nel 1971 (senza però menzionare i tanti scandali e tradimenti di questi anni). Poi ha puntato sull’esperienza, sulla competenza della moglie: “insaziabilmente curiosa, una leader naturale, una buona organizzatrice”. Ed è qui che è arrivata la prima definizione che Bill le ha dedicato: “E’ la migliore change maker che io conosca”. Change maker, colei che provoca il cambiamento, è stato il modo in cui l’ex presidente ha cercato di rispondere alle critiche di chi accusa Hillary di essere l’incarnazione di un sistema ormai asfittico e corrotto. “Alcuni dicono che abbiamo bisogno del cambiamento; che Hillary è in giro da troppo tempo”.

L’altra frase decisiva coniata da Clinton per la moglie è stata the real one. Una persona vera. “La persona vera è quella che ti chiama quando stai male, quando i tuoi figli sono in difficoltà, quando hai un morto in famiglia”, ha detto l’ex presidente, che ha concluso il suo discorso ancora su una nota personale: “Hillary ci renderà più forti. Voi lo sapete perché ha speso una vita a farlo. Spero che la eleggerete”.

L’altro momento importante della serata è venuto quando Bernie Sanders ha personalmente invitato i delegati a proclamare Hillary Clinton candidata per acclamazione. E’ stato il modo in cui il senatore del Vermont ha cercato di placare i contrasti e l’opposizione di vasti settori del suo mondo e dei suoi delegati. Ancora ieri pomeriggio alcuni di questi hanno occupato la sala stampa. Scandendo slogan contro il partito democratico, mostrando cartelli con la scritta Never Hillary, “Mai Hillary”, i delegati di Sanders, o almeno una parte di essi, hanno ripetuto di non fidarsi di Clinton e di volere assicurazioni su come il partito intende implementare la piattaforma votata in questi giorni (che contiene tra l’altro alcune cose importanti chieste dai delegati di Sanders: l’aumento del minimo salariale a 15 dollari, il congedo familiare pagato, il rafforzamento dell’autorità di controllo sulle grandi banche, la riforma dei trattati di commenrcio internazionali (soprattutto il Trans-Pacific-Partnership), l’abolizione della pena di morte e una vera e comprensiva riforma dell’immigrazione.

I nuovi contrasti, fuori della sala della Convention, hanno alla fine rafforzato i richiami all’unità all’interno della sala. Prima di attaccare l’ultima canzone della serata, la cantautrice Alicia Keys ha detto: “Non possiamo permettere che la politica ci divida. Dobbiamo mostrare al mondo che l’intolleranza e la paura non vinceranno, perché abbiamo così tanto in comune”.

  • Autore articolo
    Roberto Festa
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Gli “irriducibili” sostenitori di Sanders

E’ finita con Bernie Sanders che, dal palco della Convention democratica di Philadelphia, ha offerto l’appoggio più appassionato alla candidatura di Hillary Clinton: “Conosco Hillary Clinton da 25 anni – ha detto Sanders -. La ricordo come una grande First Lady che ha guidato la battaglia per la sanità pubblica e universale. Hillary Clinton sarà una straordinaria presidente e io sono orgoglioso di essere qui per lei stasera”.

Si è trattato di un appoggio previsto, ma non scontato in questa forma. Poche ore prima, proprio Sanders era stato contestato da parte dei suoi sostenitori, che hanno mal gradito l’endorsement alla Clinton. “Dobbiamo eleggere la Clinton”, aveva detto Sanders. Poi, davanti ai fischi, aveva cercato di giustificarsi: “Questo è il mondo reale. Trump è un bullo e un demagogo”. Senza grande successo. i fischi erano continuati, insieme alle urla di “Vogliamo Bernie”. Probabilmente, il vecchio Bernie.

La prima serata di Convention democratica ha offerto alcuni momenti interessanti. Il discorso di Michelle Obama, che ha reso omaggio a Hilalry Clinton come persona. “Mi fido di lei”, ha detto Obama, lasciandosi anche andare a una suggestione personale: “Mi sveglio ogni mattina in una casa che è stata costruita da schiavi. Guardo le mie figlie, due giovani belle, intelligenti donne nere, giocare con il loro cane sul prato della Casa Bianca. E, grazie a Hilalry Clinton, ora le mie figlie e tutti i nostri figli possono ritenere normale che una donna sia presidente degli Stati Uniti”.

E’ stata poi la volte della senatrice del Massachussetts, Elizabeth Warren, leader dell’ala progressista del partito, cui è spettato attaccare Donald Trump. Il candidato repubblicano è stato dipinto come un avventuriero, pronto ad approfittare della buona fede degli americani. La Warren ha citato gli studenti manipolati e truffati della Trump University; le dichiarazioni di bancarotta di Trump, per salvare il suo patrimonio; la produzione delle sue aziende, trasferita all’estero. Soprattutto, Trump è stato presentato come l’uomo che “farà a pezzi il tessuto dell’America, dividerà il Paese e metterà tutti contro tutti”.

Ma è stato appunto il discorso di Sanders a monopolizzare la serata. Il senatore ha puntigliosamente riepilogato i punti essenziali del suo programma: sanità, college, minimi salariali, riduzione delle diseguaglianze. Poi Sanders ha chiesto ai suoi di “non mettersi ai margini, ma di valutare che cosa succederebbe, in tema di libertà civili, di eguaglianza, di futuro, se Trump vincesse la presidenza”.

Bisognerà ora capire se l’appello verrà accolto. A una prima valutazione empirica, sulla base di un ventina di delegati di Sanders intervistati ieri, sembra che il giudizio negativo su Clinton resti. “Non mi fido di lei. Temo che vada alla Casa Bianca e non tenga nessuna delle promesse che sta facendo”, mi ha detto Cindy Fandarys, una delegata dell’Ohio. “Non la voto. Non la posso votare, nemmeno se me lo dice Bernie”, ha spiegato un giovanissimo delegato dell’Iowa, Zack Legers. Per Geena Parody, che viene dall’Indiana, “Bernie ha fatto bene a esprimere il suo appoggio a Clinton. Sono le regole del gioco, ha partecipato alle primarie, ha perso e ora deve appoggiare la vincitrice. Ma noi, non abbiamo firmato nessun impegno”.

C’è del resto un dato interessante, che forse spiega l’ostinazione dei supporters di Sanders. Molti di questi sono assolutamente nuovi alla politica. E’ gente che non ha alle spalle una storia nel partito. Entrano in politica mantenendo una forte dose di autonomia, perché molti di questi non erano, e non sono, parte del partito democratico. Sono entrati nel processo delle primarie democratiche grazie al messaggio del senatore Sanders: ma fino a pochi mesi fa erano sostenitori dei verdi di Jill Stein, dei libertarians di Gary Johnson, erano indipendenti, erano privi di qualsiasi affiliazione.

Questo spiega il nessun obbligo che molti dei “sandersiani” sentono per Clinton. Semplicemente, non sono democratici (come peraltro Bernie, che lo è diventato soltanto lo scorso autunno, per partecipare alle primarie). La scarsa storia politica di questa gente ha poi un altro effetto importante. Il rifiuto della mediazione. Quando Sanders, che pure si definisce socialista e ha passato tutta la vita a criticare lo status quo, chiede ai suoi di prendere atto del “mondo reale”, dice qualcosa che ampi settori dei suoi sostenitori non riconoscono. La mediazione, il compromesso, il processo politico – che è pesante, parziale, faticoso, spesso deludente e comunque sempre incompleto – sono principi che non appartengono a molti dei suoi sostenitori. Il qui e ora, la “rivoluzione politica” per cui sono entrati in politica, sono gli orizzonti del loro impegno.

In questo, ciò che è avvenuto in questi mesi nel partito democratico assomiglia a certi processi interni al partito repubblicano. Ovviamente, la natura del movimento di Bernie Sanders è diversa da quella del mondo che gira attorno a Donald Trump; diverse sono le politiche proposte (anche se ci sono comunque delle affinità: i supporter di Sanders, come quelli di Trump, sono profondamente critici dei trattati di commercio internazionali; pensano che il potere delle lobbies, soprattutto quella finanziaria, abbia corrotto la politica; non hanno grande rispetto per i politici di professione).

Fatte le debite differenze, e considerati i punti di contatto, c’è però un dato che soprattutto accomuna i due movimenti: entrambi, sono “esterni” ai partiti, democratico e repubblicano. Entrambi si legano in qualche modo a un “uomo della Provvidenza” che parla ai propri supporters, alla propria “gente”, senza la mediazione dei partiti; senza bisogno di corpi intermedi. Nel caso dei repubblicani, quanto avvenuto è più radicale. Trump e il suo movimento hanno occupato il partito, l’hanno svuotato della vecchia leadership, che si è accomodata da parte, in riva al fiume, sperando che prima o poi il cadavere – Trump – passi.

Per i democratici il cambio è meno radicale, ma comunque significativo. L’OPA lanciata dai sandersiani non ha vinto, come nel caso dei repubblicani; ma ci è andata vicina. L’anti-politica, o il disdegno per il sistema politico di questi anni, non è riuscita a svuotare la macchina del partito; ma ci è andata vicina. Così si spiega, in fondo, l’irriducibilità dei supporters di Sanders a integrarsi nel partito. L’ostinazione, il rumore, il clamore con cui ancora ieri, nell’arena della Convention i delegati di Sanders hanno mostrato sono il segno di questa irriducibile lontananza. Una lontananza che difficilmente sarà colmata, da qui a novembre.

  • Autore articolo
    Roberto Festa
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Clinton contestata da attivisti pro Sanders

La Convention democratica si apre nel caos.

Lunedì, nel primo giorno di Convention, parla Bernie Sanders, e centinaia di suoi sostenitori sono arrivati a Philadelphia per ascoltarlo. Li si vede per le strade, riconoscibili per le magliette, i cappellini, le spille, con la scritta e il volto del senatore Sanders. Ma i sostenitori di Bernie Sanders si sono anche fatti sentire. In centinaia hanno manifestato ieri, contestando la gestione delle primarie del partito democratico e urlando il loro disappunto per la candidatura di Hillary Clinton.

“Non la voterò mai, non è la mia candidata”, mi ha detto Erin, una ragazza che lavora in un ospedale e Philadelphia. “Le procedure di voto nel partito democratico devono cambiare”, spiega invece Donna, una sostenitrice di Sanders che arriva dalla California. E per Jeff Jtaz, un ragazzo di Minneapolis, “il partito ha fatto un errore a chiudersi ai più giovani”.

L’ultima ragione dello scontro tra democratici e sostenitori di Sanders riguarda la chair del Democratic National Committee, Debbie Wasserman Schultz, costretta a dimettersi dopo la diffusione da parte di WikiLeaks di 19 mila email, sue e dei suoi collaboratori, che mostrano come il partito abbia avversato la candidatura di Bernie Sanders. In una email Schultz definisce Jeff Weaver, il campaign manager di Sanders, un “dannato bugiardo”; in un’altra, uno “stronzo”.

Nella mail di un funzionario democratico si pensa di far passare il messaggio che Sanders sia “ateo”, per scatenare contro di lui “i battisti del Sud”. In un’altra ancora, i dirigenti democratici progettano di nuocere a Sanders diffondendo la voce che la sua campagna sia in grave difficoltà.

La notizia delle dimissioni di Waaserman Schultz, da sempre in pessimi rapporti con il senatore, è stata accolta con entusiasmo dai supporters di Sanders; ma è stata un’altra, inequivocabile prova del fatto che i democratici hanno fatto di tutto, e spesso con mezzi poco corretti, per favorire Hillary Clinton.

Quando stasera Sanders salirà sul podio della Convention, dovrà dunque fare molto per placare le proteste dei suoi e richiamare quell’impressione di unità che i dirigenti del partito gli chiedono. Alcuni temono che possa ripetersi quello che è successo la settimana scorsa con Ted Cruz, durante la Convention repubblicana di Cleveland: e cioè, proteste clamorose in sala, a mostrare una forza divisa e in crisi.

Per una possibile tregua con i sandersiani, dipenderà anche molto da quello che i democratici saranno disponibili a concedere. I delegati di Sanders alla Convention chiedono anzitutto delle innovazioni nelle procedure di voto alla primarie. Vogliono che, alle prossime primarie, siano ammessi a votare tutti quelli che lo desiderano, e non solo i democratici “registrati”. E vogliono abolire i superdelegati o, nel caso non fosse possibile arrivare a una misura così estrema, costringere i superdelegati a votare sulla base dell’esito del voto popolare. Sono richieste che non incontrano il favore delle dirigenza democratica, perché toglierebbe potere e capacità di controllo sulle procedure di voto alla macchina del partito.

C’è poi il tema dei programmi. I sandersiani sono riusciti a ottenere alcune cose importanti nella piattaforma che verrà approvata a Philadelphia: i minimi salariali federali a 15 dollari all’ora; il carbon pricing, l’obbligo di pagare sulla base delle emissioni di CO2; un programma di aiuti agli studenti che si iscrivono all’università. Un linguaggio più critico nei confronti della deregulation finanziaria, all’interno della piattaforma ufficiale del partito, sicuramente aiuterebbe a portare la pace.

Un’ultima cosa. Lo scarso entusiasmo che Hillary Clinton solleva tra suoi stessi sostenitorisi riflette ormai anche nelle sue chance di andare alla Casa Bianca. Il sito FiveThirtyEight di Nate Silver, di solito molto accurato nelle previsioni, dà Donald Trump avanti di 15 punti nelle probabilità di vittoria. L’analisi arriva dopo la conclusione della Convention repubblicana, quindi dopo una fase di particolare esposizione mediatica per Trump. Ma è un’analisi che preoccupa i democratici e che mostra che la corsa di Hillary Clinton è tutta in salita.

  • Autore articolo
    Roberto Festa
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Il candidato “della legge e dell’ordine”

“Legge e ordine”.

E’ stato il concetto su cui Donald Trump ha insistito di più, nel discorso con cui ha accettato la nomination repubblicana per la Casa Bianca. Per quasi un’ora e mezzo, davanti alla folla di delegati che l’hanno spesso interrotto con applausi e acclamazioni, Trump ha dipinto un’America percorsa da crimine, crisi sociale, insicurezza. E ha detto di essere lui “il candidato della legge e dell’ordine”

Quella frase, “legge e ordine”, è stata ripetuta da Trump per almeno cinque volte. Il candidato repubblicano ha anche dato delle cifre (che spesso non sono sembrate attendibili): il 17 per cento in più di omicidi nelle maggiori 50 città americane. “Quasi 4mila persone – ha spiegato Trump – sono state uccise a Chicago da quando Barack Obama è salito alla Casa Bianca”. In questa rappresentazione delle strade americane percorse dalla violenza, è venuto naturale il riferimento ai poliziotti uccisi a Dallas, a Baton Rouge, a Kansas City, in altre città americane. “Il compito più basilare del governo è difendere le vite dei suoi cittadini – ha detto Trump -. Un governo che non lo fa non è degno di amministrare il Paese”.

La questione dell’ordine pubblico, con toni anche apertamente autoritari, ha occupato buona parte del discorso, reminiscente di quello che disse Richard Nixon alla Convention repubblicana del 1968. Allora Nixon promise di “restaurare l’ordine e il rispetto per la legge in questo paese”. Oggi Trump ha detto: “Ho un messaggio per voi. Con il 20 gennaio 2017, quando sarò presidente degli Stati Uniti, il crimine e la violenza che affligge oggi la nostra nazione finirà”.

Nel capitolo sicurezza e ordine non poteva ovviamente mancare il tema dell’immigrazione e del terrorismo internazionale. Di fronte ai rischi che il radicalismo islamista pone, agli Stati Uniti e al mondo, Trump ha detto: “Chiunque appoggi la violenza, l’odio e l’oppressione non è benvenuto nel nostro Paese e non lo sarà mai”. Trump però questa volta ha parlato di blocchi alle frontiere, senza però citare direttamente i musulmani: “Dobbiamo immediatamente sospendere l’immigrazione da qualsiasi nazione che è compromessa col terrorismo, fino al momento in cui un sistema di verifica non verrà posto in atto”.

Quanto al muro con il Messico, Trump ha detto che si farà: “Non ci saranno più città santuario – ha spiegato – luoghi dove l’immigrazione illegale può tranquillamente prosperare”. Il tema della lotta all’immigrazione illegale si è legato, nel discorso di Trump, a quello del commercio, delle insicurezze economiche, dei milioni di posti di lavoro che si sono in questi anni trasferiti all’estero. “Decenni di immigrazione record hanno prodotto salari sempre più bassi e tassi di disoccupazione sempre più alti per i nostri concittadini, soprattutto per gli afro-americani, per gli ispanici. Torneremo ad avere un sistema di immigrazione che funziona, ma che funziona soprattutto per gli americani”.

Durissima è stata anche la critica cui Trump ha sottoposto Hillary Clinton. “E’ il candidato delle lobby, degli interessi particolari, che finanziano la sua campagna e la Clinton Foundation”, ha detto Trump, che ha anche ricordato quello che, a suo giudizio, è il disastro ottenuto da Clinton nel suo periodo da segretario di stato: “Prima che arrivasse, Egitto, Iraq, Siria, erano Paesi relativamente tranquilli. L’Isis non esisteva. Dopo il suo passaggio, il mondo è crollato. E’ una criminale”, ha scandito Trump.

In conclusione, il discorso di Trump è apparso perfettamente in linea con un candidato che si pone come leader populista, che vuole essere rappresentante di tutti – ricchi e poveri, bianchi e neri, gay ed evangelici – in un annullamento di differenze, interessi, ideologie del passato. In questo Trump, nel suo discorso finale alla Convention, ha davvero sotterrato decenni di pensiero e di pratica politica repubblicana. Il partito pro-business, pro-capitale, il partito attento alla vita e alla famiglia non esiste più (Trump non ha praticamente mai citato la questione dell’aborto, per anni cavallo di battaglia dei repubblicani; e ha fatto una plateale difesa dei diritti delle persone omosessuali, peraltro applauditissimo dalla platea). Anche il tema dell’“America first”, della difesa degli interessi americani rispetto a quelli dell’equilibrio globale, è parsa in stridente contrasto con decenni di politica estera repubblicana.

Il rifiuto della forma partito, e della storia del G.O.P., è apparso evidente anche nel continuo riferimento che Trump ha fatto al suo “movimento”. “Il nostro è un movimento – ha detto – che è pronto ad accogliere tutti, i democratici compresi”. Il dato politico che emerge da questa Convention, dunque, è proprio questo: l’emergere di un movimento conservatore e populista diverso dai repubblicani di cui, al momento, si intravvedono i contorni, non ancora natura e obiettivi.

Questo è stato l’altro capitolo in cui il magnate newyorkese si è allontanato dalla tradizione e dal pensiero più tradizionale del partito repubblicano. Qui Trump si è presentato come il leader che metterà fine a tutti quei trattati di commercio – anzitutto il Nafta (l’Accordo nordamericano di libero scambio, ndr)– che hanno indebolito i lavoratori americani. “Ho visitato i lavoratori licenziati dalle loro industrie, e le comunità schiacciate dai nostri terribili e ingiusti trattati di commercio – ha spiegato Trump -. Questi sono gli uomini e le donne dimenticati del nostro Paese. Gente che lavora duro, che non ha voce”. La rivendicazione degli “esclusi” e dei “dimenticati” si è presto estesa anche alle minoranze.

In questo porsi come rappresentante della nazione, al di là di differenze di classe, reddito, educazione, etnia, Trump ha espresso forse l’elemento centrale della sua proposta politica, diversissima da quella tradizionale, pro-business, liberista, globalizzata del vecchio partito repubblicano. La stessa forza populista, che è annullamento di storia, differenze, tradizioni, Trump l’ha mostrata in altri punti del discorso. Ha detto di essere il difensore dei diritti delle persone omosessuali (e i delegati hanno applaudito; è stato uno sdoganamento delle questioni LGBT che mostra che anche il popolo repubblicano è cambiato); ma ha anche detto di essere debitore agli evangelici, e ha omaggiato la National Rifle Association, la lobby delle armi. In questa capacità di trasmettere un messaggio che va oltre le ideologie, Trump ha in fondo liquidato gli ultimi decenni di politica e strategie del partito repubblicano (non a caso buona parte della classe dirigente del G.O.P. ha preferito non farsi vedere a Cleveland).

La conclusione del discorso è stata appunto dedicata tutta al tema della presenza americana nel mondo. “L’America viene prima, viene prima di tutto”, ha urlato per due volte Trump. “L’America viene prima della globalizzazione”. Pur promettendo di lavorare con gli alleati, anzitutto con Israele, Trump non ha nascosto che la sua America sarà prima di tutto impegnata a casa, a difendere i propri interessi, e non sarà più il “gendarme del mondo”. La conclusione, dopo la rappresentazione di un Paese devastato da paure e crisi, è stata invece di di speranza. “A tutti gli americani, stasera, in tutte le città e in tutti i villaggi, faccio questa promessa: restituiremo la grandezza all’America. Restituiremo l’orgoglio all’America. L’America tornerà sicura. L’America tornerà grande”.

  • Autore articolo
    Roberto Festa
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Campagna repubblicana anti-Clinton

“You’re fired”.

Lo slogan che Donald Trump usava con una certa frequenza nel suo show televisivo, The apprentice (seguito poi da The Celebrity Apprentice), potrebbe essere tranquillamente usato oggi nei confronti di Hillary Clinton, la candidata democratica che alla Convention di Cleveland è diventata una sorta di punching ball dei repubblicani. Tutti l’attaccano, tutti chiedono che sia licenziata: dalla politica, ovviamente, ma in qualche modo anche dalla società civile.

“In galera” è uno degli slogan più associati al suo nome.

L’esplosione di rabbia non sorprende. Almeno dagli anni della presidenza del marito Bill, Hillary Clinton è una delle figure più odiate dalla destra e dai conservatori americani. Di volta in volta, non è piaciuto il suo attivismo da First Lady – con Bill alla Casa Bianca, Hillary ha lavorato a un progetto di riforma della sanità, poi fallito. Non è piaciuto l’atteggiamento con cui è passata sopra ai tradimenti dell’allora presidente. Non è piaciuto il modo in cui ha navigato tra diversi scandali o presunti tali – Whitewater, Vince Foster, e poi Bengasi, le e-mail da segretario di Stato. Non è piaciuta la disinvoltura con cui ha incassato migliaia di dollari per i suoi discorsi di fronte ai board di grandi aziende e istituzioni finanziarie. Non piace l’ambiguità dei suoi rapporti con Wall Street. Non piacciono i misteri sui finanziamenti alla Clinton Foundation.

A dire il vero, molte di queste cose non piacciono nemmeno a una parte dei democratici; per esempio, a quelli che hanno appoggiato Bernie Sanders durante le primarie. Del resto, una carriera politica che è iniziata a metà anni Sessanta (come sostenitrice di un repubblicano, Barry Goldwater) offre inevitabilmente più di un appiglio. Hillary Clinton è stata descritta, volta per volta, come ambiziosa, indifferente ai principi, infida, poco preparata, insicura, pronta a cambiare idea ogni volta che l’interesse politico lo imponeva. Perché Clinton è passata sopra ai tradimenti del marito? Per ambizione, per non vedersi stroncata la carriera politica. Che cosa rivela la storia di Bengasi e degli americani dell’ambasciata uccisi? La sua incapacità a governare la politica estera e assicurare la sicurezza degli americani. Per quale ragione ha usato, da segretario di stato, un account personale e non quello del Dipartimento? Perché aveva qualcosa di nascondere.

Pochi personaggi, nella recente storia politica americana, hanno scatenato così tante controversie. E’ un rancore che ha sicuramente a che fare con il fastidio di una parte d’America per una donna che ha sempre rivendicato la propria fede femminista; che non si è limitata a fare la First Lady, un passo indietro, ma ha chiesto un ruolo visibile e centrale. In questo, Hillary Clinton non è stata seguita davvero da nessuna; nemmeno da Michelle Obama, che da First Lady non ha voluto occuparsi di questioni legate alla politica, ma ha preferito mettere mano ad alimentazione e infanzia. Il risultato è che Michelle lascia la Casa Bianca come una delle First Lady più amate della storia.

Qui alla Convention di Cleveland il furore anti-clintoniano ha raggiunto però l’apice. “E’ una bugiarda, non merita di diventare presidente degli Stati Uniti”, mi dice un delegato della Florida, . “Le manca solo un omicidio e poi le ha fatte tutte. Anzi, non sarei così sicura che non abbia anche eliminato qualcuno”, è l’opinione di una militante del Nevada che va in giro tappezzata di bigliettini con scritto “I media liberal ti mentono”. Per un’altra delegata, Cindy Walker, una sostenitrice di Ted Cruz “siete voi giornalisti che l’avete difesa e nascosto le sue malefatte. Ma la gente sa la verità e non permetterà che una come Clinton diventi presidente”.

Se questo è il clima generale, non sorprende che l’intervento sinora più applaudito della Convention sia stato quello di Chris Christie, il governatore del New Jersey, ex procuratore, che è salito sul podio e di fronte alla folla esultante ha ricordato tutte le ragioni per cui Clinton è colpevole: “Ha fallito in Libia… Ha messo le basi per l’esplosione dell’ISIS… Ha appoggiato I peggiori tiranni del Medio Oriente… E’ stata una negoziatrice inetta nei trattati sul disarmo… Ha permesso alla Russia di tornare a essere un attore importante sulla scena internazionale… Ha appoggiato le politiche brutali dei fratelli Castro… Ha messo a rischio la sicurezza nazionale con l’uso di un account mail privato”. A ogni capo d’accusa, la folla rispondeva Guilty, colpevole, con slogan che inneggiavano al carcere e a “nessuna pietà” per l’ex segretaria di stato.

Si è trattato di uno spettacolo impressionante, rivelatore di un rancore che non ha probabilmente uguale nemmeno nell’insofferenza di alcuni settori dell’America bianca per Barack Obama. E’ stato impressionante perché venuto da un uomo di legge che in quest’occasione, più che un ex procuratore, è sembrato un inquisitore pronto a chiedere il rogo sulla base di indizi e voci (difficile credere, come ha sostenuto Christie, che Clinton sia “un’apologeta di Al Qaeda in Nigeria”). E’ stato impressionante per l’eccitazione urlata con cui la folla ha chiesto, sostanzialmente, la galera per un’avversaria politica. E’ stato impressionante perché anticipa il clima di una campagna elettorale che sarà dura, senza esclusione di colpi. Ed è stato, infine, impressionante, perché ha ricordato che anche in politica, alle donne, si perdona molto meno.

  • Autore articolo
    Roberto Festa
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Chi sostiene “l’uomo della provvidenza” Trump

Brutti, sporchi e cattivi.

E’ il modo in cui, spesso, sono stati descritti i repubblicani pro-Trump. Gente senza una vera cultura politica. Espressione di ceti deprivati economicamente. Un popolo soprattutto bianco, mosso dalla rabbia e da una straordinaria voglia di rivalsa.

In realtà, è sufficiente farsi un giro per Cleveland, in questi primi giorni di Convention per capire che la formula, come spesso succede per le formule, non corrisponde alla realtà. E’ vero che, rispetto al mondo repubblicano più tradizionale, gli elettori di Donald Trump portano una novità importante. Il loro approccio alla politica è più “esistenziale” che ideologico; fatto non solo di programmi e strategie, ma anche di moventi profondamente “personali”.

“Donald è la persona giusta per liberarci della minaccia ISIS. Ci può restituire la certezza della vita”, mi dice Donna Hayes, una delegata della Florida. “Donald è il leader capace di creare il lavoro che manca all’America. Come ha fatto con le sue aziende”, spiega Ron Sheffer, militante repubblicano dell’Iowa. E, secondo Bernie James, un delegato 28enne dell’Oregon, “Trump può far tornare l’America grande, come quella che hanno conosciuto i miei genitori”.

Donald Trump, per il suo elettorato, non è quindi Joe McCain o Mitt Romney; non è un semplice politico che chiede di andare alla Casa Bianca per amministrare il Paese. E’ qualcosa di più. E’ il salvatore; è il leader che, in una commistione di politica, comunicazione televisiva, ricchezza personale, disprezzo per Washington, promette di cambiare la vita degli americani.

Non a caso il suo slogan è: Make America great again, far tornare grande l’America. Non è chiaro a quale America Trump voglia tornare; quale sia il suo modello di grandezza. Ma, come in tutti gli appelli al sogno, i dettagli e la realtà importano poco. L’importante è appunto che ci sia un sogno da realizzare. Non è poi un caso che Trump e la sua campagna continuino a insistere su un’immagine di America devastata, in piena decadenza, travolta dalla paura e dall’insicurezza. Il quadro è ben più pesante della realtà, ma serve appunto a rafforzare il racconto dell’uomo che salva e cura.

Gli elettori di Trump non sono dunque soltanto uomini e donne dell’America bianca e deprivata. Proprio perché si basa su sogni e paure, quindi su percezioni, l’appello di Trump è interclassista, interazziale, oltre le generazioni e i generi. Non c’è del resto bisogno di essere davvero poveri, privi di mezzi, per desiderare una vita migliore. E quindi a Cleveland, tra chi spera in un presidente Trump, ci sono molti bianchi, ma ci sono anche i membri delle minoranze, ispanici e afro-americani. Ci sono molte donne, che non pensano affatto che Trump sia sessista. “E’ un’invenzione dei media liberal, Donald è uno che cede il passo alle signore. Ti sembra sessista?”, mi ha detto Maria Jimenez, delegata della Virginia. E ci sono professionisti, middle-class, ceti abbienti che non devono per forza sentire il peso della crisi per abbracciare il messaggio di Donald Trump.

Come tutti i fenomeni populisti, Trump oltrepassa classi e interessi, tradizione e identità. C’è, a questo proposito, un dato interessante. Nel primo giorno di Convention, ben due interventi, quello dell’ex sindaco di New York Rudy Giuliani e quello dello sceriffo della contea di Milwaukee David Clarke, hanno contenuto accenni aperti ai connazionali omosessuali, equiparati agli eterosessuali. Nessuno tra i migliaia di delegati e invitati in platea ha avuto da ridire. Nessuno ha urlato il suo disappunto. E’ uno sdoganamento silenzioso, che non a caso avviene nel momento della candidatura di Donald Trump. Il suo appello, appunto, cancella le distinzioni del passato. Travolge i vecchi valori. E’ indifferente alle ideologie.

Come ogni leader populista, Donald J. Trump chiede in fondo soprattutto una cosa: la fede nella sua capacità di essere l’uomo della provvidenza.

  • Autore articolo
    Roberto Festa
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Cleveland, a rischio il diritto al dissenso

C’è un limite all’espressione del dissenso?

La domanda nasce dopo il primo giorno della Convention repubblicana a Cleveland. Una serie di manifestazioni sono state programmate in città. A partecipare gruppi molto diversi: le sigle antirazziste, gli attivisti di Black Lives Matter, i militanti anticapitalisti, gli ecologisti, i pacifisti.

Ma a Cleveland sono arrivati anche i cristiani radicali della Westboro Baptist Church, quelli che gioiscono per la morte dei gay, degli ebrei, dei soldati americani in Afghanistan e Iraq (in quanto punizione per presunti peccati di cui si è resa responsabile l’America).

Nel primo giorno di Convention, le proteste ci sono quindi state. Senza tensioni, incidenti o scontri. Il numero dei manifestanti è stato, almeno per il momento, inferiore alle attese. A Cleveland, a protestare contro un candidato particolarmente controverso come Donald J. Trump, non sono arrivate le migliaia di persone che si temeva. O sperava, a seconda dei punti di vista.

Ai manifestanti, è stato concesso di protestare in aree pre-stabilite: la Public Square, in centro, e il Lorain-Carnagie Bridge, più distante dalla Convention. In alcuni casi, hanno anche potuto percorrere un certo tratto di strada nella Downtown di Cleveland.

E qui sorge il dubbio. Il diritto di protesta non si limita infatti soltanto alla possibilità di esprimere dissenso. Diritto di protesta è la possibilità di esprimersi in modo che la propria opinione – contraria – venga ascoltata. Giudicata. Accolta o rifiutata.

Non è quello che è successo a Cleveland. I manifestanti sono stati appunto tenuti in aree pre-stabilite, lontane da dove si svolge la Convention e dove sono concentrati media e pubblico. Mi è capitato di vedere poche decine di dimostranti circondati da un numero spropositato di agenti. Il cordone di polizia era così fitto che a malapena li si vedeva e sentiva.

Cleveland è questi giorni una città in stato d’assedio. Migliaia di agenti la presidiano. I luoghi della Convention, la Quickens Loan Arena e il Convention Center, distano un paio di chilometri e sono collegati attraverso un percorso ermeticamente chiuso, dove sono state innalzate alte cancellate che impediscono di vedere fuori e di essere visti. Il percorso tra i due centri lo si fa con un servzio di shuttle.

Questo significa che la possibilità di contatto tra chi protesta e chi segue la Convention è ridotta al minimo. Calvin Williams, il capo della polizia di Cleveland, l’ha del resto detto molto chiaramente: “E’ diritto di chi protesta esprimere le proprie opinioni e permetteremo persino alla gente di marciare per le strade. Ma se diventerà una questione di sicurezza, dovremo fare quello che la polizia fa per garantire la sicurezza di tutti”. In altre parole, manifestare è ok, ma con limiti molto chiari.

Il momento non è del resto facile. I fatti di Dallas e Baton Rouge, la tensione che cresce sulle questioni razziali, le proteste che hanno spesso accompagnato i comizi di Trump sin dalle primarie (con i contestatori malmenati dai sostenitori di Trump) preoccupano. Di più, in Ohio è in vigore la open-carry law, la legge che permette di portare armi in pubblico: un dettaglio che contribuisce a rendere ancora più tesa la situazione per le strade.

Prima che cominciasse la Convention di Cleveland, alcuni hanno anche richiamato i fatti di Chicago del 1968. Allora, durante la Convention democratica, si scatenò la protesta e la polizia reagì con straordinaria violenza. I manifestanti urlavano The whole world is watching, The whole world is watching, l’intero mondo sta guardando, ma intanto la polizia li picchiava, li portava in prigione e usava gas lacrimogeni.

Cleveland 2016 non è stata Chicago 1968. Da allora del resto, proprio dai fatti di Chicago 2016, le Convention sono diventate eventi coreografati in modo accurato, con controlli di polizia molto severi. Quando la contestazione è esplosa, come alla Convention repubblicana di New York nel 2004, durante la guerra in Iraq, l’intervento di polizia è stato immediato, durissimo, illegale (i manifestanti picchiati e incarcerati allora hanno aperto una class action e l’hanno vinta).

Il problema dunque rimane – ed è visibile in questi giorni a Cleveland. La preoccupazione di disordini può portare, di fatto, a svuotare il diritto a manifestare il dissenso? E’ possibile creare, come è stato fatto a Cleveland, delle free speech zones che sono di fatto ghetti dove si confina il dissenso? Il diritto alla protesta non viene così soltanto formalmente assicurato? Nella forma, appunto, ma non nella sostanza.

Sono domande che non riguardano ovviamente soltanto i repubblicani e la Convention di Cleveland. La prossima settimana inizierà quella democratica, a Philadelphia, e il problema si riproporrà. La polizia ha assicurato che ai dimostranti – molti saranno i sostenitori di Bernie Sanders – verrà garantito lo spazio del FDR Park per le proteste. Il parco si trova però separato dal Wells Fargo Center, dove si svolge la Convention, da un’ampia strada alberata – e ovviamente blindata.

Cosa si riuscirà a indovinare delle proteste? Come riusciranno a far sentire la loro voce i dimostranti, ancora una volta chiusi in gabbie dedicate al free speech?

  • Autore articolo
    Roberto Festa
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Trump divide Cleveland

Si sono incontrati sulle sponde del Lago Erie, su cui si adagia Cleveland. Da un lato alcune centinaia di manifestanti anti-Trump, membri di Black Lives Matter, anti-capitalisti, pacifisti, ecologisti. Dall’altro decine di delegati repubblicani. I primi protestavano contro razzismo, violenza poliziesca, pregiudizio anti-migranti. I secondi erano vestiti da sera ed entravano in un club sul lago per un party pre-Convention: “Rock the Night”.

E’ l’immagine di Cleveland la sera prima dell’inizio della Convention 2016, quella che dovrebbe incoronare definitivamente Donald J. Trump candidato ufficiale del G.O.P. La città, come prevedibile, è sotto un rigido controllo di polizia. Almeno 2000 agenti sono arrivati da altri Stati a dar man forte alla polizia locale. Le strade sono presidiate dai membri del Secret Service e dell’FBI. Alle finestre e sui tetti si scorgono decine di cecchini.

Trump è del resto un candidato controverso, per molti tra gli stessi repubblicani, e l’arrivo di centinaia di contestatori non è una sorpresa. “E’ un pericolo per la democrazia americana, è un populista che fa emergere il peggio dalle persone, ma gli americani non sono così”, mi dice Judy Stanley, che è venuta da Toledo, alcuni chilometri da Cleveland, per protestare contro Trump. Secondo Mark Costello, di Chicago, gli Stati Uniti stanno vivendo un momento drammatico, “le tensioni razziali sono alle stelle, Trump non fa che acutizzarle”. Naomi Rosenthal viene invece da Ann Arbour, una città universitaria del Michigan. Fa parte dei “Jews against Trump”, gli ebrei contro Trump. Spiega che il giudaismo “è umanesimo, gli ebrei sono stati perseguitati, conoscono il razzismo. E Trump è razzista, perché pensa che alcuni gruppi etnici sono superiori ad altri”.

GOP_2016_Convention-Security-5559d

Sono molto più sfumati i toni tra i delegati repubblicani che entrano nel club in riva al lago. Ovviamente per loro il tema davvero controverso non è tanto quello del razzismo di Trump, del suo populismo che mette a rischio la democrazia. Per questi delegati il tema vero oggi è quello dell’unità del partito, che la candidatura di Trump mette a rischio. “Perché l’America ha bisogno di Trump?” chiedo a una signora in completo pantalone con i colori della bandiera americana. “Perché dice quello che molti pensano, ma che hanno paura di dire – risponde -. Trump ha successo perché è in perfetta sintonia con quello che pensa la maggioranza degli americani: sugli immigrati, sulla perdita dei posti di lavoro, sul fatto che con Barack Obama siamo diventati una nazione di imbelli”.

Meno netto il giudizio se si ascolta l’opinione di un repubblicano che non ha sostenuto Trump alle primarie. Greg è un signore di oltre settant’anni, alle primarie ha votato per Jeb Bush. “In effetti, non sono d’accordo con le cose che Trump dice su musulmani e migranti”, spiega. “Lo voterà comunque?” chiedo. “Sì – dice – è il candidato repubblicano”. “Jeb Bush non sarà qui a Cleveland a sostenere Trump”, gli dico ancora. “Jeb sbaglia – mi spiega ancora Greg -. Il candidato repubblicano va votato, chiunque esso sia. E’ importante sconfiggere Hillary. E’ una disonesta. Sarà travolta dalla sua stessa ambizione”.

13770368_10208686191504996_4079620099208024837_n

Nonostante gli appelli all’unità, il problema però rimane. Molti repubblicani non sono disposti a fare come Greg e votare “il candidato repubblicano, comunque”. Qui a Cleveland mancano per esempio all’appello alcuni tra i volti storici del partito. E’ assente, al gran completo, la famiglia Bush. Non c’è Mitt Romney, che ha già detto che non voterà Trump ma il candidato dei libertarian. Non c’è Joe McCain, insultato da Trump perché si è fatto catturare ai tempi della guerra in Vietnam. Assenti decine di senatori e deputati, con le scuse più fantasiose: c’è chi deve tagliare l’erba del prato, chi ha un week-end di pesca, chi ha un viaggio programmato da mesi, chi sostanzialmente non ha neppure sentito il bisogno di spiegare perché non ci sarà.

Donald Trump ha, in questi mesi, diviso l’America. Ma ha diviso, e in modo potente, il suo stesso partito, che esce da queste primarie con le antiche anime cancellate, travolte, trasformate. L’entrata in scena di Trump è un dilemma per i repubblicani USA, ancor prima che per l’America. Me lo spiega, prima di infilarsi a “Rock the Night” un signore in giacca rosa e pantalone bianco. “Trump potrebbe essere il nuovo Ronald Reagan. Potrebbe cambiare profondamente il partito. Ma potrebbe anche ucciderlo”.

  • Autore articolo
    Roberto Festa
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti