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Giovedì 21 marzo: Egokid live nell’Auditorium

Il loro nuovissimo album si chiama “Disco Disagio”, ma vi garantiamo che giovedì 21 marzo, dalle 21.30, per il loro concerto nell’Auditorium Demetrio Stratos di disagio non ne proverà nessuno. E ne saranno esenti anche gli ascoltatori che, impossibilitati a raggiungere via Ollearo 5 (peccato!), si sintonizzeranno sulle frequenze di Radio Pop.

Chi sono, chiedete? Giusto: gli Egokid!

Le due voci di questa band dovrebbero essere note ai più attenti seguaci della nostra emittente, in quanto sia Diego Palazzo (da qualche anno anche membro dei Baustelle) che Piergiorgio Pardo sono stati (Diego) e sono ancora (Pier) dei prestigiosi collaboratori di Radio Pop. E se vogliamo essere precisi, anche il bassista degli Egokid, Giuseppe Fiori, ha avuto i suoi trascorsi al microfono della nostra radio.

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Sono passati ben cinque anni dalla pubblicazione del loro ultimo disco, “Troppa gente su questo pianeta”: questo nuovo lavoro ci riporta una band ironica, capace di proporsi in perfetto equilibrio tra divertimento glam e impegno sociale, tra leggerezza e malinconia. E’ un album in cui l’elettronica, e la cassa in 4, hanno un ruolo importante, in cui si colgono chiare le fascinazioni legate al mondo del clubbing, ma contemporaneamente si colgono, così come nel passato, gli amori dei due cantanti e compositori per la musica d’autore, italiana e non.

Tutto il resto venitelo a scoprire giovedì sera nell’Auditorium Demetrio Stratos: il concerto inizierà puntualissimo alle 21:30 (arrivate prima!) e l’ingresso è gratuito come sempre.

Nel frattempo…un’anteprima, con il primissimo brano svelato, qualche mese fa, dalla tracklist dell’album: “Le cose semplici”.

[youtube id=”9JVsMWy8H3Y”]

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    Niccolò Vecchia
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Giovedì 28: I Hate My Village live nell’Auditorium

Proseguono i concerti dell’Auditorium Demetrio Stratos, che per questa stagione sono programmati il giovedì sera, a partire dalle 21.30. Giovedì 28 febbraio avremo il piacere di ospitare sul palco uno straordinario gruppo, animato da quattro musicisti che abbiamo conosciuto e apprezzato grazie al loro lavoro con altre grandi band.

Si chiamano I Hate My Village, e così si chiama anche il loro primo album insieme. Un disco che nasce in particolare dalle idee di Adriano Viterbini (chitarra di Bud Spencer Blues Explosion e molti altri) e Fabio Rondanini (batteria di Calibro 35, Afterhours). La musica nata dal loro incontro racconta in modo eloquente e intenso l’amore viscerale dei due per la musica africana, un amore che è nato sui palchi su cui hanno accompagnato maestri quali Bombino e Rokia Traoré.

Da questa prima scintilla sono nate delle lunghe jam in sala prove, improvvisazioni che hanno fatto nascere nove tracce di grande forza. E a questo punto della storia entra “il terzo uomo”: Alberto Ferrari (Verdena) ha accolto l’invito di Viterbini e Rondanini, aggiungendo alle loro composizioni la sua voce, componendo melodie che portano la musica degli I Hate My Village verso destinazioni più misteriose e affascinanti. Si parte dall’Africa, ci si dirige ovunque si voglia, dimostrando una libertà compositiva, ma al tempo stesso una misura e una precisione, davvero encomiabile.

La storia prosegue con il quarto personaggio: Marco Fasolo (Jennifer Gentle) è uno straordinario, meticoloso, produttore, e anche in questo lavoro non si smentisce, dando ai suoni di tre grandi artisti un’amalgama unica, capace sia di far spiccare ognuno di loro, sia di presentarceli uniti più che mai.

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Se il disco I Hate My Village è uno splendido viaggio sonoro, siamo davvero ansiosi di ascoltare questa band, formata da strumentisti d’eccezione, in versione live. Una versione in cui Marco Fasolo esce dalla cabina di regia, per salire sul palco insieme ai suoi compagni di strada.

E siamo molto felici di poterveli offrire, giovedì 28 febbraio, in un concerto che trasmetteremo in diretta sulle frequenze di Popolare Network dalle 21.30 alle 22.30, un concerto a cui potrete partecipare gratuitamente se vi presenterete giovedì 28 febbraio nell’Auditorium Demetrio Stratos di Radio Popolare, in via Ollearo 5.

Ve lo consigliamo caldamente…e nel frattempo vi lasciamo un piccolo assaggio di quello che vi aspetta!

[youtube id=”nm1S2xkKroI”]

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    Niccolò Vecchia
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6 settembre: Zen Circus e Nada live

Zen Circus e Nada live per Radio Pop

Il 6 settembre è una data da segnare sul calendario, già da oggi, con un bel circoletto rosso. Anzi, guardate, la cosa migliore sarebbe, nel giro di un paio di click, organizzarsi già da subito per quella serata. Come? Acquistando immediatamente i biglietti in prevendita per il terzo concerto di All You Need Is Live, la grande festa musicale di Radio Pop, al Carroponte di Sesto San Giovanni.

Quest’anno, appunto il 6 settembre 2018, abbiamo invitato una delle band che in questi anni abbiamo ospitato più spesso ai nostri microfoni, nei nostri studi, sul palco del nostro Auditorium. Gli Zen Circus sono infatti un gruppo che amiamo (ci pare, ricambiati) da tanti, tanti anni. Fin da quando la band scriveva e cantava ancora in inglese, e prima ancora che un loro album (Villa Inferno, 2008) venisse prodotto da Guy Ritchie dei Violent Femmes, con le collaborazioni con Kim e Kelley Deal (Pixies, Breeders), Jerry Harrison (Modern Lovers, Talking Heads), e Giorgio Canali (CSI, Rossofuoco).

Ne hanno fatta di strada, gli Zen, da allora. Dieci album e un Ep, vent’anni di musica e più di  mille concerti. Facendo incontrare con originalità e passione il folk e il punk, e, soprattutto negli ultimi anni, il più classico cantautorato. Hanno pubblicato un filotto di album che li hanno messi al centro della scena indipendente italiana: “Andate tutti affanculo” (2009 ), “Nati per subire” (2011), “Canzoni contro la natura” (2014), “La terza guerra mondiale” (2016). Fino ad arrivare al più recente, il bellissimo “Il fuoco in una stanza”, uscito all’inizio di questo 2018.

Che siamo felici di poter celebrare con un grande live giovedì 6 settembre al Carroponte.

Ma gli Zen Circus non saranno da soli su quel palco: per l’occasione infatti abbiamo scelto con loro di invitare un’ospite davvero speciale, che gli Zen conoscono bene. Da compagni di strada, di studio e di palco.

Nada Malanima, infatti, è stata ospite di una canzone degli Zen nel 2009, ha invitato la band a collaborare sul suo disco “Vamp” del 2011 e ha suonato più volte con loro. La prossima sarà per il concertone di Radio Popolare e siamo onorati della sua presenza.

Ad aprire il concerto, poi, ci sarà un giovane, irriverente e fantasioso rapper chiamato Garfo: per molti sarà una scoperta. Noi siamo certi che sarà anche una bella sorpresa.

Siete pronti allora?

Ecco dove potete da subito comprare in prevendita il vostro biglietto.

E già che ci siete, iscrivetevi e condividete l’evento Facebook della festa-concerto.

E per prepararvi al meglio…ascoltate, cliccando sul play qui sotto, la puntata di MiniSonica in cui gli Zen Circus hanno raccontato a Niccolò Vecchia il loro ultimo album “Il fuoco in una stanza”.

The Zen Circus live a MiniSonica marzo 2018

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    Niccolò Vecchia
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Primavera Sound, la seconda serata

La seconda serata del Primavera Sound di Barcellona si è aperta con l’annuncio della cancellazione di un concerto, di uno dei concerti potenzialmente più importanti di questa diciottesima edizione. I Migos probabilmente non erano tra i nomi più attesi dai frequentatori storici del Festival, rappresentando una declinazione dell’hip hop decisamente commerciale e poco raffinata, per così dire.

Sicuramente sono un gruppo dal grande seguito. Sicuramente hanno dei problemi con gli orari, sono noti infatti per i loro ritardi nell’apparire sui palchi su cui sono previsti, e questa volta non si sono proprio presentati all’aeroporto per prendere il volo per Barcellona. Al loro posto, immaginiamo in fretta e furia, è stato chiamato il rapper britannico Skepta, anch’egli interprete di una versione discretamente tamarra del rap, ormai molto lontana, purtroppo, dall’ispirazione consapevole delle origini.

The Internet - foto Paco Amate
The Internet – foto Paco Amate

L’altro grande nome dell’hip hop previsto in cartellone ieri sera era quello di Tyler, the creator. Purtroppo, quindi, un altro esponente di un rap misogino, violento, inutilmente incattivito. L’unica speranza, per un futuro del rap migliore, lasciata ieri sera è arrivata dai The Internet, non foss’altro per la presenza in scena come leader della band di Syd, una ragazza, a liberarci finalmente dalle stucchevoli, per non dire intollerabili, pose da maschio alfa tipiche dell’hip hop più retrivo (come accade anche in Italia, peraltro).

Ma passiamo alle note positive, suvvia, in una serata in effetti meno entusiasmante del solito (e come avrete capito non per colpa dei Migos, assenti più o meno giustificati).

Oumou Sangarè - foto Dani Canto
Oumou Sangarè – foto Dani Canto

La maliana Oumou Sangarè, una delle grandissime voci della musica africana degli ultimi vent’anni, ha portato sul palco del Primavera una ventata calda, travolgente e seducente. Il pubblico, inizialmente forse un po’ spaesato, si è fatto gradualmente conquistare, finendo cantando e ballando con la star del Mali e con la sua ottima band. Divertenti e trascinanti sono stati anche i brasiliani Metà Metà, con un mix davvero ben riuscito di molti generi, di origine brasiliana e non solo.

Father John Misty - foto Eric Pamies
Father John Misty – foto Eric Pamies

Sul fronte americano, abbiamo assistito a uno show ben riuscito, anche se forse un po’ troppo di maniera, da parte di Father John Misty, impegnato soprattutto a interpretare le canzoni del suo album più recente, appena uscito, “God’s favorite customer”. E a un live invece più caldo e viscerale da parte dei The National: non una scoperta, certo, ma una conferma di un ottimo stato di salute della band, dopo la pubblicazione di un album forse meno brillante dei precedenti.

The National - foto Sergio Albert
The National – foto Sergio Albert

Andando in Francia, seppur senza muoversi da Barcellona, il concerto di Charlotte Gainsbourg è stato sorprendentemente bello, dimostrando che l’illustre figlia d’arte non ha semplicemente approfittato delle occasioni offerte dal suo cognome, ma è dotata di un talento vero, di una presenza scenica magnetica e di un’ottima voce. Oggi sarà sul palco invece la madre Jane Birkin, impegnata nell’interpretazione delle canzoni dell’ex compagno Serge. Le due si sono incontrate per una conferenza stampa lo scorso pomeriggio.

Jane Birkin e Charlotte Gainsbourg - foto Paco Amate
Jane Birkin e Charlotte Gainsbourg – foto Paco Amate

C’è molta Francia, ma anche molta Cuba, nelle Ibeyi. Un duo di straordinaria forza, formato dalle due sorelle Diaz, presentatesi sul palco senza una band, contendo dunque solo sui propri strumenti e su una buona dose di campionamenti. Ma è bastata la loro energia, e il grande affiatamento, per catturare un pubblico molto vasto raccoltosi sotto il palco che le ospitava.

Ibeyi - foto Paco Amate
Ibeyi – foto Paco Amate

Per concludere, segnaliamo anche lo splendido concerto proposto da Cesare Basile con i Caminanti. Il catanese ha, nel corso degli ultimi anni, imposto alla sua musica una svolta piuttosto radicale, riscoprendo completamente le radici siciliane e incorporandole nel suo rock rugginoso, scuro, ruvido. Oggi la fusione è davvero completa, fluida, perfettamente riuscita. E la presenza al Primavera Sound è una giusta celebrazione di questo, ma anche di una carriera piena di splendide canzoni e di una grande passione, artistica e civile.

Cesare Basile - foto Garbinelrizar
Cesare Basile – foto Garbinelrizar

Questa sera si chiude con l’ultima nottata di musica: ricordiamo ancora che per chi non sarà qui a Barcellona, c’è la possibilità, a partire dalle 17.30 circa, di guardare e ascoltare in streaming alcuni dei concerti della serata di venerdì. L’indirizzo del sito dedicato è il seguente: https://relive.primaverasound.barcelona/. Buon divertimento!

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    Niccolò Vecchia
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Il Primavera Sound travolto da Nick Cave

La prima vera serata di concerti al Primavera Sound di Barcellona ha avuto molti protagonisti. Ma, almeno per chi scrive, uno solo è da ricordare come il trionfatore, il conquistatore. Le facce del pubblico che avevo intorno a me, dopo la fine dell’esibizione di Nick Cave e dei suoi Bad Seeds, dicevano una cosa sola: “Incredibile”.

Nonostante nel live di Cave non ci siano effetti speciali di alcun genere. Lontanissima, quasi antipodica, l’eterea Björk con il suo spettacolo elaboratissimo e raffinatissimo, abbellito da installazioni visual perfette. Ma ciò che rende “incredibile” il concerto dei Bad Seeds è il coinvolgimento umano. La furia e la dolcezza, il calore e la rabbia, il dolore e la commozione.

Björk - Foto di >Santiago Felipe
Björk – Foto di Santiago Felipe

Nick Cave, 61 anni a settembre, è oggi, dopo tanti successi, mille esperienze e un recente dolore straziante, un performer più completo che mai. Già si poteva dire della sua discografia che fosse tra le più costanti di sempre, incurante del passare del tempo. Oggi dobbiamo aggiungere che, pur essendo sempre stato un animale da palcoscenico da togliere il fiato, è arrivato nel 2018 all’apice della sua potenza live.

Nick Cave - Foto di Eric Pamies
Nick Cave – Foto di Eric Pamies

La scaletta, leggermente diversa dal tour che ha consacrato il suo più recente album “Skeleton tree”, quello dedicato alla perdita del figlio Arthur, ha proposto una perfetta alternanza tra i grandi successi di sempre (“Do you love me”, “Red right hand”, “Deanna”), i brani migliori dell’ultima parte della sua carriera (“Girl in amber”, “Jubilee Street”), qualche chicca inaspettata (“Come into my sleep”).

E il finale, già portato sui palchi di mezzo mondo, con un centinaio di persone dal pubblico invitate sul palco per fare da coro greco e da scenografia vivente per l’esecuzione di “Stagger Lee” è la perfetta celebrazione di questo desiderio di Nick Cave di interpretare un concerto come un rito collettivo. Nick Cave suona e canta con il pubblico, più che per il pubblico, oggi più che mai. E anche chi guarda da lontano, senza occasione di salire sul palco, ne rimane invischiato, catturato.

Nils Frahm - Foto di Eric Pamies
Nils Frahm – Foto di Eric Pamies

Ci si allontana da quel palco con l’idea di aver bisogno di qualche minuto di decompressione, sgarrando dal ritmo forsennato di live dopo live che il programma fittissimo del Primavera Sound impone. Utili, perfetti, in questo senso, i set del compositore tedesco Nils Frahm, un uomo solo al comando di mille tastiere, e del produttore britannico Four Tet, tra i più raffinati interpreti dell’elettronica contemporanea.

Art Ensemble of Chicago - Foto di Alba Ruperez
Art Ensemble of Chicago – Foto di Alba Ruperez

E prima? Abbiamo assistito a un ottimo live di Anna von Hausswolf, che come scrivevamo ieri aspettavamo alla prova dal vivo, superata alla grande. Siamo rimasti un po’ delusi dalla prova scolastica, un po’ freddina, dei The War On Drugs. Ci siamo fatti portare indietro nel tempo con la mistica presenza sul palco dell’Auditorium Rockdelux dell’Art Ensemble of Chicago, monumento alla storia del jazz. E ci siamo soprattutto commossi ed emozionati con il live degli italiani Any Other.

Any Other - Foto di Niccolò Vecchia
Any Other – Foto di Niccolò Vecchia

La band guidata da Adele Nigro è dall’esordio di quasi tre anni fa, “Silently, quietly, going away”, una delle preferite di Radiopop. Con il concerto di ieri il gruppo ha presentato le nuove canzoni, di un album che uscirà entro la fine dell’anno, dimostrando una crescita notevole nell’elaborazione dei pezzi e negli arrangiamenti. E ci hanno lasciato l’idea di essere in questo momento forse la band italiana più “internazionale”, più adatta a un Festival come il Primavera Sound. Bravissimi, continuate così.

Noi stasera continuiamo con la seconda notte di musica. Per chi non potrà seguire i concerti da Barcellona, sul sito https://relive.primaverasound.barcelona/ saranno disponibili per tutti i giorni del Festival alcuni concerti in differita tra i più interessanti del programma.

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    Niccolò Vecchia
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Cinque concerti da non perdere al Primavera

Primavera Sound

Nel giorno in cui inizia il vero e proprio programma intensivo di concerti al Primavera Sound (che ieri ha però già registrato alcune esibizioni di primissimo piano, con gli Spiritualized di Jason Pierce impegnati in un live con orchestra e coro e i Belle & Sebastian, per citare i due più illustri), proviamo a dare lustro a qualche esibizione non di primissimo piano, ma ugualmente imperdibile.

Certo, certo. Stasera, giovedì, avremo occhi e orecchie conquistati da Björk e da Nick Cave & The Bad Seeds. Domani magari dai The National, sabato dagli Arctic Monkeys. Tutto vero. Ma il programma di questo Festival è talmente ricco, che fermarsi in superficie sarebbe un delitto imperdonabile.

Questa è la nostra lista di cinque concerti da non perdere. E i vostri?

Dj Koze – giovedì 31, 4.00, Ray Ban Stage

Giovedì davvero per modo di dire, dato che alle 4 di mattina saremo già ampiamente entrati nella giornata di venerdì, ma si tratterà ancora della prima “serata” del Festival, così ci capiamo. E toccherà aspettare quell’ora per godersi il live di un artista che negli ultimi anni ha impresso una svolta notevolissima alla sua espressione musicale. Il tedesco Stefan Kozalla, in arte Koze, ha iniziato come dj di hiphop nei primi anni ‘90. Nel nuovo millennio invece ci è entrato con alcune ottime produzioni di elettronica, ma è con l’album “Amygdala” del 2013 che Koze dimostra di essere un musicista e un compositore davvero eclettico. Capace di usare l’elettronica per mischiare generi e travalicando confini ed etichette. Il successivo, appena uscito, “Knock Knock” ha confermato, con canzoni di grande livello questa svolta.

[youtube id=”MczfNRvzl04″]

Ibeyi – venerdì 1, 22.40, Pitchfork Stage

Gli ascoltatori di Radiopop forse le avranno già scoperte, le due sorelle franco-cubane Diaz, che si raccolgono sotto il nome di Ibeyi. Ma il grande pubblico deve ancora apprezzarle come meritano. Sono due grandi animali da palco e potranno conquistare il Primavera Sound con le canzoni del loro secondo album “Ash”, uscito a settembre 2017, con cui hanno dimostrato una grande maturità compositiva. Anche grazie a ospiti di primissimo piano, come Kamasi Washington e Meshell Ndegeocello, è un album complesso e scuro, ma anche caldissimo e avvolgente. Con cui le Ibeyi affermano la propria fierezza di donne libere, indipendenti.

[youtube id=”9Hc8cWtedN8″]

Waxahatchee – venerdì 1, 17.40, Primavera with Apple Music Stage

Katie Crutchfield è una cantautrice americana che possiamo accostare ad altre sue connazionali, come Sharon Van Etten e Angel Olsen, per la fluida sicurezza con cui unisce un’attitudine alt-rock molto nineties a influenze folk, country, pop. In particolare con il suo ultimo, quarto, album “Out in the storm” è riuscita a condensare il meglio di sé, crescendo anche come interprete vocale. Sarà il Primavera Sound a consacrarla definitivamente? L’anno scorso il Festival di Barcellona fece proprio un gran bene alla succitata Angel Olsen, che ha più volte parlato del suo live come uno dei più importanti della sua carriera (per ora…).

[youtube id=”MBpMXuzHR3I”]

Anna von Hausswolff – giovedì 31, 21.45, Adidas Stage

Svedese, poco più che trentenne, la biondissima Anna von Hausswolf non è certamente una musicista che punti al facile successo con canzoncine pop come qualche suo connazionale ha fatto, più o meno recentemente. Qualcuno l’ha notata anche e soprattutto per la sua scelta di utilizzare uno strumento come l’organo di chiesa per le sue composizioni, inserendo quella sonorità all’interno di brani dall’atmosfera cupa, a volte oppressiva e post-metal, ma anche capaci di improvvise svolte luminose. La sua voce, da molti paragonata a quella di Kate Bush, ha la medesima forza evocativa, in grado di passare dalle sfumature inquietanti alla leggerezza più eterea. Sarà molto intrigante vederla alla prova con un live di questo tipo, in un grande Festival.

[youtube id=”Nre0hcDz5TI”]

Rhye – venerdì 1, 20.45, Ray Ban Stage

Quando ci siamo innamorati dei Rhye, con il disco “Woman” uscito a marzo 2013, si parlava appunto di un duo, formato dal polistrumentista danese Robin Hannibal e dal cantante canadese Mike Milosh. A fine 2017, dopo diversi anni caratterizzati da una buona attività live, Milosh ha annunciato di voler proseguire da solo, senza il socio dell’esordio, concentrandosi sulla propria musica e sul gruppo di strumentisti che lo avevano accompagnato durante i molti concerti. Sorprendentemente, il nuovo album “Blood” sembra la perfetta prosecuzione del precedente, senza una vera cesura artistica. Un R&B contemporaneo, scarno, che parte dall’elettronica ma che, soprattutto sul nuovo disco, forse anche grazie alla confidenza appresa dal vivo, si arricchisce anche di contrappunti acustici, analogici, caldi. La voce androgina di Milosh propone testi romanticamente malinconici, perfetti per un concerto al tramonto al Primavera Sound.

[youtube id=”No9CLpAI1aI”]

E per chi non potrà seguire i concerti da Barcellona, sul sito https://relive.primaverasound.barcelona/ saranno disponibili da questo pomeriggio per tutti i giorni del Festival alcuni concerti in differita tra i più interessanti del programma. Anche qualcuno di quelli indicati da noi? Speriamo!

Primavera Sound

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    Niccolò Vecchia
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Primavera Sound: via al Festival numero 18

Mancano poche ore al via della nuova edizione del Primavera Sound di Barcellona, che con il 2018 festeggia il suo diciottesimo compleanno. E’ il più importante Festival musicale d’Europa? Da qualche anno, probabilmente, sì. Anche se quest’anno si sono sentite un po’ di voci critiche rispetto alle scelte sul cartellone, da qualcuno giudicato meno completo degli anni passati.

Manca forse qualche nome altisonante, ma vale la pena di ricordare come l’anno scorso uno dei mega-ospiti in programma (Frank Ocean) cancellò all’ultimissimo momento la sua partecipazione: e praticamente nessuno se ne accorse.

La forza di questo Festival sta in buona parte nella sua storia: nato da un gruppo di amici e appassionati, che gestivano un club nella capitale catalana, nel giro di pochi anni è diventato un punto fermo per i music lovers europei e non solo. Tra i tanti motivi, la voglia di raggruppare insieme musiche di ogni genere ed estrazione. E un atteggiamento rispetto al concetto di headliner, di nome di richiamo, perfettamente raccontato da questo cartellone.

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I nomi, come vedete, sono tutti scritti con lo stesso carattere, in ordine alfabetico. Poco importa che giovedì 31 maggio ci sia Björk, o Nick Cave & The Bad Seeds: il lancio li mette sullo stesso piano del producer italiano Populous o dello storico gruppo jazz Art Ensemble of Chicago.

Abbiamo citato un italiano, ma Populous non sarà il solo: ci saranno infatti presenze molto meritate, in questo cartellone d’eccezione. Da una parte per Cesare Basile, con i suoi Caminanti, e per i Guano Padano, si tratta di una celebrazione di carriere piene di talento, ispirazione, grande musica. Dall’altra, per la band guidata da Adele Nigro, gli Any Other, si tratta del giusto riconoscimento per uno di progetti musicali più promettenti degli ultimi anni.

Il cartellone, chiaramente, non possiamo raccontarvelo tutto. Possiamo però dare i numeri, e dirvi che saranno 257 gli ospiti musicali di questa diciottesima edizione. E nelle prossime ore vi presenteremo qualcuno dei live più intriganti.

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Su queste pagine infatti, nei prossimi giorni, troverete anticipazioni e cronache dal Festival, che oggi esordisce con i primi concerti. I nomi più noti che si esibiranno in questo mercoledì sono entrambi britannici: i Belle and Sebastian e gli Spiritualized (attesi per un live che li vedrà accompagnati da un’orchestra e da un grande coro). Da giovedì a sabato, invece, si svolgeranno la maggior parte dei concerti, ospitati dall’enorme e organizzatissima area del Parc del Forum.

Oltre al programma più corposo, dedicato al grande pubblico, confermato anche quest’anno l’appuntamento con il Primavera Pro, una tre giorni dedicata ai professionisti del mondo musicale, che si tiene durante il giorno al Museo d’arte contemporanea, in pieno centro. Tra i contenuti più interessanti, una tavola rotonda organizzata in collaborazione con Amnesty International, per parlare di musica e censura, dopo che alcuni artisti rap spagnoli hanno ricevuto condanne penali per i loro testi.

Per chi non sarà a Barcellona, il Primavera Sound offrirà dal proprio sito ufficiale la possibilità di assistere via streaming a molti concerti: non si tratterà però di uno streaming in diretta. Le trasmissioni inizieranno il giorno successivo ai live, quindi da giovedì a domenica, e la lista dei concerti programmati si conoscerà direttamente il giorno stesso. Noi vi terremo aggiornati, dunque seguiteci!

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    Niccolò Vecchia
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Daniel Canzian: il mio ricordo del Maestro Marchesi

Parlare della morte di Gualtiero Marchesi non significa, soltanto, parlare della morte di un cuoco. Marchesi ha meriti che vanno oltre lo stretto perimetro della sua professione: è stato chiamato il Maestro (anche se a lui non piaceva molto questa specie di soprannome) proprio perché non si è limitato a cucinare.

Ma ha insegnato un approccio alla cucina che ha plasmato l’immagine stessa dell’alta gastronomia italiana. Facendo in modo che ci sia un prima e un dopo Marchesi.

In particolare nel rapporto con la Francia: fu lui con la sua intelligenza e la sua creatività, e anche con la sua fierezza, ad liberarci da una inutile sudditanza nei confronti della cucina d’Oltralpe, che amava comunque moltissimo: lo fece quindi senza metterne in dubbio la centralità, ma partendo da quell’esempio per inventarsi qualcosa di nuovo, un modello italiano.

“La mia cucina è italiana ed è nuova”, scrisse nel 1980, in uno dei suoi libri più famosi, chiamato appunto La mia nuova grande cucina italiana. E i francesi capirono tutto questo: infatti Marchesi fu il primo nel nostro paese a ricevere le famose tre stelle Michelin, nel 1986.

Una parte consistente delle grandi firme della cucina d’autore italiana vengono dal suo vivaio: Oldani, Cracco, Berton, Camanini, Lopriore. E tanti altri si sono formati sul suo esempio e hanno avuto spazio e attenzione grazie a lui.

Uno dei più giovani suoi allievi è stato Daniel Canzian: otto anni passati con Marchesi, terminando il suo percorso di crescita con il ruolo di executive chef del Marchesino, in piazza della Scala a Milano. Oggi Canzian guida il suo ristorante, sempre a Milano, in via Castelfidardo angolo San Marco: ma ricorda con amore ogni giorno passato al fianco del Maestro.

Daniel Canzian ci ha raccontato così la sua visione sull’eredità di Marchesi, “di cui dobbiamo ancora capire fino in fondo l’importanza”, oltre a condividere con noi ricordi e aneddoti di quegli otto anni trascorsi con lui.

Ascolta o scarica l’intervista

Daniel Canzian su Gualtiero Marchesi

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    Niccolò Vecchia
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Venerdì 15 dicembre: Effe Punto live nell’Auditorium

Effe Punto, il prossimo ospite del palco dell’Auditorium Demetrio Stratos di Radio Popolare venerdì 15 dicembre alle 21, si chiama Filippo Cecconi, ha militato nei Ministri dal 2009 al 2013, ha accompagnato Dente per il suo tour teatrale nel 2014 ed è fondatore dei Calamari, gruppo di cabaret situazionista.

Ha già pubblicato dei dischi di suo materiale solista, ma con il nuovissimo “Coccodrilli”, uscito lo scorso 30 novembre, presenta il suo primo album di canzoni completamente inedite.

La copertina del disco
La copertina del disco

“Coccodrilli” è, a suo modo, un concept album. Nel gergo giornalistico il “coccodrillo” è un articolo che si pubblica alla morte di un personaggio famoso, quasi sempre scritto in anticipo, per poterlo usare appena giunta la notizia della loro scomparsa. Questo disco è invece un’antologia di morti, presunte e apparenti, non verificate, assegnate in modo arbitrario, immaginate per puro compiacimento.

Un gioco intellettuale non privo di ironia e divertimento, che raccoglie ritratti, cronache, monologhi, favole.

Effe Punto presenterà il suo disco venerdì 15 dicembre alle 21 nell’Auditorium Demetrio Stratos di Radio Popolare: la partecipazione, come sempre, è libera, semplice, gratuita. Servirà semplicemente presentarsi venerdì sera alle 21 in via Ollearo 5, prendere posto, e divertirsi!

Questo invece è il primo singolo che ha presentato il disco di Effe Punto: “Il Povero Diavolo”

[youtube id=”-_RD65RT8PU”]

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    Niccolò Vecchia
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Little Steven a Radio Popolare

Steven Van Zandt è venuto a trovarci negli studi di Radio Popolare. Di passaggio a Milano con il tour della sua band, i Disciples of Soul, ci ha parlato del suo ultimo disco “Soulfire”, della sua carriera solista, dei suoi progetti passati e futuri e di molto altro.

Ascolta qui l’intervista integrale a cura di Niccolò Vecchia e Davide Facchini

little steve a radio popolare

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    Niccolò Vecchia
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Vasco Brondi: “Vi aspetto al CarroPonte”

Sarà uno dei quattro ospiti del prossimo concertone di Radio Popolare, la seconda edizione di All You Need Is Live, venerdì 8 settembre dalle 19.30 al CarroPonte di Sesto San Giovanni: Vasco Brondi, Le Luci Della Centrale Elettrica, è un amico di Radiopop fin dall’uscita del suo primo disco. Fu Giorgio Canali, produttore di “Canzoni da spiaggia deturpata”, ad accompagnarlo nel suo primo minilive e nella sua prima intervista ai nostri microfoni.

Da allora ci siamo incontrati molte volte e siamo molto felici di poter celebrare quest’amicizia con un grande live, che vedrà Vasco Brondi dividere il palco con il nigerino Bombino, con il pugliese Diodato, con l’afroitaliano Tommy Kuti. 4 concerti in una sola sera, al prezzo di soli 20€ (che serviranno a sostenere l’indipendenza di Radio Popolare).

Per lanciare questo concerto abbiamo invitato Vasco nei nostri studi per una lunga chiacchierata. E’ stata un’ottima occasione per farci raccontare molte cose: ad esempio delle influenze e delle ispirazioni che Brondi ha tratto, negli anni, dalla musica africana e dall’origine di questi suoi ascolti. «Sicuramente negli ultimi anni – ci ha raccontato – anche per il desiderio di ascoltare cose diverse dalla musica di matrice anglo-americana con cui sono cresciuto, sono andato alla ricerca di altri ascolti. Fare il musicista poi è un mestiere strano, spesso ti trovi a pensare di stare lavorando anche quando stai solo sentendo una canzone. E anche se cerchi di trattenerti, la tua attenzione si concentra su qualche dettaglio e cerchi di capire come sia stata suonata una parte di quel pezzo, cose così. Allora ho sentito il bisogno di ascoltare musica di cui non capissi assolutamente nulla».

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«Poi – continua Vasco Brondi qualche minuto dopo – mi interessava moltissimo anche conoscere meglio quei musicisti africani che stanno facendo una specie di percorso opposto. Così come abbiamo fatto anche io e Federico Dragogna (che ha prodotto l’ultimo delle Luci, “Terra”), sono molti i musicisti occidentali che subendo il fascino per le musiche del mondo poi ne vengono anche contagiati, e le loro canzoni lo raccontano. Ma ci sono anche musicisti africani, come i Tinariwen ad esempio, che lavorando con un produttore occidentale avvicinano le loro musiche, che hanno sempre suonato e ascoltato, alla forma canzone pop. Lo stesso si può dire anche per Bombino, con cui sono molto felice di poter suonare venerdì sera».

Sono solo due estratti da una lunga intervista che potete scaricare e riascoltare integralmente qui. Per prepararvi al concertone di venerdì 8 settembre, ovviamente!

Intervista Vasco Brondi


Il biglietto del concerto, che servirà a sostenere l’indipendenza di Radio Popolare, emittente libera e senza padroni dal 1976, sarà di 20€: quattro concerti…al prezzo di uno!

L’appuntamento è per venerdì 8 settembre 2017 al Carroponte: il primo concerto inizierà alle 19.30!

Non perdete tempo e acquistate i biglietti in prevendita: sono disponibili online su MailTicket e su TicketOne. Il costo è di 20€ più diritti di prevendita.

I diversamente abili entrano gratis, e anche il loro accompagnatore.

Biglietti per i bambini:

  • tra gli 0 e i 9 anni entrano gratis
  • tra i 10 e i 15 anni pagano 10€
  • dai 16 anni biglietto intero

La biglietteria al Carroponte aprirà alle 18.00

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    Niccolò Vecchia
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Una bellissima sera di Primavera

Con la serata di sabato, ultima delle tre di concerti al Parc del Forum di Barcellona, si è chiusa anche la diciassettesima edizione del Primavera Sound, uno dei più importanti eventi musicali europei. Numeri importantissimi anche quest’anno, si sono superate le 200mila presenze complessive, ma soprattutto è stato un ultimo giorno davvero bello e godurioso.

Certamente per merito degli Arcade Fire, protagonisti annunciati di questo sabato, che hanno suonato verso mezzanotte davanti alla folla più numerosa di questi tre giorni. Una ordinata e festosa marea umana che ha ballato e cantato seguendo una scaletta che (per chi c’era già stato) ha seguito più o meno la traccia già segnata dalla prima esibizione del gruppo al Festival, a sorpresa, giovedì.

Dopo aver usato quel live fuori programma per presentare il nuovo singolo “Everything Now”, gli Arcade Fire sono tornati a esibirsi senza svelare molto del disco nuovo che porterà lo stesso titolo, ma rappresentando invece molto bene il proprio repertorio passato. E dimostrando di essere di gran lunga una delle rock band più brillanti e potenti del mondo.

Arcade Fire (Foto Sergio Albert - Primavera Sound)
Arcade Fire (Foto Sergio Albert – Primavera Sound)

Ma non ci sono stati solo i canadesi a farci divertire in quest’ultima serata: nella battaglia tra vecchie glorie, Grace Jones ha stravinto su Van Morrison. Quest’ultimo è salito sul palco verso il tramonto e ha portato con sé la faccia più morbida, swing, della sua musica. Un concerto molto “adulto”, forse un po’ troppo per il contesto in cui avveniva, che ha mancato di mostrare la prima parte del repertorio di questo mostro sacro della musica. Ma che gli vuoi dire a Van The Man? Va bene così.

Van Morrison (Foto Eric Pamies - Primavera Sound)
Van Morrison (Foto Eric Pamies – Primavera Sound)

Grace Jones ha invece avuto un effetto molto più dirompente con la sua esibizione, teatrale e magnetica. Quando è salita sul palco, dipinta di strisce bianche, il seno scoperto e una maschera luccicante, ancora con le sue movenze da pantera, è riuscita a far trattenere il fiato a una platea sconfinata. La scaletta è stata costellata di grandi successi, con la Jones impegnata in piccoli cambi d’abito quasi a ogni pezzo, senza però smettere, anche quando era dietro le quinte per il cambio, di parlare con il pubblico, cantando e scherzando. Dimostrando di avere, oltre a quel carisma magnetico, anche una straordinaria autoironia.

Grace Jones (Foto Eric Pamies - Primavera Sound)
Grace Jones (Foto Eric Pamies – Primavera Sound)

Un po’ vecchie glorie, anche se più di nicchia, lo sono anche i Teenage Fanclub. Gli scozzesi, in attività dal 1990, sembravano davvero in estasi durante il loro live, bello e ispirato: continuavano a guardarsi tra di loro, ridendo felici, con sotto il palco migliaia di persone che cantavano a squarciagola le loro canzoni, le nuove come le vecchie.

Teenage Fanclub (Foto Sergio Albert - Primavera Sound)
Teenage Fanclub (Foto Sergio Albert – Primavera Sound)

Ma era ancor più felice, e ne aveva motivo, Angel Olsen, giovane e bravissima cantautrice americana, con davanti a sé quello che lei stessa ha definito “il pubblico più numeroso che abbia mai visto, e che forse mai vedrò”. Il suo concerto per chi scrive è stato in assoluto uno dei più belli del Festival. In perfetto equilibrio tra malinconia e forza. La ragazza promette di avere avanti a sé una lunga carriera.

Angel Olsen
Angel Olsen

Così come una lunga storia di successi l’auguriamo di cuore anche al Festival che si chiude con questa splendida serata, che ha confermato tutta la sua qualità e la sua impeccabile organizzazione, e a cui diamo appuntamento per il prossimo anno.

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    Niccolò Vecchia
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C’è Primavera anche senza headliner

Il venerdì di questo Primavera Sound Festival 2017 non si presentava come un solito venerdì dell’appuntamento musicale di Barcellona. Doveva esserlo, ma non lo era: da quando, un paio di settimane fa, è arrivata la notizia della cancellazione del concerto dell’afroamericano Frank Ocean, il nome più importante di quelli previsti proprio per la seconda serata di concerti al Parc del Forum della capitale catalana.

Ocean, considerato da molti uno dei musicisti più innovativi e ispirati degli ultimi anni, è anche noto per essere un personaggio fuori dagli schemi e certamente non facile. Dunque non è stato proprio un fulmine a ciel sereno l’annullamento del suo concerto. “Ritardi nella produzione”, è stata la giustificazione addotta dal musicista (che ha comunque rinunciato a un ricco cachet). Ma per gli organizzatori del Festival dev’essere stata una gran brutta sorpresa: abbiamo detto, e lo diremo ancora, come la grandezza del Primavera Sound risieda soprattutto nella sua capacità di offrire al pubblico una grande varietà di proposte in contemporanea tra cui scegliere, riuscendo così ad accontentare molti palati musicali diversi. Ma un grande nome di richiamo serve anche a questo Festival.

Insieme con la comunicazione della cancellazione del live di Frank Ocean, è arrivata anche la conseguente disponibilità dell’organizzazione a restituire i soldi spesi per i biglietti di quella serata, a chi ne avesse fatto richiesta. Possibilità chiaramente interessante solo per chi non avesse programmato una trasferta per arrivare a Barcellona da qualche altra parte del mondo.

Sta di fatto che, in un modo o nell’altro, l’area del Parc del Forum era strapiena anche ieri sera, anzi, ancora più del giorno precedente. E che alla fine della nottata di musica, abbiamo potuto concludere che il Festival aveva dimostrato ancora una volta la sua grande forza, la sua vera sostanza, reggendo benissimo anche a un imprevisto pesante come questo.

Tra le cose che ci hanno divertito e colpito, ieri, c’è stata sicuramente l’esibizione, davanti a una foltissima platea, non solo di italiani, del sardo Jacopo Incani, che incide con il nome di IOSONOUNCANE. La sua è una musica insieme melodica e sperimentale, in cui l’elettronica serve anche a proporre loop che riportano echi della musica tradizionale sarda, in cui i ricordi di una vita agricola diventano poesie accompagnate da ritmi sincopati e musiche spesso un po’ dissonanti. Visto dal vivo ha dimostrato, come forse già sospettavamo, di essere un prodotto decisamente internazionale, forse addirittura più adatto a un pubblico evoluto e sofisticato come quello del Primavera, rispetto a certe platee nostrane. Bravo.

Ci interrogavamo due giorni fa sulla possibilità di vedere la giappo-nuiorchese Mitski, o se propendere per il gruppo afro-londinese Sinkane. Come sempre abbiamo poi deciso di vedere spezzoni di entrambi i live, segnando alla fine del figurato match una netta superiorità di Sinkane: gli arrangiamenti caldi e coinvolgenti, lo splendore della voce della lead vocalist della band, hanno conquistato il pubblico del Festival, e anche noi. Mitski a dir il vero è stata un po’ penalizzata da suoni decisamente non impeccabili, ma in concerto è sembrata più monodimensionale, ripetitiva, di quanto non suoni da disco. Da rivedere alla prossima occasione.

Sinkane (Foto Nuria Rius - Primavera Sound)
Sinkane (Foto Nuria Rius – Primavera Sound)

Chi ha finito per fare un po’ la figura dell’headliner non dichiarato è stato Sampha: inglese, nero, noto come collaboratore di gente come Solange o Kanye West, ha pubblicato quest’anno il suo primo album “Process”, che, trainato da un grande singolo come “No one knows me like the piano”, ha raccolto molto interesse da parte del pubblico. E anche ieri sera l’interesse è stato dimostrato, con una platea totalmente imballata per il suo concerto, con cui si è confermato un artista di grande classe.

Sampha (Foto Garbine Irizar - Primavera Sound)
Sampha (Foto Garbine Irizar – Primavera Sound)

Di grandissimo impatto, sonoro e anche emotivo, è stato il live degli scozzesi Arab Strap. Una band praticamente in pensione da un po’, con i due fondatori Aidam Moffatt e Malcom Middleton impegnati in percorsi separati, e che però negli ultimi anni non si sono rifiutati di apparire ancora insieme sul palco, per qualche concerto. E vederli ieri non è stato semplicemente un momento nostalgico: gli Arab Strap sono una band ancora decisamente attuale, contemporanea. Da cui molti gruppi nati successivamente hanno imparato tante, tante cose.

Aidan Moffat degli Arab Strap (Foto Garbine Irizar - Primavera Sound)
Aidan Moffat degli Arab Strap (Foto Garbine Irizar – Primavera Sound)

Il live dell’americano Mac De Marco, da poco uscito con il suo nuovo album “This old dog”, è stato allegro e divertente, leggero e spensierato. Forse non è abbastanza però per giustificare la sua seconda presenza in cartellone nel giro di tre anni, soprattutto per chi, come chi scrive, non sopporta il fatto che il buon Mac e i suoi compagni di gruppo debbano per forza improvvisare gag non sempre irresistibili tra un pezzo e l’altro.

Mac De Marco e il suo batterista nudo (Foto Eric Pamies - Primavera Sound)
Mac De Marco e il suo batterista nudo (Foto Eric Pamies – Primavera Sound)

I The XX, un altro dei nomi trainanti del programma del venerdì “primaverile”, hanno proposto un live forse meno trascinante, energico, di quanto ci si potesse aspettare. Anche in questo caso, dei volumi non proprio potentissimi, hanno penalizzato canzoni che vivono di dinamiche, di (molto) piano e di (a volte) forte: in una sconfinata arena all’aperto è chiaramente difficile apprezzare al meglio arrangiamenti di questo genere.

Molto meglio affidarsi a chi, come i rapper americani Run The Jewels, salgono sul palco in quinta e non scalano mai la marcia fino a fine concerto, riuscendo però a non suonare mai ridondanti o noiosi, per la capacità di trasmettere un’urgenza, una straordinaria voglia di essere lì in quel momento, a recitare quelle rime su quelle aggressive basi.

Run The Jewels (Foto Sergio Albert - Primavera Sound)
Run The Jewels (Foto Sergio Albert – Primavera Sound)

Manca solo l’ultima giornata, a questo punto. Che avrà il suo apice con il live degli Arcade Fire, per nulla depotenziato dalla loro apparizione a sorpresa di giovedì sera. Peraltro, anche ieri sera c’è stata una sorpresa, a cui chi scrive non ha però assistito: sono arrivati infatti fuori programma i Mogwai, che con un live inaspettato hanno presentato in anteprima il nuovo disco “Every Country’s Sun”. Chissà se gli organizzatori del Primavera Sound hanno in serbo qualcosa per noi anche questa sera. Ve lo racconteremo…

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    Niccolò Vecchia
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La grande abbuffata del Primavera Sound

Con ogni probabilità la “notizia” del primo giorni di concerti al Parc del Forum per il Primavera Sound di Barcellona ce la forniscono gli Arcade Fire. Che dovevano essere tra i principali protagonisti del terzo giorno, del sabato insomma, e certamente lo saranno, con il loro live ufficiale che dovrebbe svelare almeno alcune delle novità che troveremo nel loro imminente nuovo album (“Everything now”, il 28 luglio).

Ma i canadesi arrivano a Barcellona con un nuovo singolo in uscita (con lo stesso titolo del disco): ed ecco allora la ghiotta occasione promozionale, sfruttata in grande stile. Gli Arcade Fire si sono fatti montare un piccolo (rispetto alla media di quelli del festival) palco apposta, un quadrato che ha permesso al gruppo di disporsi su tutti e quattro i lati, avendo il pubblico intorno. E ci sono saliti poco dopo le 20 di ieri sera per suonare, anche in diretta streaming, questo nuovo singolo.

Régine Chassagne degli Arcade Fire (Foto Eric Pamies - Primavera Sound)
Régine Chassagne degli Arcade Fire (Foto Eric Pamies – Primavera Sound)

Una sorpresa bella e scenografica, benedetta da un luminoso tramonto catalano. Potevano bastare, a quel punto, tre o quattro canzoni per il pubblico accorso sotto palco, per poi uscire di scena. Nessuno avrebbe avuto nulla da obiettare. Ma era invece evidente che Win Butler, Régine Chassagne e gli altri avessero una sfrenata voglia di suonare. E così hanno messo in piedi un vero concerto proseguito per quasi un’ora e mezza, piena di canzoni accolte con gioia dai fans, abbracciando tutto il repertorio. Alla loro prima data europea gli Arcade Fire sono arrivati in forma scintillante ed è certo che si prenderanno il cuore del Festival anche sabato sera, per il loro concerto “ufficiale”.

La notizia in primo piano, dunque, è questa. Ma la bellezza del Primavera Sound sta nella possibilità offerta a ogni avventore di costruirsi la propria prima pagina scegliendo tra una gamma di possibilità enorme, tanto enorme da costringere a scelte difficili (come scrivevamo ieri) e da provocare rimpianti del giorno dopo.

Anche chi scrive ne ha un paio: uno si chiama Elza Soares, icona della musica e dell’attivismo brasiliano, che pare abbia fatto uno spettacolo matto e meraviglioso (potete leggerne qui, nell’articolo di Francesco Locane per Radio Città del Capo di Bologna). L’altro rimpianto si chiama Kate Tempest, invece: una ragazza inglese interprete originalissima e piena di personalità di un incontro tra poesia, spoken word e rap. Una giovane Saul Williams, ma bianca e bionda.

Elza Soares - Foto Nuria Rius / Primavera Sound
Elza Soares – Foto Nuria Rius / Primavera Sound

Abbiamo fatto altre scelte, sbagliando anche qualcosa. Ad esempio buttando via una mezz’ora per il concerto di Alexandra Savior, una giovane americana ricoperta di hype (lavora con Alex Turner di Arctic Monkeys e Last Shadow Puppets), ma, almeno sul palco ieri sera, del tutto priva di una sua identità artistica. E pure un po’ stonata. Ci siamo però presto riconciliati con la musica grazie a Julia Jacklin, 26enne australiana, cantautrice dalla voce limpida e calda.

Julia Jacklin (Foto Alba Ruperez - Primavera Sound)
Julia Jacklin (Foto Alba Ruperez – Primavera Sound)

Al resto ci ha pensato, in modo poetico e meraviglioso, Solange Knowles: la bellissima sorella di Beyoncé ha portato al Primavera Sound un po’ di – necessario – soul. In mezzo a un Festival quasi totalmente bianco, tra il pubblico e sui palchi, Solange ci ha ricordato quanto sia speciale, sensuale, coinvolgente lo stile black nell’interpretare un live. Con le coreografie provate e riprovate, certo, ma vere, sentite, mai posticce. Mentre le note morbide avvolgevano una platea foltissima.

Solange (Foto Sergio Albert - Primavera Sound)
Solange (Foto Sergio Albert – Primavera Sound)

Poi bisognava scegliere tra gli Afghan Whigs e Bon Iver, lo dicevamo ieri. E non abbiamo scelto, dividendoci tra i due concerti. Partenza da colpo di fucile in mezzo al petto per la band di Greg Dulli, che è salito sul palco inizialmente da solo, per proporre la canzone di apertura del nuovo, ottimo, album “In spades”. Il pezzo, “Birdland”, in un’intervista ci è stato descritto dallo stesso Dulli come «una canzone totalmente nuova per me, non avevo mai scritto nulla di simile». E’ un brano dalla melodia vocale sinuosa, dolce-amara. Che ha preparato perfettamente il terreno per l’esplosione subito successiva. La band americana, attiva dal 1986, ha una quantità di canzoni in repertorio da permettere una scaletta densa di successi e di novità, e nonostante l’assenza, da qualche mese, del chitarrista Dave Rosser, fermato da un tumore, è apparsa in grande forma. Con una presenza invece per noi italiani molto bella da segnalare: ospite speciale degli Afghan Whigs era infatti Rodrigo D’Erasmo, violinista degli Afterhours. Le due band si stimano e frequentano da tempo, e il concerto di ieri ne ha fornito l’ennesima prova.

Rodrigo D'Erasmo con gli Afghan Whigs (Foto Nuria Ruis - Primavera Sound)
Rodrigo D’Erasmo con gli Afghan Whigs (Foto Nuria Ruis – Primavera Sound)

A metà concerto, ci siamo trasferiti invece sotto il palco più grande del Festival, per seguire anche il live dei Bon Iver. Che hanno confermato la loro fama di straordinaria live band, dando ulteriore forza alle canzoni dell’ultimo “22, A Million”, da parecchi considerato un disco un po’ ostico, guidati da Justin Vernon, splendido nerd con le cuffione in testa e una voce da brividi.

Bon Iver (Foto Niccolò Vecchia)
Bon Iver (Foto Niccolò Vecchia)

La notte si è poi conclusa con un live abbastanza di routine da parte di Aphex Twin, un ottimo concerto dei Black Angels, capaci di unire la psichedelia a un rock molto melodico, e un frammento dei King Gizzard & The Lizard Wizard, anche loro dediti alla causa psichedelica, ma con un approccio decisamente più acido e aggressivo. Poi però, verso le 3, meglio lasciare il Parc del Forum, per conservare le energie per altre due notti intense.

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    Niccolò Vecchia
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La scaletta “impossibile” del Primavera Sound 2017

Spieghiamo subito il senso di quella parola nel titolo, “impossibile”. Il fatto è che oggi alcune decine di migliaia di persone stanno spulciando, sfogliando, ripassando il programma della diciassettesima edizione del Primavera Sound di Barcellona. Con un’idea sola in testa: quanti concerti riuscirò a vedere? Chi sceglierò di seguire, a chi dovrò rinunciare?

Facciamo un passo indietro: il Festival catalano si svolge, con il fulcro del suo programma, in un’area affacciata sul mare, molto ampia, chiamata Parc del Forum. Che viene completamente recintata e adibita a ospitare un decina di palchi, attivi più o meno dalle 16 alle 6 della mattina successiva, per tre giorni. Per spostarsi da un palco all’altro servono più o meno dieci minuti, folla permettendo.

Bisogna dunque avere un piano ben preciso, operazione che viene peraltro assai favorita dal fatto che gli orari del Festival, pubblicati settimane prima, vengono sempre rispettati con una precisione che qualcuno definirebbe “svizzera”, ma che è invece in tutto e per tutto catalana. La stessa che serve per ottimizzare i tempi e cercare di non perdersi nulla, tra i nomi che si conoscono e quelli che si vogliono mettere alla prova, scoprire. Ma, almeno per chi scrive, mai come quest’anno le scelte da fare saranno impegnative.

Proviamo a fare degli esempi di concerti che si svolgeranno in contemporanea e che ci mettono in difficoltà, partendo dalla prima serata, quella di oggi, giovedì 1 giugno.

Alle 22.20, su uno dei due palchi più grandi del Festival, quelli adatti alle grandissime adunate, suonerà un musicista americano chiamato Justin Vernon, ma noto ai più come Bon Iver (precisazione 1: quel nome nascondeva in origine un progetto solista, poi evoluto in una band. Precisazione 2: non è l’unico gruppo con cui suoni e canti, molto bene, Justin). Uno che nel giro di tre dischi in dieci anni è riuscito a diventare una specie di istituzione dell’indie americano, uno che con il suo ultimi disco, “22, A Million”, ha diviso pubblico e critica (a noi è piaciuto moltissimo), e che dal vivo dà probabilmente il meglio di sé.

[youtube id=”9utVR5Q67_k”]

Il fatto è che alle 22.40, sul palco forse esteticamente più bello, per l’anfiteatro che lo ospita, saliranno anche gli Afghan Whigs di Greg Dulli. Intanto un pezzo di storia del alt-rock americano, in giro da trent’anni (con una pausa di una decina iniziata nel 2001), una band dal repertorio stellare, un’altro gruppo noto per le sue esibizioni potenti e trascinanti. E poi Dulli e compagni hanno appena pubblicato un disco bellissimo, “In spades”, che sembra davvero riportarli al loro periodo migliore.

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La sera di venerdì 2 giugno promette di metterci nuovamente in difficoltà.

Questa volta per il dualismo tra realtà più giovani: da una parte, alle 19.15, ci sarebbe la curiosità di ascoltare dal vivo la giapponese di New York Mitski, una che si è fatta conoscere con un paio di dischi autoprodotti prima di convincere molti giornalisti musicali a metterla nelle loro classifiche di fine 2014 con il suo vero e proprio album d’esordio “Bury me at Makeout Creek”. Ripetendosi con esiti simili nel 2016 con “Puberty 2”. Almeno una parte del suo live va vista, ma poi…

[youtube id=”u_hDHm9MD0I”]

…tocca spostarsi di un chilometro o giù di lì per acciuffare qualche canzone da un concerto che inizia alle 19.20 e che ha come protagonista Sinkane, ovvero un musicista e produttore londinese, ma di origini sudanesi, che si chiama Ahmed Gallab. La sua musica è insieme elettronica e soul, africana ed europea, contemporaneamente sperimentale e melodica, come ha dimostrato l’ultimo, e ottimo, album “Life & Livin’ it”.

[youtube id=”LSgmgkyhPZ4″]

Poi arriva sabato 3 giugno. La sera più difficile e no, decisamente non è perché quella sera c’è pure una partita di calcio, ne faremo serenamente a meno. E’ che quella sera le scelte dilanianti sono ancora di più. Vediamole per sommi capi.

La storia della musica, rappresentata da sua maestà Van Morrison (che se non lo vedi stavolta, chissà quando ti ricapita)?

[youtube id=”Yv7WHa8BwLA”]

O una delle cantautrici rock più convincenti degli ultimi anni come Angel Olsen?

[youtube id=”nleRCBhLr3k”]

E ancora: la mitica, spiazzante, elegantissima, bellissima, magnetica Grace Jones, un’altra che non capita spesso di poterla vedere live?

[youtube id=”Tc1IphRx1pk”]

O il concerto, speciale e unico, con cui il bravissimo brasiliano Seu Jorge porterà sul palco per intero il suo disco di tributo alla musica di David Bowie, realizzato per la colonna sonora del film di Wes Anderson “Le avventure acquatiche di Steve Zissou”?

[youtube id=”M05dpNBFTE0″]

Bene, queste sono le scelte che ci mettono in difficoltà quest’anno. Sarebbe bello avercene più spesso, di difficoltà come queste.

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    Niccolò Vecchia
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Primavera Sound, si parte da Billy Bragg

Il mercoledì al Primavera Sound di Barcellona è il giorno degli arrivi. Quello in cui prende posto in città la maggior parte del pubblico e la maggior parte dei giornalisti e degli operatori che partecipano a uno dei più importanti, ricchi e variegati Festival musicali del mondo. Da giovedì pomeriggio infatti si apriranno i cancelli dell’enorme area del Parc del Forum, sul mare, ai margini della capitale Catalana, poco prima del confine con il comune di Badalona.

Quello è il luogo dove si tengono quasi tutti i concerti più importanti, in un programma che si articola in tre giorni, dal pomeriggio fino alla mattina. Ma sarebbe un errore pensare che il Primavera Sound fosse tutto raccolto lì: questo Festival, cresciuto in modo esponenziale nel corso delle passate sedici edizioni, è ormai diventato un evento capace di abbracciare quasi un mese di concerti, in buona parte dedicati a chi a Barcellona ci vive.

Quelli che ci arrivano per il Festival, invece, oltre alle tre giornate/serate/nottate di cui dicevamo, hanno a disposizione anche il programma del Primavera Pro. Che già da mercoledì, da oggi insomma mentre scriviamo, propone una serie di incontri e di panel molto stimolanti e interessanti. Come suggerisce il nome, il Primavera Pro è una sezione del Primavera Sound, arrivata al suo ottavo anno di vita, pensata per i professionisti del vasto settore musicale.

Giornalisti, ma soprattutto operatori: chi organizza Festival o concerti, chi vende musica, chi rappresenta musicisti, chi produce dischi, e molte altre professionalità dell’ambiente. A tutti costoro il Primavera dà uno spazio splendido, il museo e centro culturale e per le arti CCCB, nel pieno centro della città, che diventa un centro nevralgico di incontri, di networking, oltre che di dibattiti e conferenze.

Dove ascoltare, ad esempio, un panel in cui si provano a immaginare gli effetti che avrà la Brexit sul mercato musicale britannico: sia per gli inglesi che vogliono vendere la propria musica nei paesi della UE, sia per coloro che dall’Unione Europea vogliono continuare a suonare in Gran Bretagna. Sono diversi anche gli incontri con gli artisti, e uno dei più rilevanti di quest’anno ha avuto come protagonista uno dei più illustri esponenti del rock militante mondiale: Billy Bragg.

Oltre a prevedere delle elezioni politiche inglesi imprevedibili (secondo lui Corbyn ce la può effettivamente fare…), Billy Bragg ha soprattutto raccontato la sua storia personale e professionale. Ricordando, ad esempio, che… «Nel quartiere di East London in cui sono cresciuto ti veniva insegnato soltanto a trasformarti in materiale umano per le fabbriche d’auto. Io non volevo andare a lavorare in fabbrica, allora la mia insegnante a scuola mi disse che mi rimanevano solo tre opzioni: esercito, marina o aviazione. Così ho imparato a suonare la chitarra, per avere un ulteriore scelta da fare nella vita».

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Bragg ha anche avuto modo di raccontare quello che sarà l’oggetto di un suo libro in uscita tra poche settimane, lo Skiffle. Un termine certamente sconosciuto ai più in Italia. Ma cos’è? «Si tratta di un fenomeno principalmente britannico – ha spiegato Bragg – nato nei club tradizionali jazz di Londra. In cui i giovani musicisti iniziavano a essere stufi del jazz commerciale che seguiva l’onda dello swing. Così come il punk dei Ramones nacque per liberarsi della magniloquenza di certo rock dei primi anni ’70, così lo skiffle nasce dal desiderio di suonare un jazz semplice, essenziale, puro. Questi ragazzi iniziarono ad ascoltare vecchie registrazioni jazz degli anni ’20, e anche precedenti, fino a trovare quel che cercavano nelle registrazioni dello storico bluesman Leadbelly e dell’etnomusicologo del folk Alan Lomax».

Cruciale per l’affermazione dello skiffle in UK fu il successo di un singolo pubblicato nel 1956 dallo scozzese Lonnie Donegan, “Rock island line”. «Il merito di Donegan – ha detto Billy Bragg – che nasceva suonatore di banjo e divenne un chitarrista, fu la sua idea di prendere la chitarra e di strapparla dalle retrovie delle band, per portarla al centro del palco. Grazie a lui, e allo skiffle che con lui ottenne una grande popolarità, si è creato quel brodo primordiale da cui è nata quasi qualsiasi cosa che ha caratterizzato il pop e il rock in Gran Bretagna. Dai Beatles fino ai Led Zeppelin, e anche oltre. E’ stato lui soprattutto a lanciare una serie di messaggi rivoluzionari, passati attraverso lo skiffle, che hanno formato più di una generazione di musicisti britannici: si può suonare anche senza essere provetti musicisti, si può cantare il blues anche senza essere afroamericani, si può suonare musica americana anche senza essere nati in America».

Anche per chi vive (erroneamente) il Primavera Pro solo come un appetizer, prima dell’abbuffata di musica dei prossimi tre giorni, incontri come quello con un mostro sacro come Billy Bragg non possono che rappresentare una straordinaria fonte di ispirazione. Da domani penseremo invece a come orientarci in una abbondanza di proposte musicali che costringerà a scelte a volte dolorose…

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    Niccolò Vecchia
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Multa dell’Antitrust a TicketOne

E se alla fine fosse soprattutto responsabilità di TicketOne? La prima sentenza sullo scandalo del cosiddetto “secondary ticketing” sembrerebbe proporre una simile valutazione.

Il caso del bagarinaggio organizzato online è esploso prima per le ripetute accuse di Claudio Trotta di Barley Arts, organizzatore indipendente di concerti, poi per le polemiche a ottobre 2016 sui biglietti dei live dei Coldplay, volatilizzati in pochi minuti e finiti sui circuiti di rivendita secondaria quasi immediatamente.

A novembre sono arrivate le inchieste del programma Le Iene, l’esposto in Procura di Trotta, l’indagine dell’Autorità Antitrust. Che oggi comunica le sue decisioni, cioè: multa da un milione di euro a TicketOne.

TicketOne in Italia gode di un’esclusiva per moltissime vendite online: quando, grazie alle rivelazioni anonime arrivate alla redazione de Le Iene, si è scoperto che alcuni grandi promoter come Live Nation e Vivo Concerti avevano concesso sottobanco una porzione di biglietti alle piattaforme di secondary ticketing, da TicketOne sono arrivati commenti sorpresi. “Noi non c’entriamo nulla con tutto questo”, dicevano.

E’ molto strano che in questa prima sentenza tali promoter non vengano nemmeno sfiorati dalla vicenda. Strano e deludente. Ma già al momento dell’emersione di queste transazioni sottobanco, certamente da sanzionare severamente, appariva evidente come non potessero spiegare tutta la questione. Quei biglietti finiti direttamente sui siti di secondary ticketing non erano sufficienti: i numeri erano altri.

Da TicketOne era stato possibile, per tanti operatori e in molte occasioni, comprare molti (diverse centinaia) biglietti in più dei 4 a testa consentiti. E questo fatto è stato confermato dall’indagine dell’Antitrust, che così ha deciso di multare soprattutto TicketOne e solo in misura minore (300mila euro per Viagogo, 210mila per Ticketbis, 190mila per Seatwave e 20mila per Mywayticket) quattro piattaforme di rivendita secondaria.

TicketOne infatti, come conseguenza dell’accordo che gli affida l’esclusiva della vendita online per moltissimi concerti, era tenuta a vigilare, prima e anche dopo le avvenute transazioni, sulla possibilità che troppi biglietti finissero in mano a poche persone. E invece non l’ha fatto.

Ecco dunque da dove arrivavano quei biglietti finiti nei circuiti di secondary ticketing, e magari non solo: chi frequenta un certo tipo di concerti, quelli delle popstar più celebri insomma, sa benissimo come, anche quando c’è il “tutto esaurito”, fuori dai cancelli i bagarini – quelli in carne e ossa – hanno sempre tanti biglietti da vendere.

E a loro chi li dà quei tagliandi? Forse coloro i quali hanno escogitato meccanismi tecnologici volti ad aggirare i sistemi di TicketOne che permettono di comprare al massimo 4 biglietti a testa. TicketOne sapeva che tali sistemi fossero aggirabili, TicketOne sapeva che venivano effettivamente aggirati, ma non è mai intervenuta per evitarlo: questo dice l’Antitrust.

Come prevedibile, da TicketOne arrivano parole molto critiche rispetto alla decisione dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato e si annuncia un ricorso al TAR del Lazio.

Tornando al pronunciamento dell’Antitrust, è interessante notare come le piattaforme di secondary ticketing vengano multate per aspetti non centrali rispetto alla vicenda: a loro si contesta infatti una scarsa trasparenza verso i consumatori nelle transazioni, a cui non sono stati correttamente comunicati il valore effettivo dei biglietti, le caratteristiche degli stessi (tipo di posto, le garanzie in caso di annullamento, etc.), e anche per i mancati chiarimenti rispetto al ruolo esclusivamente di intermediazione tra privati svolto da queste piattaforme.

In sostanza: non è il meccanismo del secondary ticketing in sé che viene messo in discussione. Si contesta il come venga gestito. Questa è forse la notizia più rilevante che si può trarre da questo pronunciamento.

Per qualcuno, certamente per Claudio Trotta della Barley Arts, che sostiene con forza l’esigenza di dichiarare fuori legge la rivendita secondaria, è una notizia negativa.

Per altri invece, si tratta di una valutazione che semplicemente potrà permettere ai privati cittadini di scambiarsi il biglietto di un concerto, quando lo riterranno necessario, in base a libere trattative tra loro, e impedire invece al bagarinaggio organizzato di abbeverarsi, in modo truffaldino e speculativo, a quella stessa fonte.

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    Niccolò Vecchia
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Si può amare Dylan anche solo leggendo i suoi testi

Il giornalista e critico musicale Carlo Bordone non ha dubbi: “Il Nobel a Dylan non è solo giusto. E’ doveroso”. Conoscendo la sua passione per il cantautore premiato oggi dall’Accademia di Svezia, lo abbiamo chiamato per un commento. Da fan, certamente, ma anche da grande conoscitore della musica.

Ha senso considerare le parole di Dylan separandole dalla musica scritta per accompagnarle?

“Io penso di sì. Anche perché conosco personalmente persone che non amano quella voce particolare che lo ha sempre caratterizzato e che, invecchiando, a volte lo fa sembrare quasi un alieno. Persone che preferiscono leggerlo, piuttosto che ascoltarlo. Lo stesso ragionamento si potrebbe fare per il teatro: è possibile apprezzare un testo teatrale anche leggendolo, senza assistere a una sua rappresentazione? Io risponderei ancora di sì. Credo che si possa godere della grande poesia di Dylan anche solo leggendolo”.

Si tratta di un autore la cui opera attraversa molti decenni: si può parlare a tuo parere di un’evoluzione della sua scrittura?

“Credo di sì. Dylan ha sempre assorbito linguaggi, testi, influenze, dai testi dei vecchi bluesmen fino alla Bibbia, e anche per questo possiamo parlare di fasi diverse del suo modo di usare la parola scritta. Ha iniziato stando perfettamente dentro gli stilemi della canzone folk, poi ha introdotto in quello schema la politica, poi se ne è stufato e ha incominciato a usare una lingua fiammeggiante e barocca, quella della ‘trilogia elettrica’. Poi a un certo punto, dagli anni ’70 in poi, ha ritrovato una certa semplicità, diventando in qualche modo meno ricercato, ma anche più profondo, soprattutto nei dischi in cui, seppur lateralmente, ha parlato di sé, come in Blood on the tracks. L’evoluzione più importante della scrittura di Dylan credo quindi che riguardi la prima parte della sua carriera”.

Ascolta l’intervista integrale con Carlo Bordone

Carlo Bordone su Bob Dylan

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    Niccolò Vecchia
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La grande festa di Radiopop

«Succede solo per un giorno, e quel giorno è la festa di Radio Popolare»: con queste parole dal palco del CarroPonte di Sesto San Giovanni Daniele Silvestri ci ha fatto venire i brividi. Ma da brividi era già la versione di “Heroes” di David Bowie che ha ispirato proprio quella frase conclusiva, e che ha chiuso, nel modo più emozionante e bello possibile, un concerto unico.

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Afterhours e Daniele Silvestri hanno diviso il palco per le ultime cinque canzoni di un live iniziato pochi minuti dopo le 20, scambiandosi strofe e ritornelli e tributando poi quello splendido omaggio a «uno che è mancato da poco». Ed è stato solo l’ultimo atto di una serata perfetta a cui hanno partecipato settemila persone, creando un colpo d’occhio dal palco che difficilmente dimenticheremo.

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Abbiamo desiderato molto questo concerto, questa festa per il nostro quarantennale, per cui hanno lavorato tante persone e che ha superato ogni possibile aspettativa. Sapevamo che portare sullo stesso palco queste due grandi band sarebbe stato magico: vederlo succedere lo è stato ancora di più. Non è stata una scelta fatta a caso, ma nemmeno a tavolino. Il fatto è che Radio Popolare ha un rapporto di stima e amicizia con Manuel Agnelli e con Daniele Silvestri che va avanti da oltre vent’anni: come per tante altre realtà della musica italiana (ma anche internazionale), la nostra forza sta nello scegliere sempre e solo quello che ci piace, quello che pensiamo sia di qualità, senza altri condizionamenti.

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Queste due band, assolutamente diverse tra loro, che nella loro crescita hanno seguito percorsi altrettanto differenti, si sono gradualmente avvicinate negli anni: complici le amicizie e le frequentazioni tra i musicisti, degli incontri – sul palco come in studio – già c’erano stati. Ma un concerto con le due formazioni complete schierate insieme non era mai successo. Lo hanno voluto loro stessi: due giorni prima del live al CarroPonte, Silvestri e Agnelli hanno riunito i gruppi in sala prove e hanno pensato insieme alla scaletta.

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Così gli Afterhours sono stati i primi ad andare in scena, appena calato il sole, con un set di novanta minuti: esplosivo, teso, intenso, potentissimo. Alla metà del quale c’è stata la prima sorpresa: Manuel Agnelli, seduto al pianoforte, ha iniziato a cantare “Strade di Francia”, continuata poi insieme al suo autore Daniele Silvestri. Poi, alle 22, dopo un cambio palco velocissimo, il cantautore romano ha preso il centro del palco e accompagnato dalla sua band ha proposto altri novanta minuti di musica, tra canzoni dell’ultimo Acrobati e alcuni dei successi degli anni passati, ospitando il leader degli Afterhours per una versione corale della loro “Riprendere Berlino”.

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Quando mancavano trenta minuti a mezzanotte (ora in cui la musica avrebbe dovuto interrompersi), tutti i musicisti di entrambi i gruppi hanno preso posto sul palco del CarroPonte – anche grazie al grande lavoro dei tecnici, che hanno gestito al meglio una situazione decisamente affollata! E hanno condiviso una scaletta di bis davvero scintillante: “Aria” di Silvestri, “Voglio una pelle splendida” degli Afterhours, una specie di riuscitissimo medley tra “Dove sei” e “Non è per sempre”, e poi la bellissima cover di “Heroes” con cui abbiamo aperto questa cronaca.

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Quattro ore di emozioni, di sorrisi, di amicizia, di musica: per noi è stato bellissimo poterle condividere con questi meravigliosi artisti, e soprattutto con tutti voi che avete voluto partecipare alla nostra festa. Grazie di cuore.

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    Niccolò Vecchia
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La notte in cui PJ Harvey si prese il Primavera

Come raccontavamo, venerdì sera il Primavera Sound si era, almeno in parte, almeno per un’ampia porzione del suo pubblico, modellato sui Radiohead. Grandi, quasi ingombranti, in un Festival fatto di una ricchezza composita e variegata di proposte musicali. E nel contempo capaci di legittimare la propria “stazza” con un concerto intensissimo e partecipatissimo. Ma poi è successa una cosa: almeno per chi scrive, la serata decisiva, definitiva, di questa sedicesima edizione del Primavera di Barcellona è stata quella di ieri, grazie a PJ Harvey.

Già venerdì pomeriggio c’era stato uno che la sapeva lunga che pareva metterci in guardia su quello che ci stava aspettando: era il mega-produttore Flood, artefice dei suoni di più di un album di Polly Jean Harvey e anche di questo nono e ultimo The hope six demolition project (in collaborazione con John Parish). In un incontro organizzato dal Primavera Pro si era spinto fino a dire che lavorare su quel disco era stata una delle esperienze più esaltanti della sua vita professionale. E aveva parlato di un’energia potente e mistica di cui erano intrise le canzoni.

PJ Harvey (foto di Eric Pamies)
PJ Harvey (foto di Eric Pamies)

Alle 22.30 di sabato sera quell’energia è stata irradiata sul pubblico del Primavera Sound: il palco è stato occupato da una band di nove elementi, in abito scuro, in cui spiccavano, per noi italiani, due musicisti che per un paio di decenni si sono distinti per bravura sulle nostre scene e che ora hanno la soddisfazione di far parte di un progetto così prestigioso. Uno è Alessandro “Asso” Stefana, che noi di Radio Pop abbiamo conosciuto come chitarrista di Marco Parente e che poi abbiamo incontrato in molte altre occasioni, con Vinicio Capossela e con i Guano Padano, ad esempio. L’altro è Enrico Gabrielli, polistrumentista di talento sconfinato, tra le colonne dei Mariposa, dei Calibro 35, dell’Orchestrina Di Molto Agevole, recentemente dei The Winstons, e collaboratore richiestissimo da mille altri gruppi e artisti del nostro paese.

Gabrielli e Stefana sono stati chiamati da PJ Harvey già per le session di registrazione di The hope six demolition project, svoltesi, come un’installazione d’arte, in una stanza dalle pareti trasparenti posta all’interno della Somerset House di Londra, così che il pubblico potesse osservare ogni passaggio della produzione dell’album. Le canzoni del disco sono nate tra il 2011 e il 2014, ispirate dai viaggi che la Harvey ha fatto in Kosovo, Afghanistan e Washington DC insieme al fotografo e regista Seamus Murphy, da cui è nato anche il libro The Hollow of the Hand, con poesie di lei e foto di lui.

Il disco è splendido, ma queste canzoni sul palco sono cresciute ancora, tanto che il fatto che la scaletta del live sia stata quasi interamente dedicata a loro, con poche concessioni al – pur meraviglioso – repertorio del passato, non è risultato un difetto. Certamente però, oltre ai dieci pezzi nuovi, un accenno alla versione gigantesca di “To bring you my love” fatta ieri sera è doveroso. Per circa un’ora e mezza PJ Harvey è stata la padrona assoluta del palco del Primavera: una voce perfetta in ogni passaggio, una personalità magnetica, un carisma puro, una sensualità non provocante, ma ipnotica.

Brian Wilson (foto di Eric Pamies)
Brian Wilson (foto di Eric Pamies)

Difficile per chiunque arrivare dopo un concerto così: e allora ecco che i pur bravissimi Sigur Ros sono parsi, loro malgrado e non per loro responsabilità, quasi incolori. Nella memoria della serata restano comunque impresse anche altre esibizioni: come quella di Brian Wilson che, nell’anno in cui il suo capolavoro pubblicato con i Beach Boys Pet Sounds compie 50 anni, lo riporta per intero dal vivo. Un’occasione che permette di lasciare da parte le valutazioni sulla performance in sé: basta inchinarsi di fronte a quell’opera di genio pop che ha influenzato in modo inestimabile la musica che ascoltiamo.

Deerhunter (foto di Eric Pamies)
Deerhunter (foto di Eric Pamies)

E’ stata divertente e molto godibile invece la performance degli americani Deerhunter, che hanno messo in luce in particolare i lati più festosi e funky della loro musica. Oltre a iscriversi anche loro al club degli entusiasti di questo Festival, raccontandone la magica unicità con alcune sentite parole dal palco, a fine concerto. Valido anche il live di US Girls, progetto della musicista e cantante Meghan Remy, accompagnata sul palco solo da un’altra vocalist: l’unico vero limite della sua esibizione è stata la mancanza di una vera band alle spalle, con l’effetto di raffreddare un po’ i pezzi, invece piacevolmente aggressivi e acidi.

Poco prima dell’una di notte abbiamo potuto apprezzare il live di un’altra talentuosa ragazza, l’americana Julia Holter. Il suo quarto album da studio, Have you in my wilderness, è stata una delle cose migliori ascoltate negli ultimi mesi. Forse dal vivo può ancora crescere e migliorare, soprattutto nel gestire il pathos dell’esibizione, che a volte è parsa un po’ distaccata. Ma la sua presenza è stata certamente una di quelle che hanno arricchito questa edizione del Primavera.

Julia Holter (foto di Xarlene)
Julia Holter (foto di Xarlene)

La nottata, almeno per noi, si è chiusa con il concerto dei Moderat, nati della collaborazione fra Sascha Ring, meglio noto come Apparat, e i Modeselektor, Gernot Bronsert e Sebastian Szarzy. Nel giro di tre dischi il trio tedesco si è conquistato un ruolo di primissimo piano sulla scena dell’elettronica mondiale e anche ieri sera hanno dimostrato la loro bravura con un live molto immediato, pop, melodico e pulsante.

Ma nel lasciare, fino alla prossima edizione, l’area del Parc del Forum, il pensiero non poteva che tornare a PJ Harvey e alla sensazione di aver assistito certamente a uno dei live dell’anno. E forse anche a qualcosa di più.

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    Niccolò Vecchia
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Primavera Sound: la sera dei Radiohead

Ieri sera è stata una sera particolare per il Primavera Sound, che è, almeno a tratti, parso diverso dal solito. La presenza dei Radiohead nel cartellone venerdì 3 giugno ha fatto sì che una parte importante del pubblico arrivato al Parc del Forum fosse lì per loro, per la band che solo qualche settimana fa ha pubblicato un nuovo album, A moon shaped pool, il primo da 5 anni a questa parte (e un gran disco, vale la pena di ricordarlo).

Il loro live era previsto per le 22.15, ma già dal tramonto c’era una nutrita schiera di fan assiepati sotto il palco più grande del Festival, in attesa. Alle 20, ad esempio, a suonare su quello stesso palco c’erano le Savages. Ottime e trascinanti, hanno dovuto affrontare un pubblico non proprio concentratissimo su di loro, riuscendoci peraltro benissimo.

Alle 21.30 praticamente tutto il Festival ha traslocato, e si è presentato lì, per l’evento speciale. Speciale anche perché i Radiohead sono stati i soli del cartellone a cui gli organizzatori hanno concesso uno slot di due ore. Che la band di Thom Yorke ha interpretato come da copione delle poche date suonate in questi giorni. Una prima parte, molto intensa, dedicata all’album nuovo, funestata solo da evidenti problemi di volume: con 50mila persone o già di lì, se l’impianto non spinge un po’, metà del pubblico sentirà male. Per fortuna i volumi si sono aggiustati nel giro di una ventina di minuti, ma fino a quel momento l’effetto è quello di far stare in un silenzio impressionante quell’enorme moltitudine, soprattutto nelle canzoni più lente e sussurrate.

Radiohead (foto di Eric Pamies)
Radiohead (foto di Eric Pamies)

Poi, la seconda parte: per qualche anno i Radiohead hanno avuto una fama live che li voleva recalcitranti di fronte all’idea di far felici i fan, suonando tutte o quasi le loro canzoni più famose. Questo tour è diverso, decisamente, e anche ieri sera ne abbiamo avuto la prova: così arrivano “The national anthem”, “No surprises”, “Pyramid song”, “Karma police”, “Everything in its right place”, “Idiotheque”, “Paranoid Android” e pure “Street Spirit (fade out)”. La scaletta ufficiale termina con “There There”. Ma i 50mila del Primavera non si muovono. Restano lì ad applaudire. E un paio di minuti arriva il lieto fine: un Thom Yorke che in modo quasi disinvolto arriva a dire “Siete molto carini con noi, allora se ci riaccendono l’impianto ne suoniamo un’altra”. E come tutti speravano, e molti prevedevano, arriva “Creep”: il primo singolo del gruppo, datato 1992, che per anni non è stato suonato dal vivo e che invece è stato rispolverato per questo tour. Barcellona se la meritava e l’ha avuta.

Ma il Primavera Sound, nella sua forte e chiara identità, è soprattutto una carrellata di tante, tante cose meritevoli di essere ascoltate. Dunque non ci dimentichiamo di quello che siamo riusciti a seguire d’altro. Come gli americani Titus Andronicus, che hanno proposto un live particolarmente pop-punk, con tanto di cover di “Blitzkrieg Bop” dei Ramones come manifesto estetico. Divertenti, ma alla lunga monotoni. Un po’ monotoni, prima, anche Ben Watt e la sua band, con la partecipazione di Bernard Butler, ex-chitarrista degli Suede (in cartellone ieri). Un concerto rock, classico e impeccabile, ma nulla di più.

Selda Bağcan (foto di Xarlene)
Selda Bağcan (foto di Xarlene)

Tutt’altro invece è stato il live di Selda Bağcan, icona della musica folk turca. Il Primavera Sound non manca mai di esplorare, anche se in piccola parte, il vastissimo campo della world music, e il concerto di questa diva del Bosforo ha radunato una piccola ma rumorosa rappresentanza di suoi connazionali, a cui si è rivolta più volte durante un set da lei stessa dedicato “alla libertà e alla democrazia”: Selda è da sempre infatti un’artista interessata ad affrontare temi sociali e politici nelle sue canzoni, e per questo ha anche avuto diversi problemi con le autorità nel suo paese. Oggi più che mai le sue parole sono parse purtroppo molto significative.

Mentre buona parte del pubblico del Festival si occupava di prendere posto per i Radiohead, sul palco di fronte è salito Zach Condon con i suoi Beirut. Chi scrive, precisiamolo, è un inveterato fan di questo progetto musicale iniziato dal solo Condon e ora diventato una vera e propria band. E il concerto di ieri è certamente stato di buona qualità. Ma qualcosa mancava, non si è mai creato un vero contatto con il pubblico, le canzoni, che pure ne avrebbero le caratteristiche e le capacità, non sono mai davvero decollate. Applausi, dunque, ma contenuti.

Beirut (foto di Eric Pamies)
Beirut (foto di Eric Pamies)

Con il rammarico di non aver potuto osservare nemmeno un pezzetto dei live degli immensi Dinosaur Jr (l’unica cosa che possiamo raccontare è di aver visto J Mascis in giro per il Festival con un ragazzino intorno ai dieci anni intento a fare i capricci, visibilmente irritato dal luogo in cui l’aveva portato il papà), e dopo un breve frammento del live dei Tortoise (molto bello, per quanto si possa giudicare da due canzoni), tra la sperimentazione degli Animal Collective e il pop dei Last Shadow Puppets abbiamo scelto la seconda offerta.

E ne siamo rimasti più che soddisfatti: la band nasce dall’incontro di Miles Kane (già frontman dei The Rascals) e Alex Turner (star degli Arctic Monkeys), e finora ha pubblicato due album carini, ma non indimenticabili. Le canzoni sono ben scritte, intendiamoci, ma senza particolari guizzi di genialità. Ecco allora che dal vivo serve qualcosa in più e i due leader mettono in scena uno show molto utile allo scopo: più contenuto e serio Miles Kane, incontenibile Alex Turner, che non smette per un secondo di sculettare, ammiccare, mettersi in mostra. Il ragazzo sa di essere dannatamente bello e sfrutta la cosa fino all’ultimo istante, mentre il suo socio gli fa da spalla, mettendo spesso in atto piccoli siparietti a metà tra il sexy e il ridanciano. In tutto questo riescono anche a cantare e suonare molto bene: sul finale, regalano anche una cover di “I want you (she’s so heavy)” dei Beatles. Sorprendentemente azzeccata, quasi perfetta.

The Last Shadow Puppets (foto di Eric Pamies)
The Last Shadow Puppets (foto di Eric Pamies)

Prima di crollare di stanchezza c’è ancora il tempo di annoiarsi un po’ con i Beach House (ci perdoneranno i tanti fan) e di divertirsi un bel po’ con gli Avalanches, tornati sul palco per la prima volta da molti anni a questa parte per un concerto che assomiglia più che altro a un dj set, ma di fattura straordinaria. Tanto che alle tre di mattina sono davvero in parecchi a ritrovarsi con la voglia di agitare le chiappe, prima di andare a dormire.

Stasera gran finale, con PJ Harvey, i Sigur Ros, Brian Wilson e una cinquantina di altri concerti. Anche questa sera sul sito ufficiale del Festival sarà disponibile uno streaming gratuito di una parte del cartellone.

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    Niccolò Vecchia
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La prima sera di Primavera

Una delle cose che succedono al Primavera Sound, il Festival che si tiene da sedici anni a questa parte a Barcellona, e che è diventato in poco tempo un punto di riferimento fondamentale per la musica dal vivo in Europa, è che gli artisti che partecipano a questo evento danno sempre la sensazione di essere molto, ma proprio molto, felici di essere su uno di quei palchi. Che lo siano sinceramente, che non sia una posa dovuta.

Ieri, durante la prima delle tre serate di questa edizione 2016, ne ha data una perfetta dimostrazione Elena Tonra, cantante ventiseienne del gruppo britannico Daughter. Intorno alle 20 la sua band è salita sul palco principale del Primavera: davanti a lei ci saranno state diecimila persone, forse qualcuna in più. E lei si è visibilmente commossa: guardava il pubblico, con un sorriso quasi costante, un misto tra timidezza e gioia infinita. E continuava a ringraziare sottovoce quella marea di gente.

Daughter (foto di Eric Pamies)
Daughter (foto di Eric Pamies)

E’ stata un’aggiunta di grande umanità a un set molto bello da parte dei Daughter, capaci di tenere un palco così gigantesco nonostante la loro musica non sia esattamente quella che può dare il meglio di sé nella confusione di un Festival. Le melodie eteree, gli arrangiamenti scarni, non hanno impedito al pubblico di farsi coinvolgere da una band tra le più interessanti di questi anni.

Prima dei Daughter quello stesso palco aveva ospitato un concerto molto diverso: gli Algiers vengono da Atlanta, e di un certo Sud americano – e soprattutto afroamericano, come il cantante Franklin James Fisher – hanno conservato una specie di misterioso misticismo, che innerva le canzoni nervose e tese pubblicate nel primo e per ora unico disco, uscito esattamente un anno fa e chiamato semplicemente con il nome del gruppo. Vederli live è stata la conferma dell’originalissima interpretazione del gospel, del soul, del punk e del pop di questi quattro musicisti.

Algiers (foto di Eric Pamies)
Algiers (foto di Eric Pamies)

Sono dei veterani invece gli Air, e lo hanno dimostrato ieri sera con un concerto impeccabile, una vera carrellata di successi che ha divertito e coinvolto il pubblico, anche se l’esibizione è parsa quasi distaccata, senza un vero pathos, una vera partecipazione da parte dei due francesi. Notevolissimo invece è stato il live di Vince Staples, classe 1993, rapper di Long Beach, con all’attivo un solo album (Summertime ’06) e molte collaborazioni di peso, da Common a Ghostface Killah, fino a Kendrick Lamar. Un dj e un mc sul palco, null’altro, ma tutto di una potenza impressionante.

John Carpenter (foto di Eric Pamies)
John Carpenter (foto di Eric Pamies)

E’ stato emozionante invece vedere su un altro palco del Parc del Forum di Barcellona, dove si tiene il Primavera Sound, il regista e compositore sessantottenne John Carpenter. E’ uno dei maestri dell’horror e del thriller contemporaneo, ma è un personaggio di culto anche per il suo talento musicale, che lo ha portato a realizzare molte delle colonne sonore dei suoi stessi film. E’ stato, tra l’altro, uno dei pionieri dell’uso dei sintetizzatori, e ha in questo modo influenzato molti altri artisti venuti dopo di lui. Il suo show lo vedeva in centro al palco, dietro le sue amate keyboards, con alle spalle un gruppo di musicisti decisamente più giovani e decisamente muscolari nell’interpretazione dei loro strumenti. Il risultato, un synth-rock nero e forte, che ha incollato diverse migliaia di persone fino all’ultimo brano.

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LCD Soundsystem (foto di Eric Pamies)

Erano ancora di più quelli che si sono accalcati sotto il palco che ha ospitato uno dei live più attesi della serata, quello degli LCD Soundsystem. “Dopo New York, questa è la città in cui abbiamo suonato di più – ha detto a fine concerto il frontman James Murphy – e non potremmo essere più felici”: è stato in effetti un altro concerto allegro, sorridente, una vera celebrazione del celebre passato della band americana, che ha evidenziato in particolare il lato più pop del gruppo.

E mentre ci prepariamo per la seconda serata, che evidentemente avrà come protagonisti incontrastati i Radiohead, il Primavera Pro, la costola del Festival dedicata al music business e alla produzione musicale ci ha regalato un interessantissimo incontro con il super-produttore inglese Flood (all’anagrafe Mark Ellis): uno che ha firmato dischi di U2, Depeche Mode, Nick Cave, Nine Inch Nails, PJ Harvey e molti altri. Tra i tanti aneddoti divertenti, e l’attenta descrizione del senso del suo lavoro e del ruolo del produttore, Flood si è sbilanciato rispetto all’ultimo album prodotto proprio per PJ Harvey (insieme all’altro produttore John Parish). Le sessioni di registrazione per The hope six demolition project sono state svolte in pubblico, in una specie di studio di vetro trasparente montato all’interno della Somerset House di Londra: “E’ stata una delle esperienze più intense della mia vita professionale – ha raccontato Flood – la parte difficile è stata solamente provare a riportare sul disco tutta la straordinaria energia che abbiamo condiviso in quella specie di scatola diversa”.

Anche oggi ricordiamo che, per chi volesse seguire almeno qualcuno dei concerti del Primavera Sound, quest’anno in collaborazione con Red Bull è stato predisposto uno streaming gratuito di una parte del cartellone: lo si trova a questo indirizzo.

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    Niccolò Vecchia
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Tre, due, uno: Primavera Sound!

Al Parc del Forum di Barcellona le prime note dovrebbero sentirsi intorno alle 16.00: il compito, peraltro, di dare il via al programma ufficiale del Primavera Sound 2016 sarà affidato a un italiano, Alessandro Cortini. Un nome che, soprattutto nel nostro paese, conoscono davvero in pochi, anche se nel corso della sua carriera ha avuto modo di lavorare con i Nine Inch Nails di Trent Reznor. Il musicista bolognese è autore di un’elettronica piuttosto scura, avvolgente come una colonna sonora, ed è solo uno dei più di 50 tra artisti e band che saliranno oggi su uno dei palchi messi a disposizione dal grande Festival di Barcellona.

Come raccontavamo ieri, il programma del Primavera Sound è in realtà ancor più articolato e ricco, ma i tre giorni centrali di questa straordinaria rassegna internazionale inizieranno oggi per concludersi all’alba di domenica nell’enorme area del Parc del Forum: lì si concentra il cuore del Festival e lì questa sera sarà apparecchiata la prima grande abbuffata di musica.

Oltre ai nomi più famosi in cartellone, che per questo giovedì 2 giugno ci porta a parlare di LCD Soundsystem ed Air, che domani ci farà concentrare sui Radiohead, e domenica ci farà accalcare sotto i palchi di PJ Harvey e Sigur Ros, il Primavera Sound è fonte continua di scoperte musicali, proponendo un programma davvero capace di rappresentare molte delle cose più interessanti uscite negli ultimi mesi, oltre che tanti personaggi di culto per gli appassionati.

Noi, ad esempio, aspettiamo con ansia un po’ di queste cose.

Car Seat Headrest (giovedì h19.00): l’americano Will Toledo è un vero prodotto del suo tempo. Questo giovanissimo cantautore ha pubblicato nel giro di circa tre anni dieci album autoprodotti sulla piattaforma Bandcamp: è stato così che l’ottima etichetta Matador lo ha notato e gli ha dato modo di pubblicare un primo disco ufficiale. E da pochi giorni è arrivato il secondo, bellissimo, album: si chiama Teens of Denial e rischia già di finire sulle classifiche del meglio dell’anno di parecchi magazine musicali.

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Daughter (giovedì h20.00): Il grande merito del Primavera Sound è stato avere in cartellone questa band inglese nel 2013, per il loro esordio If you leave, portato a un notevole successo in particolare dal singolo “Youth”, una canzone dalla potenza melodica straordinaria. Il secondo disco, Not to disappear, non ha forse un singolo così trascinante, ma è una grande prova di maturità per uno dei gruppi più convincenti del pop contemporaneo

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Kamasi Washington (giovedì h21.00): Ecco uno che nelle classifiche di fine anno dei magazine specializzati ci è già finito, lo scorso anno, grazie al suo The Epic, album che ha lanciato questo sassofonista afroamericano. Nella sua carriera Washington ha suonato con grandissimi nomi del jazz come Wayne Shorter o Herbie Hancock, ma anche con stelle del pop come Lauryn Hill, Snoop Dogg o Kendrick Lamar. Il suo album unisce sia la grande tradizione sperimentale del free jazz che un’ambizione di maggiore fruibilità melodica, che dal soul porta fino al pop. E dal vivo le sue composizioni si trasformano ulteriormente.

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Beirut (venerdì h21.00): Zach Condon ha esordito con il nome di Beirut ormai dieci anni fa, quando era poco più che ventenne. Da allora un po’ di cose sono cambiate, e Beirut è diventata una vera band. L’ultimo disco, No No No, non è forse il migliore della loro discografia: ma dal vivo sono imperdibili.

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Brian Wilson performing Pet Sounds (sabato h20.00): Sì, questa non è certamente una sorpresa, ancor meno una scoperta. Ma come resistere all’idea di ascoltare uno dei più grandi geni della storia del pop interpretare per intero uno dei più grandi dischi della storia del pop? Non si può e i fortunati avventori del Primavera non hanno che da accomodarsi.

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Julia Holter (sabato h0.50): questa 31enne californiana ha esordito ormai cinque anni fa con Tragedy, un disco ispirato a una tragedia di Euripide. Non proprio materiale da classifica, evidentemente, ma una prima dimostrazione del talento eclettico della Holter. A fine 2015 è arrivato Have you in my wilderness, quarto album da studio, probabilmente l’opera più articolata e completa di questa musicista.

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Ma come? Non hai citato Moderat, John Carpenter, Destroyer, i Tame Impala, le Savages…e tutti gli altri?! Lo so, sì. L’elenco di cose belle che si possono trovare al Primavera Sound è molto più lungo di così, anche più lungo della possibilità logistica che ogni partecipante al Festival avrà di poter effettivamente assistere a tutti i concerti che lo interessano. E tra poco iniziano i live.
Dunque ci salutiamo qui, e domani arriveranno i primi racconti dal Festival di Barcellona!

L’ultima, importantissima, informazione è per chi a Barcellona non c’è, ma vorrebbe esserci. Non è la stessa cosa, ma il fatto che il Primavera Sound, a questo indirizzo, proporrà uno streaming live gratuito del Festival farà certamente felici molti appassionati di musica.

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    Niccolò Vecchia
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Si riaccende il Primavera Sound

A Barcellona sta per iniziare il Primavera Sound, per la sua sedicesima edizione: si tratta di un Festival musicale relativamente giovane, ma ormai stabilmente tra i più prestigiosi del mondo, certamente il più importante dell’Europa del Sud: la sua storia non è quindi lunga come quella, per esempio, dei grandi appuntamenti britannici, ma la sua crescita, soprattutto per alcuni anni, è avvenuta a un ritmo velocissimo. Un successo internazionale frutto del lavoro di un gruppo di veri appassionati di musica.

Il Primavera Sound nasce infatti da un’associazione che gestiva un locale della capitale catalana, che nel 2001 iniziò a cimentarsi in una rassegna musicale. Da piccolo evento di culto, ottomila paganti divisi in due giorni di programma, ad appuntamento irrinunciabile per quasi duecentomila persone, che si accalcano, seppur virtualmente, ai botteghini online per accaparrarsi un biglietto per i tre giorni di concerti.

In realtà ormai il programma del Primavera Sound dura quasi una settimana: già da lunedì in città ci sono dei piccoli concerti con band più o meno emergenti, dedicati principalmente agli abitanti di Barcellona. Ieri sera invece, sempre pensando al pubblico locale, gli LCD Soundsystem, cioè uno dei gruppi più attesti del cartellone di quest’anno, ha improvvisato un live in una sala da concerto del centro città, accessibile gratuitamente a tutti coloro avessero già comprato i biglietti del Festival. E qui sotto trovate un video del concerto di ieri sera, in particolare di uno dei pezzi più noti della band guidata da James Murphy, “Daft Punk is playing at my house”.

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Da oggi a Barcellona iniziano invece ad arrivare gli stranieri, che l’anno scorso hanno rappresentato il 46% del pubblico del Festival, e ad attenderli c’è già un cartellone di circa venti live, di cui alcuni nuovamente di assoluto valore e sempre accessibili gratuitamente. Tra questi possiamo citare i veterani del pop inglese Suede, che saliranno su uno dei palchi dell’enorme area in cui, da giovedì, si terrà il vero e proprio Primavera.

Parliamo del Parc del Forum, che da giovedì a sabato sarà brulicante di appassionati di musica: è un luogo perfetto dove tenere un Festival di questo tipo, grande, arioso, in riva al mare. I 16 palchi sono sparsi in quest’area ed è già un’esperienza notevole passeggiare da uno all’altro, lasciandosi di volta in volta catturare dai suoni che arrivano alle orecchie, oltre che ammirando l’organizzazione impeccabile e l’assoluta serenità che si respira in ogni angolo dell’evento.

Il ricchissimo programma di quest'anno
Il ricchissimo programma di quest’anno

Del programma di questa sedicesima edizione del Primavera Sound vi racconteremo meglio domani, provando a evidenziare, nel mare di concerti, le cose più interessanti andando oltre i nomi più noti, come Radiohead o PJ Harvey. Oggi invece vale la pena di spendere qualche parola sul programma parallelo del Primavera Pro, costola del Festival catalano dedicato al music business, che permette ai professionisti del settore di incontrarsi e confrontarsi su alcuni dei temi più attuali legati al mercato musicale.

In questo momento, mentre scriviamo, è in corso un panel molto interessante sui nuovi modelli di business dell’autoproduzione musicale, che esplora le possibilità di costruzione di nuove economie per i musicisti privi di un contratto e di una distribuzione discografica, mentre poco prima si è svolto un incontro dedicato a raccontare gli incubatori di talenti musicali in Brasile.

L’idea del Primavera Pro è un ottimo esempio delle ragioni per cui questo Festival ha avuto un successo così grande e rapido: grazie a un approccio appassionato, non commerciale, ma nemmeno settario o snob, l’evento catalano è diventato il preferito da tutti o quasi i giornalisti e i professionisti della musica in Europa. Che con i loro racconti ne hanno amplificato la notorietà. E che da sette anni a questa parte hanno un motivo in più per partecipare, edizione dopo edizione.

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    Niccolò Vecchia
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Afterhours: il nuovo disco in anteprima a Radiopop

Gli Afterhours sono un gruppo con cui Radio Popolare ha da sempre un rapporto molto speciale, una vera amicizia. Sono state diverse le occasioni in cui ci siamo vicendevolmente dimostrati questo legame, questo affetto: tra queste dimostrazioni, c’è anche il desiderio della band di Manuel Agnelli di venire sempre a presentare ogni nuovo disco ai nostri microfoni.

Non fa eccezione Folfiri o Folfox, album doppio che uscirà il 10 giugno. Che abbiamo raccontato e anticipato grazie alla presenza nel nostro studio dei minilive di Manuel Agnelli e Rodrigo D’Erasmo, che per l’occasione si sono portati chitarra acustica, violino e tastiera: gli strumenti essenziali per suonare tre delle diciannove nuove canzoni.

Il titolo del disco non è una cosa facile: sono i nomi di due chemioterapie. Manuel Agnelli ha perso suo padre, a cui era molto legato, per un tumore e ha deciso di affrontare in modo diretto questa esperienza: “Avevo il desiderio di farlo, ma ho capito che era la scelta giusta quando ne ho parlato con gli altri del gruppo. Volevo liberarmi di alcune tossine perché non avessero più potere su di me, a livello negativo. E so che noi musicisti abbiamo questa fortuna di poter usare la musica in senso catartico, è uno dei tanti vantaggi di questo mestiere. Però è anche una cosa intima, privata, per la quale quindi puoi provare pudore a parlarne in pubblico. Condividendo questi pensieri con gli altri, che purtroppo come me hanno avuto la sfortuna di doversi confrontare con esperienze simili, ho capito che anche per loro c’era questo bisogno. E’ stata una scelta che ci ha anche compattato, lo facciamo per noi, abbiamo affrontato questo argomento senza più paure”.

Ma prima di parlare del titolo, le canzoni che affrontavano il tema della malattia e della morte di tuo padre c’erano già?

MA: C’era la musica, ma i testi sono sempre l’ultima cosa che scrivo e l’atmosfera del disco era certamente più energetica che nera: non volevamo fare un album triste, lugubre. Perché poi il disco anche di questo parla, del passaggio di energia, una specie di consapevolezza nuova di quello che uno vuole dalla vita, che crea un cambiamento di valori, di pesi, di prospettive. La musica che avevamo composto ci ha aiutato a trattare questo tema in modo più energetico, appunto.

C’è un’espressione che ritorna spesso in queste canzoni. E in realtà potremmo dire che sia un tema piuttosto ricorrente in generale nel rock e nel pop: il “non morire mai”. Per te che senso aveva usare questo concetto in questi pezzi?

MA: La cosa è nata dal fatto che mia sorella più piccola mi ha raccontato che da bambina pensava che non saremmo mai morti, ma solo noi, la nostra famiglia. Che fossero gli altri a morire, ma noi no. Nella prima canzone del disco, “Grande”, ho usato questa idea trasformandola in un sogno, in cui faccio un patto con mio padre; poi invece quando lui tradisce il patto, perché muore, la cosa serve a farmi diventare definitivamente grande. Se devo trovare un senso al “non morire mai”, è proprio in questo passaggio di energia: io l’ho sentito, poi ogni persona la pensa come vuole, ma io l’ho sentito davvero e credo che sia uno dei pochissimi aspetti in cui posso trovare un senso, perché io sono ateo, non ho altri motivi insomma.

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Come già hai detto, tu lasci sempre i testi come ultimo passaggio della composizione di un disco. Prima viene la musica, che normalmente nasce dalla band che suona insieme, in una stanza. Questa volta come è andata?

MA: Un po’ diversamente: questa volta ci siamo scambiati spesso dei file, lavorando separatamente, e già in Padania avevamo iniziato a seguire questo percorso. Non abbiamo fatto quasi jam in questo disco, che è nato invece soprattutto per sovrapposizione di elementi, c’è pochissima psichedelia e non c’è quasi blues. È tutto scritto, anche se non su uno spartito, anche i “rumori” non sono messi mai a caso. Questo perché volevamo permetterci anche di comporre da soli, ognuno nella propria stanza, senza il pudore che puoi provare quando sei in mezzo ad altre persone, con la libertà di provare cose che non proveresti se non fossi da solo.

Ho letto più volte usare la parola “sperimentazione” per descrivere questo disco. E’ una parola che spesso mi fa interrogare sul suo significato: per voi, in questo album, che senso ha?

MA: Per noi, per me, sperimentazione significa scrivere delle cose in una maniera non consueta, non vogliamo fare sperimentazione per cambiare la teoria della musica. A volte viene interpretata erroneamente questa parola, quando ci sono dei rumori lancinanti o delle parti dissonanti, quella diventa sperimentazione. Non è così. Quando una canzone non ha una struttura canonica, quella è sperimentazione. Non deve per forza suonare ostica. Poi però c’è anche l’aspetto ludico: ci piace ancora giocare con i suoni, con i nostri pedali, siamo dei bambinoni da questo punto di vista. Ma tutto questo non deve diventare più grande di quanto non sia: non diciamo che stiamo cambiando la storia della musica. Stiamo giocando, ci stiamo divertendo: se vi piace, ne siamo felici. Se no [sottovoce, ndr] andatevene pure affanculo.

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Volevo fare una domanda anche a Rodrigo, sottoponendogli il tema della squadra. Questo disco segna anche un cambio sostanziale nella formazione della band, come quello che avvenne quando, qualche anno fa, lo stesso Rodrigo entrò nel gruppo. Ecco, oggi come racconteresti l’arrivo di Stefano Pilia alle chitarre e di Fabio Rondanini alla batteria?

RD: La fase di avvicinamento al disco credo che li abbia aiutati molto a entrare in clima. Perché il tour teatrale fatto prima del lavoro sul disco ha creato una bellissima atmosfera tra noi, al di là del fatto che chiaramente ci conoscevamo già da tempo. Poi, il fatto che il lavoro sull’album sia avvenuto, almeno in parte, separatamente, da una parte ci ha liberato da qualsiasi pudore, ma ci ha permesso anche di mantenere una certa complicità musicale e umana. Fabio ha avuto un apporto immediato e molto importante, come è ovvio che sia: la batteria è la spina dorsale di una band e non può che influenzare molto il suono. Infatti abbiamo fatto diverse session preliminari solamente io, lui e Manuel, per capire quali nuove possibilità ci potesse offrire la sua presenza. Stefano ha fatto un lavoro più silenzioso, come è lui come persona, che abbiamo scoperto in fase più avanzata. Procedendo con la produzione le sue chitarre hanno iniziato a spiccare in molte canzoni, creando una timbrica e un’atmosfera: ha messo la sua anima, delicata ma anche travagliata, in tanti brani dell’album.

La nuova formazione degli Afterhours in una foto di Ilaria Magliocchetti Lombi
La nuova formazione degli Afterhours in una foto di Ilaria Magliocchetti Lombi

Chiudiamo con una domanda semi-seria per Manuel: l’ultimo pezzo del disco si intitola “Se io fossi il giudice”. L’hai scritta per X-Factor, giusto?

MA: Certo! Ovviamente il pezzo è nato molto prima, e ti dirò anche la fonte: la Settimana Enigmistica, la rubrica “Se voi foste il giudice”. Ho pensato che fosse un gran titolo e ho chiamato così la canzone. Adesso diventerà la sigla di X-Factor invece… [ride, ndr]

Ascolta la versione integrale dell’intervista e le tre canzoni suonate da Manuel e Rodrigo a MiniSonica

MiniSonica: minilive e intervista con gli Afterhours

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    Niccolò Vecchia
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Ben Harper ci racconta “Call it what it is”

Ben Harper fu uno dei primissimi musicisti a suonare dal vivo per Radio Popolare. Erano gli albori di quello storico programma che si chiamava Patchanka e un giovane esordiente chitarrista e cantante afroamericano ci suonò un paio di pezzi live.

Da allora i nostri incontri sono stati frequenti e regolari. Così, ritrovarlo, qualche anno dopo l’ultima volta, con un disco che segna anche il ritorno di Harper con la sua prima band, gli Innocent Criminals, è stata l’occasione anche per ricordarci di cose che ci siamo detti nelle nostre precedenti chiacchierate.

Sullo sfondo, un disco, Call it what it is, che prende il nome da una canzone in cui si citano i nomi di Trevon Martin, Ezel Ford, Michael Brown: tre dei tanti ragazzi afroamericani uccisi dalla polizia americana. Così come quel Rodney King che ispirò una delle prime grandi canzoni di Ben Harper, “Like a King”.

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Benvenuto a Ben Harper a MiniSonica, bentornato soprattutto ai microfoni di Popolare Network. In una delle ultime volte in cui ci siamo incontrati ci avevi parlato del tuo primo disco con i Relentless 7, ci spiegavi allora come avessi bisogno di provare cose nuove, suoni nuovi, di come fosse importante per te mettere da parte gli Innocent Criminals, la tua prima band. Nella tua vita hai avuto modo di suonare e di registrare con diversi gruppi, oltre che da solo: questo ritorno con gli Innocent Criminals che sapore ha? E’ una reunion? O invece pensi che in realtà non vi siate davvero mai lasciati?

BH: Credo di poter dire che al 50% sia una reunion e al 50% semplicemente un tornare indietro a qualcosa che sapevo che prima o poi avrei ritrovato.

Cosa diresti per spiegare, dal tuo punto di vista, l’unicità degli Innocent Criminals?

BH: Gli Innocent Criminals hanno un suono molto particolare, che potremmo quasi definire un genere a sé stante, ma che certamente possiamo descrivere come un incontro di tanti altri generi musicali. E poi suono con loro da così tanto tempo, che quello non può che essere un contesto creativo davvero unico per me.

E da band leader quanto pensi di essere responsabile di questo suono così particolare e caratteristico del gruppo?

BH: E’ difficile da dire, penso che possa cambiare da disco a disco, forse addirittura da canzone a canzone. A volte potrei dirti che l’equilibrio è di nuovo 50 a 50, altre volte invece penso che possa essere 90 a 10. Dipende sempre dal disco. In questo disco in particolare dire che siamo al 50 e 50. Al tempo stesso però è anche il 100%, perché questo disco non potrebbe suonare così, se non lo avessi fatto con loro: è una di quelle situazioni in cui il risultato è decisamente superiore alla somma delle singole componenti.

Hai condiviso con il gruppo anche parte della composizione e degli arrangiamenti, o sei arrivato in studio con tutte le canzoni già più o meno pronte?

BH: Proviamo a vedere questo disco come se fosse una torta, e proviamo a tagliarla a fette cercando di ricostruire i vari strati. Direi che un terzo della torta è fatto di canzoni già pronte: “When sex was dirty” era finita, “All that is grown” era completa, anche “Bones” era completa. Poi c’erano le canzoni che avevo scritto, ma che avevano bisogno di qualche tocco finale da parte della band; e poi l’ultimo terzo è composto da canzoni che la stessa band ha portato in studio. Questa credo che sia una giusta descrizione di questo album.

Una delle prime cose che ho notato, ascoltando questo tuo nuovo disco, è come sia vario, eterogeneo. Ed è una cosa che mi piace molto: molti dischi del passato considerati classici erano fatti così, i musicisti si sentivano liberi di mettere una dietro l’altra quattro canzoni una diversissima dall’altra…

BH: Sono contento che qualcuno finalmente se ne accorga! E’ proprio così, era così per i Beatles, per i Pink Floyd, per i Led Zeppelin o per Stevie Wonder, era considerato una cosa normale. Adesso invece sembra quasi che tu sia matto a voler mettere insieme canzoni così diverse l’una dall’altra. Comunque penso di essermi sempre sentito libero di poter fare così, se prendiamo ad esempio uno dei miei dischi più conosciuti, Fight for your mind, cioè il mio secondo disco, contiene canzoni come “God Fearing Man”, “Ground on Down”, “Another Lonely Day”, “Gold to Me”…i miei dischi sono stati quasi sempre molto vari, a parte forse quelli con i Relentless 7 o con Charlie Musselwhite, con cui faccio solo blues. Ma i miei dischi da solo o quelli con gli Innocent Criminals sono sempre stati molto liberi. Penso che forse oggi questa varietà si noti di più, semplicemente per il fatto che c’è più attenzione intorno a me. È più facile fare dischi eterogenei quando si è meno conosciuti, quando poi arriva l’attenzione e il successo sono cose che si notano di più: senza volermi vantare di qualcosa, cerco solo di raccontare come stanno le cose. Le persone ascoltano la tua musica in modo diverso in base a come ti percepiscono, si chiama psico-acustica, è una cosa che esiste davvero!

Ricordo di aver scoperto la tua musica grazie a una canzone, “Like a King”, in cui cantavi il nome di Rodney King, ucciso dalla polizia. Oggi, in “Call it what it is”, la canzone che dà titolo all’album, canti i nomi di altri ragazzi afroamericani uccisi nello stesso modo, vent’anni dopo. Come ti senti a dover scrivere ancora canzoni così?

BH: E’ molto doloroso, vorrei non dover scrivere queste canzoni. Mi piacerebbe poter evitare di essere un “giornalista musicale” in questo senso. Ho paura di dover dire che rispetto a vent’anni fa le cose non siano cambiate abbastanza, verrebbe quasi da dire che non siano cambiate affatto. Ma ora, con l’invenzione dei telefonini con le videocamere, questa condizione cambierà velocemente. Deve cambiare, perché tutti siamo filmabili, dovunque andiamo, ogni giorno.

Le vittime afroamericane della violenza della polizia, di cui canti in “Call it what it is”, sono morte durante la presidenza di Barack Obama, il primo presidente afroamericano della storia del tuo paese. Oggi si parla incessantemente del rischio che uno xenofobo di destra come Trump possa diventare presidente: ma quanto può influire un presidente degli Stati Uniti su questi aspetti, sul modo in cui un ragazzo nero viene trattato per le strade della città in cui vive?

BH: Quel che posso dirti è che se io fossi il presidente, le cose cambierebbero molto velocemente. Ed è molto frustrante invece rendersi conto di quanto il cambiamento sia lento quando deve arrivare dall’alto. Il cambiamento sembra sempre dover passare da altre strade, come in Egitto ad esempio: da 1 milione di persone per strada, non da quell’una che sta in cima alla collina. Penso che le persone che si trovano in mano un potere così grande, poi si accorgano anche della sua fragilità intrinseca. Dev’essere strano essere l’uomo più potente del mondo, e sentirsi per molte cose impotente. Qualcuno lo definirebbe un paradosso.

Pensi che ti impegnerai nella prossima campagna elettorale? E come?

BH: Per evitare che Trump diventi presidente? Sì. Ma sono cose che faccio soltanto per me stesso, magari le persone che mi seguono non saranno per niente d’accordo con quello che dirò, ma questo non farà che rafforzare le mie convinzioni. Ho sempre scritto e cantato per me stesso, sperando che qualcuno potesse condividere quello che dicevo. Poi c’è stato qualcuno che mi ha chiesto di scrivergli una canzone, come Taj Mahal o Solomon Burke, ed è stato anche divertente. Di solito però parto sempre dal desiderio di scrivere una canzone per me stesso. Anche perché è così bello quando fai qualcosa per esprimere te stesso e in quel modo riesci ad esprimere anche il pensiero di qualcun altro.

Abbiamo iniziato l’intervista ricordandone una fatta insieme qualche anno fa. Me ne ricordo un’altra, qualche anno prima, in cui parlammo invece di basket, della tua passione per i Lakers e per Kobe Bryant. Ti saluterei chiedendoti di raccontarci come hai vissuto il suo ritiro, se pensi che cambierà il tuo modo di vivere questo sport…

BH: E’ un avvenimento importante quando un tuo eroe dello sport si ritira. E lui per me è stato il primo dell’età adulta: quando ero molto più giovane c’erano Kareem, Magic Johnson, James Worthy, fino a Michael Jordan. Ma con Kobe è stato diverso, ho visto dal vivo la sua prima partita e la sua ultima. Continuerò ad amare i Lakers, ovviamente, ma sono un po’ triste.

Ascolta l’intervista integrale con Ben Harper

Ben Harper: intervista a MiniSonica

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Mau Mau live a Radiopop: venerdì 13 maggio

Sono passati dieci anni dal loro ultimo disco (Dea), ma i Mau Mau di Luca MorinoTatè Nsongan e Fabio Barovero non sono mai usciti dai nostri cuori. E non potremmo essere più felici di partecipare alla celebrazione del nuovo lavoro, 8000 km, pubblicato solo una settimana fa.

E siete tutti invitati a raggiungerci, venerdì 13 maggio alle 21, nell’Auditorium Demetrio Stratos di Radio Popolare, in via Ollearo 5. 

La storia dei Mau Mau inizia a Torino nel 1991, e vede poi la pubblicazione del primo album Sauta rabel l’anno successivo. Un disco capace di concentrare in undici canzoni la fascinazione per un certo folk piemontese e la passione per le musiche del mondo, e dell’Africa in particolare. Una commistione che si evolverà e si arricchirà di altri elementi, senza mai sfumare, in tutte le opere successive.

Ed ecco arrivato il momento del ritorno: 8000 km è un disco che percorre idealmente il perimetro del nostro stivale, tanti sono all’incirca i chilometri che si dovrebbero accumulare. Un album in cui i Mau Mau raccontano storie italiane che spesso sono anche migranti, così come nel singolo che ha anticipato l’album, “Mais”, o ancor di più nel successivo, “Con chi fugge”, dedicato ai rifugiati di tutto il mondo.

Queste canzoni, insieme a tutte quelle che finiranno nella scaletta, le ascolterete venerdì sera durante il prossimo concerto dell’Auditorium Demetrio Stratos di Radio Popolare.

L’appuntamento è per venerdì 13 maggio, alle 21: partecipare, come sempre, è semplice e gratuito. Basta prenotarsi telefonando allo 02.39241409!

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    Niccolò Vecchia
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La classifica dei musicisti più ricchi

Una settimana fa Billboard, la più importante e influente rivista dedicata al mercato musicale americano e mondiale, ha stilato la lista delle star della musica più pagate del mondo nel 2015. Si tratta di un gioco divertente che si ripete annualmente. E che, al di là del lato più gossipparo della questione, ci può permettere di fare alcune considerazioni – benché certamente non inedite o straordinariamente originali – sullo stato del business della musica e sullo sviluppo che ha avuto negli ultimi anni.

Partiamo dalla composizione dei guadagni dei vari artisti in questa classifica. In cima ci troviamo una donna, l’americana Taylor Swift, classe 1989, che risulta essere la musicista più pagata dell’anno passato, con 73 milioni e mezzo di dollari. Di questi, più di 60 milioni provengono dai tour, dall’attività live. Un decimo, 7,2 milioni di dollari, è rappresentato invece dalle vendite di dischi. I dischi si comprano sempre meno, certo: alla Swift è andata in fondo meglio che alla maggior parte dei colleghi presenti in questa top 40 dei guadagni. Soprattutto gli artisti meno giovani fanno soldi quasi solo con i concerti.

I Rolling Stones ad esempio li troviamo terzi in classifica (non male per degli ultra-settantenni, suvvia): hanno guadagnato quasi 40 milioni di dollari nel 2015, ma poco più di un milione dalle vendite di dischi, e meno di 400mila dollari dalle rendite dello streaming.

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Questa classifica in effetti è una perfetta dimostrazione, più efficace di molte più articolate discettazioni sul tema, di come gli artisti guadagnino ancora troppo poco dalla più saliente novità degli ultimi anni in campo di mercato musicale. Parlando di streaming infatti, solo Drake (32) e The Weeknd (28) sono riusciti nel 2015 a guadagnarci più di un milione di dollari, a dimostrazione di come servano davvero oceani infiniti di click per raggiungere un certo livello di rendite e di come siano coloro che hanno molti fan tra i più giovani a poter ambire a questi risultati.

Di certo non può riuscire a gente come Elton John (15) o Billy Joel (4), agli stessi Rolling Stones (3) o a quel che resta dei Grateful Dead (6), a Neil Diamond (21), Celine Dion (25), Bette Midler (26), Madonna (14) o agli U2 (8). Dopo questo elenco non possiamo non sottolineare la straordinaria presenza di…”vecchi” in questa classifica. Il grande successo delle pop e rock-star più esperte e longeve è una delle novità più importanti di questa era della discografia: anche se i loro dischi non vendono più molto, conta poco. Sono ancora moltissimi i fan disposti a pagare cifre spesso molto elevate per andare a rivivere le emozioni della propria gioventù sotto i palchi di queste potenti cariatidi della musica.

E poi, infine, c’è l’eccezione vera di questa classifica. E’ anche lei una donna, ha un anno in più rispetto alla Swift, è britannica e si chiama Adele.

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Lei in questa top 40 si è piazzata al nono posto, ma senza fare un solo concerto nel 2015: alla sezione live, per lei, diversamente dagli altri 39 colleghi, c’è scritto un rotondissimo 0. Però nella casella delle vendite dei dischi, ecco un’altra eccezione, la cifra più alta di tutte: 16 milioni.

E come mai? La risposta è semplice: forse qualcuno saprà che il terzo disco di Adele non è stato pubblicato integralmente sulle piattaforme di streaming, dove si trovano solo i singoli. Ecco come mai.

E i singoli evidentemente sono bastati, perché la giovane inglese il suo mezzo milione di dollari l’ha portato a casa. Una cifra comparabile con quella di tutti gli altri colleghi.

Insomma, questa classifica non può che sembrare davvero un brutto spot per le piattaforme di streaming. L’esempio di Adele sembra dire che, con l’attuale distribuzione di denaro agli artisti, pubblicare un album su questi servizi possa risultare controproducente, almeno per i nomi più altisonanti e popolari sul mercato.

Se fossimo i responsabili di una di queste piattaforme, passeremmo notti insonni a cercare di trovare al più presto delle nuove soluzioni.

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    Niccolò Vecchia
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Any Other live a Radio Pop: venerdì 20 maggio

A dicembre dell’anno scorso scrivevamo, presentando una loro intervista a MiniSonica, “si chiamano Any Other e sono una delle novità più interessanti uscite in Italia quest’anno”. Continuiamo a pensarla così e per questo li abbiamo invitati di nuovo in via Ollearo 5, questa volta per farli salire sul palco dell’Auditorium Demetrio Stratos venerdì 20 maggio alle 21.

Gli Any Other sono in tre: Adele Nigro, chitarra e voce, autrice delle canzoni del disco d’esordio Silently. Quietly. Going awayErica Lonardi, batteria, e Marco Giudici basso. E’ bastato un solo album, e una serie di concerti di grande intensità, a questa giovane band per scatenare un grande interesse nei loro confronti.

Siamo molto contenti di poterli avere con noi di nuovo e vi consigliamo di non perdere l’occasione di ascoltarli anche dal vivo. Partecipare al concerto di venerdì 20 maggio alle 21 è come sempre semplice e gratuito: è sufficiente prenotarsi telefonando allo 02.39241409.

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    Niccolò Vecchia
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Venerdì 29: Marco Iacampo in concerto

Marco Iacampo torna a trovarci in via Ollearo, questa volta per salire sul palco dell’Auditorium Demetrio Stratos venerdì 29 aprile, alle 21, per un bellissimo concerto, in cui sarà accompagnato dalla sua band.

L’amicizia tra noi e Marco è piuttosto datata: infatti tanto tempo fa a Radio Popolare c’era una trasmissione, dedicata ai gruppi emergenti, che si chiamava Liberi Gruppi. E parecchi anni fa con quella trasmissione selezionammo il demo di una band veneta, gli Elle. Il chitarrista e cantante di quella band era proprio Marco Iacampo.

Di tempo ne è passato parecchio, nel frattempo Marco Iacampo nel 2001 ha dato vita a un progetto solista chiamato GoodMorningBoy. Poi nel 2010 è uscito il primo disco in cui il cantautore di Mestre ha scelto di usare semplicemente il proprio nome e cognome.

Flores, uscito a fine 2015, è il terzo disco firmato Marco Iacampo. Un album ispirato, raffinato, in cui molte diverse influenze musicali si incrociano per creare un coinvolgente mosaico di storie e di canzoni.

Queste canzoni, insieme a tutte quelle che vorrà mettere in scaletta Marco venerdì sera, saranno al centro del prossimo concerto dell’Auditorium Demetrio Stratos di Radio Popolare.

L’appuntamento è per venerdì 29 aprile, alle 21: partecipare, come sempre, è semplice e gratuito. Basta prenotarsi telefonando allo 02.39241409!

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    Niccolò Vecchia
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Motta e il suo primo disco da solo: punk e felicità

Francesco Motta è tornato a trovarci. L’ultima volta era stato per promuovere il secondo album della band di cui era voce e chitarra, i Criminal Jokers. Questa volta, invece, è venuto da solo.

Da solo fatto anche il suo disco La fine dei vent’anni, un album che sta riscuotendo un grande, meritatissimo, interesse in queste settimane. Ma lui, nell’intervista che ha accompagnato il suo minilive in diretta su Popolare Network, che potete riascoltare per intero qui sotto, mi ha corretto: “Non sono mai stato da solo, lavorando su questo disco. In particolare con me c’era Riccardo Senigallia, uno che citerò spesso in questa intervista”.

Il musicista e produttore romano, oltre a essere un uomo dalla grandissima esperienza, ha anche più volte dimostrato di saper fare emergere le caratteristiche migliori degli artisti con cui lavora. Anche nei modi meno prevedibili: “Una sera io e Riccardo eravamo usciti a bere qualcosa. Stavamo parlando di colonne sonore e gli ho citato un disco di canti mozambicani contro la resistenza portoghese di quando mio padre era un comunista. E lui mi ha risposto: ‘scrivi un pezzo che si chiami Mio padre era un comunista‘. Per cui possiamo dire che quel pezzo sia un’idea sua”.

Francesco Motta spiega con poche parole anche la decisione di fare un disco solista, senza i Criminal Jokers: “In realtà avevo bisogno di incanalare il mio modo di scrivere canzoni in un’altra maniera, quello che c’era prima era una specie di adolescenza, c’era una magia che piano piano è sfumata per lasciare posto ad altro”. E se gli si chiede di quel suono aggressivo e punk che caratterizzava la band, aggiunge: “Io mi sento più punk adesso, ora che riesco a incanalare quell’energia in modo più consapevole. Ci sono più dinamiche in questo disco, ora che ci sono sia piano che forte, il forte è diventato fortissimo”.

Questo e molto altro nell’intervista con Francesco Motta, che ci ha anche suonato tre canzoni in versione acustica, chitarra e voce. Potete ascoltare la puntata di MiniSonica integrale (25 min.) cliccando sul play qui sotto

 

MiniSonica Motta minilive e intervista

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    Niccolò Vecchia
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Venerdì 22: Umberto Maria Giardini dal vivo

E’ la prima volta che abbiamo il piacere di ospitarlo sul palco dell’Auditorium Demetrio Stratos: venerdì 22 aprile, alle 21, sarà nostro ospite per un bellissimo concerto Umberto Maria Giardini.

La sua carriera musicale è piuttosto lunga: ha iniziato nel 1999, usando però lo pseudonimo di Moltheni, che lo ha accompagnato per un decennio, fino al 2009, con la pubblicazione di Ingrediente novus. Poi una parentesi strumentale e di gruppo, con i Pineda, nel 2011. E l’anno successivo il ritorno al cantautorato con la scelta di usare il proprio nome e cognome.

Il più recente album di Umberto Maria Giardini è uscito l’anno scorso, si chiama Protestantesima, ed è certamente uno degli episodi più riusciti e coinvolgenti della sua intera discografia. In attesa di poter ascoltare ancora nuove canzoni, siamo molto felici di poterlo finalmente proporre anche dal vivo ai nostri ascoltatori.

Che come sempre sono invitati a partecipare gratuitamente al concerto di venerdì 22 aprile, alle 21, con Umberto Maria Giardini. Per farlo basta prenotarsi chiamando allo 02.39241409!

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    Niccolò Vecchia
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“Un nuovo disco dei Television? Chissà…”

I Television di Tom Verlaine sono una band che, così come scrivevamo qualche settimana fa parlando dei Violent Femmes, sono spesso chiamati “di culto”. Definizione che ben si adatta a un gruppo che non ha pubblicato molti album, ma che solo con i pochi episodi della sua discografia (due dischi usciti nel 1977 e nel 1978, un terzo pubblicato nel 1992) ha raggiunto livelli altissimi, per poi assentarsi per molti anni dalle scene, riunendosi per qualche tour con ritmo piuttosto irregolare.

Questo fa sì che i fan di una band siffatta costruiscano una mitologia legata ai propri ricordi, e non vedano l’ora di poterli rinnovare. I fan dei Television ne hanno avuto la possibilità, solo pochi giorni fa. Passati dall’Italia per due concerti, uno dedicato esclusivamente al monumentale esordio del gruppo, Marquee Moon. L’altro invece a una specie di “Best Of”, che prendeva in esame anche il resto del repertorio, oltre che qualche novità.

I Television nel 1976. Da sinistra: Billy Ficca, Richard Lloyd, Tom Verlaine e Fred Smith
I Television nel 1976. Da sinistra: Billy Ficca, Richard Lloyd, Tom Verlaine e Fred Smith

Già, il nuovo disco dei Television. Se ne parla da tempo, ma non c’è molto da dire di concreto. È uno degli argomenti di cui abbiamo parlato con Jimmy Rip, chitarrista di lungo corso, ma anche ultimo entrato nella formazione della band: nel 2007 in particolare, sostituendo Richard Lloyd.

Benvenuto a Jimmy Rip a MiniSonica. La prima cosa che vorrei chiederti riguarda i due diversi concerti che suonerete in Italia. Il primo a Ciampino aveva come oggetto il vostro immortale disco Marquee Moon. Quello a Trezzo è stato invece un concerto “Best Of”. In cosa differiscono queste due scalette?

Partendo dal concerto incentrato su Marquee Moon, possiamo dire che è un live dedicato ai tantissimi fan di quell’album. E io, che suono con i Television solo da dieci anni, posso certamente affermare di essere anche io un fan di Marquee Moon. Poi io in realtà suono con Tom Verlaine da quasi 35 anni, quindi conosco quella musica molto bene. Nell’impostare questo concerto abbiamo direi tenuto a mente il fatto che per molte delle persone che vengono a sentirlo si tratta della prima volta che ascoltano live quelle canzoni, molte delle quali non vengono suonate in concerto dagli anni ’70, e due canzoni, “Guiding Light” e “Torn Curtain”, non erano mai state suonate dal vivo prima di questi concerti. Per questo il nostro tentativo è stato quello di suonare per loro, di dare loro l’esperienza che cercano, provando a riprodurre quel disco il più vicino possibile all’originale. Chi viene a sentirci non vuole una versione bossa nova di “Prove it”, per intenderci. Non vogliamo interpretarlo, renderlo più moderno o cose del genere. Vogliamo solo suonare quel disco così com’è, anche perché sappiamo quanto sia amato dal nostro pubblico, che si emoziona davvero nel sentirlo. E per noi è proprio bello sentire questo trasporto da parte loro. Per le prime date di questo tour dedicato a Marquee Moon ci siamo innervositi, vedendo come il pubblico fosse silenzioso: poi abbiamo capito che si trattava di un’intensità, di un’attenzione profonda. E’ veramente bello vedere tutto questo, soprattutto per uno come me che non ha suonato quel disco negli anni ’70, è una grande esperienza. Lo stile chitarristico di Richard Lloyd su quell’album è molto originale e personale, io cerco di avvicinarmici il più possibile, ed è un gioco molto divertente. L’altro spettacolo è molto diverso. Intanto per il fatto che in ogni concerto suoniamo almeno due o tre canzoni nuove, mai incise. Sono pezzi che cambiano molto ogni volta che li suoniamo, improvvisiamo molto, sperimentiamo, quindi è decisamente un’esperienza diversa anche per noi: ce ne andiamo in un nostro viaggio, con la speranza di portare con noi anche chi ci viene a sentire.Sono due concerti entrambi molto belli secondo me. Suonare Marquee Moon è praticamente un concerto di musica classica, un’esecuzione, mentre il secondo concerto è molto più spontaneo, e in scaletta ci sono in media cinque canzoni da Marquee Moon e pezzi dal secondo e dal terzo disco, oltre ai pezzi nuovi.

Un po’ l’hai già anticipato nella tua prima risposta, ma cosa puoi dirci della sensazione che hai provato nel 2007 quando hai iniziato a suonare da nuovo membro dei Television?

Sì, hai ragione, qualcosa l’ho già detto. Riprenderei proprio dal fatto che non ero totalmente vergine, avendo suonato comunque a lungo con Tom. Altrimenti sarebbe stato molto più difficile, credo. Tom è un uomo, diciamo così, dalla personalità molto sfaccettata, e posso dire di essere molto amico di quasi tutte le sue personalità, e se capita di litigare è sempre in un modo molto fraterno. Fred Smith è una delle persone migliori che conosco, invece. Suono con Tom dal 1981, abbiamo girato il mondo insieme, siamo entrambi abituati a stare insieme e siamo un po’ come membri della stessa famiglia.

I Television sul palco nella formazione attuale
I Television sul palco nella formazione attuale. Da sinistra Fred Smith, Tom Verlaine, Billy Ficca e Jimmy Rip

Prima ci hai parlato delle canzoni nuove che suonate dal vivo. Sono almeno cinque anni che si inseguono notizie su un imminente nuovo album dei Television. Però poi non esce mai. Cosa ci puoi dire a riguardo?

Come per tutte le cose che riguardano i Television, sia nei miei dieci anni di militanza, che nei trent’anni precedenti, dipende tutto da Tom Verlaine. Ci sono un sacco di tracce che abbiamo registrato in questi anni, partendo dal 2008, che suonano molto bene, hanno decisamente un suono Television, però non esiste nemmeno una parte vocale per questi pezzi, ed è difficile sviluppare una canzone senza un cantato. Ogni volta che ci incontriamo, io e Fred diciamo: “Possiamo lavorare su questi pezzi?”. E Tom risponde: “Sì, ci canterò presto sopra”. Ma se gli chiediamo quando, cala il silenzio e passa un altro un anno. Ti assicuro che io e Fred vorremmo sentire questo nuovo disco almeno quanto i nostri fan, quindi dipende tutto da Tom. Credo che uno dei problemi sia che Tom sa che se riuscissimo a finire questo disco, poi gli toccherebbe fare delle interviste! Ed è una cosa che odia, quindi magari sta tirando in lungo la cosa perché davvero non ha voglia di parlare con i giornalisti una volta che il disco sarà finito. Ma noi proviamo a spingerlo a farlo ogni volta, anche magari solo a pubblicare un paio di pezzi, lo vogliamo davvero. Questo è il massimo che posso dirti.

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“Quella legge è contro i diritti LGBT, non suono”

Bruce Springsteen non ha mai sopportato l’idea di annullare un suo concerto. Troppo forte l’amore, la passione per la musica, per la performance, per quell’idea di missione salvifica e liberatrice, oltre che di vero e sano entertainment, che sente sulle proprie spalle. Troppo genuino il suo spirito di servizio nei confronti dei fan che lo seguono da più di quarant’anni con altrettanta fedeltà.

Quando, per colpa di una grande nevicata a New York, Springsteen era stato costretto a cancellare una data del tour che lo sta impegnando dai primi giorni di gennaio, per farsi perdonare – nonostante il Boss non abbia (ancora…) nulla a che fare con i fenomeni atmosferici – aveva regalato attraverso il proprio sito la registrazione completa del concerto suonato pochi giorni prima.

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Questa volta invece la decisione di cancellare un concerto Springsteen l’ha presa senza esitazioni: il 10 aprile sul palco di Greensboro, in North Carolina, la E Street Band non ci salirà. Lo ha annunciato ieri lo stesso Springsteen con un breve testo sul suo sito ufficiale.

Come sapete, avrei dovuto suonare a Greensboro, North Carolina, questa domenica. Ma sappiamo anche che lo stato del North Carolina ha approvato una legge chiamata H2B, che i media invece chiamano “la legge dei bagni”. Questa legge stabilisce quali bagni pubblici possano utilizzare le persone transgender. E, altrettanto importante, questa legge minaccia la possibilità dei cittadini LGBT di fare causa contro chi violi i loro diritti sul luogo di lavoro. Nessun altro gruppo sociale subisce restrizioni così pesanti in North Carolina. Per quanto mi riguarda, si tratta del tentativo, da parte di persone che non sono in grado di accettare i passi avanti che la nostra nazione sta facendo nel riconoscere i diritti civili a tutti i cittadini, di ribaltare questo progresso. In questo momento ci sono molti gruppi, aziende e singoli individui in North Carolina che stanno lottando per opporsi e superare questi sviluppi così negativi. Tenendo tutto questo in conto, credo che sia il momento per me e per la band di mostrare la nostra solidarietà a coloro che combattono per la libertà. Per questo, con le scuse più sincere e profonde ai nostri fans di Greensboro, abbiamo cancellato il concerto di domenica 10 aprile. Ci sono cose più importanti di un concerto rock e la lotta contro il pregiudizio e i bigotti è una di queste cose. E’ il mezzo più forte che ho per far sentire la mia voce contro coloro che continuano a spingerci verso un ritorno al passato e non verso il futuro.

La legge a cui fa riferimento Springsteen è stata approvata nel mese di marzo, ed è un atto dello stato del North Carolina che cancella direttamente, rendendole illegali, gli effetti delle ordinanze cittadine emesse in questi anni e pensate per proteggere il diritto delle persone transgender di utilizzare il bagno che preferiscono. Questa legge cancella anche tutte le normative relative alla discriminazione delle persone LGBTQ in tutto lo stato.

Bruce Springsteen ha sempre avuto una spiccata sensibilità nei confronti di temi essenziali come la tolleranza, i diritti civili, i diritti in particolare della comunità omosessuale. Parlando nel 1996 con il magazine Advocate, una voce importante della comunità gay americana, Springsteen raccontava di come fosse felice del fatto che la sua canzone per il film Philadelphia lo avesse messo in contatto con molti omosessuali: “La mia immagine è sempre stata molto etero – raccontava il Boss – per cui mi ha fatto molto piacere poter finalmente rendere più chiaro il mio punto di vista sui diritti delle persone gay e lesbiche”.

Nel 2009, sempre attraverso il proprio sito ufficiale, Springsteen aveva invece reso pubblico il suo più completo appoggio a una proposta di legge dello stato del New Jersey, dove è nato e dove risiede, per il matrimonio ugualitario. Ma i fan appassionati del Boss avranno impressa chiara nella memoria un’immagine, più volte rappresentata sui palchi di mezzo mondo: il bacio sulla bocca che Springsteen e il sassofonista afroamericano Clarence Clemons (scomparso nel 2011) si scambiavano alla fine di una canzone. Un simbolo fortissimo di amicizia virile, oltre che di fratellanza tra un bianco e un nero, capace di smantellare in un istante qualsiasi approccio machista al rock.

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Ora il musicista del New Jersey ha deciso di prendere una posizione difficile, scomoda, che sta causando molte proteste tra i suoi fan, diversi dei quali sono arrabbiati sia per la cancellazione a meno di due giorni dal concerto, che per le sue motivazioni. Ma la determinazione mostrata in queste ore da parte di Springsteen è perfettamente coerente con quello che il Boss è stato durante tutta la sua carriera.

Non è la prima volta infatti che Springsteen affronta le contestazioni di una parte dei suoi fan per una presa di posizione politica: quando nel 2000 scrisse e interpretò la canzone American Skin (41 shots) ispirata alla morte di Amadou Diallo, ucciso da 41 colpi di arma da fuoco sparati da agenti della polizia di New York qualche mese prima, i sindacati di polizia di diversi Stati cercarono di boicottare i suoi concerti e le polemiche contro quel testo furono diverse.

Ma anche in quel caso, Springsteen non fece mai un passo indietro, continuando a cantare quel brano in ogni suo concerto e poi incidendolo prima in un disco dal vivo, successivamente in uno da studio. Anche questa volta possiamo essere certi che nessun attacco da parte dei suoi seguaci più conservatori gli farà cambiare idea.

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Venerdì 1: a Radio Pop Perturbazione dal vivo

Venerdì 1 aprile alle 21 avremo il grande piacere di ospitare, ancora una volta, i Perturbazione sul palco dell’Auditorium Demetrio Stratos! Inoltre i ragazzi di Rivoli non saranno soli, ma porteranno con loro un’ospite molto speciale: Andrea Mirò, che li ha già diretti al Festival di Sanremo nel 2014, e che sta girando in tour con loro in queste settimane.

Al centro del concerto ci sarà il nuovo disco dei Perturbazione, “Le storie che ci raccontiamo”, disco importante per la band, il primo dopo l’uscita dalla formazione di due membri storici come il chitarrista Gigi Giancursi e la violoncellista Elena Diana. Di questo album abbiamo parlato con i Perturbazione qualche tempo fa: qui trovate l’audio integrale dell’intervista, oltre a un ampio estratto in forma scritta.

E dopo aver ascoltato l’intervista…ricordatevi di prenotare il vostro posto per il concerto dei Perturbazione di venerdì 1 aprile.

Partecipare, come sempre, è molto semplice e gratuito! Prenotate il vostro posto da subito telefonando allo 02.39241409. E poi venite in via Ollearo 5 a Milano venerdì sera, alle 21!

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Caro Gianmaria, non sono venuto per salutare

Caro Gianmaria,
ti scrivo questa lettera ben sapendo che non la leggerai. Come te – lo ricordava sempre oggi Erri De Luca in un’altra, più illustre, lettera a te rivolta – ho scelto da tempo di non credere in alcuna forma di persistenza dello spirito dopo la morte.

Scrivo questa lettera per ricordarti, ora che non ci sei più. E per ricordarmi di un momento intenso, al tempo stesso straziante e commovente, che ha molto a che fare con te, con la tua musica, e, purtroppo, anche con la tua malattia e la tua morte.

Quando uscì il tuo disco Vitamia, a ottobre del 2011, lo ascoltai subito. Dovevo farti un’intervista, certo, ma era ormai diventata un’abitudine per me, da qualche disco prima. Per molti anni ho pensato che tu fossi uno dei grandissimi della musica d’autore italiana, molto più di quanto ti venisse riconosciuto.

Lo ascoltai subito, quindi. Ma già alla traccia due, “Lasciami andare”, mi dovetti fermare, perché stavo piangendo un po’ troppo. Non ero pronto, sinceramente. Solo qualche mese prima mio papà era morto di cancro, dopo nemmeno tre mesi di malattia. E più della morte, nonostante si trattasse del mio punto di riferimento assoluto nel mondo, più della sua morte mi straziò il suo lento spegnersi. E la mia totale, insopportabile incapacità di affrontarlo.

In quella canzone, in quel testo, avevi scritto parole che avevo pensato. Ovviamente senza ordinarle in quella forma, così dura e umana insieme, che tu e pochi altri autori siete riusciti a dare, nel maneggiare emozioni e sentimenti. Quel muro, di quella stanza, che non sai come e se guardare. Quel tono giusto del saluto, che non sai trovare mai, e che invece ogni volta ti auguri di riuscire a interpretare. Sperando che serva a qualcosa. Quella sensazione, che insieme è un rifiuto: non sono venuto per salutare.

Poi il disco l’ho sentito tutto, godendomelo come si deve fare con le cose belle e importanti. E quando sei venuto a suonarcelo, nel nostro Auditorium Demetrio Stratos, mi sono preparato per intervistarti. E concedimi un breve inciso: parlare con una persona come te è un piacere vero. Una persona che ti ascolta con interesse sincero, che pensa prima di risponderti, che mette sempre un pezzo di sé in ogni cosa che dice.

Lo facesti anche quella volta. Anche quando, vincendo una piccola resistenza interna – la stessa che ho dovuto affrontare per scriverti questa lettera – ti ho chiesto di “Lasciami andare”.

“Per quelli che hanno più o meno la mia età, succede una cosa naturale. E cioè se ne vanno delle persone. Questo andarsene è una progressione, sono sempre di più. Così capita che i cinquantenni siano spesso chiamati a qualche ultimo addio. Io, come gli altri, non so bene come si fa, sinceramente non lo so. Vado a salutare un amico, guardo la gente, stringo delle mani, guardo le pareti della stanza e mi chiedo, insieme alla mia inadeguatezza, se il tempo che abbiamo vissuto insieme, quei giorni, quelle albe, quei tramonti, sia stato compiutamente vissuto: questo mi chiedo. E mi sono detto che gli addii sono inutili, veramente inutili, perché non riempiono i buchi del tempo che abbiamo lasciato”

Questa mattina, quando ho saputo la notizia da Claudio Agostoni (che sempre per ricordarti ha scritto questo articolo, che si chiude proprio con questa tua canzone), non riuscivo a pensare ad altro. A quello che avevi scritto in quella canzone, a quello che mi avevi detto. A te soprattutto, che vedevi negli occhi di altri, amici, amati, quelle parole così vere, quella stessa fatica, quella stessa inadeguatezza.

A come, anche per queste coincidenze dolorose, la vita sia spesso un vero giro di giostra, allegro e giocoso come i bambini sui cavallini di legno, malinconico come un adulto che ascolta quella musichetta contemplando la fanciullezza che non ha più, crudele come la richiesta di un altro gettone, se si vuole continuare a girare.

Così sono andato a ritrovare quella registrazione. Ad ascoltare la tua risposta. E la canzone, che hai suonato immediatamente dopo la tua ultima parola,  e che ora ho messo qui, perché tutti la ascoltino.

Non sono venuto per salutare, no. Ma per ringraziarti sì.

Gianmaria Testa – Non sono venuto per salutare (live a Radio Popolare)

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Venerdì 25 marzo: Selton live a Radio Pop

Questi quattro ragazzi brasiliani abbiamo iniziato ad amarli qualche anno fa. Quasi dieci anni fa, per la precisione. Era il 2007 e Radio Pop organizzò una serata dedicata alle canzoni di Enzo Jannacci. Invitando anche una giovane band di brasiliani di Milano, che stavano per pubblicare un disco proprio dedicato al grande cantautore.

Da allora di tempo ne è passato, ma non abbiamo smesso di voler bene ai Selton. E per questo siamo molto felici di poterli ospitare venerdì 25 marzo alle 21 nell’Auditorium Demetrio Stratos di Radio Popolare, per sentirli suonare dal vivo le nuove canzoni di un disco che si chiama Loreto Paradiso, uscito proprio pochi giorni fa.

Un album che dimostra e racconta la crescita di questa band, che sa alternare i momenti acustici con quelli elettronici, giocare con il pop, con le lingue, con l’ironia e con la saudade. Proprio “giocare” è una parola che secondo noi sta molto bene addosso ai Selton, e non solo perché i quattro sono ragazzi simpaticissimi e super-divertenti. Ma soprattutto per la gioia che sanno trasmettere con le loro canzoni.

Anche per questo, vi consigliamo di non perdere l’occasione di partecipare al concerto di venerdì 25 marzo con i Selton nell’Auditorium Demetrio Stratos!

Partecipare, come sempre, è molto semplice e gratuito! Prenotate il vostro posto da subito telefonando allo 02.39241409. E poi venite in via Ollearo 5 a Milano venerdì sera, alle 21!

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Bobo Rondelli canta Piero Ciampi

Bobo Rondelli è di Livorno. Lo sapevate già, se conoscete l’uomo e l’artista. Ma vale la pena ripeterlo presentando un disco come Bobo Rondelli canta Piero Ciampi, frutto a sua volta dello spettacolo teatrale “Ciampi ve lo faccio vedere io”, con cui il cantante è ancora al momento in tour, e queste sono le prossime date.

25.03 – CASCINA (PI) – Teatro Politeama
31.03 – BOLOGNA – Bravo Caffè
01.04 – FIRENZE – Sala Vanni
07.04 – MILANO – Teatro Franco Parenti
08.04 – ROMA – Auditorium Parco della Musica
14.04 – SIENA – Teatro dei rinnovati
15.04 – TREVIGLIO – Teatro Nuovo
29.04 – MASSA – Teatro Guglielmi

“Livorno” è anche il titolo del brano che apre la scaletta del primo dei due CD di questo album, registrato dal vivo. Il secondo è un efficace “best of” del repertorio di Ciampi, utile anche perché nella selezione dei brani da interpretare in prima persona Rondelli ha invece scelto anche canzoni non tra le più conosciute.

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“Lo spunto per questo spettacolo e poi per questo disco è stato semplice. Essere un tramite – ci racconta Bobo – un ponte per far conoscere le canzoni di un grande artista come Piero Ciampi. Che purtroppo non c’è più, ma abbiamo questi brani bellissimi, non noti al grande pubblico. Sono stato un ricercatore, con la voglia di diffondere le parole di Ciampi, che secondo me oggi sono molto importanti. E’ stato un poeta, ma soprattutto un uomo, e le sue parole trasmettono emozioni fortissime, ci riportano soprattutto alla consapevolezza di essere ‘umani’, che oggi sembra a volte perdersi. Si perde la capacità di parlare con la propria anima, si tende molto a vivere in questo ‘si salvi chi può’ che ci fa dimenticare anche di un concetto alto, fondamentale, come la compassione”.

Bobo Rondelli è così. Gli fai una domanda, e poi staresti ore ad ascoltare la sua risposta. E le sue canzoni, ovviamente.

Se volete fare lo stesso, qui sotto trovate in versione integrale l’audio del suo minilive e dell’intervista (23 minuti)

 

Bobo Rondelli Minilive e Intervista a MiniSonica

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Venerdì 18 Roberto Zanisi live a Radio Pop

Il prossimo ospite del palco dell’Auditorium Demetrio Stratos, venerdì 18 marzo alle 21, sarà Roberto Zanisi, che verrà a trovarci per presentare anche dal vivo il suo nuovo album “Bradypus Trydactilus”.

Roberto Zanisi è un musicista dalla straordinaria cultura e dalla tecnica sfaccettatissima, è capace infatti di imbracciare moltissimi strumenti a corda come il cümbüş turco, il bouzuki greco, lo cifteli albanese, percuote strumenti a percussione come l’arabo dumbek o crea melodie cromatiche con lo steel pan di Trinidad e Tobago, usa la voce e percorre generi di ogni parte del mondo, rimescola tutto secondo un gusto molto personale. La sua è una musica libera di viaggiare e farvi viaggiare oltre ogni confine.

Con Giovanni Venosta collabora alla realizzazione di molte colonne sonore dei film di Silvio Soldini, tra cui “Giorni e Nuvole” di cui è assoluto protagonista musicale. Ha suonato dal vivo con Sainkho Namtchylak. Ha partecipato come solista alla tournée di Steward Copeland La Notte della Taranta e con la musicista americana Amy Denio. Collabora con Musicamorfosi dal 2003 in svariate e originali produzioni musicali collaborando con Giovanni Falzone, Arsene Duevi, e percorsi didattico educativi.

Partecipare al concerto di venerdì 18 marzo nel nostro Auditorium è, come sempre, molto semplice e pure molto gratis: è sufficiente prenotarsi allo 02.39241409 e poi presentarsi venerdì sera in via Ollearo 5 (puntuali!).

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Daniele Silvestri: un Acrobata più libero che mai

Daniele Silvestri, per un certo periodo della sua carriera almeno, si è spesso fatto attendere. I suoi dischi sono arrivati dopo attese a volte anche lunghe da parte di chi lo segue con affetto e interesse come è capitato di fare anche a noi. Non si può dire che in quest’ultimo periodo invece si sia risparmiato: prima la lunga ed entusiasmante esperienza con gli amici Max Gazzè e Niccolò Fabi, con il disco e poi un lungo tour. E non molto tempo dopo ecco Acrobati. Praticamente un album doppio, pieno di musica, di parole, di storie, di canzoni.

Un disco davvero bello e completo, anche capace di mostrare, a più di vent’anni dall’inizio della sua carriera, nuovi approcci alla scrittura, alla narrazione, all’interpretazione. Lo abbiamo accolto come sempre con grande piacere nei nostri studi. E abbiamo iniziato a parlare con lui proprio di questo momento così intenso creativamente per lui.

“E’ stato un periodo decisamente creativo anche dal mio punto di vista, sono stato il primo a sorprendermene, almeno per quanto riguarda la quantità. Sulla qualità lascio che siano altri a esprimersi… La mia sensazione è che questi sforzi siano stati giustificati anche dai risultati. E ti dirò che a un certo punto ho dovuto impormi di fermarmi, altrimenti sarei andato ancora avanti e mi sarei ritrovato con un disco triplo o quadruplo. I semi gettati sono stati tantissimi, come forse non mi è mai successo, nemmeno quando avevo 25 anni. Non credo nemmeno che saprei spiegarti perché è successo, so solo che ne sono abbastanza felice!”

Mi sono sempre fatto l’idea, forse anche in base a delle cose che hai raccontato tu stesso, che tu in studio sia uno che non si dà mai pace, un meticoloso, se non maniacale. E che dietro i tuoi dischi ci fosse anche un po’ di fatica, per quanto poi questi album, ad ascoltarli, suonassero sempre leggeri, come nati in un solo pomeriggio di ispirazione. E’ così?

Intanto ti ringrazio del complimento. E poi…sì, non è una cosa che ti sei inventato tu. Faccio così, sono a volte anche troppo meticoloso, se ho la sensazione che quello che sto facendo non arriverà al risultato desiderato, sono dispostissimo a buttare via tutto e ricominciare daccapo. Quando non a buttare via e basta. A volte lo faccio anche in condizioni estreme, ed è successo anche questa volta: il singolo che ha preceduto il disco, “Quali alibi”, in realtà era stato approvato da tutti, me compreso, e scelto come singolo, in una versione completamente diversa. Che ho rifatto completamente quando mancava solo una settimana all’uscita del pezzo in radio, al buio praticamente. Ho chiamato di nuovo tutti i musicisti, abbiamo registrato tutti insieme live, con un’altra tonalità, cambiando la struttura e il testo, ricominciando proprio da zero. Una follia, certamente, ma per fortuna che l’ho fatta! Oggi quando risento le due versioni, una sembra solo il provino dell’altra. Ma è solo un esempio, perché purtroppo questo è in effetti il mio modo. E’ anche vero che però in questo disco ho preparato il terreno in maniera diversa rispetto al passato, quando i miei dischi nascevano principalmente da un lavoro precedente, casalingo e solitario. Questa volta ho voluto che anche nella preparazione ci fossero tutti gli strumenti e i musicisti insieme, uno di fronte all’altro, perché le libertà creative di ognuna delle persone coinvolte nelle varie canzoni fossero presenti alla massima potenza e in grado di esprimersi al meglio. Quella libertà, poi, è ciò che permette di avere quella sensazione meravigliosa, quando una cosa nasce da zero e può andare ovunque, e dove va nessuno lo ha stabilito prima, lo stabilisce quel pathos che si crea. Questo disco è fatto molto di tutto questo.

Forse anche per questo c’è questa idea, fin dal titolo, dell’Acrobata, che si libra e guarda dall’alto?

Sì, ma è soprattutto la libertà della scelta, più che del gesto. Il gesto dell’acrobata è in qualche modo una ribellione, se consideriamo la gravità una regola, una legge. Ma il vero atto di libertà è la scelta di volerlo fare, più che il gesto. Che è un gesto artistico, anche fine a se stesso se parliamo di funamboli, non c’è uno scopo vero se non dell’anima. Ma alla base c’è una voglia e un bisogno di libertà che volevo che attraversasse il disco, questo è il senso di acrobazia che desideravo e intendevo.

Hai parlato di “Quali alibi”, il singolo che ha presentato il disco, e di come sia stato rifatto all’ultimo momento. Credo che questa canzone sia anche un ponte ideale tra un certo tuo modo di scrivere, di parlare di temi politici, che ti ha sempre caratterizzato, e uno stile per molte cose nuovo che invece ascoltiamo nel disco…

Sì, perché, forse riassumendo il tutto in maniera ancora più netta, per la prima volta in questo disco ci sono delle canzoni in cui sono meno riconoscibile, canzoni che prese da sole…uno potrebbe chiedersi chi stia cantando. E questo credo che non succedesse quasi mai prima: anche se ho sempre fatto tante cose in tanti stili diversi, il mio modo di scrivere, di usare il testo e la lingua, mi ha sempre resto piuttosto riconoscibile. Questa volta ho voluto provare a esplorare zone non solo musicali, ma proprio dell’anima, che non avevo mai toccato prima. Per cui mi sembrava la cosa migliore, per chi avesse avuto voglia di conoscere queste cose nuove che avevo messo nel disco, il trovare un modo per portarcelo. E in effetti il ponte migliore mi sembrava questa canzone.

Invece l’ingresso dell’ascoltatore nel disco avviene…da una porta di casa. “La mia casa” è una bellissima ballata, in cui forse per la prima volta nella tua carriera parli, io credo anche in modo molto intimo e personale, dell’idea di casa. E’ così?

Sì, è vero, non ne ho mai parlato. Anche in questa canzone lo faccio in una maniera un po’ traslata, perché ne identifico così tante di case… Poi arrivo anche a quella vera, quando parlo di Roma alla fine del pezzo, ma quasi perché mi sembrava fondamentale che ci fosse un termine di paragone con l’obiettiva realtà di un indirizzo che è anche un domicilio fiscale. Però la canzone parla di altro, anche se in un modo decisamente intimo e personale. Perché le descrizioni che faccio, in alcuni casi di poche parole, in altri un po’ più approfondite, dei luoghi che tocco sono molto personali, ho scelto parole che davvero per me sono evocative di quei posti. Quello di cui però volevo parlare era quella sensazione che credo ci riguarda tutti, anche chi magari non è mai stato in nessuno dei posti di cui parlo, e che ci rende possibile di sentirci a casa pressoché ovunque. E’ un modo per pensare il mondo come un’unica casa, con tante stanze tutte meravigliosamente diverse da andare ad abitare a seconda del momento della vita che si sta attraversando.

Abbiamo parlato di tutto questo e di molto altro con Daniele Silvestri: per ascoltare l’intera conversazione, cliccate qui sotto! (27 minuti)

Intervista Daniele Silvestri a MiniSonica

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    Niccolò Vecchia
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“Che fatica fare un disco dei Violent Femmes!”

I Violent Femmes sono una specie di definizione enciclopedica di “gruppo di culto”. Il loro disco d’esordio, Violent Femmes, uscito nel 1983, è un caposaldo assoluto del folk punk, un genere che il gruppo guidato da Gordon Gano, insieme agli irlandesi Pogues, ha contribuito a creare. Il loro disco più recente, Freak Magnet, era uscito nel 2000. Nel 2009 sembrava poi che la storia dei Violent Femmes fosse finita per sempre, con il bassista Brian Ritchie impegnato a fare causa a Gordon Gano in seguito alla concessione da parte del cantante di “Blister in the sun”, una delle loro canzoni più celebri, per uno spot della catena di fast food Wendy’s. Dal 2013 in poi però la band aveva ripreso l’attività live.

We can do anything, il nuovo disco dei Violent Femmes, è stato pubblicato il 4 marzo 2016. E noi abbiamo raggiunto Gordon Gano al telefono per chiacchierare con lui di questo lavoro e farci raccontare qualche retroscena.

Il disco che abbiamo davanti agli occhi, We can do anything, è il primo disco dei Violent Femmes dopo circa 15 anni. Evidentemente siamo molto curiosi di chiederti come avete affrontato il lavoro su questo nuovo album…

Direi che l’approccio è stato il medesimo della maggior parte dei nostri dischi precedenti, direi di praticamente tutti i nostri dischi. Sono album, e anche questo lo è, che abbiamo principalmente registrato live in studio: ci mettiamo lì, io suono e canto, e gli altri suonano con me. Siamo da sempre convinti che nel corso di una registrazione live possa succedere qualcosa di speciale e inatteso, che ci sia questa energia, questa tensione positiva. Poi ovviamente non siamo puristi, c’è sempre qualcosa che si può cambiare a posteriori, ma sicuramente We can do anything è soprattutto un disco registrato live, ci sono solo tre canzoni che invece hanno avuto una genesi diversa, costruite nel tempo, con tante tracce sovrapposte. Alla fine l’origine dell’album è stata molto simile a quella del nostro primo disco: anche le canzoni in cui eravamo in tanti a suonare, in una ad esempio eravamo in sette, siamo riusciti a registrarle ognuno trovando il proprio angoletto in studio e suonando tutti insieme.

Prima di questo disco avete fatto un bel po’ di concerti da quando avete riformato la band: quanto hanno influito questi live sulla storia dell’album?

Sicuramente suonare live è stato cruciale per la realizzazione dell’album, principalmente perché erano diversi anni che non suonavamo insieme, ci siamo ritrovati a farlo perché il Festival di Coachella ci aveva fatto una bellissima offerta per averci. E una volta che siamo finiti su quel palco ci siamo accorti di come suonassimo ancora bene e di come il pubblico fosse felice di vederci, è stato divertente e piacevole. Così siamo andati avanti e abbiamo iniziato a parlare di fare un nuovo disco, e poi a lavorare sui pezzi.

Come ricordi quel primo concerto? E’ stato facile dall’inizio, fin dalla prima canzone, tornare sul palco per i Violent Femmes?

Sì, assolutamente sì. Ma ti dirò: anche dalla prima prova che abbiamo fatto insieme, un paio di giorni prima del Festival, immediatamente ci siamo ritrovati addosso il nostro suono, quello che sia noi che il nostro pubblico conosciamo così bene e che ci rende i Violent Femmes. E la stessa cosa è accaduta anche sul palco: è semplicemente successo, infatti appena finito il concerto ci siamo detti come fosse bello ritrovarsi in modo così immediato.

Uno dei punti di forza da sempre dei Violent Femmes è in effetti questo suono così personale e immediatamente riconoscibile. Ma oltre a essere bello ritrovarlo immediatamente, può anche diventare una preoccupazione, un vincolo, il dover sempre suonare in quel modo?

No, non mi preoccupo affatto di tutto questo, mentre invece penso che Brian Ritchie, il nostro bassista, in effetti ci pensi un po’ di più di me. Però anche per quello che riguarda lui e il suo modo di suonare, si tratta di qualcosa che accade molto naturalmente. Lui ha sempre usato principalmente il basso acustico, e quello è lo stile con cui lo suona, non ce n’è un altro, questa è già una parte essenziale del nostro suono. Io invece so cantare solo in questo modo, ovviamente questo c’entra anche con la maniera in cui scrivo le mie canzoni, e altrettanto si può dire dello stile con cui uso la chitarra: è tutto molto naturale. L’unico aspetto su cui ti direi che abbiamo fatto delle scelte consapevoli per salvaguardare un certo suono ha riguardato la batteria: il nostro primo batterista, Victor DeLorenzo, ha sempre suonato quasi esclusivamente con le spazzole, molto spesso stando in piedi. Da quando Victor non è più nella band, abbiamo mantenuto questa idea di un batterista che suona in piedi e quasi sempre con le spazzole. In effetti questa è stata una scelta che abbiamo preso, anche perché ci sono state diverse persone che hanno incarnato questo ruolo nel gruppo. In ogni caso, come dicevo anche prima sul registrare live, non siamo dei puristi, per cui in questo disco ci sono anche stili batteristici diversi. Per il resto ci siamo io e Brian Ritchie a suonare come abbiamo sempre fatto.

Ho letto che per scegliere le canzoni da inserire in We can do anything hai aperto il tuo archivio e ti sei messo a sentire vecchie cassette registrate anni fa, ripescando brani che erano stati scartati dai dischi precedenti: è vero?

Sì, è vero. Non ho mai pensato però che fossero pezzi che non avessero superato una selezione, semplicemente perché molte di queste canzoni non hanno mai nemmeno avuto la possibilità di essere incise, e questo perché erano davvero troppe. Tecnicamente però sì, hai ragione. Il fatto è che mi è sempre capitato di scrivere pezzi e poi di dimenticarmene totalmente: così a un certo punto mi sono detto che non aveva senso che mi appuntassi le idee musicali solo su un bloc notes, perché questo avrebbe voluto dire perdere molto di quel materiale. Alla fine mi sono ritrovato con una enorme borsa piena di cassette, capaci di testimoniare circa tre decadi del mio lavoro. Anni dopo mi sono reso conto di come avrei dovuto fare un archivio digitale di questo materiale per poi poterlo riascoltare facilmente, senza correre il rischio che quelle cassette diventassero inutilizzabili. In effetti riascoltare queste canzoni è stato utile per fare il disco, ci sono almeno un paio di pezzi che hanno circa 25 anni, mentre chiaramente molte altre sono più recenti, non ho avuto bisogno di riascoltarle per sapere che c’erano.

Ma in questi anni ti era mancato il registrare un disco con i Violent Femmes?

[Ride, ndr] Mi verrebbe da chiederti se posso essere sincero, ma questo significherebbe far pensare a qualcuno che finora non sono stato sincero, mentre lo sono stato. Ma la risposta è no, non mi è mancato per niente il fare un disco con questa band! Il processo che affrontiamo per fare un disco è decisamente qualcosa di cui non potrò mai sentire la mancanza, anche se poi devo dire che sono sempre molto felice del risultato finale. Immagino che qualcuno potrebbe pensare che, visto che registriamo live, il lavoro in studio sia questione di pochi giorni, che quindi non ho motivo per lamentarmene, ma come prima cosa non è mai davvero così. Soprattutto però devo dire che io non amo affatto stare in studio: mi piace il momento della musica, adoro suonare, sono molto felice una volta che il disco è pronto e ascolto il frutto dei nostri sforzi. Ma il processo è molto faticoso, perché in generale non siamo mai d’accordo su nulla, ed è proprio per questo che è passato così tanto tempo dal nostro ultimo disco, perché quando ci incontriamo fondamentalmente finiamo per litigare!

Questo significa che questo disco ce lo dobbiamo godere e farcelo bastare, perché se ce ne sarà un prossimo sarà tra altri quindici anni?

Guarda, in realtà non direi, ora che abbiamo fatto questo c’è una buona probabilità che finiremo per farne un altro. Perché se ce l’abbiamo fatta questa volta, possiamo riuscirci ancora. Però se mi ci fai pensare con questa tua domanda, mi trovo a riflettere su come sarei molto felice di veder uscire un nostro nuovo disco, ma non ho per nulla voglia di rimettermi ad affrontare il processo necessario a farne un altro. Il desiderio di fare un altro disco c’è, abbiamo tantissime canzoni da parte, ci sono voluti molti anni per fare questo album e quindi ora abbiamo risolto almeno una parte dei nostri problemi a riguardo. Sono ottimista, diciamo così. Io e Brian abbiamo deciso insieme di chiudere questo disco con una canzone che si intitola I’m not done, non ho ancora finito. Credo che questo sia un buon segnale per il futuro.

Per ascoltare l’intera intervista con Gordon Gano, cliccate qui sotto!

Intervista Gordon Gano – Violent Femmes

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    Niccolò Vecchia
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E’ morto Keith Emerson, di Emerson, Lake & Palmer

Il tastierista e co-fondatore del trio Emerson, Lake & Palmer Keith Emerson è morto ieri notte nella sua casa di Los Angeles. La notizia è stata data dalla sua famiglia, per come si legge sulla pagina Facebook ufficiale della band.

Il musicista era nato il 2 novembre del 1944, e suonò con il Keith Emerson Trio, i John Brown’s Bodies, i The T-Bones, i The V.I.P.’s e i The Nice prima di fondare gli ELP nel 1970 insieme al cantante e chitarrista Greg Lake e al batterista Carl Palmer, uno dei gruppi più importanti della storia del prog-rock mondiale.

Proprio questa sera, Carl Palmer è in concerto in Italia con lo spettacolo “Carl Palmer’s ELP Legacy”, in particolare al Teatro Caruso di Papozze, in provincia di Rovigo.

FireShot Capture 2 - (1) Emerson, Lake
La notizia confermata dalla pagina Facebook ufficiale della band
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    Niccolò Vecchia
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Venerdì 11: Vittorio Cosma live a Radio Pop

Vittorio Cosma è pianista, compositore, arrangiatore, produttore. Un vero multiforme ingegno musicale, che nella sua carriera ha collaborato con moltissimi tra i migliori talenti musicali italiani. Venerdì 11 marzo alle 21 sarà ospite dell’Auditorium Demetrio Stratos di Radio Pop per presentare dal vivo il suo disco “La facoltà dello stupore”.

“Mio padre mi ha sempre detto: ‘Alimenta la facoltà dello stupore’. Cercherò di ricordarmelo ogni giorno”. Così Vittorio Cosma spiega l’ispirazione da cui è partito per il titolo del suo disco, un album che ben rappresenta le molte sfaccettature del lavoro del musicista. “La Facoltà dello Stupore” testimonia infatti diversi passaggi di questo percorso musicale, in particolare degli ultimi 10 anni, risultando così decisamente vario nelle composizioni e nel tipo di strumenti usati: il pianoforte, lo strumento più caro a Cosma; ma anche l’orchestra, l’elettronica, le voci. Ogni brano rappresenta anche un incontro diverso: con Elisa, Howie B, Eugenio Finardi, con lo scrittore Michel Houellebecq, con gli islandesi Valgeir Sigurdsson e Borgar Magnasson, con i Solis Strings Quartet, l’Orchestra della Radio di Zagabria e l’Orchestra di Ennio Morricone, la Roma Sinfonietta.

Incontri nati anche dalla realizzazione di progetti ibridi come InDeepAnDance, opera scritta con i Masbedo e con lo scrittore Aldo Nove o da colonne sonore di film come “The Lack”, sempre dei Masbedo o “Italy in a Day” di Gabriele Salvatores, realizzata come Deproducers insieme a Gianni Maroccolo, Riccardo Sinigallia e Max Casacci.

Il live di venerdì 11 marzo sarà l’occasione per incontrare uno straordinario musicista, oltre che un uomo simpaticissimo, e per ascoltare molte di queste diverse incarnazioni melodiche. Partecipare, come sempre, è molto semplice e gratuito! Prenotate il vostro posto da subito telefonando allo 02.39241409. E poi venite in via Ollearo 5 a Milano venerdì sera, alle 21!

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    Niccolò Vecchia
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La dolce, ironica poesia di Scott Matthew

Scott Matthew è uno straordinario cantautore australiano, benedetto da una voce al tempo stesso fragile e calda, profonda. Il suo primo album come solista venne pubblicato nel 2008, mentre il suo disco più recente, This Here Defeat, è dell’anno scorso. Un disco contemporaneamente malinconico, poetico e ironico.

Le canzoni di questo album lo accompagnano ancora in un piccolo tour italiano, che ha debuttato mercoledì 9 marzo il Circolo Magnolia di Milano e che arriverà giovedì 10 a Firenze, allo Spazio Alfieri, venerdì 11 al Teatro Miela di Trieste, il 12 Scott Matthew sarà a Pesaro alla Chiesa dell’Annunziata, mentre l’ultima data sarà il 13 a Padova, all’Atelier de Reflexion.

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In occasione del suo arrivo a Milano abbiamo fatto in modo che il suo tour-bus facesse una deviazione e si fermasse in via Ollearo 5 in tempo per fargli suonare qualche canzone in diretta a MiniSonica. Con lui i musicisti che lo accompagnano anche sul palco: Juergen Stark alle chitarre e Sam Taylor al violoncello.

Nell’intervista ci ha raccontato di aver già iniziato a lavorare a un nuovo disco, ma soprattutto ci ha anticipato l’uscita per settembre di un nuovo disco firmato insieme al compositore e musicista portoghese Rodrigo Leão (Sétima Legião, Madredeus). Matthew aveva già registrato il suo This Here Defeat a Lisbona: “Sono arrivato a Lisbona qualche anno fa e la mia amicizia con Rodrigo Leão faceva parte delle motivazioni per cui mi sono trasferito lì e per cui ho deciso di registrare in Portogallo. Questo nuovo disco avrà chiaramente degli arrangiamenti orchestrali, con l’uso di molti archi. Conterrà otto canzoni e due strumentali e sono davvero felicissimo di come è venuto”.

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Tra le canzoni che Scott Matthew ha suonato per noi c’è anche quella “I wanna dance with somebody”, portata al successo da Whitney Houston, che l’australiano aveva inserito nella scaletta di Unlearned, bellissimo disco di cover uscito nel 2013. La sua versione la trasfigura in modo completo: quello che era un inno pop allegro e trascinante è diventato un brano malinconico e intimista. “Nei confronti di questa canzone, come credo succeda a molti – ci racconta Scott Matthew – ho dei sentimenti contrastanti. Da ragazzo la amavo moltissimo anche nella versione della Houston, però volevo anche trasformarla per fare emergere un suo lato diverso e secondo me più interessante”. Il risultato, secondo noi, è meraviglioso.

Potete ascoltare questa e le altre due canzoni, così come l’intera intervista, qui sotto!

Scott Matthew minilive e intervista a MiniSonica

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    Niccolò Vecchia
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