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Claudia López, la prima donna sindaca di Bogotà

La sindaca di Bogotà Claudia Lopez

A Bogotà ha vinto il cambiamento. Ci siamo uniti e abbiamo fatto la storia”. Non usa mezze parole Claudia Lopez, 49 anni, ex senatrice del partito progressista Alleanza Verde, apertamente lesbica, famosa per essere “incorruttibile” e, da ieri, per essere diventata la prima sindaca donna della capitale della Colombia.

La folla riunita in un centro sportivo della città per festeggiare la vittoria scandiva “alcaldesa”, cioè sindaca, e “Sì, si può”, lo slogan di una campagna elettorale incentrata sulla lotta alla corruzione e su una nuova visione della città, più ecologica ed inclusiva.

Tra le sue proposte ci sono ad esempio quella di estendere la metropolitana leggera che deve essere ben presto costruita in città e di creare un sistema educativo pubblico di qualità, ma anche di promuovere la prevenzione delle violenze di genere o ancora di ripulire il fiume Bogotà e migliorare la sicurezza degli abitanti.

Il programma della nuova sindaca e della sua coalizione, che unisce i Verdi al Polo Democratico, di sinistra, è ambizioso. Ma Claudia Lopez non ha paura delle sfide. Apertamente omosessuale in un paese profondamente cattolico e maschilista, si è fatta conoscere nel 2005, quando, come giornalista, ha denunciato la “parapolitica”, cioè la collusione tra politici nazionali, narcotrafficanti e paramilitari, con una serie di inchieste.

Minacciata di morte, Claudia López ha dovuto lasciare il Paese ma è tornata nel 2014 ed è stata eletta senatrice per Alleanza Verde con oltre 80.000 preferenze. Figlia di una maestra, è sempre andata fiera della sua famiglia di origini modeste in un paese che è molto elitista.

Claudia López ha potuto studiare grazie a delle borse di studio successive che le hanno permesso di laurearsi prima in finanza, amministrazione e relazioni internazionali a Bogotà e poi in amministrazione pubblica e politiche urbane alla Columbia University di New York. Quest’anno, in parallelo alla sua carriera politica, ha anche ottenuto un dottorato in Scienze politiche alla Northwestern di Chicago.

Con quest’elezione, Claudia Lopez si aggiudica una delle poltrone più importanti del Paese dopo quella del presidente, al momento occupata da Ivan Duque, membro di un partito della destra radicale e vicino ad Alvaro Uribe.

Il suo risultato, e la forte perdita di consensi della destra uribista, lascia intravedere “un futuro ricco di cose positive”. Come ha sottolineato la nuova sindaca domenica davanti ai suoi sostenitori, la capitale ha scelto una donna, e ha scelto un futuro libero dal maschilismo, dal razzismo, dal classismo, dall’omofobia e dalla xenofobia.

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    Luisa Nannipieri
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Belgio, dove i comunisti vincono le elezioni

Il Partito del Lavoro del Belgio, o PTB, esiste dagli anni 60 ed è nato come partito maoista. Ancora oggi, la dottrina marxista sulla produzione della ricchezza è alla base della sua azione politica.  Alice Bernard, capogruppo del PTB al parlamento federale, lo rivendica pienamente:

“Ovviamente siamo nel 21esimo secolo e non siamo organizzati come 100 o 150 anni fa. È per questo che ci definiamo come un partito del nostro tempo. Un partito marxista moderno, un partito comunista del 21esimo secolo”. (altro…)

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    Luisa Nannipieri
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Parigi ecologica: incentivi e riduzioni per mezzi pubblici e bici

parigi ecologica

La sindaca Anne Hidalgo ci teneva e lo aveva annunciato già a inizio anno: da settembre tutti i bambini tra i 4 e gli 11 anni e i giovani con handicap di meno di 20 anni residenti a Parigi potranno usare gratuitamente i mezzi pubblici. E tutti gli studenti delle scuole secondarie residenti in città avranno dirittoa una riduzione del 50% del loro abbonamento, così come chi ha meno di 27 anni e sta seguendo una formazione. (altro…)

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    Luisa Nannipieri
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Arrivano i Mondiali di calcio femminile in Francia

mondiali calcio femminili

Manca pochissimo all’inizio dell’ottava edizione del mondiale di calcio femminile, che si svolgerà dal 7 giugno al 7 luglio in Francia. (altro…)

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    Luisa Nannipieri
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Francia, i Verdi sono la speranza dei giovani

francia, Verdi giovani

Marine Le Pen ha vinto la sfida delle elezioni europee in Francia con un distacco di 205.213 voti. Quello che era diventato un duello tra lei ed Emmanuel Macron, con quest’ultimo che aveva chiesto ai francesi di sbarrare la strada all’estrema destra euroscettica, si è concluso con il fallimento della tecnica dello spauracchio e la sconfitta del partito di governo. (altro…)

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    Luisa Nannipieri
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Il partito dei Verdi e l’ecologia politica in Europa

David Cormand

Il partito dei Verdi in Francia dovrebbe ottenere tra l’8 e il 10% alle elezioni europee del 26 maggio. Abbiamo intervistato David Cormand, segretario del partito dal 2016 e candidato europeo. (altro…)

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Combo: l’arte che trasforma gli insulti ricevuti

Combo

Da sempre street-artista “impegnato”, anche se non ama molto questa parola, Combo mischia i codici della cultura pop all’attualità. Passato per le Belle Arti, si nutre delle sue esperienze in agenzia di pubblicità e comunicazione per cercare di offrire al pubblico degli spunti di riflessione su una realtà troppo spesso dipinta in bianco o nero dai media mainstream: (altro…)

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    Luisa Nannipieri
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60.000 lettere per salvare le api

Un apicoltore dei Pirenei spedisce 60.000 lettere di semi di trifoglio per salvare le api.

Nicolas Puech è un apicoltore di 34 anni che ha fatto parlare molto di sé in Francia per un’iniziativa particolare che dovrebbe aiutare a salvare le api solitarie. (altro…)

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    Luisa Nannipieri
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I parigini contro il cambiamento climatico

parigi per il clima 4

Sabato scorso più di 100.000 persone hanno manifestato a Parigi per il clima, per più giustizia sociale, contro il razzismo e le violenze della polizia. Anche se “la marcia del secolo”, indetta da più di 140 associazioni, è stata oscurata dalle violenze dei gilet gialli che hanno devastato gli Champs Elysées, la manifestazione è stata un successo. (altro…)

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    Luisa Nannipieri
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“Noi non difendiamo la natura, siamo la natura che si difende”

youna marette women 4 climate

Non c’è solo Greta Thunberg, la giovane svedese che lotta per il clima. In diverse parti del mondo i ragazzi chiedono ai politici di agire davvero contro il riscaldamento globale. Ne abbiamo parlato con Youna Marette, 17 anni, studentessa a Bruxelles, che fa parte del movimento francofono dei giovani per l’ambiente ed è stata invitata insieme ad altre donne a parlare alla conferenza Women 4 climate, davanti a una platea di personaggi importanti come il sindaco di Chicago o la sindaca di Parigi. Il suo discorso, molto severo con i politici presenti, è stato applaudito a lungo. (altro…)

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    Luisa Nannipieri
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Una ricetta per l’ambiente dalla Sierra Leone

Yvonne Aki Sawyerr - Freetown

La Sierra Leone è uno degli stati più poveri al mondo ed è anche tra i più vulnerabili agli effetti dei cambiamenti climatici. Freetown, la capitale, accoglie più o meno un milione e mezzo di abitanti di cui circa un quinto vive nelle baraccopoli. Dal marzo scorso, Yvonne Aki Sawyerr è la seconda donna a dirigere la città. Ex consulente privata, è stata eletta con quasi il 60% dei voti e il suo programma è particolarmente all’avanguardia in campo ecologico. (altro…)

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    Luisa Nannipieri
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Un nuovo deposito bagagli per i senza tetto

Sono le 8 del mattino e ci troviamo Au bagage du Canal, un nuovo deposito bagagli per i senza tetto, che ha aperto a due passi dal bacino della Villette, nel 19esimo arrondissement di Parigi. Annie Lente, co-presidente dell’associazione che accoglie gli utenti tre volte a settimana, ci spiega come è nato il progetto : “La Bagagerie è l’espressione della volontà degli abitanti del quartiere, che da alcuni anni si indignavano vedendo tutte queste persone dormire per strada. Si indignavano vedendole cosi’ cariche di bagagli, che spesso gli venivano rubati. E quando un giorno uno di loro è morto è stato uno choc. Da li’ è nata l’idea di cercare di fare qualcosa per queste persone senza tetto ed è cosi’ che si è pensato a un luogo dove lasciare i bagagli, proprio quando altre bagageries aprivano a Parigi. Oggi siamo la nona in città.”

Lo spazio, 70 metri quadrati messi a disposizione dal municipio, è pulito, luminoso e ordinato. Le pareti sono ricoperte da dei grandi armadietti in legno, 44 in tutto. Ma ci sono anche delle sedie e dei tavoli, più due grossi banconi che vengono usati per fare la cernita degli oggetti da lasciare in custodia : “Siamo stati meticolosi nella scelta dell’armadietto. Sono grandi casiers che contengono molti effetti personali, con dei ripiani estraibili e modulabili che permettono di mettere in ordine le proprie cose, proprio come in un armadio. Quest’offerta permette di alleggerire le persone, che sono più libere di girare e anche di rassicurarle sullo stato delle loro cose. Perché praticamente tutti hanno subito dei furti.”

“Ah si’”, interviene Christophe, pensionato, in strada da giugno perché non riesce a trovare un alloggio. “A me hanno rubato zaino e valigia. L’altra volta anche il sacco a pelo nuovo della croce rossa e la trousse da toilette. Stavo parlando con una signora davanti al supermercato e puf, in un attimo è sparito. Che volete che vi dica? Rubano ai poveri. Cosi’ sono più a mio agio, non ho lo zaino sempre addosso e sono più tranquillo perché so che le mie cose sono qui. Quando ho visto che era di fianco alla chiesa ho deciso di venire. E qui si sta bene: c’è internet, il caffè… tutto quello che serve! Si sta bene.”

Ed è anche questo l’obiettivo di un posto simile: “Non è una consegna bagagli o un deposito. È un luogo di vita, di solidarietà, di scambio… Dove le persone possono, per tutta la durata del deposito, che va da 3 a sei mesi massimo, venire a riposarsi, prendere un caffè, usare internet ma anche stirare o cucire. Ecco, è questo il concetto. E gli utilizzatori possono anche aderire all’associazione. Ci teniamo molto, è importante che le persone possano partecipare allo sviluppo dell’associazione. Perché siamo giovani, ci svilupperemo, avremo nuove idee e dobbiamo ascoltare le opinioni di chi ha usufruito del servizio.”

Insomma, la trentina di volontari vuole lavorare con i senzatetto, non per loro. E per ora le cose vanno a gonfie vele, anche se si cercano nuovi volontari per rimanere aperti più spesso e più a lungo:

“In tre settimane di apertura siamo al 50% della capacità. È tutto molto rapido, vuol dire che risponde a un vero bisogno. E sappiamo bene che non riusciremo ad aiutare tutti. Non è possibile, ci sono troppe persone per strada.

*Il progetto è stato finanziato con il budget partecipativo votato dagli abitanti del quartiere.

Ascolta le interviste

-Luisa Nannipieri bagagerie

 

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    Luisa Nannipieri
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Gilets gialli, una settimana di proteste

Emmanuel Macron

La protesta contro il carovita e l’aumento delle tasse sul carburante dei gilets gialli dura ormai da sette giorni. Dopo le oltre 2000 azioni di sabato scorso, che hanno fatto un morto e diverse centinaia di feriti, i manifestanti hanno continuato a bloccare alcune zone del paese durante tutta la settimana.

C’è stato un altro morto in Francia metropolitana e l’isola della Réunion, nell’oceano Indiano, è in piena rivolta, al punto che è stato dichiarato lo stato d’emergenza. A poche ore dalla seconda manifestazione nazionale di sabato, questa volta indetta a Parigi, davanti ai palazzi del potere, si sono moltiplicate le dichiarazioni del governo. O di ex membri del governo, come il fu ministro della transizione ecologica e solidale Nicolas Hulot.

Personaggio molto popolare in Francia, Hulot si è espresso per la prima volta dopo le sue dimissioni, date tre mesi fa. Le sue dichiarazioni erano attesissime, perché è lui il padre di quella maledetta tassa carbone che entrerà in vigore a gennaio e che ha scatenato la protesta. Fedele a sé stesso, l’ex ministro ripete che tasse di quel tipo sono necessarie perché la transizione ecologica è un’emergenza assoluta, visto lo stato del pianeta.

Però, ha ricordato, “queste misure vanno pensate a grande scala e vanno di pari passo con un accompagnamento sociale, per cui mi sono sempre battuto e che non c’è stato. La Francia avrebbe fatto volentieri a meno di questo scontro, che oppone l’ecologia al sociale, quando la mia volontà era di riconciliare questi due aspetti. Non ci siamo riusciti e questa crisi si poteva evitare”. Secondo l’ex ministro, il problema non è l’ecologia, ma l’iniquità fiscale in generale: “Bisogna conciliare i problemi da fine del mese con i problemi da fine del mondo”.

Intanto, il presidente Macron è intervenuto per rettificare un po’ il tiro rispetto alle posizioni del governo, che ha cercato di mostrarsi comprensivo ma fermo. Dopo aver invitato al dialogo, anche se al momento non si capisce bene con chi, in mancanza di responsabili nazionali dei gilets gialli, ha annunciato che martedi’ prossimo presenterà un nuovo piano per rendere la transizione ecologica più accettabile. E sembra anche guardare con interesse alla proposta del leader della CFDT, sindacato su posizioni simili a quelle di CISL e UIL, di creare un patto sociale sulla conversione ecologica che riunisca governo, sindacati, associazioni e gilets gialli.

Aspettando le mosse dell’esecutivo, la manifestazione di domani rischia di essere tesa: la Prefettura ha aperto alla possibilità di un raggruppamento sugli Champs de Mars, sotto la Tour Eiffel, ma i gilets gialli vogliono piazza della Concordia o gli Champs Elysées, a due passi dal palazzo presidenziale. Per ora non hanno presentato nessuna domanda di autorizzazione alle forze dell’ordine, che si preparano a possibili scontri mobilizzando 3000 poliziotti.

Difficile anche dire quanta gente verrà fino a Parigi: per molti manifestanti è un viaggio troppo caro o complicato. La polizia parla per ora di 30.000 persone, in parte provenienti da ambienti radicali di destra o sinistra, che punterebbero a investire l’Eliseo.

Emmanuel Macron
Foto da Facebook
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    Luisa Nannipieri
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290.000 gilets gialli contro Macron

gilets jaunes

Sabato scorso è stata la giornata della collera in Francia: quasi 290.000 gilets gialli sono scesi in strada in tutto il Paese per protestare contro il caro vita e l’aumento delle tasse, in particolare quella sui carburanti. La cosiddetta tassa carbone, introdotta nel piano di transizione ecologica nel 2014 ed aumentata da Macron con l’obiettivo di eliminare dal mercato le auto a benzina e diesel entro il 2050.

La protesta ha avuto un successo inedito, considerando che non è stata organizzata da partiti o movimenti sindacali ma che è nata spontaneamente sui social network. Ed è stata molto più seguita nelle città e paesi delle province francesi che a Parigi, dove ci saranno stati in tutto circa 2000 manifestanti. Tra di loro c’è Marion, che ha 22 anni, è una militante della France Insoumise ma non porta simboli:

“Da quello che ho visto è un movimento che non viene dai partiti. Un movimento autorganizzato che lavora sulla società, dove sono i cittadini che decidono come organizzarsi. E quando vediamo che le manifestazioni organizzate da partiti e movimenti politici non funzionano più mi dico che dobbiamo rivedere il nostro modo di agire. E oggi, il semplice fatto di fare corpo comune con il cuore della Francia mi sembrava essenziale. Cosa mi aspetto… non so bene. Ma già il fatto di vedere che è stato un successo in tutta la Francia è una soddisfazione. Quello che mi irrita è che adesso Macron cerca anche di usare l’argomento dell’ecologia ma è solo un pretesto. Io sono un’ecologista e sono d’accordo per tassare di più il carburante ma nel frattempo bisogna proporre alle persone dei mezzi di trasporto alternativi, ad esempio nazionalizzando le ferrovie, ampliando la rete… ma cosi’, solo tassare di più non è possibile. Io vengo da Rouen e in Francia assistiamo a un processo di dissociazione sempre più importante tra luogo di vita e luogo di lavoro, costruiscono i supermercati fuori dalle città e alla fine ci ritroviamo in un modello capitalista in cui le persone sono obbligate, per vivere, o sopravvivere, a prendere l’auto. Quando si sa che in alcuni comuni francesi non ci sono mezzi pubblici dopo le 9 di sera, be’, è normale che a 16 anni si inizi a voler fare la patente perché c’è bisogno di una macchina per gli spostamenti quotidiani. E quindi certo che potremo parlare di tassare il carburante, ma potremo farlo quando le persone avranno delle alternative”.

Morgan, 32 anni, è un colletto bianco in una Piccola media impresa della periferia parigina:

“C’è uno squilibrio nella ripartizione della ricchezza, semplicemente. E nei prelievi fiscali. E quindi ci ritroviamo con ospedali sempre più disastrati, dei servizi pubblici pessimi o inesistenti perché li chiudono. E nel frattempo ci dicono che non ci sono soldi e devono aumentare le tasse e io ne ho piene le scatole. E poi ci sono quegli intrallazzi che conoscono tutti e per cui nessuno fa nulla: Diney, Vinci, eccetera, nessuno di loro paga le tasse e sono le piccole imprese che vanno a fondo. È dura da digerire. Onestamente non avevo aspettative. E devo dire che è tutto un po’ strano. Perché non è organizzato quindi è diverso dalle manifestazioni a cui siamo abituati. È fatto un po’ a casaccio”.

Siamo davanti ad un movimento proteiforme, che ricorda in parte il movimento dei forconi, in parte i 5 stelle del Vaffa day. Insomma, una galassia in cui si ritrova di tutto: dai militanti dell’estrema destra a quelli dell’estrema sinistra ma soprattutto molta gente che di solito non vota nemmeno. Come Betty, 57 anni, di origini italiane: “I gilets gialli non appartengono a nessuno, non c’è nessun partito politico che puo’ dire… Pero’, aundo vengono, come stamani che è venuto uno dell’estrema destra, non è che proprio…” Quindi lo avete mandato via? “Eh, pero’ con la faccia tosta è rimasto, non se n’è andato. IO non sono contro né l’uno né l’altro, non me ne importa niente. Mi ricordo che mi madre mi diceva, quando ero piccolina: chiamo papà chi mi dà da mangiare. Quello che voglio è che non mi tocchino più la mia pensione”.

La Francia rurale e, volendo sintetizzare, la piccola classe media, ha partecipato a posti di blocco e manifestazioni non organizzate, in un’anarchia gioiosa ma anche violenta. La giornata di sabato ha fatto un morto, 400 feriti di cui 14 gravi e si è conclusa con una cinquantina di fermi e alcuni episodi di omofobia e islamofobia. Un centinaio di azioni sono continuate domenica in tutto il paese e anche oggi lunedì, mentre sui social già si invitano tutti i gilets gialli, per la maggior parte lavoratori che non possono permettersi di protestare in settimana, a ritrovarsi sabato prossimo per una grande manifestazione a Parigi, da dove il governo ha per ora confermato che non intende cambiare rotta. Gustave, pensionato dalla periferia nord parigina, lo diceva già sabato:

“Ah be’, non otterremo nulla ma almeno avranno paura. Dovremo continuare, non è il primo colpo che gli farà qualcosa a quel testardo. È uno chiuso, Macron è scemo come una valigia senza maniglia, io di sicuro non ho votato per un cretino simile. Del resto non è che l’abbiano votato in molti, solo il 34% dei francesi ha votato per lui. E gli altri si sono astenuti o hanno votato per un’altra cosa. Nel 2005 abbiamo votato contro l’Europa e Sarkozy ce lo ha messo bene in quel posto, non ha tenuto conto del voto, allora non serve a nulla. La gente, se si manifesta e non ottiene nulla, rischia di esplodere. Sarà violento. Non oggi ma a forza… perché non è che smettono. Continuano a metterci tasse e altro, se ne approfittano”.

Resta da capire se il movimento, tutt’ora senza testa nazionale e portatore di rivendicazioni disparate, riuscirà a reggere e se riuscirà a non farsi cannibalizzare da questa o quest’altra forza politica che guarda con interesse all’evolvere della situazione.

gilets jaunes

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    Luisa Nannipieri
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Francia, i “gilet gialli” contro Macron

Emmanuel Macron

Questo sabato potrebbe succedere qualcosa di molto particolare, in Francia. Per la prima volta, una giornata di protesta organizzata sui social contro l’aumento delle tasse e del prezzo dei carburanti potrebbe portare in piazza migliaia di persone per bloccare il Paese. Dico potrebbe perché al momento nessuno è in grado di stimare quante persone scenderanno in strada con un “gilet giallo”, di quelli catarifrangenti, che è diventato il simbolo della protesta.

Su più di 1500 azioni previste in tutta la Francia, solamente in un centinaio di casi sono state depositate le richieste di manifestare in prefettura. La nebulosa dei gilet gialli non risponde direttamente a sindacati o partiti politici, difficile quindi individuare dei responsabili pronti a farsi carico delle dichiarazioni amministrative. Difficile anche per la polizia immaginare l’impatto della giornata di domani sull’ordine pubblico. Per il momento, 2500 poliziotti sono stati allertati e sono pronti ad essere dispiegati dal ministero.

Ma chi sono i gilet gialli? Come è nata la protesta? E per cosa si protesta esattamente? Il malumore popolare, per la crisi economica e l’aumento del prezzo della vita, va crescendo da anni ma finora si era espresso nelle manifestazioni di piazza, ad esempio contro la loi travail, o nelle urne, con il successo dell’estrema destra di Marine Le Pen. Dopo la vittoria di Macron, e nonostante le riforme portate avanti dal nuovo presidente, sembrava che la spinta della piazza si fosse esaurita.

Le proteste dei ferrovieri, ad esempio, non hanno né bloccato il paese né ottenuto un cambiamento di rotta da parte del governo. Nel frattempo, la frustrazione e la rabbia aumentavano ed erano palpabili. È in questo contesto che una petizione contro il rincaro dei carburanti lanciata da una cittadina della periferia parigina in maggio, ha raggiunto a metà novembre quasi 850.000 firme.

La maggior parte raccolte a partire da metà ottobre quando il tema delle tasse sul gasolio è diventato scottante. Da lì, tutto si è accelerato sui social, dove si sono moltiplicati video di denuncia e appelli a bloccare il paese. Alcuni gilets gialli sono apparsi anche davanti a Macron, che era andato in pellegrinaggio sui luoghi della prima guerra mondiale. Donne e uomini della Francia rurale, in quel caso, che accusavano il presidente di non curarsi di loro, che non sanno più come arrivare a fine mese.

Secondo uno studio dell’Istituto delle politiche pubbliche reso noto a inizio ottobre, le politiche fiscali e sociali varate da Macron hanno portato a una diminuzione fino all’1% del potere d’acquisto per il 20% della popolazione più povera, contro un aumento fino al 6% per l’1% delle famiglie ultraricche.

In un certo senso, questo movimento, che ha spiazzato tutti, sociologi, giornalisti e politici per la sua nascita improvvisa, ricorda molto il movimento 5 stelle degli albori, quello del V day. Con le dovute differenze, ovviamente, visto che, come dicevamo, qui non c’è un leader o un’organizzazione precisa che coordina il tutto. Il punto comune più evidente è dato dal fatto che chi si considera “gilet giallo” viene da fasce della popolazione diverse, soprattutto dalle classi popolari e medie delle zone rurali o delle periferie, e vuole dare voce ad uno scontento, un’esasperazione e una collera generali che finora non erano affiorate in Francia, grazie anche ad uno stato sociale forte che proteggeva i cittadini.

L’intelligence francese ha individuato in un gruppo di 8 abitanti della regione parigina gli iniziatori del movimento su facebook. Si tratta di giovani tra i 27 e i 35 anni non affiliati a un partito né militanti per una causa o con legami con gruppi estremisti. Ma la galassia dei contestatari è talmente proteiforme che non mancano gruppi di estrema destra, affiliati al Rassemblement National (ex Front National) o ancora più radicali. Anche se Marine Le Pen non parteciperà alla manifestazione, ha dato la sua benedizione e i militanti del partito non ci pensano minimamente a perdere un’occasione tanto ghiotta per farsi sentire. Ma alcune azioni sono guidate anche da militanti della France Insoumise.

Il suo leader, Mélenchon, ha parlato di “una collera giusta” e ha detto di non credere che tutti i faché, gli incazzati, siano dei facho, dei fascisti. Settimana scorsa, persino i socialisti, con un po’ di ritardo, hanno dato il loro appoggio ai gilets gialli. E gli ecologisti si vogliono comprensivi. Alcuni sindacati, invece, come la CGT, si rifiutano di sfilare di fianco al Front National, anche se considerano la collera dei manifestanti più che legittima.

In ogni caso, se sarà un successo o un flop e che tipo di Francia rappresentino i gilet gialli, lo scopriremo solo domani.

Emmanuel Macron
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3 anni dopo gli attentati di Parigi

Ricordo degli attacchi di Parigi

13 novembre 2018. Sono passati esattamente tre anni da quel venerdì 13 in cui un commando di terroristi islamici ha attaccato Parigi. Prima facendosi esplodere davanti allo Stade de France, dov’era in corso un’amichevole Francia-Germania, poi sparando sulle terrazze dei bar del 10° arrondissement, una zona molto frequentata da giovani di ogni tipo, complice anche il clima mite di quella sera.

Infine, con un assalto al Bataclan, dove c’era il tutto esaurito per un concerto rock, e ad altri due bar sulla via di fuga dei terroristi. Quella notte sono morte 130 persone,683 sono rimaste ferite, anche gravemente.

Secondo diversi studi condotti in questi tre anni dall’agenzia Sanità pubblica Francia con l’università Paris XIII, l’impatto psicologico degli eventi di quel giorno è stato ed è tutt’ora devastante. Gli psicologi hanno intervistato a più riprese circa 500 persone, tra vittime, familiari e testimoni dei fatti. Ma anche poliziotti, personale sanitario e volontari.

Il 18% della popolazione civile soffre di sindrome da stress post traumatico. Il 20% ha dei disturbi depressivi o da ansia e il 25% dichiara soffrire di disturbi psicosomatici. Tra i soccorritori, il tasso di PTSD varia tra il 3 e il 10%a seconda delle categorie e almeno in 14% soffre di disturbi da ansia. Nonostante i numeri siano molto preoccupanti, solo la metà di coloro che soffrono di qualche disturbo ha ricevuto un sostegno psicologico.

La ricerca sottolinea poi come le persone coinvolte abbiano aumentato il consumo di alcool, tabacco o marijuana. Si va dal 10% dei soccorritori al 36% dei parenti stretti delle vittime. Un’altra parte dello studio, inoltre, ha valutato l’impatto della copertura mediatica degli attentati sul grande pubblico: “I risultati hanno mostrato un legame diretto e reale tra il tempo passato a guardare le immagini degli attacchi e l’insorgenza di sintomi da stress post traumatico“.

Non deve quindi stupire che, mentre stamattina un corteo ufficiale commemorava le vittime degli attentati, la maggior parte dei sopravvissuti abbia preferito allontanarsi da Parigi e ignorare completamente le cerimonie pubbliche. Più che bandiere, memoriali e omaggi, i sopravvissuti e le famiglie delle vittime, con tutte le loro differenti sensibilità, aspettano con impazienza l’apertura del processo a quello che rimane della cellula terrorista. Salah Abdeslam in primis. Detenuto in isolamento in una prigione parigina dal 2016, è l’unico uomo ancora in vita del commando del 13 novembre e gli avvocati, ce ne sono più di 300 per 1700 parti civili, sperano che si decida a parlare.

Monitorato 24h su 24, Salah Abdeslam si era murato nel silenzio, ma pare che negli ultimi tempi abbia ricominciato a esprimersi, anche se si tratta semplicemente di borbottii e insulti verso le guardie o gli infedeli. Un segno di rabbia che è comunque molto più incoraggiante del mutismo catatonico a cui aveva abituato i suoi interlocutori. Anche perché, l’inchiesta, che dovrebbe chiudersi al massimo a settembre dell’anno prossimo per rispettare i limiti delle detenzioni provvisorie, non ha ancora chiarito tutti i punti della vicenda. Ad esempio il ruolo dei fratelli Clain, che hanno dato voce alla rivendicazione dell’ISIS, o il numero esatto dei terroristi implicati.

Ad oggi, il processo che si dovrebbe aprire nel 2020 contra 11 imputati e altre sette persone sono ricercate. La maggior parte degli indagati è in prigione in Francia o in Belgio, compresi due uomini che avrebbero dovuto compiere un altro attentato a Parigi, sempre la sera del 13 novembre, ma che erano stati arrestati in Austria; la cellula che ha colpito Bruxelles nel marzo 2016 e persino Yasine Atar, il fratellino di uno dei “cervelli” degli attentati, Oussama Atar. Quest’ultimo, stando alle rivelazioni del giornalista Matthieu Suc che si basa su informazioni dei servizi segreti, sarebbe stato ucciso nel novembre scorso da un attacco mirato in Siria. Come tutti gli altri sei responsabili dell’ISIS considerati i mandanti degli attacchi del 13 novembre.

Ricordo degli attacchi di Parigi
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La Nuova Caledonia resta francese

Francis Lamy

Quella di domenica è stata una giornata storica in Nuova Claedonia: gli abitanti di questo piccolo arcipelago dell’Oceano pacifico, situato tra l’Australia e le Figi, erano chiamati ad esprimersi con un referendum sull’indipendenza del paese dalla Francia. Ha vinto il no con il 56,7% dei voti contro il 43,3% di si, la Nuova Caledonia rimane quindi francese, ma lo scrutinio ha rappresentato una svolta nella storia del paese. Sia per la partecipazione, che ha superato l’80% degli aventi diritto, sia perché tutti si aspettavano che il no avrebbe vinto con più del 60% dei voti.

Non per nulla gli accordi firmati tra gli indipendentisti e i lealisti filofrancesi nel 1998, cioè vent’anni fa, prevedono la possibilità di indire un secondo referendum tra due anni, in caso di vittoria del no, e un altro tra quattro, prima di rimettersi al tavolo delle trattative. Questo perché le disuguaglianze tra i Caldoches, gli abitanti di origine francese, e i canachi, la popolazione locale, erano tante e tali, in termine di istruzione, reddito, partecipazione elettorale e puro calcolo numerico, che il risultato del primo referendum era dato per scontato da tutti i leader dell’epoca.

La Nuova Caledonia è considerata dall’Onu una delle ultime colonie francesi al mondo, insieme alla Polinesia Francese, ed è governata da Parigi dal 1853. Inizialmente veniva usata come colonia penale, ma nel dopoguerra il paese è diventato uno dei principali esportatori di nichel al mondo. Con l’arrivo in massa dei francesi negli anni 60, i canachi sono diventati minoritari e si sono concentrati nelle zone più povere dell’arcipelago.

Il referendum è il frutto di più di 30 anni di lotte per l’indipendenza, compresa una quasi guerra civile, che i francesi chiamano “gli eventi della Nuova Caledonia”, che negli anni ’80 ha portato alla stesura degli accordi di Matignon e nel ’98 a quelli di Noumea, dal nome della capitale dell’arcipelago, cioè la road map del voto di domenica.

Non deve stupire quindi che gli indipendentisti non considerino questo risultato una sconfitta, anzi. Innanzitutto per la partecipazione, soprattutto dal lato dei canachi, che contrariamente alle aspettative sono andati a votare in massa. Anche i giovani, che non hanno preso parte agli scontri degli anni 80 e vivono in un contesto sociale ancora molto iniquo ma meno drammatico rispetto ai loro genitori, si sono recati alle urne e hanno quasi tutti votato per l’indipendenza.

Per la democrazia e per il futuro del paese è sicuramente un ottimo segnale. Ed è un fatto che faranno pesare al tavolo delle trattative con i lealisti e lo Stato, per spingere a seguire la rotta indicata dagli accordi di Noumea. Per gli stessi motivi i Caldoches non hanno potuto festeggiare davvero la vittoria. Speravano di ottenere una maggioranza schiacciante per poter chiedere a gran voce di rivedere gli accordi e rinunciare definitivamente al progetto referendario, che secondo loro è un’inutile fonte di conflitto sociale.

Per il momento, il primo ministro francese Edouard Philippe si è congratulato da Noumea per questo “vero successo democratico e popolare” ed ha annunciato di voler riunire a dicembre tutte le forze politiche neocaledoni per “tirare insieme le prime conclusioni” dal voto. Macron, dal canto suo, ha invitato tutti a pensare al futuro e ha ricordato che “non c’è altra strada che quella del dialogo”, senza però accennare a nuovi possibili appuntamenti referendari.

Francis Lamy
Foto dalla pagina FB de Haut-Commissariat de la République en Nouvelle-Calédonie https://www.facebook.com/hautcommissariat.ennouvellecaledonie/
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Banksy è tornato a Parigi

Banksy è tornato a Parigi

Il primo è comparso mercoledì scorso, giornata mondiale dei rifugiati, vicino a Porte de la Chapelle, periferia nord di Parigi dove era stato aperto un centro d’accoglienza provvisorio, oggi chiuso. Una ragazzina di colore si gira verso il pubblico mentre con una bomboletta spray ricopre di disegni rosa una svastica nera. Il pochoir faceva bella mostra di se su un muro a cui si appoggiano diversi migranti che sono rimasti nel quartiere anche dopo la chiusura del centro d’accoglienza e che fanno la fila per un pasto o una doccia. Non c’è la firma ma gli esperti di street art ne sono sicuri: Banksy è tornato a Parigi. E lo ha fatto con una serie di opere che denunciano la politica della Francia (e dell’Europa) verso i migranti.

Non lontano da Porte de la Chapelle, vicino alla rotonda di Stalingrado, che è un altro punto nevralgico dei flussi migratori in città, è apparso un Napoleone a cavallo che ricorda il famoso quadro “Napoleone che attraversa le Alpi” di Jacques-Louis David. Nella versione dell’artista britannico, però, il mantello rosso dell’imperatore lo avvolge completamente, accecandolo e richiamando l’immagine di una donna velata.

La ripresa di un quadro famoso ricorda un’altra opera di Banksy che era apparsa nella giungla di Calais nel 2015 e che citava “La zattera della medusa” di Géricault, rivisitata in chiave contemporanea con i migranti al posto dei naufraghi e un traghetto di quelli che collegano Francia e Inghilterra sullo sfondo.

Negli ultimi giorni sono stati scoperti ben 6 disegni sparsi nei vari quartieri parigini. Siccome Banksy non fornisce mai la lista dei suoi interventi, in realtà potrebbero essercene di più e gli appassionati fanno a gara per trovarli tutti. Dietro al Centre Pompidou, nel 18esimo arrondissement e dall’altro lato della Senna, nel quartiere latino, sono apparsi i famosi ratti. Questi animali, che come i graffitari “sono detestati, cacciati e perseguitati” ma “esistono senza permesso”, sono un po’ il simbolo, se non la firma di Banksy, che li rappresenta nelle situazioni più insolite e disparate.

In questo caso ne troviamo uno che vola a cavallo di un tappo esploso da una bottiglia di champagne, uno mascherato e pronto ad azionare un detonatore, e un altro sotto alla cifra 8 che si è staccata dalla scritta Mai 196… Di fianco alla Sorbona, un uomo in giacca e cravatta offre un osso a un cane con tre zampe, ma dietro la schiena nasconde una sega. Un’immagine crudele che sembra interrogarci: cosa siamo pronti a perdere quando abbiamo fame?

L’incursione di Banksy a Parigi è stata rapida e non è detto che le sue opere durino a lungo : il graffito emblematico di Porte de la Chapelle è già stato ricoperto con della pittura blu, non si sa se per sfregio o per ignoranza. Oppure per rispetto dei migranti, che non solo spesso non conoscono l’artista e non ne capiscono il messaggio, ma che subiscono anche il via vai di una moltitudine di curiosi e di giornalisti venuti a scattare foto al muro d’artista. Spesso non particolarmente sensibili alla situazione o alla privacy delle persone che sotto a quel muro sono costrette a vivere.

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Riciclo e riuso: economia circolare a Parigi

Fete de la recap - Parigi

Se dico “ricicleria”, un italiano penserà molto probabilmente ad una discarica in cui si separano e riciclano gli oggetti più disparati. In Francia, invece, si pensa ad un circuito di strutture, chiamate recycleries e ressourceries, che da diversi anni cerca di applicare un nuovo modello di economia circolare e solidale. A Parigi nel weekend del 16 e 17 giungo si è tenuta la quarta Festa della recup, che punta a riunire e presentare al pubblico le associazioni che si occupano di riciclo e riuso. Ecco cosa ne pensano alcuni visitatori:

Donna, 30 anni: “Vengo alla festa da quando esiste. Ho anche degli amici che lavorano alla Ressourcerie dello spettacolo e l’idea fondamentale è che si pensa zero rifiuti, si ricicla al posto di comprare delle cose nuove e si impara a fare da sé. Perché oggi si tende a dimenticare certi saperi, non si ripara ma si ricompra. La cosa interessante qui è che ci sono anche degli atelier dove impari a riparare una bici, un elettrodomestico o anche solo a ricucire i vestiti o fare il sapone. E poi rispettano le piccole tasche. Quando non si hanno molti soldi, è meglio riciclare o trasformare un oggetto piuttosto che buttarlo e ricomprarne uno nuovo”.

Ragazzo, 30 anni: “È un’ottima cosa, incoraggiante. Nell’ambito dello sport in particolare: gli equipaggiamenti sportivi nuovi costano cari e riciclarli è un’ottima idea”.

Ragazza, 20 anni: “Penso che sia molto interessante avere gli stessi prezzi per tutti gli oggetti. Oggi qui i prezzi sono stati messi in base al tipo di oggetto. Tutte le magliette costano uguale. Non importa la marca, lo stand, lo stato dell’oggetto… ed è una cosa fantastica perché è tutta un’altra logica di consumo. È molto interessante concepire diversamente la vita dei prodotti. Essere contro il semplice consumo e l’obsolescenza programmata e avere dei luoghi in cui si puo’ offrire una seconda vita ad oggetti e vestiti e in generale avere un’altra logica di consumo”.

Signora: “Permette alle persone di incontrarsi, di aiutarsi a vicenda. È importante nella società di oggi, no? Incontrarsi e parlarsi”.

In tutta la regione parigina ci sono 137 strutture che aderiscono a questi principi, 47 nella sola Parigi. Molte di loro sono specializzate, ad esempio nel tessile, nello spettacolo o nei beni culturali. Dora Luna Mazzei, incaricata della programmazione e animazione culturale alla Ricicleria Sportiva, ci spiega la differenza tra una risorseria e una ricicleria:

“Una ressourcerie è una boutique generale, in cui si vende di tutto. Mentre invece le recycleries sono specializzate. Abbiamo ad esempio la recylclerie sportive che è specializzata in materiale sportivo e che vuole anche promuovere la mobilità dolce, l’utilizzo della bici piuttosto che dell’auto”.

E una cosa interessante è anche il posto in cui sorgono queste recycleries:

“Sì, in generale sono dei quartieri, alcuni periferici, altri invece proprio in città fuori Parigi, dove non si è proprio sensibili al riutilizzo e dove i cittadini buttano le cose sui marciapiedi. Quindi la ressourcerie punta a radicarsi in territori un po’ abbandonati proprio per educare i cittadini a non gettare, a riparare, a riutilizzare e a donare. Lo scopo non è il profitto, è difficile raggiungere l’equilibrio. Perciò tutte le ressourceries hanno bisogno di sovvenzioni che vengono da diversi enti, dai singoli municipi e da altre istituzioni”.

Ma, se è un modello economico in perdita, perché investire in questi progetti?

“Perché ci sono dei valori molto importanti dietro e perché la sensibilizzazione è fondamentale. Quindi diciamo che è una questione di priorità. Io penso che sia un modello applicabile in qualsiasi paese, nell’ottica di uno sviluppo sostenibile e a favore dell’ambiente. Penso che sia un modello che possa tranquillamente essere applicato in Italia ma ci vuole un lavoro da parte delle istituzioni per poter riconoscere questo modello e soprattutto per sostenerlo. Non solo su un piano ideologico ma anche su un piano finanziario”.

Fete de la recap - Parigi

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UE, a rischio la riforma del diritto d’asilo

Consiglio Europeo

Questo mese dovrebbe concludersi il dibattito europeo sulla riforma del diritto d’asilo. Una riforma che, preso atto delle fratture interne all’Europa in merito alla gestione del fenomeno migratorio, propone tra le altre cose di autorizzare i Paesi dell’Unione a inviare i migranti in dei paesi extracomunitari considerati “Paesi sicuri” da cui potrebbero poi presentare domanda d’asilo. Come succede già dal marzo 2016 con la Turchia di Erdogan. In pratica si tratta di delegare il problema dell’accoglienza al di fuori dei confini della “fortezza Europa”.

Oggi però, il quotidiano Le Monde rivela che una nota del Consiglio di Stato francese giudica questa soluzione incostituzionale. La Costituzione francese, infatti, impedisce di mandare un richiedente asilo in un paese terzo ritenuto “sicuro” senza aver prima studiato approfonditamente il suo dossier. Le sette pagine che compongono la nota, intitolata “opinione sull’introduzione della nozione di ‘paese terzo sicuro’”, sono state firmate il 16 maggio scorso da Patrick Stefanini, l’ex direttore della campagna elettorale di François Fillon (destra).

Nel testo si afferma che intervenire in questo modo sulla legislazione del diritto d’asilo equivale a modificare “l’identità costituzionale della Francia”. L’analisi si riferisce al paragrafo che recita: “Ogni uomo perseguito a causa della sua azione in favore della libertà ha diritto d’asilo sui territori della Repubblica”. Questa parte della Costituzione riguarda tecnicamente il diritto d’asilo dovuto ai combattenti per la libertà ma il suo effetto, secondo l’opinione del Consiglio di Stato, si trasmette al diritto d’asilo come definito dalla Convenzione di Ginevra. Anche perché in Francia c’è un solo sportello per tutti i richiedenti asilo.

È un vero problema, al punto che la Francia aveva già evitato di partecipare attivamente a delle operazioni volute dall’Unione Europea che andavano in questo senso. Ad esempio rifiutandosi di esaminare le domande d’asilo presentate in Grecia. Il testo in discussione, però, diventerebbe, una volta approvato, un regolamento comunitario e quindi si applicherebbe automaticamente in tutti i paesi dell’Unione. La cosa sarebbe difficilissima da gestire per la Francia, che dovrebbe allora modificare rapidamente la Costituzione, un’opzione che per il momento non è sul tavolo.

Il presidente della Repubblica aveva del resto già emendato il termine “Paesi terzi sicuri” dalla bozza di legge sul diritto d’asilo firmata dal ministro dell’Interno Gérard Collomb a febbraio, considerata dagli osservatori particolarmente repressiva.

La posizione francese, insomma, potrebbe avere delle conseguenze importanti sulle future scelte di Bruxelles in materia di immigrazione.

Consiglio Europeo
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Mentone, migranti trattati in maniera indegna

La polizia di frontiera Mentone

Una sala d’attesa sporca, ingombra di rifiuti, con un bagno alla turca e senza serratura o dei bagni chimici in uno stato “immondo”. Delle panche sulle quali non ci si può nemmeno allungare per dormire un po’ e delle coperte sporche date a uomini, donne e minori che devono passare la notte all’interno o all’esterno del posto di frontiera. Di materassi e brandine, nemmeno l’ombra.

I rubinetti? Insufficienti, spesso non funzionanti. Il cibo? Non distribuito, se non qualche dolcetto su espressa domanda o per la buona volontà degli agenti in servizio. Non si tratta di un posto di controllo sperduto, in chissà che paese lontano dall’Europa. No, questa è la descrizione del posto in cui vengono trattenuti i migranti alla frontiera tra la Francia e l’Italia, a Mentone. E non è che un corto estratto del rapporto degli ispettori dei luoghi di privazione delle libertà, che hanno organizzato una visita a sorpresa alla dogana tra il 4 e l’8 settembre scorso.

Nel rapporto, che è stato reso pubblico questa mattina ed è durissimo con gli agenti di frontiera, gli ispettori non denunciano solamente le condizioni indegne nelle quali i migranti aspettano di essere rimandati in Italia ma anche gli strappi alle procedure di identificazione ed espulsione degli stranieri.

La maggior parte dei controlli viene effettuata alla stazione di Mentone sulla base dell’aspetto fisico dei viaggiatori. A volte gli agenti, senza nemmeno iniziare le procedure di identificazione, invitano i minori isolati e le famiglie a salire su un treno per l’Italia. Chi viene portato al posto di frontiera deve semplicemente fornire nome, data di nascita e nazionalità e si vede notificare immediatamente un rifiuto di ingresso precompilato, senza ulteriori controlli.

Non viene fatta nessuna distinzione nemmeno tra adulti e minori, come invece imporrebbe la legge francese. In giornata i migranti vengono invitati a ritornare immediatamente in Italia a piedi, mentre di notte vengono ospitati in condizioni indegne aspettando di essere consegnati alle autorità italiane. Gli ispettori non hanno mai visto i poliziotti leggere, tradurre o spiegare il foglio di via. Men che meno prendere in conto le domande d’asilo. In compenso, hanno assistito a un atto di violenza su un minore. Al di là del carattere inaccettabile dell’atto in se, si interrogano gli ispettori, si tratta di un fatto isolato o è l’indizio dello stress e dell’incapacità a gestire la situazione del personale?

È la seconda volta che il posto di frontiera francese fa l’oggetto di un’ispezione a sorpresa, ma la prima da quando la Francia a ristabilito i controlli alle frontiere, dopo gli attentati di Parigi del novembre 2015. Secondo gli ispettori, che ricordano come quello di Mentone sia l’unico posto di frontiera incaricato del respingimento degli stranieri irregolari, i poliziotti sono sottoposti a delle pesanti pressioni politiche che li obbligano a un ritmo forzato per “garantire l’impermeabilità della frontiera negando ogni norma di diritto”.

Tra il 6 agosto e il 6 settembre 2017, in media 115 persone al giorno sono state fermate alla frontiera e più del 99% dei fermati viene allontanata dal territorio. Non si può dire che il metodo non sia efficace, quindi, ma a che prezzo? Il rapporto si conclude con una serie di 23 raccomandazioni ma per il momento né la polizia né il governo hanno rilasciato dichiarazioni sull’argomento.

La polizia di frontiera Mentone
Foto dal rapporto sulla frontiera a http://www.cglpl.fr/2018/rapport-de-la-deuxieme-visite-des-services-de-la-police-aux-frontieres-de-menton-alpes-maritimes/
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I movimenti sociali scuotono la Francia

Proteste degli studenti in Francia

In questo periodo assistiamo, in Francia, al moltiplicarsi delle proteste per le riforme volute dal presidente Emmanuel Macron e dal suo governo. Dal settore pubblico ai ferrovieri, passando per i netturbini, i movimenti sociali scuotono il paese.

Tra i protagonisti delle manifestazioni, sin da subito, non sono mancati gli studenti. Iniziato con la protesta dei liceali contro la riforma dell’accesso agli studi superiori, considerata ipocritamente selettiva, il movimento studentesco ha ripreso forza negli ultimi mesi con le occupazioni e i blocchi delle università.

Le proteste sono diventate particolarmente visibili ed intense dopo che un gruppo di persone incappucciate e armate di bastoni ha fatto irruzione nei locali dell’università di Montpellier, il 22 marzo, per espellerne violentemente gli occupanti. Tra le università parigine, quella di Tolbiac, uno dei campus della Sorbona, è forse la più emblematica. L’irruzione della polizia ha messo fine venerdì 20 aprile a quasi un mese di occupazione. Il rettore accusava gli occupanti di spacciare droga e favorire la prostituzione all’interno della facoltà. Radio Popolare li aveva incontrati pochi giorni prima dello sgombero:

Io studio a Tolbiac da 3 anni, sono nella facoltà di Storia. Quest’occupazione è stata preparata da delle persone che erano già un po’ militanti, qui a Tolbiac. All’inizio eravamo tra di noi, poi ci sono stati i fatti di Montpellier e molti studenti si sono resi conto che se le amministrazioni si spendevano a tal punto per sloggiare gli occupanti, è perché la cosa dava davvero fastidio allo Stato. E quindi che poteva davvero essere un modo per lottare contro questa legge e creare un rapporto di forza. Abbiamo votato l’occupazione in 100 e abbiamo fatto una cosa piccola. Ma all’assemblea generale successiva eravamo in 800, a quella dopo 1500 ed è andata crescendo. In pratica qui ogni giorno ci riuniamo con tutti quelli che dormono qui e che vivono qui. Si discute dei problemi interni, dei possibili conflitti, dei problemi di sicurezza, di cibo eccetera. Poi ci sono le riunioni del comitato di mobilizzazione che comprende tutti gli occupanti ma anche i militanti che vengono a dare una mano durante la giornata, che organizzano dei corsi o si occupano della pulizia. La base dell’occupazione è che cerchiamo di autogestirci al massimo. Ci siamo anche resi conto che c’erano molti militanti a Tolbiac. Quindi aiutiamo le altre università a distribuire volantini e spiegare questo progetto di legge che vuole distruggere l’università.

La legge Vidal relativa all’orientamento e la riuscita degli studenti è stata approvata dal Senato a fine febbraio, ma in cosa consiste e cosa contestano gli studenti?

Per riassumere: prima della legge funzionava che una volta ottenuto il BAC, la maturità, avevamo il diritto, ed era scritto nella costituzione, di andare all’università. Non potevano rifiutarsi di prenderci nelle filiere non selettive. Oggi questa nuova legge instaura la selezione all’ingresso. Saremo selezionati in base a diversi criteri a seconda delle università. Perché saranno le amministrazioni delle università a decidere. E si chiede ai liceali di scrivere dei curriculum e delle lettere di motivazione per andare all’università. Un po’ come se andassero ad un colloquio di lavoro.

Un’altra voce conferma:

A 17 anni non sappiamo per forza scrivere un curriculum e poi sarebbe vuoto, a quell’età! Anche scrivere una lettera di motivazione, non è facile! Non tutti lo sanno fare. Quelli che hanno i genitori che hanno studiato saranno facilitati mentre i figli di genitori non diplomati, per loro sarà molto difficile. E la differenza si vedrà. Quelli che potranno pagare o meno qualcuno che li aiuti a scrivere la lettera potranno entrare molto più facilmente che magari un figlio di immigrati che ha studiato in Francia ma magari ha i genitori che non parlano bene la lingua e farà più fatica a scrivere la lettera di motivazione. E poi le università potranno dare un voto ai licei. È una cosa difficile da fare e se escludiamo i grandi licei parigini è difficile classificare i licei. Prendiamo un alunno che ha 11 su 20 in un famoso liceo parigino. Varrebbe quanto un 17 su 20 in periferia ma non è vero. Non è che perché è un liceo di periferia danno più facilmente un bel voto, è completamente falso.

Per controbilanciare le accuse di chi considera gli studenti dei bamboccioni, come direbbero dalle nostre parti, più di 400 insegnanti hanno firmato una tribuna di sostegno al movimento studentesco. Michela (nome di fantasia) insegna Italiano proprio a Tolbiac:

La tribuna è stata firmata perché ad un certo punto ci siamo resi conto che, al di là della discutibilità dell’atto di occupare un’università, ci siamo resi conto che anche noi dovevamo giocare un ruolo. E quindi sostenere il movimento studentesco anche dal nostro punto di vista. Perché poi questa riforma tocca anche i professori. Io non ho voglia, per esempio, di lavorare in un’università con dei ragazzi preselezionati, io sono lì per tutti. Certo che c’è una volontà di sostenere gli studenti. Ma c’è anche la volontà di prendere la nostra responsabilità, in quanto professori, davanti ad una riforma di cui saremo complici, in qualche modo. La grande differenza con l’Italia è che qui ci sono delle filiere di eccellenza, come le Grandes Ecoles, la scuola Normale eccetera. Quelle sono già le filiere della selezione. L’università rimane l’ultimo bastione libero e quindi se un ragazzo non ha la forza di andare in classe preparatoria, perché non ha avuto un buon liceo, non è stato seguitissimo, può avere questa possibilità di riscatto all’università. Però, se chiudo anche lì in nome di una selezione che non è tanto chiara… Le cose diventano ingiuste.

Proteste degli studenti in Francia
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    Luisa Nannipieri
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5 anni di Mariage Pour Tous

semafori LGBTQ

Esattamente 5 anni fa, il 23 aprile 2013, la Francia ha legalizzato i matrimoni tra persone dello stesso sesso. Ci sono volute quasi 200 ore di discussione parlamentare ma la legge Taubira, dal nome della ministra della giustizia che l’ha proposta, è stata approvata con 331 voti a favore, 225 contrari e 10 astenuti.

Sono passati 5 anni e la feroce opposizione che ha portato per le strade migliaia di conservatori sotto le bandiere della Manif pour tous, al grido di slogan omofobi virulenti, sembra un lontano ricordo. La manifestazione più imponente aveva riunito 340.000 persone, 1 milione secondo gli organizzatori, appartenenti soprattutto agli ambienti cattolici e dell’estrema destra.

All’epoca, in molti avevano fatto il paragone con le proteste contro i PACS, le unioni civili, adottati dal governo di Lionel Jospin nel 1999. Oggi come allora, preannunciavano, non bisognerà aspettare molto perché i francesi si accorgano che la nuova legge non stravolgerà la società.

E con un ritmo costante di 7000 matrimoni l’anno, 40.000 coppie di uomini e donne che dal 2013 ad oggi si sono potuti legalmente sposare, sembra proprio che avessero ragione. Certo, i matrimoni tra persone dello stesso sesso rappresentano solamente il 3% di tutti i matrimoni francesi, che del resto continuano a diminuire mentre aumentano costantemente le coppie “pacsate”. Ma la legge Taubira ha permesso anche l’adozione del figlio del congiunto, un diritto molto atteso dalla comunità LGBT.

Al di là dei militanti, che hanno scelto di sposarsi anche per celebrare un nuovo passo verso il riconoscimento di pari diritti per tutte le coppie e il successo di una lotta durata anni, i primi dati raccolti dall’istituto di statistica confermano che sono soprattutto le “vecchie coppie”, quelle che aspettavano l’occasione di legalizzare la loro situazione familiare o di celebrare la loro unione, che hanno fatto il grande passo.

Il primo anno erano soprattutto i gay di quasi 50 anni e le lesbiche di circa 43 anni ad andare all’altare. Oggi si è scesi a un’età media di 44 anni per gli uomini e di 39 per le donne. Al momento non ci sono invece dati disponibili sul numero di divorzi tra coppie dello stesso sesso.

5 anni sono insomma bastati per rendere il matrimonio per tutti un dato di fatto. Persino la presidentessa della Manif pour tous ammette che “oggi il matrimonio gay non è più in discussione” e nessun partito politico si azzarda a proporre di abolirlo, come invece si chiedeva a gran voce 5 anni fa. Anche le resistenze passive, ad esempio di quei sindaci che si rifiutavano di celebrare le unioni omosessuali, sono ormai storia antica.

Il movimento, indebolito ma sempre attivo, preferisce concentrare le sue energie nella lotta contro l’apertura della procreazione medicalmente assistita (PMA) a tutte le donne. Promessa di campagna di François Hollande abbandonata pochi giorni dopo l’adozione della legge sul matrimonio per tutti, la PMA in Francia è riservata alle coppie composte da un uomo e da una donna in età di procreare ma che hanno problemi di infertilità o di salute.

Oggi se ne discute attivamente agli Stati generali della bioetica, indetti da Macron per preparare la riforma della normativa prevista per fine anno, e le conclusioni del comitato dovrebbero essere rese note entro l’estate.

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    Luisa Nannipieri
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Le riforme di Macron

Emmanuel Macron

La prima stesura della riforma delle istituzioni, annunciata da Emmanuel Macron davanti al congresso di Versailles nel luglio scorso e presentata ieri dal primo ministro Eduard Philippe, non è stata accolta con molto entusiasmo dalle forze politiche.

Sulla carta, le proposte del governo dovrebbero rispondere al bisogno dei cittadini di avere delle istituzioni più snelle, meno care e più rappresentative grazie alla diminuzione del numero di parlamentari, all’introduzione di una parte di proporzionale ed alla scelta di limitare il numero di rielezioni possibili. In realtà, solo alcune misure minori, come quella che prevede che gli ex capi di stato non diventino più automaticamente membri del Consiglio costituzionale, fanno l’unanimità.

Persino la decisione di inserire nella costituzione la specificità della Corsica non ha raccolto molti consensi, a cominciare proprio dai nazionalisti Corsi che trovano la formulazione troppo riduttiva.

Nel dettaglio, la proposta di legge prevede che si riduca del 30% il numero di deputati e di senatori, che oggi sono 577 e 348. Una formula che non piace per nulla alla destra, che ha la maggioranza al Senato, e che sottolinea come il nuovo parlamento non sarebbe rappresentativo della popolazione francese. Secondo i calcoli di alcuni giornali, con le nuove regole la Francia avrebbe meno deputati per numero di abitanti della Russia.

Per quanto riguarda l’introduzione del sistema proporzionale, servirebbe ad eleggere il 15% dei deputati. Una soglia che non soddisfa pienamente la destra, che chiedeva il 10% massimo, ma soprattutto delude profondamente gli alleati centristi di Macron, i Modem, che volevano arrivare come minimo al 25% e avevano fatto pressione in questo senso. Il presidente dei centristi, François Bayrou, ha già detto che per lui questo non è che un primo passo verso la riforma, non il testo definitivo, ma la scelta del governo di non ascoltare le richieste dei suoi alleati potrebbe causare non poche tensioni nella maggioranza.

Per quanto riguarda il numero di rielezioni allo stesso posto, il testo presentato da Edouard Philippe le limiterebbe a tre, ma la restrizione non varrebbe per i sindaci delle città con meno di 9000 abitanti. In un paese come la Francia, il presidente del Senato ha ricordato che sarebbe in applicabile per il 95% dei sindaci. La norma entrerebbe poi in vigore solamente nel 2037 per i deputati e nel 2038 per sindaci e senatori. In ogni caso, la misura è stata accolta favorevolmente dalla sinistra e il governo sottolinea che servirà ad assicurare l’emergere di nuove generazioni di politici.

Viste le critiche e le polemiche che ha suscitato, la riforma istituzionale di Macron potrebbe non riuscire a superare l’esame delle camere e il presidente ha già pronto il piano B: il referendum. Una mossa rischiosa perché, se in teoria le misure parlano alla pancia degli elettori e alcuni sondaggi dicono che l’80% dei votanti è favorevole alla riforma, l’opinione pubblica è volubile e l’opposizione coglierebbe l’occasione per trasformare lo scrutinio in un referendum anti-Macron.

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Proteste contro le riforme del lavoro

Manifestazioni a Parigi

Quella che era stata annunciata come la più importante giornata di proteste in Francia dall’inizio della Presidenza di Macron non ha deluso le aspettative. Sotto il segno dello sciopero di ferrovieri e dipendenti pubblici, contro le riforme del governo, sono state organizzate quasi 200 manifestazioni in tutto il paese e i francesi hanno risposto all’appello con entusiasmo.

A Parigi hanno sfilato in 50.000 secondo la prefettura. Hanno aperto le danze ieri mattina gli studenti, che hanno raggiunto i due cortei separati di ferrovieri e dipendenti statali che sono poi confluiti in un immenso raduno in piazza della Bastiglia.

A Gare de l’Est, punto di partenza del corteo degli cheminot, tra fumogeni, musica a tutto volume e discorsi di delegati sindacali, l’atmosfera è incandescente. I lavoratori delle ferrovie si sentono sotto attacco, come spiega Bernard, 38 anni, venuto da Lione per manifestare:

“Il governo comunica sul fatto che abbiamo uno statuto particolare e cerca di farci passare per dei privilegiati rispetto agli altri Francesi perché non ci sostengano durante lo sciopero. Ma la vera ragione per cui manifestiamo è per difendere il servizio pubblico. Con questa riforma l’unico riferimento sarà il profitto e una linea non produttiva sarà semplicemente chiusa, quindi noi difendiamo il nostro statuto e il servizio pubblico, per tutti quei francesi che hanno bisogno di spostarsi in Francia. Per ora c’è una bella mobilizzazione, le cose dovrebbero andare bene ma bisognerà resistere fino in fondo perché oggi per far cedere un governo, soprattutto sulle questioni di soldi, non è facile. Ma è il futuro di tutti che è in gioco e abbiamo visto come sono andate le cose dopo la privatizzazione del servizio ferroviario nel Regno Unito. Non è stato un bel risultato e noi non vogliamo che succeda la stessa cosa in Francia”.

Secondo Gérard, 72 anni, ex ispettore del lavoro venuto sostenere i lavoratori:

“Lo statuto di ferroviere non è poi così eccezionale. È quello che meritano delle persone che lavorano per tre settimane di fila in trasferta, che non vedono la famiglia… In Francia e in Europa ci sono degli accordi collettivi, non sono regimi speciali o vantaggi, sono stati negoziati in rapporto al lavoro di ognuno, ramo per ramo e non vedo perché bisognerebbe prendersela con lo statuto di ferroviere. La verità è che Macron vuole una società senza statuti e quindi prenderà di mira tutti, tutti gli statuti, privati e pubblici”.

E sul fatto che i ferrovieri hanno annunciato tre mesi di sciopero aggiunge:

“Quella di oggi è una situazione straordinaria. Perché chi sciopera dice resisteremo tre mesi e il governo dice resisteremo tre mesi. Vuol dire che da entrambe le parti ci si aspetta di più che durante il movimento contro la legge sul lavoro. All’epoca ci son state 14 manifestazioni e nessuna vittoria. Quindi in un certo senso la gente da entrambe le parti è obbligata a dire che se si vogliono cambiare le cose bisogna battersi più profondamente”.

Corteo anche a Bercy

Altra atmosfera, più familiare e allegra, sotto le finestre del ministero dell’economia, a Bercy, da dove è partito il corteo dei dipendenti pubblici. Insegnanti, impiegati delle amministrazioni, medici e ricercatori sono scesi in strada per protestare tra le altre cose contro il gelo degli stipendi, l’aumento del ricorso a lavoratori a chiamata, il ripristino del primo giorno di malattia non pagato e l’intenzione del governo di instaurare un sistema di retribuzione in base al merito e di avviare un piano di licenziamenti su base volontaria. Del resto, Macron aveva annunciato in campagna elettorale di voler diminuire il numero di dipendenti statali di 120.000 unità in cinque anni.

Manifestazioni a Parigi

Ecco qualche voce dal corteo:

“Vogliamo difendere il servizio pubblico perché le condizioni di lavoro dei dipendenti dello stato francese sono molto dure e dobbiamo cambiarle”. (in italiano)

“Siamo qui per dire che siamo in disaccordo totale con la politica del governo e per il modo in cui è condotta. Le riforme sono aperte su tutti i fronti e non ci sentiamo ascoltati.” (Alice 28 anni)

“Siamo tutti coinvolti personalmente in modo diverso da queste riforme che si susseguono e penso che abbiamo tutti voglia di mostrare a questo governo che c’è n’opposizione in strada e che non potrà fare tutto quello che vuole. Per ora direi che va bene, siamo allegri, fa freddo ma ci riscaldiamo ed è solo l’inizio. Non vedo l’ora di arrivare in piazza della Bastiglia e vedere tutti insieme. E poi c’è un bel mix di gente. Noi siamo giovani, direi classe media, ma ci sono anche delle persone più anziane, della gente delle classi popolari, siamo tanti e fa piacere perché non abbiamo l’occasione di incontrarci spesso.” (Arnaud 40 anni)

Insomma, questo 22 marzo, una data che richiama l’inizio del movimento del maggio 68 in Francia, puo’ considerarsi l’inaugurazione riuscita di quello che si annuncia come un lungo ed intenso periodo di scioperi e movimenti sociali in tutto il paese.

Manifestazioni a Parigi

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    Luisa Nannipieri
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Francia: nuova legge contre le molestie

La sottosegretaria di Stato per le pari opportunità, Marlène Schiappa, ha presentato oggi in consiglio dei ministri una proposta di legge per combattere le violenze sessuali e sessiste. Il testo contiene tre misure principali che puntano in parte ad inasprire il codice penale francese, in parte a ribadire e a chiarire alcuni concetti in materia di lotta alle violenze sulle donne.

La prima riguarda le relazioni sessuali tra adulti e minorenni. Una questione di cui si è parlato molto in Francia dopo che un giudice aveva deciso di non processare per stupro un uomo che aveva avuto una relazione sessuale con un’undicenne. La legge mantiene l’età del consenso a 15 anni ma per il giudice dovrà prevalere principio secondo il quale un minore non ha le capacità di acconsentire ad un atto sessuale. Inoltre, le pene per violenza o atti sessuali su minore raddoppiano e vengono allungati i termini prescrizione per i crimini sessuali sui minorenni. Come consigliato da diverse associazioni per rispettare i tempi di recupero e le conseguenze dello stress post traumatico sulle vittime, sarà possibile denunciare una violenza sessuale fino a trent’anni dopo il raggiungimento della maggiore età contro i 20 attuali.

La seconda misura stabilisce la possibilità di multare qualcuno per oltraggio sessista, cioè il fatto di imporre a una persona delle osservazioni o degli atteggiamenti a connotazione sessuale che abbiano un carattere degradante o umiliante o che intimidiscano, offendano e creino un’atmosfera ostile. La contravvenzione comporta una multa che va da 90 fino a 3000 euro in caso di recidiva ma dovrà essere comminata in flagranza di reato da un membro delle forze dell’ordine. Anche se questa proposta è stata ampiamente criticata perché considerata inattuabile, il governo ne ribadisce l’importanza pedagogica e ricorda che “l’obiettivo è sanzionare i comportamenti e responsabilizzare i cittadini dando il buon esempio”.

La terza misura riguarda infine le molestie online. Le accuse di molestia sessuale e stalking sul web si potranno applicare anche “quando delle frasi o dei comportamenti saranno imposti ad una stessa vittima in modo concreto da diverse persone, anche se ciascuna di queste persone, presa singolarmente, non ha agito ripetutamente”. Si tratta di una proposta che dovrebbe permettere di punire più efficacemente gli attacchi coordinati sul web, dei veri a propri raid digitali che si basano sulla somma di atti simili che al momento non possono essere perseguiti singolarmente.

Oltre a questa proposta di legge, il ministero dell’Interno francese prevede di lanciare un piano globale di prevenzione. I poliziotti e i gendarmi dovrebbero essere inviati nelle scuole per sensibilizzare i giovani sul tema delle violenze e molestie sessuali nella vita di tutti i giorni e online. Una piattaforma web su cui si potranno contattare direttamente gli esperti e i professionisti del settore dovrebbe essere attivata nei prossimi mesi e si stanno studiando diverse soluzioni che permettano alle vittime di denunciare i propri aggressori direttamente all’ospedale o in spazi ed orari più adeguati all’interno dei commissariati.

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    Luisa Nannipieri
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L’impatto di #metoo in Francia? Radicale

La militante femminista francese Caroline De Haas, 37 anni, ha fondato l’associazione Osez le Féminisme ed è tra le promotrici del sito Lesexpertes, annuario gratuito delle donne esperte a destinazione dei giornalisti. Molto attiva sui social, si batte da sempre contro il sessismo di tutti i giorni ed è uno dei volti mediatici di #metoo in Francia.

Dunque, cos’è stato, cosa ha significato #metoo in Francia?

“Non so se esista una particolarità francese del movimento #metoo, ma quello che è certo è che stanno succedendo delle cose in Francia, come altrove nel mondo, grazie a questo movimento. E sono cose particolari, che non abbiamo visto con i movimenti precedenti. Dopo i casi del deputato Baupin o di Dominique Strauss-Kahn ci sono state delle prese di coscienza, ma quella provocata da #metoo è completamente diversa. Perché #metoo non parla solo dei personaggi che vediamo in tv, ma parla della vita di tutti i giorni. E questa mobilitazione ha radicalmente – e peso le mie parole – cambiato il modo di vedere le violenze sessiste e sessuali nel nostro Paese.
Le militanti femministe si battono costantemente contro quello che chiamo ‘l’illusione dell’uguaglianza’. Cos’è l’illusione dell’uguaglianza? È l’aver fatto talmente tanti passi avanti negli ultimi decenni in materia di diritti delle donne – i progressi in Francia o in Italia sono stati così straordinari – che per uno strano effetto ottico ci sembra di essere quasi arrivati a destinazione. Certo, in Francia e in Italia le cose vanno meglio che in altri Paesi, come l’Afghanistan. In Francia e in Italia le cose vanno meglio nel 2018 rispetto al 1950, è ovvio. Ma non va ancora così bene, non siamo arrivati all’uguaglianza. E #metoo ha cozzato contro quest’illusione. Il movimento #metoo è un movimento che è entrato nella nostra intimità, nelle nostre famiglie, al lavoro; e che ha fatto capire a molte persone in Francia che le violenze erano intorno a loro. Che c’erano sempre in realtà, ogni giorno, sui mezzi, al lavoro… E per questo penso che sia difficile, oggi, misurare del tutto l’impatto di questo movimento. Penso ci vorrà del tempo per capire fino a che punto questo movimento cambierà la società”.

E quindi, oggi a che punto siamo?

“Se prendiamo il bicchiere mezzo pieno, da quando è nato il movimento #metoo, non passa una settimana senza che si parli delle violenze sessuali o sessiste alla tv o alla radio. È diventato un argomento di dibattito permanente nelle famiglie, nei media, e il livello di attenzione a queste tematiche ha raggiunto un livello mai visto prima. Finché un argomento è taciuto e rimane un tabù, non riusciremo mai a mettere fine alle violenze. Quindi, il fatto di prendere coscienza che le violenze ci circondano e farne un argomento politico, mediatico, culturale, sociale, per me preannuncia dei giorni felici.
Per il bicchiere mezzo vuoto, dal mio punto di vista, la risposta dei poteri pubblici all’ondata mondiale di mobilitazione che abbiamo visto non è – per essere educata – per nulla all’altezza della situazione. È frustrante, perché un movimento così ampio dovrebbe portare a politiche pubbliche ambiziose, che si diano i mezzi per cambiare le cose. La società è scossa dalla questione delle violenze sessiste e sessuali: è il momento di smuoverla. Bisogna approfittarne per scuoterla ancora di più, per farla avanzare, ottenere dei nuovi diritti. E la sensazione che ho è che il potere pubblico, in particolare il presidente della Repubblica in Francia, non abbia per nulla colto quest’occasione per dare il via a un cambiamento radicale della società”.

Eppure il governo ha un progetto di legge sul tavolo.

“Sì, c’è un progetto di legge che correggerà un po’ la legge attuale, che è un’ottima legge sulla prevenzione delle violenze tra l’altro. Ma questa nuova legge ha un sacco di punti morti e il principale è che non prevede i finanziamenti per applicare la legge esistente. Da un lato, la legge ha un valore normativo e creare una legge che dice che non si ha il diritto di fare commenti sessisti alla gente per strada è un bene, perché si crea una norma e si mostra un modello. Però, in un Paese in cui nella gran parte dei casi le leggi sulle violenze non sono applicate, che credibilità ha? Quello che temo è che si parli di questa nuova legge come una grande misura ma che non si faccia nulla di concreto. Ora, in Francia si stima che ci siano circa 84.000 stupri o tentativi di stupro ogni anno. Solo il 2 per cento degli stupratori viene condannato. Il 2 per cento. Quindi la priorità politica è quella di far applicare le leggi esistenti. E come si fa? Dandosi i mezzi per cambiare le mentalità e formare i professionisti. Per cambiare le mentalità ci vuole l’educazione, per formare i professionisti ci vogliono le formazioni. Solo che le formazioni sono care. Invece il governo ha deciso di aggiungere 7.000 euro al budget dei diritti delle donne rispetto allo scorso anno. 7.000 euro! È quello che si dice un’enorme presa in giro”.

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    Luisa Nannipieri
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Molestatore reintegrato, la vittima si dimette

Astrid de Villaines è una giovane giornalista francese che, fino a venerdì scorso, quando ha deciso di dimettersi, lavorava per l’emittente televisiva pubblica La Chaine Parlamentaire (LCP). A fine novembre si era parlato molto di lei, perché aveva denunciato per molestie sessuali un importante presentatore del canale politico, Frédéric Haziza. Alla polizia aveva raccontato un episodio risalente a tre anni prima, in cui l’uomo le aveva palpato il sedere in un corridoio dell’ufficio, e aveva richiamato i vari e ripetuti commenti sessisti che le erano stati rivolti sul lavoro nel corso degli anni.

Diversi colleghi hanno confermato i fatti e hanno anche ricordato come, richiamato dal caporedattore, il giornalista abbia cercato di negare la cosa, dicendo di averle semplicemente toccato le ginocchia, e poi abbia cercato di rabbonire la collega offrendole un pain au chocolat. All’epoca, tutto si era risolto con un ammonimento ufficiale da parte della direzione. Dopo la denuncia però, diversi colleghi ed ex colleghi del presentatore hanno parlato pubblicamente dei suoi atteggiamenti poco rispettosi verso le colleghe e della sua tendenza a far la mano morta.

La decisione di Astrid de Villaines di andare dalla polizia era stata salutata come l’ennesima prova dell’effetto positivo dell’affare Weinestein in Francia e aveva costretto l’emittente a sospendere il giornalista. Un mese dopo però, ad indagini ancora in corso, il presentatore è stato reintegrato e ha ripreso le sue funzioni a inizio anno. Intervistata a gennaio da Le Parisien, la giornalista politica ha spiegato che la decisione di sporgere denuncia è maturata nel tempo, anche e soprattutto dopo l’affare Beaupin, un deputato accusato di molestie, e la campagna social #metoo. Si è dichiarata scioccata per la decisione del suo datore di lavoro e oggi ammette che è il principale motivo che l’ha spinta a dimettersi dopo sette anni di collaborazione con LCP.

Dal canto suo, l’emittente assicura che non avrebbe voluto vederla andarsene, tant’è che non c’è stata risoluzione consensuale del contratto di lavoro. I colleghi, che hanno protestato per il reintegro del presentatore, denunciano un clima pesante in redazione e fanno notare che l’immagine del canale politico ne esce molto danneggiata. Le Monde e France Info, due importanti media francesi, hanno deciso di rinunciare a dei progetti in corso e molti altri giornalisti stanno valutando di abbandonare la nave. La società dei giornalisti di LCP ha sottolineato in un comunicato che: “La partenza in condizioni deplorabili della nostra collega Astrid de Villaines è un duro colpo per i diritti delle donne e per tutta la redazione”.

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    Luisa Nannipieri
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Il bastone e la carota di Macron

Durante la campagna elettorale, Macron parlava di riformare la legge sul diritto d’asilo e l’immigrazione in Francia concentrandosi sulla dimensione umana del fenomeno. Aveva persino lodato a più riprese la politica d’accoglienza di Angela Merkel, dandole credito di aver “salvato la nostra dignità collettiva”. Il progetto di legge firmato dal ministro dell’Interno Gérard Collomb però, che sarà presentato in consiglio dei ministri mercoledì, è un concentrato di ricette che hanno come ingrediente base la fermezza verso i migranti, più che l’umanità.

Criticato da tutte le associazioni non governative ma anche da moltissimi deputati della maggioranza, il testo di legge prevede per esempio di allungare i tempi della detenzione da 45 a 90 giorni, fino a 135 in caso di ostruzionismo. Obbliga poi i migranti a una corsa contro il tempo per presentare una domanda d’asilo, riducendo a 90 giorni (da 120) il termine massimo per la consegna di tutti i documenti richiesti. Se la domanda viene respinta, non si avrà più un mese a disposizione per presentare il ricorso ma solamente due settimane, pur sapendo che oggi, per avere un appuntamento in prefettura, bisogna aspettare 30 giorni. Le proteste sono riuscite a far eliminare il concetto di “paese terzo sicuro”, che avrebbe permesso di espellere i migranti dall’Europa ancor prima di leggere i loro dossier, ma non hanno scalfito altre disposizioni del testo che diminuiscono i diritti dei richiedenti asilo e aumentano gli strumenti repressivi a disposizione della polizia e dello Stato.

Davanti al moltiplicarsi delle richieste di ritirare un disegno di legge “duro e squilibrato” e al malessere della stessa maggioranza presidenziale, il governo ha giocato la carta Aurélien Taché (nella foto). Deputato trentenne della Republique En marche, ex socialista da sempre attivo sul fronte dell’accoglienza dei migranti e delle fasce sociali più deboli, Taché ha lavorato per sei mesi su un documento che contiene 72 proposte in materia di politica dell’accoglienza e di accompagnamento degli stranieri. Tra le priorità del deputato ci sono i corsi per l’insegnamento del francese e i permessi di lavoro. I primi dovrebbero essere rivolti a tutti gli stranieri che ne fanno richiesta, non solo a chi ha ottenuto lo status di rifugiato. I secondi andrebbero autorizzati a partire da 6 mesi dalla presentazione della domanda e lo stato dovrebbe da subito attivarsi per facilitare il riconoscimento dei titoli di studio. La collaborazione tra amministrazione e aziende dovrebbe poi permettere di indirizzare i migranti verso delle formazioni e dei settori in cui c’è carenza di lavoratori ed aiutarli a trovare un alloggio decente.

Se l’opposizione accusa Taché di essere “la cauzione sociale” del governo, il progetto del deputato punta a reinventare l’integrazione economica, culturale e linguistica delle 130.000 persone che si installano ogni anno in Francia e che vogliono restarci, siano essi rifugiati o meno. Per mettere in moto questo circolo virtuoso, il rapporto stima ci vogliano almeno 600 milioni di €.

Secondo i calcoli dell’esecutivo, queste proposte, pronte da diverse settimane ma rese pubbliche soltanto oggi, permetteranno di smussare le critiche. Macron aveva del resto già detto che gli “ambiziosi suggerimenti” di Taché erano destinati ad alimentare il testo della riforma. Non è detto però che la mossa “umanista” del governo permetta alla proposta di legge di attraversare indenne la discussione in aula in primavera.

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    Luisa Nannipieri
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Perché scioperano gli agenti penitenziari?

Uno sciopero così, nelle prigioni francesi, non lo si vedeva da 25 anni. Siamo al decimo giorno di una protesta che coinvolge gli agenti di custodia in più di 120 carceri. Molti istituti sono completamente bloccati, al punto che polizia e gendarmi hanno dovuto sostituire i secondini. E la situazione non migliorerà rapidamente, visto che ieri i sindacati hanno abbandonato il tavolo delle trattative con il governo.

I problemi delle prigioni francesi e di chi ci lavora sono cronici e noti da anni ma al di là di alcune crisi risolte nell’urgenza, le ripetute denunce dei 28mila agenti penitenziari sono rimaste inascoltate. Il numero dei detenuti è raddoppiato negli ultimi 40 anni, raggiungendo le 70mila unità ad aprile 2017. La sovrappopolazione, in particolare l’aumento di detenuti radicalizzati, di persone che non si sono mai inserite nella società o che hanno dei seri problemi psichiatrici ma nessun obbligo di cura, è un fattore che secondo chi sciopera aumenta il tasso di violenza e incide sulla sicurezza sul lavoro. Dal 2011 ad oggi sono state segnalate più di quattromila aggressioni al personale ogni anno. Ed è stato l’attacco a colpi di forbici a tre agenti da parte di un detenuto radicalizzato che ha scatenato le proteste.

Professione pericolosa quella della guardia penitenziaria, ma anche mal considerata e mal pagata. Lo stipendio di base corrisponde al salario minimo, circa 1.500€ al mese, e supera raramente i 2.100€ a fine carriera. La questione economica è del resto uno dei principali punti di scontro con il ministero della Giustizia, assieme a quello della sicurezza e delle assunzioni. Il governo ha proposto di creare 1.100 nuovi posti in quattro anni ma secondo gli agenti non è abbastanza.

Intanto, anche i detenuti protestano, perché lo sciopero dei secondini impedisce lo svolgersi di diverse attività, comprese l’ora d’aria o le visite dei parenti. Oggi gli agenti hanno persino ritardato l’inizio del primo processo legato agli attentati delle terrazze di Parigi del 13 novembre 2015, rallentando il trasferimento dal carcere di uno degli imputati. Una mossa di comunicazione che potrebbe non essere l’ultima, in attesa di nuove e più adeguate proposte da parte del governo.

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50 anni in difesa delle proprie terre

Notre Dame des Landes è un piccolo villaggio di campagna a pochi chilometri da Nantes, città sulla Loira nel nord ovest della Francia. Ha solo duemila abitanti ma è famoso in tutto il Paese. Perché Notre Dame des Landes è, da 50 anni a questa parte, il simbolo della lotta ai grandi progetti inutili francesi.

Siamo all’inizio degli anni sessanta quando si comincia a immaginare un nuovo aeroporto del Grande Ovest. Dieci anni dopo, nel ‘74, lo Stato crea una Zona di pianificazione differita intorno al villaggio (Zone d’aménagement différé, ZAD, in francese) che ingloba 1.650 ettari di campi coltivati e zone umide da destinare al progetto.

Il nuovo aeroporto dovrebbe sorgere a solo 30 chilometri da quello di Nantes. Per i contadini della zona, che hanno resistito all’arrivo delle monoculture e vivono in fattorie familiari coltivando piccoli appezzamenti divisi da siepi e arbusti, c’è una sola opzione: battersi. Riuniti in un’associazione, occupano le terre espropriate o vendute allo Stato facendo in modo che la ZAD resti viva e coltivata. La resistenza locale e la crisi petrolifera convincono i vari governi a rimandare il progetto fino all’inizio degli anni 2000.

Nel 2008, il futuro aeroporto di Notre Dame des Landes viene dichiarato sito di pubblica utilità e lo Stato emette un bando per la costruzione che si aggiudicherà la multinazionale Vinci. Una parte degli abitanti storici della ZAD, che teme di non riuscire a resistere, chiede aiuto: chi può, venga a occupare. In poco tempo affluiscono nuove forze di ogni tipo: ecologisti più o meno radicali, gruppi anticapitalisti, giovani contadini…

La ZAD di Notre Dame des Landes viene ribattezzata Zona da Difendere (Zone à défendre) e gli occupanti si auto organizzano creando nuovi luoghi di vita e di sperimentazione. Negli anni successivi si moltiplicano le azioni di lotta sui cantieri degli studi preliminari, seguiti dalla repressione giudiziaria e gli interventi della polizia.

Nel 2012, anno di elezioni presidenziali, una manifestazione di diecimila persone in primavera e un lungo sciopero della fame spingono il governo di Sarkozy a concedere una tregua agli “Zaadisti”, termine un po’ dispregiativo con cui viene definito chi si oppone al progetto dell’aeroporto.

È sotto la presidenza Hollande, con Manuel Valls ministro dell’Interno e Jean-Marc Ayrault, l’ex sindaco di Nantes, primo ministro, che lo Stato lancia una dura offensiva. Più di duemila poliziotti vengono dispiegati sulla ZAD per quasi due mesi. La risposta degli occupanti e il sostegno della regione prima e della Francia poi sorprendono tutti. Soprattutto la polizia, che si trova davanti 40mila manifestanti molto determinati. L’operazione si conclude con un fallimento. Non solo la ZAD rimane occupata, ma le costruzioni distrutte dai poliziotti vengono rimpiazzate, ne nascono di nuove e il numero degli zaadisti aumenta esponenzialmente. A partire dal 2013, la ZAD accoglie sempre più iniziative pubbliche, laboratori, feste, pic-nic, catene umane, progetti agricoli… La nuova generazione di militanti ha preso il controllo degli accessi stradali, anche con barricate, trasformando l’area in una “zona senza leggi”, in cui le istituzioni francesi sono completamente assenti da ormai cinque anni.

Oggi, circa 300 persone di ogni età vivono in più di 70 luoghi sparpagliati su un territorio di circa 10km². Alcuni lavorano fuori dalla ZAD, altri sono studenti, altri vivono e lavorano sul posto, in parziale autarchia. Sulla ZAD infatti si coltivano i campi, si allevano api e bestiame, c’è persino un mulino che rifornisce di farina due panetterie. Come molti dei prodotti locali, secondo una logica che cerca di emanciparsi da un sistema economico capitalista e favorisce lo scambio, il pane è venduto a prezzo libero. Ci sono anche un birrificio, una biblioteca che accoglie spesso incontri con autori più o meno famosi, uno studio di musica rap e hip-hop, un’area concerti, uno spazio dedicato ai bambini e alle famiglie, delle sale riunioni o un muro da arrampicata. Il tutto è dominato da un faro-vedetta costruito al posto della torre di controllo del futuro aeroporto.

I militanti si sono organizzati in collettivi, uno che si occupa di raccogliere e far scoprire le piante medicinali, uno delle relazioni con la stampa, uno della biblioteca… Le decisioni si prendono in assemblea. L’assemblea degli abitanti si occupa di alcuni aspetti pratici di vita quotidiana. Quella degli utenti permette a tutti coloro che partecipano alle attività della ZAD, molti dei quali non vivono sul posto, di organizzare l’uso collettivo delle infrastrutture. Infine, l’assemblea di lotta coordina le azioni di protesta e organizza la resistenza.

Perché, nonostante la relativa tranquillità, il progetto dell’aeroporto è sempre d’attualità. I ricorsi ambientali sono stati respinti, i tribunali hanno validato le espulsioni e un referendum provinciale del 2016 ha visto vincere il sì al nuovo aeroporto con il 55,17% dei voti. Anche se nei comuni direttamente coinvolti dal progetto ha vinto il no. La palla è ora nel campo di Macron, che ha scelto come ministro dell’ambiente Nicolas Hulot, da sempre contrario all’aeroporto, e ha richiesto un nuovo studio di fattibilità che per la prima volta considera la possibilità di ampliare l’aeroporto di Nantes già esistente.

Il primo ministro Edouard Philippe ha indetto nuovi incontri con gli amministratori locali e ha richiesto uno studio giuridico per studiare la possibile rottura di contratto con Vinci, cosa che salverebbe il governo dalle penali mirabolanti in caso di abbandono del progetto. La decisione definitiva su un dossier vecchio di 50 anni dovrebbe arrivare a fine mese.

In ogni caso, le cose cambieranno per gli abitanti della ZAD. Se anche alla fine l’aeroporto non si dovesse fare, lo Stato dovrà intervenire per ristabilire la legalità. Se lo farà con la forza, come prevede il ministro dell’Interno Gérard Collomb, o con la diplomazia, per esempio concedendo la gestione di un progetto territoriale ai militanti riuniti in una qualche forma di associazione legale, come sperano alcuni politici, è tutto da vedere.
Gli zaadisti, loro, sono pronti. E danno già appuntamento sulla ZAD di Notre Dame des Landes il 10 febbraio per una grande manifestazione che segni l’inizio di una nuova fase di lotta.

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    Luisa Nannipieri
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Chi sposa le tesi di Catherine Deneuve?

“Difendiamo la libertà di importunare, indispensabile alla libertà sessuale”. È il titolo della tribuna firmata da cento donne della cultura e dello spettacolo francesi, tra cui Catherine Deneuve, pubblicata su Le Monde martedì 9 gennaio in cui si parla del caso Weinstein e dei suoi effetti in Francia.

Secondo questo collettivo di donne, se lo scandalo americano ha permesso di prendere coscienza della realtà relativa alle violenze sulle donne e di liberare la parola, bisogna anche ricordare che: “Lo stupro è un crimine ma i tentativi di rimorchiare insistenti o maldestri non sono un reato e la galanteria non è un’aggressione maschilista”.

La tribuna accusa l’#metoo di essersi trasformato in pretesto per una campagna di delazione pubblica puritana, con conseguenze gravi sulla vita di uomini che “hanno per solo torto quello di aver toccato un ginocchio, tentato di rubare un bacio […] o di aver inviato dei messaggi a connotazione sessuale a una donna che non ricambiava l’interesse.”

In quanto donne, le firmatarie non si riconoscono in un femminismo che, secondo loro, “prende il volto di un odio degli uomini e della sessualità”. Il poter dire di no ad una proposta sessuale deve andare di pari passo con la libertà di importunare e la donna non può farsi ridurre al ruolo di preda o di vittima perpetua.

Perciò è importante, concludono, che le ragazze siano sufficientemente coscienti e informate in modo da non farsi intimidire né colpevolizzare dagli incidenti che possono toccare il loro corpo. In fin dei conti, la donna non si riduce al suo corpo ma la sua libertà interiore comporta rischi e responsabilità.

Le reazioni non si sono fatte attendere. La segretaria alle pari opportunità Marlène Schiappa ha parlato di “tribuna shoccante”; l’ex candidata alla presidenza Ségolène Royal ha ricordato che le vittime di violenze sono già schiacciate dalla paura di parlare e che frasi di questo tipo, scritte da figure pubbliche, permettono agli aggressori di autogiustificarsi. Anche Daria Argento ha accusato via twitter le firmatarie di aver interiorizzato la misoginia ed esserne state lobotomizzate.

Una trentina di femministe ha deciso di rispondere punto per punto con una tribuna pubblicata sul sito di Franceinfo questa mattina (mercoledì 10 gennaio). Scritta di getto dalla militante Caroline De Haas accusa il testo apparso su Le Monde di essere “come quel collega imbarazzante o lo zio pesante che non capisce cosa stia succedendo”.

Una dichiarazione che ricorda le classiche resistenze al progresso dei diritti delle donne riassumibile in “Me too, una buona cosa, ma…” Ci si è spinti troppo oltre, dicono loro? Ma siamo già ben oltre i limiti della sopportazione per quanto riguarda le molestie, gli stupri e le violenze, rispondono le femministe. Non si può più dire nulla? “Cavolo, era molto meglio quando si poteva tranquillamente dare della puttana ad una donna! No, non lo era.”

È il ritorno del puritanesimo? Un’accusa originale, ironizzano le militanti, che ricordano come le violenze pesino sulle donne, sui loro spiriti, i loro corpi e le loro sessualità e di come non possano davvero disporne liberamente, non in una società in cui una su due dichiara di aver subito una violenza sessuale. Caroline De Haas affronta poi la questione del “provarci”, che non sarebbe più autorizzato.

Comodo, dice, mescolare “volontariamente un rapporto di seduzione, basato sul rispetto e il piacere, con una violenza. […] Da un lato si considera l’altro un proprio eguale, rispettando i suoi desideri, dall’altro come un oggetto a propria disposizione.” Senza dimenticare che se la tribuna di Le Monde invita a responsabilizzare le ragazze, tralascia completamente il problema dell’educazione dei ragazzi.

Ma cosa ci si poteva aspettare, conclude, da delle cofirmatarie “spesso pronte a denunciare il sessismo quando viene dagli uomini dei quartieri popolari ma per cui la mano sul culo, quando messa da uomini del lor ambiente, non è che diritto di importunare”?

Il fatto che le militanti femministe scelgano di mettere in risalto proprio questa ambivalenza, sottointesa alla tribuna di Le Monde, richiama un’altra tribuna sulle violenze sessuali, pubblicata in contemporanea alla prima sempre dal quotidiano francese.

Si tratta della riflessione del politologo e specialista dell’Islam Olivier Roy, che si concentra su come sia cambiato il modo di percepire le aggressioni sessuali. Nel caso del capodanno di Colonia, ad esempio, si attribuiva la colpa alla cultura degli aggressori.

Dopo Weinstein si è passati ad accusare la natura stessa dell’aggressore in quanto uomo e porco. Secondo Roy, questo cambio di prospettiva ha delle conseguenze antropologiche. Fino ad oggi legittimata in qualche modo culturalmente, vedi il delitto d’onore o la seduzione alla francese o all’italiana nell’immaginario collettivo, la violenza in quanto attributo virile perde ogni appiglio culturale che permetta di giustificarla.

Non per nulla, argomenta Roy, gli artisti accusati di violenze sessuali vedono tutto il loro lavoro rimesso in discussione, gli attori perfino i loro ruoli. Alla scomparsa della cultura non si sostituisce però un ritorno all’ordine morale dei tempi andati, bensì un nuovo codice di comportamento che ha le sue origini nella rivoluzione dei costumi del maggio’68.

Se la cosa non fa felici i conservatori, in particolare cristiani, che si ritrovano a fare l’apologia della “licenziosità alla francese” (ricorda nulla?), si tratta comunque di imporre una pedagogia e far imparare a forza un nuovo codice di comportamento ai maschi, come se loro non siano in gradi di capire da soli quale sia il problema.

Un codice, riflette lo studioso, si impone per gestire la natura quando non c’è più una cultura condivisa, in teoria nell’attesa che si crei una nuova cultura comune. E lo si fa rispettare con la minaccia di sanzioni penali. Un po’ come il codice della strada, per capirsi. Difficile, conclude Roy, che si riesca davvero ad abbandonare questa logica di pedagogia imposta e normativa in futuro.

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I montanari che salvano i migranti dal gelo

Più di un metro di neve fresca e polverosa, temperature che scendono fino a – 20°C e raffiche potenti che spazzano la montagna sotto al limpido cielo invernale. Siamo a 1.700 metri d’altezza, vicino al Col de l’échelle, piccolo passo alpino che separa la Francia dall’Italia. A meno di 10 chilometri da qui, c’è già chi scia sulle piste di Bardonecchia, in val di Susa. Questa è, ormai da più di un anno, la nuova strada dei migranti che vogliono lasciare l’Italia.

Bloccati a Ventimiglia e al Brennero, arrivano in treno fino a Bardonecchia o Oulx e si incamminano sulle montagne a piccoli gruppi per raggiungere Briançon. Come cartina, un cellulare che spesso non prende; ai piedi, se va bene, delle scarpe da ginnastica di tela e delle calze. Per evitare le pattuglie di gendarmi lungo la strada, non esitano a lasciare i sentieri battuti, finendo per perdersi o ferirsi anche gravemente. Dall’inizio dell’anno sono passate più di 1.500 persone, soprattutto uomini originari del Mali, della Guinea e della Costa d’Avorio. Moltissimi sono minorenni. E la neve non basta a scoraggiarli: ogni giorno arriva una decina di persone in valle, nonostante il gelo e il rischio di valanghe sul versante italiano.

Per far fronte alla situazione, in mancanza di una risposta che non sia la militarizzazione della frontiera da parte dello Stato francese, i montanari hanno creato una rete di solidarietà che coinvolge più di 1.300 persone in tutta la regione di Briançon. Non tutti sono favorevoli ai migranti ma nessuno riesce a rimanere indifferente, figurarsi abbandonare qualcuno sui monti conoscendo i rischi che si corrono. Cosi’ c’è chi li accoglie, chi li cura, chi li aiuta a fare il bucato, chi offre sostegno giuridico e chi organizza, ogni sera, ronde per cercare i dispersi in montagna. Alcuni hanno dato i loro numeri di cellulare e ricevono spesso richieste d’aiuto da ragazzi che non sanno minimamente orientarsi sulle Alpi. E tutti si chiedono non se, ma quanti corpi verranno ritrovati questa primavera, al disgelo.

Domenica scorsa, dalla valle francese della Clarée sono saliti in 250: valligiani, guide alpine, qualche giornalista e qualche personaggio noto hanno formato una cordata solidale per denunciare una situazione sempre più pericolosa e il silenzio dello Stato. Sarebbe dovuta essere una semplice azione dimostrativa ma si è trasformata in un’operazione di salvataggio. Un giovane della Guinea Conakry è stato ritrovato in un canalone di valanga senza scarpe. Aveva iniziato a salire verso il passo dell’Echelle alle 5 del mattino. Ecco il video.

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    Luisa Nannipieri
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One planet summit, vera occasione per salvare il pianeta?

È su un’isola Seguin, isolata dal mondo e ultra sorvegliata, all’interno della nuovissima sala musicale parigina firmata Shigeru Ban, che si è tenuto il One planet summit voluto dal presidente francese Emmanuel Macron e organizzato con l’Onu e la Banca Mondiale.

Negli accoglienti spazi comuni e nel grande auditorium di questo esempio sofisticato di architettura ecosostenibile, si aggirano frotte di capi di stato, banchieri, rappresentanti di ONG e investitori di tutto il mondo. Il presidente Donald Trump non è tra gli invitati, ma gli americani non mancano. Dall’ex sindaco di New York Michael Bloomberg ad Arnold Schwarzenegger, senza dimenticare Leonardo DiCaprio, John Kerry o Bill Gates, sono venuti a ribadire che, anche senza le imposizioni dei governi, le aziende possono fare qualcosa per salvare il pianeta e che non esiste un piano B perché non c’è un pianeta B.

L’incontro di martedì è una risposta alla decisione di Trump di uscire dagli accordi di Parigi. Ma è anche l’occasione di celebrare il risultato diplomatico della COP21 e di mantenere alta l’attenzione sull’argomento, oltre che di fare pressione sui dirigenti politici ed i responsabili dell’economia mondiale.

I francesi hanno sottolineato le differenze di questo summit con le COP, incontri multilaterali e diplomatici che “Non sono più ciò che permetterà di salvare il clima”, secondo Emmanuel Macron. Qui non si tratta di firmare una dichiarazione di intenti globale. Si tratta piuttosto di riunire nello stesso posto chi ha i modi e i mezzi di agire per una vera transizione economica ed energetica. In parole povere, convincere il mondo delle imprese e della finanza che investire nella lotta al surriscaldamento globale crea lavoro e produce ricchezza.

Durante la giornata si sono moltiplicati gli annunci, più o meno importanti, di istituzioni finanziarie e gruppi di industriali filantropi. Tra le novità c’è la dichiarazione della Banca Mondiale, che si impegna a non finanziare nuovi progetti di estrazione di petrolio e gas dopo il 2019, tranne che in casi particolari nei paesi in via di sviluppo, e ad una maggiore trasparenza sulle emissioni di gas ad effetto serra prodotte dai progetti finanziati, già dall’anno prossimo.

Un importante gruppo di fondi sovrani guidati dalla Norvegia, tra cui il Qatar, l’Arabia saudita e il Kuwait, si è impegnato a investire in progetti cosiddetti verdi, senza però dire in che percentuale. Anche l’italiana Enel, insieme ad altre otto grandi aziende, ha promesso di sostenere la diffusione delle emissioni di titoli verdi per un valore di 26 miliardi di dollari. E la francese Axa si è data l’obiettivo di investire fino a 12 miliardi di euro entro il 2020 nella finanza sostenibile ma anche di disinvestire almeno 3 miliardi di euro dalle aziende che producono energia da fonti inquinanti quali carbone e sabbie bituminose.

Sempre sul fronte delle aziende, è stato lanciato il Climate action 100+, un’iniziativa che permette di mettere in relazione i maggiori gruppi di investimento del pianeta, un patrimonio complessivo valutato a 26 trilioni di dollari, con gli imprenditori in cerca di finanziamenti per i loro progetti sostenibili. Mentre la Task Force per la divulgazione finanziaria sulle questioni climatiche presieduta da Bloomberg, e il cui scopo è aiutare le aziende a condividere e sviluppare delle strategie di economicamente sostenibili sul lungo termine, ha annunciato l’adesione di più di 200 aziende che in totale hanno un patrimonio di 6 trilioni e mezzo di dollari.

Per quanto riguarda gli enti pubblici, più di 127 stati hanno inviato i loro rappresentanti al summit e sono stati firmati alcuni accordi di cooperazione Nord-Sud. L’Unione Europea non ha annunciato nulla di nuovo, ma città e regioni hanno fatto parlare di loro. I sindaci, soprattutto, hanno annunciato una collaborazione con la Banca Mondiale che permetterà la creazione di un fondo da 4 miliardi e mezzo di dollari destinato a finanziare progetti sostenibili in più di 150 città.

In un certo senso, questo incontro internazionale ha mostrato la volontà di alcuni privati di pensare e proiettarsi sul lungo termine, più di quanto siano in grado di fare i nostri dirigenti politici. Una situazione che inquieta in particolar modo le ONG, che nella giornata di oggi hanno manifestato a Parigi per chiedere, tra l’altro, di mettere immediatamente un termine agli investimenti pubblici e privati nelle energie fossili. Secondo l’analista economico di Attac, Maxime Combes, il rischio dell’incontro di oggi è quello di trovarsi di fronte ad un’operazione di comunicazione, in cui vengono riproposte iniziative già lanciate, se non di Greenwashing. Le ONG temono soprattutto di assistere al progressivo disimpegno degli stati dalla lotta al riscaldamento globale in favore dei privati, un timore confermato dalla mancanza di volontà dei governi di fissare un quadro giuridico preciso in materia di investimenti verdi, per paura di disincentivare le aziende.

Nel suo discorso applauditissimo a inizio pomeriggio, il presidente Macron ha detto che stiamo perdendo la battaglia per il clima. Che i cambiamenti non sono abbastanza veloci e che questo è il tempo dell’azione. Per lui, il One planet summit è una nuova tappa nella lotta collettiva, una nuova fase in cui i partenariati pubblico/privato o i privati stessi possono davvero fare la differenza. Per sapere se il giovane prodigio francese ha visto giusto, o se questo evento è servito solo a dare una mano di verde ad aziende che non intendono davvero cambiare le loro politiche ambientali, bisognerà aspettare. Gli organizzatori promettono trasparenza e hanno annunciato che presenteranno un bilancio del summit entro fine 2018.

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    Luisa Nannipieri
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One Planet Summit: la finanza a Parigi per salvare il pianeta

Due anni esatti dopo la firma degli accordi di Parigi, il 12 dicembre, la capitale francese ospita un incontro internazionale che dovrebbe accelerare l’azione per il clima. Indetto dal presidente Macron subito dopo l’annuncio del ritiro degli americani dall’accordo della COP21, lo One Planet Summit è il primo di una serie che da qui al 2020 puntano a riorientare economia e finanza globali e sostenere gli sforzi per combattere il riscaldamento climatico.

Un incontro “pragmatico”, organizzato con l’appoggio dell’ONU e della Banca Mondiale, che a differenza delle COP non cerca di creare un consenso multilaterale su un piano d’azione ma punta a permettere a chi è pronto ad agire subito, e ha i soldi per farlo, di discutere e organizzarsi concretamente.

Dopotutto, gli impegni presi dalla comunità internazionale a Parigi nel 2015 rimarranno sulla carta se i progetti per ridurre le emissioni di anidride carbonica non saranno finanziati. Si parla di almeno 5 mila miliardi di euro l’anno, volendo rimanere prudenti, a cui vanno aggiunti i soldi promessi nel 2009 a Copenaghen ai paesi in via di sviluppo, circa 85 miliardi di euro l’anno fino al 2020.

Lo scopo di questo incontro sulla Senna, preceduto e seguito da una serie di riunioni ed eventi in città, è soprattutto quello di riorientare i flussi di capitale, anche se l’Eliseo si rifiuta di parlare di una conferenza di donatori. Almeno 50 capi di governo, grandi attori economici del pubblico e del privato, ONG e personalità mediatiche che si battono per l’ambiente, come Leonardo di Caprio, sono attesi in città. Grande escluso Donald Trump, che non è stato invitato, mentre diversi paesi asiatici, tra cui la Cina, hanno inviato dei rappresentanti.

Dopo quattro tavole rotonde durante la mattinata intitolate: “Cambiare la scala della finanza per l’azione sul clima”, “Una finanza verde per un’economia sostenibile”, “Accelerare l’azione locale e regionale per il clima” e “Rinforzare le politiche pubbliche per la transizione ecologica e solidale”, il pomeriggio verranno presentati una dozzina di progetti in corso in materia di finanziamento verde e si lascerà spazio al dialogo tra le amministrazioni pubbliche e la società civile. Durante la giornata si attendoo inoltre importanti annunci da parte di diverse multinazionali, banche e attori pubblici.

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    Luisa Nannipieri
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Il successo del metodo Macron

L’Assemblea nazionale, il parlamento francese, ha ratificato la riforma del lavoro voluta da Emmanuel Macron. Il presidente aveva già firmato i decreti a fine settembre ma questo voto, e quello in seconda lettura al Senato previsto a gennaio, concludono l’iter parlamentare del nuovo codice del lavoro, senza introdurre sostanziali modifiche al testo presidenziale.

Annunciata come la riforma faro del quinquennio già durante la campagna elettorale, la legge va ben oltre la contestata Loi El Khomri voluta da François Hollande in termini di flessibilità del lavoro. Le nuove regole permettono infatti alle aziende di modificare quasi tutti gli elementi del contratto di lavoro senza dover per forza rifarsi alle convenzioni nazionali. Dalla durata del contratto al preavviso di licenziamento e alla remunerazione, senza dimenticare le ferie, buona parte delle condizioni di lavoro potrà essere definita sulla base di negoziati diretti tra lavoratori e direzione aziendale.

I contratti a tempo determinato vengono liberalizzati. Fin’ora erano soggetti a regole molto precise valide per tutti: di una durata massima di 18 mesi consecutivi, non potevano essere rinnovati più di due volte. Con la nuova legge, invece, la durata e il numero rinnovi non sono più definiti a livello nazionale ma ogni settore potrà stabilire le proprie regole.

I licenziamenti economici vengono semplificati, in particolare eliminando la norma detta della “salute globale dell’azienda”. In pratica, se un’azienda internazionale ha i conti in attivo in altri paesi ma non in Francia, il licenziamento economico viene considerato giustificato. Per quanto riguarda i licenziamenti ingiustificati, viene fissato un tetto alle indennità destinate al lavoratore, di fatto permettendo alle aziende di calcolare il costo dei licenziamenti illegittimi.

Altra novità, le regole per le aziende con meno di 50 dipendenti vengono semplificate. Il datore di lavoro potrà, tra l’altro, negoziare direttamente con i rappresentanti del personale, senza che questo faccia parte di un sindacato.

La riforma risponde a due preoccupazioni principali del governo. Da un lato, la Francia vuole rassicurare i possibili investitori stranieri, che secondo il governo evitano il paese a causa dell’elevato costo del lavoro e delle difficoltà di licenziamento dei lavoratori. Dall’altro si cerca di riportare il dialogo sociale a livello aziendale, indebolendo il ruolo dei sindacati e mettendo l’accento sulla possibilità, per dipendenti e imprese, di adattare le condizioni di lavoro alla realtà aziendale e locale.

Emmanuel Macron ha giocato molto bene le sue carte durante l’iter della riforma. Anche se ha detto da subito che avrebbe fatto ricorso ai decreti legge, ha organizzato delle riunioni separate con i diversi sindacati e il MEDEF, la Confindustria francese, concedendo qualche piccola modifica agli uni e agli altri. Si è rifiutato di trattare solo con il principale sindacato (la CFDT, moderato), è riuscito a convincere Force Ouvrière, uno dei più accaniti oppositori della Loi El Khomri, a dissociarsi dalle proteste ed ha saputo tenere a bada Pierre Gattaz, il presidente del MEDEF noto per le sue provocazioni. Un metodo, insomma, che gli ha permesso di mostrarsi fermo e allo stesso tempo pronto al dialogo, contrariamente ai suoi predecessori che avevano posto la fiducia sulla Loi El Khomri scatenando la reazione della piazza, ma anche di frammentare il fronte sindacale, indebolendone la capacità d’azione.

Le manifestazioni ci sono state, certo, ma non hanno avuto nulla a che vedere con quelle del maggio 2016, né in termini di partecipazione né in termini di durata. Anche sul fronte politico, la sinistra lacerata dopo le elezioni non è riuscita a fare fronte comune. Nonostante un’accanita battaglia in aula a colpi di emendamenti, quasi tutti respinti, i partiti hanno fatto fatica a far sentire il proprio disaccordo. Sola eccezione, il carismatico e mediatico Mélenchon di France Insoumise, che si è autodefinito il principale oppositore di Macron, in aula e in piazza.

Forte di questo successo, il presidente prepara già le prossime battaglie. Dopo aver rivoluzionato il codice del lavoro, il prossimo obiettivo è di adeguare le formazioni professionali e le indennità di disoccupazione, in particolar modo riformando gli ammortizzatori sociali dei lavoratori indipendenti, in modo da poter completare la riforma di tutto il sistema lavoro francese.

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    Luisa Nannipieri
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#metoo in piazza a Parigi

Era l’occasione di trasformare l’hashtag #metoo che spopola sui social network di mezzo mondo in una manifestazione di sostegno alle donne vittime di violenza o molestie in Francia, una presa di coscienza e una reazione collettiva. Che fosse per denunciare uno stupro, le pesanti avances e palpatine varie subite in strada o sui mezzi pubblici o ancora le insinuazioni di un datore di lavoro maschilista, donne e uomini erano invitati a ritrovarsi in Place de la République, domenica scorsa, a Parigi.

Organizzata da una giornalista freelance e da qualche volontario in meno di due settimane, lo slogan della mobilitazione, “metoo nella vita reale”, era stato anche rilanciato in molte altre città francesi. Il risultato? Ecco le opinioni di chi c’era.

Aude, 41 anni: “E’ un po’ desolante che dopo aver visto molte persone mobilitarsi sui social, molte donne, molte con l’hashtag #metoo eccetera e alla fine ci sia pochissima gente. C’è qualche associazione, si vedono molte persone del settore ma… vedo poche ragazze. Poche donne in generale”.

Laetitia, 41 anni: “Fa capire bene che siamo ancora incapaci di trasformare le mobilitazioni via social in movimenti di piazza e che le persone che non hanno la cultura della manifestazione non la acquisiscono nei movimenti su internet. È facile scrivere #Metoo su un post, un’altra cosa è scendere in strada. Ma sono anche delusa dal fatto che non sia una manifestazione. Sarebbe stato meglio farsi vedere mentre così rimaniamo invisibili, parcheggiate sulla piazza e circondate dai celerini”.

Le ventenni, in ogni caso, preferiscono vedere il bicchiere mezzo pieno. Come Baïne, 23 anni, studentessa : “Di solito le violenze sulle donne non è che interessino molto, non mi pare che siano in molti a protestare. E stavolta mi sembra che l’impatto sia reale”.

Anche questo gruppo di ventenni fa notare come in una giornata grigia e piovosa come questa, non solo le donne ma anche molti uomini e diverse famiglie abbiano scelto di venire a manifestare. Certo, non è abbastanza, e Tiffaine, 25 anni, sottolinea : “Ho l’impressione che non ci siano politici, né personaggi pubblici o mediatici. Penso che la loro presenza sarebbe importante, senza bisogno che si approprino di un movimento spontaneo come questo, che è nato da un’iniziativa personale su Facebook ed è stato organizzato da persone diverse, non da un movimento. Per me è un dato positivo perché permette di riappropriarsi della lotta. Ma ci vorrebbero delle personalità, che sarebbero ascoltate anche da gente che non si sente direttamente coinvolta, perché siamo tutti coinvolti da questa problematica”.

La Francia non è nuova agli scandali a sfondo sessuale e sessista, basti pensare al caso Strauss-Kahn. Questa volta, mentre negli Stati Uniti scoppiava l’affaire Weinstein, a Parigi la rivista culturale Les Inrocks metteva in prima pagina Bertrand Cantat, l’ex cantante dei Noir Desir che ha ucciso a forza di botte la sua compagna, Marie Trintignant, nel 2003. Davanti alle polemiche, la redazione ha dovuto scusarsi pubblicamente ma la coincidenza aveva già avuto l’effetto di ravvivare l‘indignazione popolare.

Laetitia, 41 anni: “Bisogna sentirsi legittime. E c’è voluta una presa di parola pubblica perché anche le donne lambda potessero dire ‘anch’io’. E la cosa incredibile è che io come altre non mi sentivo coinvolta e poi ci siamo rese conto che sì, invece, che succede sempre da quando siamo ragazzine e che è diventata una cosa normale e che ci autocensuriamo in continuazione, in pubblico, come fosse normale e che tutto ciò non è normale”.

Rosa, 28 anni: “Sono spagnola, quindi non è la Francia, l’Italia o la Spagna, è il mondo. Il maschilismo è diffusissimo ed è importante sostenersi tra donne, unirsi contro le molestie e fare rete, organizzarsi e imparare a batterci per difenderci insieme”.

Negli ultimi anni, in realtà, il Paese sembra più sensibile a questi temi. Si sono moltiplicati blog, spazi online e reali in cui denunciare e condividere certe situazioni. Anche se la piazza non era piena, diverse centinaia di persone si sono comunque mobilitate e la parola, almeno quella, si sta liberando. Non solo quella delle donne perché sono tanti gli uomini che vogliono far sapere di esserci:

Gabriel, 29 anni: “Penso che anche i ragazzi abbiano un ruolo da giocare contro le molestie e il sessismo in generale, innanzitutto un ruolo di sostegno. Una delle cose che mi ha colpito di più del movimento #metoo, che ho scoperto settimana scorsa sulle bacheche delle mie amiche e che mi sembra nuova, è il fatto di esprimersi individualmente. Non è una presa di parola organizzata, collettiva, divisa in correnti. Ed era interessante capire se a partire da questa presa di parola individuale si sarebbe potuta creare una dinamica collettiva. Visto com’è andata oggi, a me sembra possibile”.

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    Luisa Nannipieri
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Parigi: stop ai carburanti fossili entro il 2030

Anne Hidalgo l’aveva promesso durante la COP21, nel 2015 : Parigi sarà alimentata al 100% da energie rinnovabili e diventerà una città a zero emissioni entro il 2050. La sindaca ha deciso di intensificare gli sforzi in questo senso e ha annunciato una serie di misure ambiziose, in particolare in materia di trasporti (54%delle emissioni parigine), e un nuovo Piano per il Clima.

Tra le trenta azioni e obiettivi più significativi messi nero su bianco, c’è quello di abbassare il limite di velocità a 30km/h in tutta la città entro il 2020, ma soprattutto si parla di sancire la fine dei motori diesel per le Olimpiadi del 2024 e quella delle auto a benzina entro il 2030. Con un bell’anticipo sul resto della Francia, che prevede di stoppare la vendita di veicoli a carburanti fossili su tutto il territorio entro il 2040, come annunciato dal ministro della Transizione ecologica Nicolas Hulot .

Un obiettivo utopico? Non secondo il Comune, che rifiuta le accuse di odiare le auto e comunica con molta cautela sull’argomento. Da un lato assicura aver preso in conto l’evoluzione, d’uso e tecnologica, del settore dei trasporti e avere molta fiducia nello sviluppo dei veicoli elettrici. Dall’altro vuole tranquillizzare i Parigini e gli abitanti dell’hinterland rifiutandosi di parlare di divieti di circolazione.

Non si tratta di vietare le macchine e le moto ma di “fissare un obiettivo” e “assecondare una traiettoria credibile e sostenibile”, considerando anche che oggi solo il 40% dei Parigini possiede un’automobile. La proposta dovrebbe anche essere sottoposta a un referendum cittadino.

Dal canto suo, l’amministrazione si impegna a migliorare la rete dei trasporti, già una delle migliori al mondo, con molte nuove linee di metro e tram che entreranno in funzione nei prossimi 15 anni grazie al progetto metropolitano Grand Paris, ma anche incentivando l’acquisto di vetture ecologiche e potenziando il Piano bicicletta. Molto è stato fatto anche per i professionisti e i distributori, agevolando l’accesso a mezzi ecologici per il trasporto merci.

Durante il suo mandato la sindaca Anne Hidalgo, che si definisce una social democratica ecologista, ha già promosso e assistito a diversi cambiamenti. Tra i più discussi, la chiusura al traffico definitiva di buona parte del lungo Senna ancora percorribile in auto, che è diventato un parco urbano. Ma anche la trasformazione di tutta Parigi in zona a circolazione limitata. E se la pedonalizzazione di gran parte del centro è ancora allo stato embrionale, già a fine anno il 50% della città diventerà una zona a 30km/h assortita di doppio senso ciclabile.

L’anno scorso sono apparsi in città gli scooter elettrici in libero servizio, noleggiabili via smartphone e geolocalizzabili, che si aggiungono alla flotta di auto elettriche attive da ormai sei anni. In questi mesi anche le bici a noleggio vivono una rivoluzione: passando dallo storico JCDecaux a un nuovo fornitore, il comune prevede di aumentare il numero di stazioni disponibili, introdurre bici ad assistenza elettrica ed estendere la copertura a diversi comuni metropolitani.

Malgrado qualche problema, come l’aumento dei prezzi degli abbonamenti e, in particolare nel caso delle bici, dei ritardi nella realizzazione delle infrastrutture necessarie a incentivarne l’utilizzo (secondo uno studio realizzato dalle associazioni di ciclisti solo il 5% delle infrastrutture promesse nel 2015 sono state realizzate), il progetto Parigi città senza carburanti fossili pare inarrestabile. E il 2030 non sembra poi così lontano.

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    Luisa Nannipieri
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Obbiettivo: città a emissioni zero

Milano, Parigi, Los Angeles, Barcellona e Città del Capo sono alcune delle 12 grandi città internazionali a essersi impegnate formalmente per un territorio libero dalle energie fossili.

Lo hanno fatto firmando a Parigi la Dichiarazione del C40, un’organizzazione che riunisce circa un centinaio di città che lottano contro i cambiamenti climatici in nome di oltre 650 milioni di abitanti. Tra gli impegni più importanti presi da questa dozzina di città pioniere c’è quello di trasformare interamente le proprie flotte di autobus in veicoli a emissioni zero, quindi elettrici o a idrogeno, entro il 2025 e quello di fare in modo che una parte importante del loro territorio sia interamente alimentata da energie rinnovabili entro il 2030.

Per ottenere questi risultati, i 12 sindaci si impegnano a sviluppare delle politiche in favore dei ciclisti e dei pedoni e a rendere accessibili i mezzi pubblici a tutti i cittadini. Promettono inoltre di collaborare con aziende e fornitori per spingerli a rinunciare all’uso dei mezzi alimentati dai carburanti fossili e di rendere conto pubblicamente ogni due anni dei progressi ottenuti.

Il nuovo motto è “agire localmente per ottenere dei cambiamenti a livello globale”, a prescindere dalle direttive dei governi centrali. Non per nulla la presidentessa del C40 e sindaca di Parigi, Anne Hidalgo, ha voluto innanzitutto celebrare gli sforzi delle città americane e ha avuto parole molto dure per la decisione di Donald Trump di rinnegare l’accordo sul clima. Come ha ricordato il sindaco di Los Angeles, Eric Garcetti, tantissime città americane stanno facendo rete per lottare contro i cambiamenti climatici. Le decisioni che prenderanno avranno un impatto immediato e reale su più di 77 milioni di americani.

Entrambi i sindaci hanno ribadito che intendono fare delle Olimpiadi del 2024 e del 2028 dei giochi a minimo impatto ambientale. Un obiettivo condiviso anche dalla sindaca di Tokyo, venuta a Parigi per ricordare l’impegno della sua città e condividere le strategie ecosostenibili messe a punto in previsione delle Olimpiadi del 2020. Un modo per suggerire che anche i grandi eventi possono contribuire alla transizione ecologica.

Unico italiano ad aver firmato la dichiarazione, per ora, il sindaco di Milano Beppe Sala ha voluto ricordare che per ridurre le emissioni non si deve agire solo sul traffico ma anche sul riscaldamento domestico. Si è quindi impegnato a chiedere al governo più finanziamenti per permettere ai privati di rimpiazzare le caldaie a combustibile fossile. Ha confermato la volontà di passare agli autobus elettrici ma ha anche lanciato un appello ai privati per poter raggiungere l’obiettivo e, dopo aver sottolineato che bisogna pensare al trasporto pubblico in funzione del sistema metropolitano e dei pendolari, ha detto che sarebbe auspicabile, a termine, estendere a tutta la città il divieto di accesso ai diesel euro 4.

L’incontro parigino è stato anche l’occasione, per i sindaci del C40, di scambiare opinioni con aziende e colleghi arrivati da tutto il mondo per partecipare al CityLab organizzato dall’ex sindaco di New York, Michael Bloomberg. Come ha voluto ricordare la prima cittadina di Parigi Anne Hidalgo, le città devono essere più consapevoli del loro potere economico e possono lavorare con le aziende per spingerle verso la transizione ecologica. Grazie alle loro politiche pubbliche, possono da un lato imporre delle condizioni vincolanti alle imprese e dall’altro offrire loro un mercato e delle nuove opportunità economiche. Gli imprenditori, ha sottolineato la sindaca, sanno essere pragmatici e stanno capendo che le città possono essere dei laboratori in grado di offrire delle prospettive molto interessanti per il loro futuro.

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    Luisa Nannipieri
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“Dalla Francia un bel messaggio al mondo”

Sono venuti in tanti domenica sera davanti alla piramide del Louvre per sostenere Emmanuel Macron. Quando gli schermi giganti hanno mostrato le prime proiezioni, la piazza è esplosa in un boato di gioia e ha iniziato a sventolare bandiere francesi ed europee. Annunciato oltre il 60 per cento, Macron ha sfondato quota 65 e questo, per chi era in piazza, è un segnale importante. Perché fa capire che la Francia ha scelto di pronunciarsi contro il populismo e i muri, per l’Europa e l’unità del Paese, contro l’odio e la divisione incarnati dal Front National. Anche se non sono pochi a ricordare che secondo loro Le Pen non sarebbe nemmeno dovuta arrivare al secondo turno, al Louvre tutti festeggiavano quella che definivano la vittoria della democrazia.

Come mi hanno ricordato un prete in borghese e diversi giovani, si celebrava l’entusiasmo dei francesi per un progetto che parla a molti di loro e che li ha spinti a mobilitarsi in questi mesi. “Non so se Macron realizzerà davvero questo progetto – mi hanno detto – ma è bello vedere questo entusiasmo e questa voglia di fare, di dare il proprio contributo a un’idea nuova che non mette in pericolo il sistema democratico”.

Ecco alcune delle voci di chi ha festeggiato la vittoria di Macron al Louvre:

Romain, 46 anni: “ Beh, siamo molto contenti, perché il FN è rimasto sotto al 35 per cento ed è un gran bel messaggio che la Francia manda al mondo. Soprattutto in un’epoca in cui c’è la Brexit, Donald Trump e in Europa emergono tutti gli estremismi. Penso che la Francia, scegliendo un presidente di 39 anni, con un margine così ampio contro il FN, abbia fatto una gran bella cosa. Ne parlavamo prima, della piazza: è la vera Francia, quella multiculturale. Se Marine Le Pen avesse vinto, stasera, sarebbe stata una Francia totalmente diversa a festeggiare ma noi è questa Francia che amiamo”.

Ester, 24 anni: “Siamo qui per una Francia nuova! Un giovane al potere, speriamo che cambierà le cose e che porti aria fresca. Siamo qui per quello, per sostenere Macron e perché non volevamo Marine le Pen al potere, semplicemente! Non so cosa pensare del risultato, sono solo contenta che Marine Le Pen non abbia vinto perché voleva una Francia divisa ma la Francia è un Paese colorato. Ci sono un sacco di stranieri e siamo tutti francesi. Abbiamo dei genitori stranieri ma siamo nati in Francia, ecco tutto”.

Samia, 45 anni: “Intanto mi piace il suo progetto. Ho guardato il dibattito e onestamente è stato bravo. È per quello che lo sostengo e che sono qui stasera, che sono felicissima e che sventolo questa bandiera tricolore”.

Julien, 31 anni: “Sono qui per curiosità. Un po’ per sostenerlo ma soprattutto perché… penso sia interessante vivere questo momento. Penso che Marine Le Pen abbia troppi consensi per un Paese come la Francia ed è per questo che non bisogna essere troppo felici di come sono andate le cose”.

Domenica sera, pero’, in pochi avevano voglia di pensare o commentare l’astensione record, il 12 per cento di voti bianchi e nulli (mai visto prima) e l’impressionante numero di suffragi ottenuti dall’estrema destra (più di 11 milioni). Per le riflessioni e le analisi, forse, ci sarà tempo nei prossimi giorni.

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    Luisa Nannipieri
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Marine Le Pen tra gli operai ruba la scena a Macron

Oggi Emmanuel Macron ha cercato di dare una nuova spinta alla sua campagna per il secondo turno. Aveva organizzato un incontro ad Amiens, la sua città, con i responsabili sindacali della Whirlpool, l’azienda che sta per lasciare a casa circa 300 persone in una zona della Francia, la Piccardia, particolarmente favorevole al Front national.

Peccato però che Marine Le Pen abbia approfittato dell’occasione per mettere a segno un bel colpo mediatico. Mentre il candidato centrista incontrava i sindacati alla Camera di Commercio, lei ha optato per un’azione ad effetto presentandosi direttamente all’ingresso della fabbrica, in mezzo ai lavoratori in lotta.

Maria, 44 anni, mi racconta cos’è successo:

“Oggi abbiamo ricevuto la visita di Marine Le Pen. Non ce lo aspettavamo proprio. Votare per lei? Di sicuro non voto Macron ma il resto lo sapranno le urne. Ma sono perfettamente d’accordo con tutto quello che lei dice. Non dico che farà dei miracoli, perché anche il governo davanti a delle grandi aziende come queste, americane, non può fare molto. Ma che almeno possa fare qualcosa per noi perché abbiamo bisogno di lavorare e vogliamo lavorare.
Tanto, che voti o non voti Marine, faranno di tutto per non farla passare. Ma se vince Macron… abbiamo già subito cinque anni orribili e con lui saranno altri cinque e io non ho voglia che si arrivi a una guerra a causa di tutto ciò. Ne abbiamo piene le scatole. La gente non ne può più. Non possiamo lasciarli continuare, il popolo deve svegliarsi!
Macron dice quello che vuole. Ogni volta dice che deve venire ma poi non viene mai. Non ha un vero programma, non si può votare per uno così. Oggi è in città ma non so se lo riceveremo come si dovrebbe. Che venga! Scopriremo cosa lo aspetta!”.

Gaultier ha 30 anni, da sette lavora alla Whirlpool e la sua compagna è qui da 19 anni:

“Marine ci ha riscaldato il cuore, eravamo contentissimi e l’abbiamo accolta benissimo. Prova che il nostro movimento gode dell’attenzione dei media, che è importante e che ci sostengono. E speriamo che tutto questo porti qualche risultato anche grazie a Marine Le Pen. Non ho parlato direttamente con lei ma ha detto che era di tutto cuore con noi, che ciò che succede non è normale e che farà il possibile per aiutarci. Al primo turno ho esitato tra Marine e Mélenchon e alla fine ho scelto lei. Soprattutto per la questione economica. Ci sono molte aziende come la nostra che chiudono. Soprattutto nella zona di Amiens diventa pesante in termini di licenziamenti e delocalizzazioni. Quindi speriamo che potenzi le leggi per evitare che si delocalizzi lasciando 300 persone, o anche meno, per strada. Macron, per me non è veramente vicino agli operai. Non mi riconosco nelle sue proposte, per nulla”.

Anche tra i delegati della CGT, la nostra CGIL, la venuta di Marine è stata ben’accolta. Come spiega Tonio, 47 anni, che è molto critico nei confronti di Macron:

“All’inizio gli abbiamo chiesto per mail di venire ad incontrarci ad Amiens, visto che è nato qui. Siccome non è venuto ci siamo detti che forse si era scordato e gli abbiamo mandato una lettera per avvisarlo che saremmo stati a Parigi, dove con tutti gli agenti di sicurezza sarebbe stato tranquillo, non avrebbe avuto problemi a parlare con noi. Ma il signor Macron ha detto: ‘No ma a me di 285 persone non me ne frega nulla, di quei pagliacci e allora me ne sto tranquillo a casa mia’. Ed è ciò che ha fatto. Oggi è al secondo turno e dice: ‘E’ un po’ poco il margine, magari posso recuperare dei voti da qualche parte, perché non da me, ad Amiens?’. È voluto venire ma siccome ha paura di venire da solo su un parcheggio dove c’è chi sciopera, ha deciso di invitare una delegazione a incontrarlo. Io personalmente mi sono rifiutato. Ho detto che sono qui 24 ore su 24 e che se mi vuole incontrare sono qui, a sua disposizione, tutti i giorni.
Sapete bene che Marine Le Pen non è ciò in cui credo. Ma siamo in democrazia e oggi vediamo che una persona ha fatto lo sforzo di venire in un posto, e le persone che stanno perdendo il loro lavoro avevano chiesto il sostegno dei candidati alla presidenza e almeno una persona è venuta. Avrei preferito fosse Mélenchon, ma non è stato così. Al secondo turno metterò nell’urna una scheda con il nome di Mélenchon. Sarà un voto nullo”.

Bisognerà aspettare un’ora dopo la partenza della candidata frontista e dei militanti FN che hanno mangiato panini con le salamelle con gli operai, perché Macron decida, alla fine, di venire anche lui in fabbrica.

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    Luisa Nannipieri
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Francia, cronaca di un’elezione infinita

In questa campagna per l’elezione del nuovo presidente francese ci sono solo due cose certe. La prima è che siamo di fronte ad una delle campagne elettorali più lunghe della storia recente. La seconda è che in questi mesi si è capito che puo’ succedere davvero di tutto.

Aprile 2016, un anno fa: Nuits Débouts e le grandi manifestazioni contro la legge sul lavoro, che il primo ministro Manuel Valls ha fatto passare con il 49.3 (la nostra fiducia), agitano le piazze francesi. Tutti sono consapevoli che alle elezioni manca ancora un anno e se da un lato c’è chi cerca di capitalizzare sullo scontento popolare, tra le file di quei cittadini di sinistra che avevano votato il partito socialista si dice sempre più spesso che la rivolta passerà per l’astensione. Mélénchon, che aveva già dichiarato a febbraio, come Marine Le Pen, la sua candidatura, spunta qui e là durante le manifestazioni ma sembra invecchiato e stanco e se lo filano in pochi. “Che vengano pure in piazza, i politici” si sente dire spesso “ma che non ci strumentalizzino, perché ne abbiamo abbastanza di loro!”

In parlamento e sui giornali girano delle strane voci. Ci si chiede se François Hollande si ripresenterà, lui che aveva promesso più volte di diminuire il numero di disoccupati, senza riuscirci, e che gode del minor tasso di popolarità nella storia della Quinta Repubblica (dal 1958). Hollande lascia tutti sulle spine ma in privato sembra convinto di essere l’unico in grado di battere Marine Le Pen che contrariamente a lui è sempre più popolare e puo’ vantare il buon risultato delle regionali 2015. Nel frattempo, il suo ministro dell’economia e protetto, Emmanuel Macron, dà segni di impazienza e moltiplica dichiarazioni alla stampa e interventi pubblici, al punto da essere più volte richiamato, anche se bonariamente, dal capo dello Stato. A fine agosto, dopo un’estate calda in cui l’attentato di Nizza e il caso burkini hanno agitato le cronache mondiali, Macron lascia ufficialmente il governo e annuncia che correrà per la presidenza alla testa di un nuovo movimento politico cittadino, né di destra né di sinistra, invitando gli uomini e le donne di buona volontà a mettersi En Marche!

A questo punto i competitor in lizza sono almeno tre, se non contiamo i piccoli candidati, e per un po’ spariscono dai radar per lasciare posto al grande dibattito autunnale. L’organizzazione delle prime primarie della destra. Vista l’impopolarità del governo Hollande, sembra chiaro a tutti che il rappresentante scelto dai Republicains sarà anche il prossimo presidente Francese. Al punto che molti elettori che si considerano di sinistra si chiedono se andare a votare, in modo da far eleggere il meno peggio e, soprattutto, non Sarkozy. Nelle strade di Parigi già si sente dire “Juppé presidente” ma il grande favorito sarà sconfitto a sorpresa al secondo turno dall’outsider della primaria. François Fillon era dato a meno del 15% a inizio autunno ma l’appoggio dei movimenti cattolici, che si erano strutturati durante le proteste conto la legge sul matrimonio per tutti, e la sua proposta di austerità e serietà fanno il miracolo. Sui quasi 4 milioni e mezzo di elettori al secondo turno, il 66% vota per lui. Le primarie sono un successo, il risultato un plebiscito e si annuncia già uno scontro Le Pen/Fillon il 7 maggio che fa venire brividi freddi a una gran parte della popolazione francese. Ripetere la scelta destra/estrema destra come nel 2002? Non tutti sono sicuri di farcela. Non con un candidato che porterebbe i cattolici integralisti al governo, che vuole diminuire di mezzo milione il numero di dipendenti statali e che non esprime chiaramente le sue idee sul diritto all’ interruzione di gravidanza.

A dicembre pero’ succedono tre cose che mescolano le carte: Hollande rinuncia a ricandidarsi, una scelta mai fatta prima da un presidente in carica e accolta con sollievo e un pizzico di ammirazione. Mélenchon ottiene l’appoggio dei militanti del Partito Comunista al programma della France Insoumise, contro il parere dei dirigenti, e ha ormai a disposizione una rete molto attiva sul territorio nazionale. Macron, che all’estero veniva già lodato come il nuovo politico brillante (in Italia lo si paragonava al Renzi delle prime ore) ma che in patria era considerato un po’ un fuoco di paglia, appoggiato solo dagli studenti in economia, dai banchieri e da qualche giovane imprenditore, riunisce 15.000 persone in un meeting a Parigi. E conferma di non voler partecipare alle primarie della sinistra di fine gennaio. Infatti adesso sono le varie anime del partito socialista (con qualche outsider) che si sottopongono al voto popolare. Ma queste nuove primarie non suscitano lo stesso entusiasmo di quelle della destra e si vede. Per molti i candidati discutono di aria fritta, perché comunque portano sulle spalle il peso di un quinquennio di governo deludente e assolutamente non di sinistra. Al primo turno vota poco più di 1 milione e mezzo di persone. Quando pero’ Benoit Hamon arriva al secondo turno contro Manuel Valls, ecco che chi pensava che votare fosse inutile decide che, forse forse, si puo’ fare in modo che qualcuno di sinistra guidi il PS. E far pagare allo stesso tempo all’ex primo ministro la scelta di porre la fiducia sulla legge sul lavoro, che proprio non va giù.

Tutti i principali partiti hanno ormai il loro candidato in gara, quand’ecco un altro colpo di scena. Il 25 gennaio il Canard Enchainé svela il Penelopegate, o come Fillon avrebbe fatto passare per anni sua moglie (e i suoi figli) come assistente parlamentare, profumatamente pagata dallo Stato. La notizia è una bomba per il candidato della destra morale che propone un programma lacrime e sangue. La cosa peggiore è che per giustificarsi, Fillon sciorina una bugia via l’altra, regolarmente smascherate dai giornalisti. Per strada la gente è mezza incredula: “Non sono di destra ma l’avevo sempre considerato un uomo onesto e serio!” Mezza ironica e rassegnata: “Ecco, come volevasi… sono proprio tutti uguali i nostri politici!”, che è una delle frasi più ricorrenti di questa campagna elettorale. Quando riceve l’avviso di garanzia, anche il suo partito sembra volerlo abbandonare. La situazione è talmente critica che Fillon organizza una grande manifestazione al Trocadero e accusa la stampa di averlo preso di mira e il governo Hollande di aver ordito un complotto contro di lui mentre ribadisce che non ci sono alternative alla sua candidatura. Gli elettori di destra si dividono ormai tra chi lo sostiene a oltranza, prendendosela con le inchieste ad orologeria, e chi, disgustato, si cerca un altro candidato. Precipitato nei sondaggi, oggi lotta per la terza o quarta posizione contro Mélenchon. Quest’ultimo ha iniziato un’incredibile rimonta e ha distanziato Benoit Hamon che per carità sta simpatico a molti “ma proprio non ha il carisma”. I punti in comune tra i due sono tanti ma le speranze iniziali di un’alleanza di sinistra si infrangono in poche settimane. Hamon non puo’ prendersi la responsabilità di cedere il posto all’ex compagno di partito perché segnerebbe la fine del PS. Mélenchon, che non ha nemmeno partecipato alle primarie, non è proprio il tipo da abbandonare il palco dopo “aver lavorato per anni per arrivare qui”. L’uno propone all’altro di raggiungerlo. Non se ne farà nulla. Sospiri rassegnati e di sollievo si fanno sentire da entrambe le parti.

Insomma, pare proprio che Marine Le Pen e Macron siano destinati ad incontrarsi al secondo turno. La candidata del Front National è data in leggera discesa nelle inchieste d’opinione, ma era prima dell’attentato sugli Champs Elysées avvenuto a tre giorni dal voto. Macron è accusato da alcuni di avere un discorso vuoto e pomposo, di essere il servo del sistema che si dichiara antisistema, da altri di avere l’appoggio incondizionato dei media. Chi lo segue pero’ lo adora, quasi lo venera, e sostiene sia l’unico in grado di unire il paese e sconfiggere il Front National. L’unico in grado di rinnovare la Francia, di dinamizzarla, e l’unico vero candidato europeista. In meno di un anno è riuscito a mobilitare più di 250.000 persone sul terreno*, molte delle quali non si erano mai impegnate in politica prima. L’unico dubbio è che sia tentato di offrire qualche poltrona ai politici di mestiere che lo hanno appoggiato l’uno dopo l’altro: “sarebbe una grande delusione” dicono i suoi sostenitori.

Adesso ci siamo, e tutto è ancora possibile. Il numero di indecisi non è mai stato cosi’ alto. Il rischio di un voto di protesta esiste, anche se l’ultimo attentato potrebbe favorire più Fillon, portando alle urne anche la destra delusa dagli scandali, che Marine Le Pen, che negli ultimi tempi ha coccolato lo zoccolo duro dei suoi elettori mettendo da parte la moderazione. Loro del resto affermano tra il rassegnato e l’indifferente che “chiunque si presenti contro Marine sarà presidente”. E forse la vera sorpresa finale sarebbe non veder passare il primo turno colei che è riuscita a normalizzare il Front National.

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    Luisa Nannipieri
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Tra gli indecisi di Amiens, la città di Macron

Siamo ad Amiens, capoluogo della Piccardia, una regione di campagne e vecchie industrie che delocalizzano sempre più spesso e sempre più a Est. Seduto con sua moglie a un tavolino di una baraque à frites, l’equivalente in patatine del nostro paninaro, Jean-Pierre, 67 anni, un ex operaio che nel 2012 ha votato per Hollande e contro Sarkozy.

Lui non ha dubbi: “Voto Marine Le Pen. Per raddrizzare la Francia. Destra sinistra, destra sinistra, destra sinistra.. è sempre la stessa cosa. Allora bisogna provare. Per me la priorità sono i francesi prima di tutto. Ma non sono razzista, per nulla ma proprio nulla. Al contrario! Un operaio che lavora e paga le tasse ha diritto di restare in Francia. Ma un arabo, o un altro tipo di nazionalità, se non lavora, non siamo mica qui per pagargli tutto. Molti di quelli che conosco dicono che voteranno Marine. Non so se è positivo ma in fondo… la gente è stufa, è sempre la stessa solfa, destra sinistra, destra sinistra, destra sinistra… C’è chi pensa che con Marine non avremo più diritto di fare questo e quello, ma no! Non è mica suo padre! Anche se diventa presidente non potrà mica fare tutto quello che vuole! E se non dovesse passare… Macron mi andrebbe bene. Tanto Marine non lo supera il secondo turno, contro Macron o chiunque altro”.

Baraque à frites

Macron, del resto, è nato e cresciuto proprio ad Amiens. Anche se non è venuto in città nemmeno una volta in questi mesi di campagna. Le malelingue dicono che non abbia il coraggio di affrontare gli operai dell’ultimo stabilimento francese della Whirlpool, che nel 2018 delocalizzerà la produzione in Polonia, lasciando a casa 295 persone. Lui ha detto che non crede “che una campagna presidenziale sia il momento di fare promesse che non si potranno mantenere” e, sicuro della vittoria, ha annunciato che passerà in città tra il primo e il secondo turno. Nel frattempo, gli operai della fabbrica hanno preso una settimana di ferie per andare a incontrare i loro colleghi polacchi, che saranno pagati tre volte meno di loro, hanno meno pause e molti meno diritti.

Sul parcheggio della fabbrica rimangono a sventolare al sole le bandiere del sindacato e dai tornelli esce solo qualche colletto bianco, sfiduciato e rassegnato come David: “Bah, sì, alcuni politici di quelli in carica sono venuti. Può essere una buona pubblicità o anche no perché non bisogna spaventare i possibili compratori. Tanto la politica non è che può obbligare l’azienda a rimanere qui e non può nemmeno obbligare qualcuno a comprarla. Per quanto mi riguarda voterò, ma non so ancora per chi. Non c’è tutta questa scelta e non si capisce chi sarebbe il migliore per noi”.

la fabbrica Whirlpool di Amiens

In centro, sotto la cattedrale gotica iscritta nell’elenco dell’UNESCO, nel dedalo di stradine ben pavimentate, davanti alle casette in mattoncini rossi ben tenute o sulla piazza del mercato, il discorso non cambia. Frédéric, 41 anni: “Penso che i francesi si sentano persi, oggi. Io non so per chi votare quindi mi sa che voterò bianco già al primo turno. Nessun candidato mi soddisfa”.

Julie, 25 anni: “Non abbiamo idea di cosa votare. È un grosso interrogativo per molti di quelli che conosco, e gli altri scelgono gli estremi: Mélenchon o Le Pen. Sto aspettando i programmi, che non abbiamo ancora ricevuto. So che c’è internet ma preferisco averli in mano per poterli leggere e confrontare”. E cosa pensa del candidato della città, Macron? “Bisogna diffidare. Perché ha delle idee troppo liberali, che possono mettere in pericolo il Paese. E poi è troppo d’accordo con tutti. Non ha delle opinioni personali”.

Vincent, 40 anni: “Voto da quando ho 18 anni. Non ho perso un’elezione. È un mio diritto, quindi voto ma quest’anno è un bel casino. Penso che tutti siano d’accordo con me, sono tutti stufi e molti non sanno cosa votare quest’anno perché è molto molto complicato. Anche in questo periodo non sanno ancora per chi votare, con tutti i problemi che ci sono stati in politica negli ultimi tempi sono tutti disorientati”.

Secondo uno studio pubblicato lunedì 17 aprile, più di un quarto degli elettori francesi non sa ancora che nome scegliere per il primo turno di domenica. Con quattro candidati testa a testa nei sondaggi, il voto degli indecisi potrebbe essere determinante. E non va dimenticato il rischio astensionismo, che potrebbe interessare dal 26 al 34 per cento degli elettori. Nel 2002, quando Jean-Marie Le Pen è arrivato a sorpresa al secondo turno, più del 28 per cento degli elettori francesi non aveva votato al primo turno.

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Nel Nord della Francia, comunista e lepenista

Rouvroy è una tranquilla cittadina del Nord della Francia dalle caratteristiche case basse in mattoncini rossi spuntate all’epoca d’oro delle miniere, di cui oggi rimangono solamente degli immensi coni neri, i terrils, colline artificiali di terra e detriti che costellano quest’angolo di campagna francese. Siamo a pochi chilometri da Henin-Baumont, città simbolo della conquista del Nord-Pas-de-Calais da parte del Front National di Marine Le Pen.

La particolarità di questo borgo operaio di circa novemila abitanti, due chiese e quattro bar, un tasso di disoccupazione particolarmente elevato e il 65 per cento della popolazione con un reddito sotto i 10mila euro, è quella di vivere un’apparente contraddizione elettorale. Se a livello locale scelgono da sempre il Partito comunista, alle votazioni regionali e nazionali preferiscono ormai da qualche anno il Front National.

Qualche numero per dare un’idea della progressione del FN: a Rouvroy, Marine Le Pen ha ottenuto il 31,15 per cento dei voti alle regionali 2010, il 52.69 per cento alle legislative 2012 e il 57,62 per cento alle regionali del 2015. Lo stesso anno, il candidato FN alle provinciali ha preso il 47.56 per cento dei voti.

Valérie Cuvillier è stata eletta sindaco della città lo scorso novembre: “Rouvroy è una città nata con le miniere, intrinsecamente operaia, e il Partito comunista amministra il comune dalla Liberazione, quindi dal ‘45. Ogni tanto si sono presentate delle altre liste, per esempio i socialisti, ma hanno ottenuto pochissimi voti. Alle elezioni di novembre, per la prima volta dall’89 si è presentata una lista concorrente. Una lista del Front National. Per forza di cose, visto che questo partito sta prendendo piede, a poco a poco, in tutto il bacino minerario e che sperava poter conquistare il municipio di Rouvroy. Durante la campagna ci siamo basati su ciò che è stato fatto a livello locale e per migliorare la vita dei cittadini, che ci conoscono e si fidano di noi, bisogna ammetterlo. Il problema è quando si sale di livello. Oggi i nostri elettori sono confusi, non capiscono le decisioni dei politici, in particolare quelle prese dal governo attuale che, va detto, ha fatto più male che bene. La gente è talmente stufa di come vanno le cose in generale che sceglie un voto radicale. C’è una vera voglia di cambiamento e allo stesso tempo le persone sono confuse, non sanno chi scegliere. Basta vedere gli spazi riservati alle affissioni elettorali. Non ci sono nemmeno i manifesti! Stamattina ce n’era uno ed era dell’FN ma a parte quello… Penso che ci sia di che preoccuparsi”.

La dimensione locale, la vicinanza dei candidati, sono dei fattori che influiscono ancora molto sulle scelte dei cittadini. Almeno da queste parti, dove chi ammette di votare FN non cita quasi mai il partito ma ripete spesso e volentieri il nome di Marine. “Ricordiamoci che è stata candidata alle elezioni regionali in questa zona”, conferma la sindaca. “Quindi è passata da qui, ha dei legami con Henin-Beaumont, che del resto è un po’ il loro laboratorio. Le persone l’hanno già vista, la conoscono e per loro è un po’ una star, il personaggio pubblico”.

Rouvroy, il terril sullo sfondo
Rouvroy, il terril sullo sfondo

Yvonne ha 91 anni e, anche se assicura che tra vicine si parla ma non si esprimono ad alta voce le proprie convinzioni politiche, da un po’ di tempo a questa parte ha maturato una convinzione: “Dopo tutto, perché non votare anche una volta sola Le Pen? Per vedere cosa farà. E poi vedremo ma almeno sapremo cosa sa fare. Per quanto mi riguarda, sono stata sempre di destra ma oggi non lo so… Fillon quest’anno… Non credo che voterò per lui perché un presidente dev’essere retto e onesto.”

Liliane, 50 anni, professoressa, vota Hamon ma preferisce non dire cosa voteranno i suoi figli, che hanno fatto una scelta “totalmente diversa” dalla sua. Ma sottolinea: “Alle ultime legislative qui ha vinto Marine Le Pen. Penso che sarà così anche stavolta. Molti a Rouvroy votano per lei. Anche se non osano dirlo, non vogliono pubblicizzarlo”.

In effetti, a microfoni spenti, qualcuno è disposto ad ammettere di votare FN e anche a elaborare un po’ il discorso. I giovani, soprattutto, citano tra le ragioni per cui hanno scelto Marine la questione dell’immigrazione, pensando soprattutto ai migranti di Calais o di Grand Synthe. Il campo è bruciato pochi giorni fa ma “gli immigrati li hanno già messi in albergo”. C’è poi l’economia, anche se su questo punto i discorsi si fanno confusi. Secondo un diciottenne, per esempio, Marine salverà l’agricoltura francese che per lui è bio ed essenzialmente familiare ed è in pericolo a causa del modello intensivo tedesco e della globalizzazione. Ma anche l’uscita dall’euro, per alcuni una salvezza, e dall’Europa. In un bar, un giovane muratore afferma che “i francesi hanno votato contro i trattati di Maastricht dall’inizio” senza sapere che al referendum sul testo nel ‘92 hanno vinto i sì con il 51% dei voti.

Quando però il registratore si accende, gli intervistati preferiscono dire che non sono ancora sicuri della loro scelta. Oppure sì, ma che il voto è segreto. Daniel, operaio in pensione, è tra questi: “Fanno tutti schifo. Non ce n’è uno che valga qualcosa. Ho 75 anni e voto da quando ne ho 18. Ci sono stati Pompidou, de Gaulle e tutto il circo dietro ma nessuno ha fatto qualcosa per l’operaio. Voterò, ma non vi dico per chi. Voto per qualcuno, certo, votare bianco non serve a nulla, è come annullare la scheda. Dovrebbero contarli ma non lo fanno, quindi è inutile. Non posso dirvi sinceramente quello che penso perché se no capireste chi ho scelto”.

Anche Jean preferisce non fare nomi: “Sì, ho deciso per chi votare. Quello che non mi piace è vedere un francese per strada mentre tutti questi che arrivano dagli altri Paesi hanno vitto e alloggio. E non dirò altro”.

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    Luisa Nannipieri
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Mélenchon al 2° turno? La sinistra ci crede

Il candidato alle presidenziali del movimento di sinistra radicale “La France insoumise” (La Francia non sottomessa) Jean-Luc Mélenchon dice di non avere molta fiducia nei sondaggi che lo danno in crescita costante da un mese a questa parte e preferisce frenare gli entusiasmi, ma il successo dei suoi ultimi comizi lo fa ben sperare.

A fine marzo, a Parigi, hanno sfilato con lui 130mila persone, 70mila lo hanno accolto a Marsiglia e a Tolosa. La settimana scorsa lo abbiamo seguito a Lille, nel Nord della Francia, dove lo aspettavano 25mila persone.

Città di sinistra per eccellenza, Lille è governata dalla socialista Martine Aubry, che quando era ministra introdusse la settimana lavorativa di 35 ore. Ed è il capoluogo di una regione in cui la chiusura delle mine di carbone e delle fabbriche ha trasformato a poco a poco l’elettorato: da bacino del voto socialista e comunista si è trasformata in terra di conquista del Front National di Marine Le Pen.

Nel 2012, i due rappresentanti delle ali estreme della politica francese si erano personalmente sfidati proprio à Hénin-Beaumont, nel Nord-Pas-de-Calais, per ottenere un posto in parlamento. E l’uomo forte della sinistra aveva perso senza appello, raccogliendo metà dei voti dell’avversaria (al secondo turno aveva poi vinto il candidato socialista).

Cinque anni dopo, Mélenchon sembra aver imparato qualche lezione e ha rinunciato a fare una campagna basata principalmente sulla sua persona. Dopo aver formulato un programma a partire dalle proposte dei comitati sul territorio, ha convinto i militanti comunisti (un po’ meno i dirigenti del partito) a seguirlo. Ha mandato la sua responsabile della comunicazione a scuola dagli indignados spagnoli e da Bernie Sanders e, secondo i sondaggi, è il candidato che ha allargato più di tutti il suo bacino elettorale, passando in qualche mese dal 10 per cento al 20 per cento delle intenzioni di voto.

Anche i suoi meeting elettorali sono molto diversi da quelli del 2012, in cui arringava dal palco una folla rumorosa che sventolava bandiere del Front de Gauche e pugni chiusi. Questa volta la sala principale del Grand Palais di Lille, 20mila persone sono state fatte sedere ordinatamente intorno a un palchetto centrale da cui il candidato parlerà per almeno due ore. Altre cinquemila, secondo gli organizzatori, sono rimaste fuori, davanti a un grande schermo.

Tra di loro ci sono quelli curiosi di ascoltare dal vivo il tribuno Mélenchon, quelli convinti da sempre ma anche molti ancora indecisi sulla scheda da inserire nell’urna il 23 aprile.

Per esempio José, 55 anni, operaio: “Direi che siamo tanti quanti cinque anni fa, se non di più. Nella regione molti sono già convinti e vengono a portare il loro sostegno. Del resto, penso sia il migliore tribuno della campagna. Fa le domande giuste e ha una personalità che risalta sulle altre: lo si sente, lo si vede. Anche i suoi avversari lo riconoscono. Il problema è riuscire a convincere abbastanza elettori al primo turno per arrivare al secondo. E tutto è possibile”.

Michel, 37 anni, e la sua ragazza, Marine, 27: “Diciamo che abbiamo scoperto Jean Luc-Mélenchon circa un mese fa. Prima eravamo più indecisi se non astensionisti, poi abbiamo ascoltato attentamente quello che diceva e ci siamo convinti. È per quello che oggi siamo qui.” “Io sono venuta ad ascoltare e vedere il personaggio. Anche per curiosità perché è il mio primo meeting. Se stasera mi convince, voterò per lui. Nel 2012 avevo più che altro votato contro Sarkozy, non per qualcuno. Per questo all’inizio non volevo votare stavolta, perché vorrei votare per qualcuno, non contro”.

Dalla pedana, Mélenchon parla a braccio di 35 ore, abbandono del nucleare, tasse e scuola, unendo esempi concreti a dati e cifre del suo programma. Si sbraccia e rivendica la vicinanza a Chavez e a Tsipras, impegnandosi a porre fine all’austerità e a rinegoziare i trattati europei in favore di un’armonizzazione sociale del continente ma anche a non firmare i trattati di libero scambio internazionale. Ridicolizza i giornali che lo dipingono come il pericolo rosso e se la prende soprattutto con Fillon e con Macron, che raccoglie il grosso degli urli di spregio della sala. Punzecchia un po’ anche Marine Le Pen, ma risparmia il candidato socialista Hamon, non si sa bene se per rispetto o perché non pensa ne valga la pena. Sta ancora parlando quando i primi sostenitori si dirigono discretamente verso l’uscita. Alcuni si attardano al banchetto/libreria per comprare il programma del candidato

Carole, 54 anni, professoressa: “Tre euro per informarsi non è male! Non so ancora per chi votare e stasera è stato interessante perché ho sempre pensato a lui come un estremista ma mi sono resa conto che ci sono dei veri valori umani nel suo programma che gli altri non hanno. In teoria mi ispirava più Hamon ma alla fine no. Macron non troppo e gli altri non parliamone. La sua visione mi interessa perché rimette l’uomo al centro del progetto, è umanista”.

Luca, 18 anni, studente: “ Sono appena diventato maggiorenne e sarà il mio primo voto. Mi piace Mélenchon, mi piacciono le sue idee, soprattutto quella di sesta Repubblica. Lo voto ma non penso riuscirà davvero a realizzare il suo progetto”.

Ci sono molti giovani tra il pubblico ma anche molti nuovi elettori, al punto che i meeting della France insoumise non si chiudono più, come un tempo, sulle note dell’Internazionale ma su quelle di una più classica Marsigliese. Negli ultimi mesi Mélenchon ha saputo attirare una parte dell’elettorato di sinistra che, deluso dalla politica di Hollande, si era ripromesso di non andare a votare durante le manifestazioni contro la legge sul lavoro, l’anno scorso.

Come Thérèse e Marc, pensionati: “Sinceramente, avevamo deciso di non votare quest’anno”, ammette lei. “Perché siamo stati profondamente delusi dalla sinistra”, spiega lui: “Siamo delusi, e non siamo mai stati di destra, da Fillon. Anche se c’è chi si è battuto per il diritto di voto, non ci si può far prendere in giro così. Il voto bianco non è riconosciuto, le proposte non innovano… Rimane solo il non voto. Abbiamo cambiato idea perché lo abbiamo ascoltato meglio”. “Ci piace soprattutto l’idea di sesta Repubblica”, sottolinea Thérèse. E Marc aggiunge: “Ma anche le sue idee. Siamo stufi di vedere sempre i soliti arricchirsi e i poveri rimanerlo. Bisogna ripartire la ricchezza.” Le cose si complicano quando si parla di Mélenchon ed Europa: “Lo dice anche lui, si tratta di dissuasione. Non uscirà dall’Europa. Abbiamo tutti lo stesso problema perché abbiamo creato un’Europa monetaria ma non sociale. Il problema viene da lì”.

Jean, 24 anni, studente, ha le idee chiare sull’argomento: “Sono d’accordo, bisogna rinegoziare i trattati che sono al servizio del capitalismo. Ci riuscirà? Forse, io lo spero! Cinque anni fa ho votato per lui e lo rifarò. Quest’anno ci credo di più”.

Fino a poco fa sembrava impensabile ma gli ultimi sondaggi danno quattro candidati – Fillon, Le Pen, Macron e Melenchon – a pochissimi punti di distanza. L’ex ministro dell’Economia è in testa con il 23 per cento delle intenzioni di voto, seguito da Marine Le Pen al 22 per cento, mentre gli altri due otterrebbero il 20 per cento dei voti. Considerato che i margini d’errore vanno da 2 a 5 punti, la partita è più che aperta. La France insoumise al secondo turno? Da queste parti ci credono davvero: “Si, chiaro! E perché non presidente? Lo speriamo!”, ci confidano alcune ragazze ventenni.

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    Luisa Nannipieri
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A Belleville, tra i sostenitori di Mélenchon

Martedì sera, gli undici candidati alle elezioni presidenziali francesi si sono ritrovati insieme per la prima volta per un inedito dibattito televisivo a meno di venti giorni dal primo turno. Alla Bellevilloise, un locale nel 20° arrondissement di Parigi, trasmettevano l’incontro sul grande schermo, a mo’ di partita degli europei. Nella sala stracolma si poteva incontrare qualche sostenitore di Macron, parecchi indecisi, un gruppo di anarchici che rivendica il non voto come atto politico ma soprattutto una bella varietà di anime della sinistra francese.

I candidati minori come Philippe Poutou del Nuovo partito anticapitalista, Nathalie Arthaud di Lotta operaia o Jacques Cheminade di Solidarietà e progresso – che lotta contro il “fascismo della finanza” – hanno ricevuto scrosci di applausi a ripetizione. Tra i presenti in questo café, molti sanno già per chi votare il 23 aprile e un nome viene fuori più degli altri: “Jean-Luc Mélenchon”, il candidato della coalizione di sinistra “La France insoumise”, la Francia non sottomessa.

Secondo Eloise, 35 anni, “è un voto strategico. Penso sia l’unico in grado di unire la sinistra. Il candidato più vicino alle mie idee sarebbe Philippe Poutou, che è l’unico a proporre la nazionalizzazione delle banche, ma non ha nessuna speranza né volontà di prendere il potere. Penso che tra il 40 per cento di indecisi, o che potrebbero astenersi, molti ne abbiano davvero piene le scatole del modo in cui si fa politica in Francia. Il fatto che Mélenchon proponga una sesta Repubblica, che restituirebbe un po’ più di potere al popolo, possa convincerne alcuni. D’altra parte, la bolla Macron, nonostante tutto il sostegno mediatico, rischia di sgonfiarsi. Almeno lo spero!”.

Cristina, 52 anni, di origine spagnola, sottolinea altre qualità del programma di Mélenchon: “ È aperto verso l’Europa, non è antieuropeista come altri estremi ed è l’unico candidato che secondo me rappresenta dei valori ecologisti. Mélenchon sarà più capace di rinegoziare i trattati europei in favore del popolo e del progresso sociale di quanto possano fare Fillon, Macron o Hamon, perché abbiamo già visto la sinistra al potere. Io ho votato Hollande nel 2012, ho votato Ségolène Royal nel 2007… ma oggi… Hollande mi ha deluso e penso che il candidato che più mi rappresenti e mi difenda sia Mélenchon”.

Esilda, 26 anni: “Ho già scelto chi votare. Ma il primo dibattito mi ha convinta ancora di più. Molti miei amici volevano votare Macron ma guardando l’incontro si sono resi conto che non erano così d’accordo con lui. All’estero i media hanno detto che Macron ha dominato il primo dibattito ma non sono d’accordo. Per me sono stati Marine Le Pen e Mélenchon a dominare. Penso sia vero perché sono entrambi molto affascinanti. All’inizio ero indecisa tra Hamon e Mélenchon. Di Mélenchon, non è che mi convinca tutto perché è comunque molto vicino a Putin, ma mi piace la sua idea di fare una nuova Costituzione. E poi mi piace l’idea di eleggere un personaggio carismatico che sia onesto, fedele ai suoi principi fino in fondo”.

Nonostante tutto, in pochi credono davvero che il loro campione possa arrivare al secondo turno. E anche se sperano che i sondaggi si sbaglino, si preparano al duello Macron-Le Pen e pensano all’astensione.

Cristina: “Al ballottaggio secondo me sarà Marine Le Pen-Macron. Ma se Mélenchon avrà molti voti, se arriverà terzo, poi ci sono le legislative e lì avremo un vero dibattito e avremo la possibilità di ottenere dei buoni risultati alle Camere”.

Eloise: “Macron merita uno schiaffo quanto Marine Le Pen in caso di secondo turno l’uno contro l’altro. Del resto, credo che l’unica possibilità di vincere per Mélenchon sia contro Marine Le Pen. Perché l’astensione colpirebbe la destra. Parliamo di elettori dai 65 anni in su, molti pensionati per cui la scelta sarebbe tra Hitler contro Stalin e si asterrebbero, mentre gli elettori di sinistra andrebbero a votare contro il Front National”.

Esilda: “Al secondo turno voterò scheda bianca, perché per me è un punto d’onore andare a votare, oppure potrei conservare una scheda “Mélenchon” e infilarla nell’urna anche se è stato eliminato. Scherzo. In ogni caso vedremo!”.

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    Luisa Nannipieri
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Nella banlieue tra i sostenitori di Macron

A una ventina di giorni dal voto, tra un incontro con il principale sindacato agricolo francese e un grande meeting a Marsiglia, il candidato favorito all’elezione presidenziale ha trovato il tempo di organizzare una riunione informale con i “talenti” delle banlieues. Quelli che, cresciuti in un contesto “svantaggiato”, sono riusciti a creare un’impresa di successo o un’associazione attiva nei quartieri popolari. Insomma, quelli che Emmanuel Macron ritiene siano un esempio positivo nelle disastrate periferie francesi.

Sono stati una cinquantina, di ogni età, sesso e origine, a ritrovarsi in un ex spazio industriale a pochi passi dallo Stade de France, a Saint-Denis, periferia nord di Parigi. Seduti in cerchio insieme al candidato, gli invitati si sono alzati e hanno preso la parola l’uno dopo l’altro per raccontare le proprie esperienze, progetti o per chiedere a Macron come avrebbe affrontato certe problematiche in caso di vittoria.

Era l’occasione ideale per parlare con qualche militante del movimento En Marche! Del loro impegno politico. Per esempio con Jordan Kupelian, che ha 26 anni e anima il comitato macronista di Noisy-le-Sec, periferia popolare a nord est della capitale:

All’inizio eravamo in tre, ora siamo circa una ventina. Ci sono tutte le età, ci sono molti giovani* ed è un bene perché è quello che ci differenzia dagli altri partiti. Nei mercati siamo i soli giovani a volantinare. Cosa ha convinto la gente? Senza dubbio il fatto che nel nostro comitato ci siano molte persone che non hanno mai fatto politica e forse ci si identifica più con loro. Perché purtroppo in tanti diffidano molto dei politici. Nelle cités c’è molta diversità, diverse categorie di popolazione, e molti si ritrovano nel programma di Emmanuel Macron, soprattutto perché vuole che tutti abbiano una possibilità ed è una cosa che chiama in causa gli abitanti delle cités.
Cosa mi attira di Macron e del suo progetto? In particolare la sua idea di politica, moderna e contemporanea, che cambia rispetto al solit
a contrapposizione sinistra/destra. Per me incarna la modernità e delle cose nuove. Predica per la giustizia e soprattutto perché non si facciano più favoritismi a un gruppo o una categoria di persone come fa la sinistra o la destra.”

Frédérique, 53 anni è anche lei una militante parigina della prima ora:

Sono come lui, vengo dalla sinistra. Ha queste due gambe e una è la giustizia sociale, che è veramente importante, e l’altra il pragmatismo economico. A partire da qui, io lo seguo. Parliamo potenzialmente del prossimo presidente della Repubblica, vedete bene che ha permesso la nascita di un movimento perché rappresenta una vera alternanza. Mettere fine alle differenze tra destra e sinistra è una vecchia idea ma che oggi è matura. Quando François Bayrou [MoDem –Centre] lo ha proposto nel 2007, be’, non è andato fino in fondo. Non era la stessa personalità, era un’altra epoca, ecco. Macron è perfettamente in linea con i tempi. Penso che sia questa la cosa bella, vedere come quest’idea sia un’onda che si inserisce nello spirito del tempo”.

Oltre ai tanti militanti, c’era anche qualche curioso, come Sabah Launay, 44 anni, che ha fondato un’associazione dedicata ad aiutare i bambini affetti da patologie neurologiche:

Sono apolitica. Per ora sono una semplice invitata. Osservo, ascolto… L’invito mi ha fatto piacere perché tra tutti i candidati il programma di Macron si impegna sul tema dell’handicap, di cui mi occupo. Quindi era una buona occasione per venire e fare qualche domanda sugli aspetti tecnici.”

Se alla fine della serata ha preferito non esprimersi, sua sorella Amina Launay, 47 anni, non aveva dubbi:

Fantastico. Io sono convinta. Onestamente… ma è un meteorite, è incredibile, ha capito tutto!
Sono, come molti francesi, molto delusa dai politici, non mi aspetto più nulla da loro da tanti anni. E lui.. è qualcuno di diverso. In ci
ò che dice, nel suo modo di essere, con le sue proposte… E mi dico: ma è una boccata d’ossigeno! Se farà davvero ciò che dice di voler fare, la Francia diventerà un paese formidabile! Ritroveremo la nostra Grande Francia. Ha capito i problemi e ha colto le soluzioni quindi ora spero che le soluzioni che raccomanda le metterà in pratica, in primo luogo. E in secondo luogo, quello che mi preoccupa sono tutti i nuovi sostenitori, tutti questi baroni della politica, questi squali, questi serpenti a sonagli che lo raggiungono adesso, che gli si attaccano per avere delle poltrone, spero che non avranno nulla. Perché non è accettabile. Tra l’elezione presidenziale e le legislative c’è un po’ di tempo. Quindi voterò per lui ma se poi dovesse dare delle poltrone a questi, da Bayrou a Valls o chissà chi altro, non voterò per En marche!”.

Amina non è l’unica a temere gli ultimi fan di Macron. Fuori e dentro la sala i militanti non avevano certo parole tenere per Manuel Valls, che ha annunciato di appoggiare il candidato tradendo il patto delle primarie socialiste. “Onestamente”, mi hanno detto, “ce ne freghiamo di Valls, speriamo solo che adesso non si dichiari anche Hollande!” Quello si’ che potrebbe essere un bel regalo avvelenato per Emmanuel Macron.

* Secondo un sondaggio Harris Interactive pubblicato mercoledì 8 marzo, Emmanuel Macron e Marine Le Pen sono i politici preferiti dei francesi tra i 18 e i 34 anni. Entrambi ottengono il 24% delle intenzioni di voto in questa fascia d’étà.

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    Luisa Nannipieri
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Mio fratello, ucciso dai gendarmi

Adama Traoré è morto il 19 luglio scorso, il giorno del sui 24esimo compleanno, dopo un controllo dei gendarmi alla periferia di Parigi. Una morte dovuta, secondo il pm, prima a un’infezione, poi ad una patologia cardiaca. Quando la famiglia ha chiesto e ottenuto una seconda autopsia per far luce sull’accaduto, in pochi credevano che la verità sarebbe venuta a galla. Non avevano fatto i conti con la determinazione di Assa Traoré, la sorella di Adama. Quella che, in questa famiglia di 17 fratelli di origine maliana, si è sempre presa cura dei più piccoli e oggi, a 32 anni, ha messo tra parentesi la sua vita – il lavoro e i tre figli – per dedicarsi anima e corpo alla lotta per ottenere giustizia.

Assa Traoré
Assa Traoré

Tra un’intervista, un meeting del comitato cittadino e un incontro con l’avvocato, Assa ha trovato il tempo di raccontare ancora una volta la sua versione dei fatti, basata anche sulle comunicazioni dei medici intervenuti quella sera:

“Se Adama è andato via di corsa non lo ha fatto perché aveva rubato, ferito, ucciso o fatto del male a qualcuno. Lo ha fatto perché oggi, in Francia, in questi quartieri popolari, i giovani vivono delle pressioni e una repressione violenta. Vengono picchiati dai poliziotti e dai gendarmi sin dentro la caserma o il commissariato. È successo in due tempi: hanno acchiappato Adama, lo hanno picchiato, violentato, riempito di colpi… Una persona che conosce Adama passa da lì e si mette in mezzo. Lo fa perché quelle persone non sono in divisa, non sono riconoscibili. Adama scappa e va nell’appartamento di un amico. Si mette a pancia a terra e i gendarmi arrivano, si gettano in tre su di lui, che si ritrova addosso circa 250 chili. Sono dei militari pesantemente armati che lo placcano al suolo. Adama dice ‘non riesco a respirare’, ‘mi fa male’, ma loro continuano. Adama non era armato, non c’era bisogno di usare questa violenza. Lo rimettono in piedi e lo portano in macchina. Adama dice ‘non riesco a respirare’. La testa di Adama sanguina, si fa la pipì addosso. Se un giorno avrete l’occasione di passare da Beaumont, vedrete che il luogo del fermo è a soli 300 metri dall’ospedale. Stiamo parlando di militari, che dovrebbero prestarci i primi soccorsi, aiutarci, salvarci. Solo che quel giorno hanno deciso di aiutarlo a morire”.

Oltre ad accusare i gendarmi di aver mentito e voler insabbiare il caso, Assa denuncia il discorso ufficiale:

“Subito dopo la sua morte ci hanno criminalizzati. Hanno fatto passare mio fratello per un delinquente. Non sarà più una vittima ma un criminale, mentre i carabinieri diventano i poveretti. Già dalla prima sera diranno che Adama è un tossicomane, un drogato. Il rapporto tossicologico mostra che Adama non aveva nessuna traccia di sostanze o alcol”.

Suo fratello Bagui è stato recentemente condannato a otto mesi di prigione per violenza a pubblico ufficiale in seguito agli scontri scoppiati davanti al municipio di Beaumont-sur-Oise lo scorso novembre. Il pm ha sottolineato che era già stato condannato 12 volte per furto ed estorsione, ma Assa racconta che al loro arrivo all’assemblea municipale e pubblica sono stati accolti da poliziotti in tenuta antisommossa che hanno gasato la folla, compresi donne e bambini. Oggi Bagui è accusato di tentato omicidio durante le violenze scoppiate subito dopo la morte di Adama Traoré, e ha iniziato uno sciopero della fame. Altri due fratelli sono stati fermati il 13 marzo e accusati di aver picchiato, l’anno scorso, un ex compagno di cella di Adama. La sorella Assa non ha dubbi, si tratta di accanimento:

“Bagui è il testimone principale della morte di Adama. Bagui è l’ultima persona che ha visto Adama. Bagui e Sarah. Sarah è la ragazza di Bagui, e c’era anche lei. Quindi sono testimoni che vanno criminalizzati, screditati, fatti passare per delinquenti, per racaille (feccia). Perché sono le ultime persone che hanno visto Adama a terra sul pavimento della caserma. Ma sapete che c’è? Più fanno così, più ci rendono forti. Perché quello che vogliono è destabilizzarci per farci smettere. Ma mai. Mai. Se oggi siamo qui è perché combattiamo nel nome della morte di mio fratello ed è quello che dà fastidio”.

Dopo otto mesi, l’attenzione sul caso di Adama Traoré rimane alta. Perché? Assa Traoré è una donna carismatica e particolarmente amata dai media, certo, ma non è tutto:

“La forza di Adama, della lotta per Adama, è che si tratta di una lotta locale. Tutti si sono mobilitati per lui. La sua morte ha toccato tantissime persone. Beaumont è una piccola città di novemila abitanti, ma… siamo forti. E sono fiera di questa lotta locale, di tutti questi amici e questi Beaumontois. È ciò che ci rende forti, perché senza il territorio non c’è forza”.

Assa parla con amarezza alla Francia contemporanea, ma non perde la speranza per il futuro e il comitato “Verità per Adama” continuerà a organizzare manifestazioni e a rispondere agli inviti per parlare del caso in tutto il Paese e all’estero:

“Quando succede una cosa del genere, subito cercano di chiuderci nei nostri quartieri popolari, nel loro razzismo. Sappiamo bene che in quello che ha subito Adama c’è del razzismo. Voglio dire che ce n’è stato prima di Adama, ce ne è stato durante Adama, e ce n’è stato dopo Adama. Ma oggi Adama rappresenta il male della Francia. La Francia non è un Paese di libertà, uguaglianza, fratellanza. Questo è rigorosamente falso. Oggi in Francia dividono il popolo. Ci sono i quartieri popolari e gli altri quartieri. Una parte della popolazione è sollevata, una parte è oppressa, e finché una parte della popolazione è contenta non è un problema. Ma noi abbiamo deciso diversamente. Abbiamo deciso che la lotta per Adama sarà una lotta che ci riunirà e per cui combatteremo insieme. Questa brutta Francia dobbiamo farla piegare insieme. Questi gendarmi marci li faremo piegare insieme. Ci vuole una rivoluzione! Le persone si sono battute prima di voi e di me. Le cose non cambiano così, ci vuole una rivoluzione e di questa rivoluzione devono occuparsene tutti”.

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    Luisa Nannipieri
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Fillon indagato per appropriazione indebita

Convocato davanti ai giudici con 24 ore di anticipo, François Fillon è stato ufficialmente indagato per appropriazione indebita di fondi pubblici e malversazione, oltre che per mancate dichiarazioni all’autorità sulla trasparenza.

Il candidato del centrodestra alle elezioni presidenziali francesi si è rifiutato di rispondere alle domande dei giudici e ha preferito, come da suo diritto, leggere una dichiarazione che è stata resa pubblica dal giornale Le Figaro. In questo testo, Fillon ribadisce che il lavoro svolto da sua moglie Pénélope in quanto assistente parlamentare è “innegabile” e che non sta all’autorità giudiziaria valutare la qualità o il tenore di tale lavoro perché in questo caso non verrebbe rispettata la divisione dei poteri. Insomma, chiede ai giudici di “rispettare la legge” e dà per scontato che il fatto per cui è chiamato in causa non sussista.

La formalizzazione delle accuse in piena campagna elettorale era ormai considerata da tutte le forze in campo solamente una questione di tempo. Lo stesso Fillon, che il giorno dopo le rivelazioni del giornale satirico Canard Enchainé a fine gennaio aveva promesso di rinunciare alla corsa all’Eliseo nel caso fosse stato iscritto sul registro degli indagati, ha ribadito nelle ultime settimane che lui era e rimaneva l’unico possibile candidato della destra repubblicana e ha ottenuto, bene o male, l’appoggio dei suoi alleati.
Quello che cambia, adesso, è da un lato che i suoi avvocati avranno accesso alle carte e potranno formalmente chiedere la sospensione delle indagini o il ritiro delle accuse. Ma dall’altro la sua immagine pubblica è macchiata indelebilmente perché, anche se rimane presunto innocente per la legge, gli avversari politici non esitano a girare il coltello nella piaga: “Chi può immaginare il generale De Gaulle, ispirazione di Fillon, indagato per appropriazione indebita?”.
Come se non bastasse, stamattina il giornale Le Parisien ha rivelato che la figlia di Fillon gli avrebbe versato il 70 per cento del suo stipendio da assistente parlamentare, circa 33mila euro. E Pénélope è convocata davanti ai giudici il 28 marzo. Insomma, il feuilletton della destra francese non sembra destinato a finire presto.