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Francia, il governo riscrive l’articolo 24 della legge sulla sicurezza globale

governo francia

Davanti alle proteste e al rischio sempre più concreto di creare una frattura insanabile nei ranghi della maggioranza, il governo francese ha deciso che l’articolo 24 della controversa legge sulla sicurezza globale, quello che prevede di punire chi dovesse diffondere delle immagini lesive della salute psicofisica di un agente, dovrà essere completamente riscritto dai deputati. Non stralciato, come chiedono le opposizioni, ma nemmeno rielaborato da una commissione indipendente, come aveva proposto il primo ministro scatenando la rabbia del presidente dell’assemblea nazionale che, pur appartenendo anche lui alla maggioranza presidenziale, ricordava che il potere legislativo spetta al parlamento.

Un dibattito interno che è scoppiato proprio mentre mezzo milione di persone scendeva in strada per manifestare contro la proposta di legge, sabato erano più di cento mila nella sola Parigi, e l’opinione pubblica era ancora sotto shock per le immagini del pestaggio di un produttore musicale nero da parte di tre poliziotti. La situazione era così tesa che il presidente è corso ai ripari, organizzando una serie di vertici all’Eliseo tra domenica e lunedì che ha portato a questa mezza marcia indietro: un tentativo di salvare la faccia senza discreditare ufficialmente il lavoro del ministro dell’Interno, Gerald Darmanin, autore dell’articolo più controverso.

Anche se la vicenda di Michel Zecler non è l’unica che ha per protagonisti dei poliziotti violenti ad essere arrivata alla ribalta delle cronache nelle ultime settimane, è quella che è riuscita a scuotere profondamente i piani alti. I suoi aggressori sono stati sospesi, poi trattenuti in custodia cautelare e incriminati nel giro di poche ore. Due di loro rimarranno in detenzione provvisoria per evitare che facciano pressione sui testimoni o inquinino le prove, una misura rarissima in casi che coinvolgono degli agenti, con il capo della polizia che ha ammesso di essere scandalizzato e ha parlato di comportamenti da delinquenti.

La diffusione del video ha costretto persino il presidente Macron, che fin qui sosteneva le posizioni securitarie del suo ministro dell’Interno, a scrivere che “sono immagini inaccettabili” che “fanno vergognare” la Francia. Il timore di Macron, oltre a quello che si apra una crisi politica, è che le manifestazioni contro la legge sulla sicurezza globale diventino degli appuntamenti fissi, come era successo con i gilets gialli, riuscendo a federare ampi settori della società civile a un anno e mezzo dalle elezioni presidenziali.

L’annuncio della riscrittura dell’articolo 24, però, potrebbe non bastare a calmare le acque. Intanto perché non è chiaro come i deputati della maggioranza pensano di procedere, visto che l’articolo è stato approvato in prima lettura dalla camera ed è già stato trasmesso al senato. Ma soprattutto perché non è l’unico aspetto discutibile del progetto di legge, che prevede ad esempio l’uso di droni senza autorizzazioni precise o che permette agli agenti fuori servizio di tenere la loro arma, e perché le voci che chiedono delle misure concrete contro la violenza delle forze dell’ordine sono tornate a farsi sentire con una nuova intensità.

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    Luisa Nannipieri
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La Francia reagisce alle violenze di polizia

Macron Violenze Francia Polizia

Il pestaggio di un produttore musicale indifeso da parte di tre poliziotti, che hanno poi falsificato il verbale per giustificare le violenze, ha profondamente sconvolto l’opinione pubblica francese. Persino Emmanuel Macron ha fatto sapere di essere rimasto particolarmente scioccato dalle immagini della telecamera di videosorveglianza che hanno ripreso l’intervento della polizia, sabato scorso a Parigi.

Anche se non ha parlato pubblicamente, il presidente della Repubblica ha formalmente chiesto al ministro dell’Interno, Gerald Darmanin, di emanare delle sanzioni contro gli autori delle violenze e il ministro ha promesso in diretta tv che chiederà la revoca degli agenti, se le indagini confermeranno i fatti. Per un funzionario, la revoca implica che non possa più ricoprire alcun ruolo nella pubblica
amministrazione.

Da quando è stato diffuso il video del pestaggio, le reazioni si sono moltiplicate. Non solo quelle dei politici, sia della maggioranza che delle opposizioni, ma anche quelle dei colleghi dei quattro agenti indagati – i tre che hanno fermato il produttore e quello che ha lanciato un fumogeno nello studio musicale in cui si era rifugiato.

Per una volta le istituzioni non difendono automaticamente i poliziotti e diversi responsabili delle forze dell’ordine hanno abbandonato le giustificazioni retoriche per dare voce a un certo smarrimento. “è inammissibile, sono degli squilibrati”, si mormora nei corridoi. “Queste immagini avranno delle ripercussioni su tutti noi”, criticano i gendarmi. Per capire quanto questa vicenda stia facendo presa nell’opinione pubblica basta guardare i conti social dei più famosi sportivi francesi.

Le star del calcio e del basket si esprimono molto raramente sui fatti di cronaca o di società. Ma da ieri personaggi come Antoine Griezmann, Kylian Mbappé o Rudy Gobert rilanciano sui loro account il video del pestaggio e invitano i loro follower a interrogarsi sulla questione delle violenze della polizia.

L’impatto mediatico della vicenda ha anche dato un colpo d’acceleratore alle indagini. I quattro indagati sono trattenuti in custodia cautelare e oggi sono stati convocati dall’IGPN, gli affari interni della polizia, per essere interrogati in presenza dei loro avvocati. I quattro sono accusati, tra l’altro, di violenze a sfondo razzista.

Una procedura di questo tipo non è solo molto rara, ma di solito ci vogliono settimane prima che gli autori dei fatti vengano ascoltati. Segno che questo è forse davvero lo scandalo di troppo, in un periodo già segnato da altri casi simili e proprio mentre il parlamento esamina una legge, quella sulla sicurezza globale, che prevede non solo una serie di misure securitarie, ma soprattutto un articolo che porterebbe a un controllo rigidissimo della diffusione delle immagini degli agenti in azione.

Se quel testo fosse già in vigore, ricorda Le Monde, la vittima sarebbe stata perseguita per resistenza all’arresto e gli agenti avrebbero continuato a lavorare indisturbati. Dopo tutto, prosegue il quotidiano, il comportamento dei poliziotti dipende in gran parte dagli ordini che ricevono e dall’impunità che gli viene o meno garantita.

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    Luisa Nannipieri
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Francia, verso un controllo del Parlamento sulle esportazioni delle armi

Armi Francia

Negli ultimi cinque anni la Francia è riuscita a diventare il terzo Paese al mondo per volume di armi vendute all’estero, dopo gli Stati Uniti e la Russia. Un ghiotto mercato che dipende però in gran parte da Paesi come l’Arabia Saudita, il Qatar, l’Egitto e gli Emirati Arabi Uniti. E una tecnologia che, secondo le prove raccolte da diverse organizzazioni non governative, viene sempre più spesso usata per ledere i diritti umani delle popolazioni o addirittura in zone di guerra, come in Yemen o in Libia, dove in teoria vige un embargo internazionale sugli armamenti.

Delle accuse a cui il governo francese ha sempre risposto ricordando che le esportazioni di armi dalla Francia vengono ogni volta autorizzate esplicitamente da un comitato interministeriale, sulla base di procedure rigorosissime. Che però rimangono classificate come materiale riservato, nel nome della sicurezza nazionale.

L’opacità del sistema e 35 proposte per renderlo più trasparente sono al centro di un rapporto parlamentare presentato questa settimana in parlamento da un deputato La Republique en Marche, maggioranza, e Les Républicains, opposizione di centrodestra. I due relatori hanno lavorato per quasi due anni, da quando è esploso lo scandalo delle armi francesi usate nella guerra in Yemen, a quella che loro stessi definiscono non certo una rivoluzione, ma una proposta che permetterebbe al parlamento di esercitare un maggiore controllo sulle scelte dell’esecutivo in materia di vendita degli armamenti.

Nel rapporto si immagina ad esempio la nascita di una delegazione parlamentare ristretta, che potrebbe consultare le licenze di esportazione (cosa al momento vietata), interrogare dei membri del governo e avere accesso a una serie di altre informazioni sensibili. Ma anche analizzare e commentare il rapporto annuale sulla vendita di armi, generalmente pubblicato in estate e poco dibattuto in aula, e organizzare una giornata di studio del rapporto che riunisca parlamentari, rappresentanti delle istituzioni, ONG, ricercatori e industriali.

Se è difficile che tutte le 35 proposte vengano recepite dal governo, per le associazioni il rapporto va nella direzione giusta. Come sottolinea uno dei due relatori: un controllo intelligente proteggerebbe la Francia da dei pericoli politici e giuridici sempre più seri.

Le ONG non si limitano più a manifestare e a militare contro la vendita di armi, ma conducono vere e proprie inchieste e raccolgono prove da far valere in tribunale. Da quando Parigi ha firmato, sei anni fa, il trattato sul commercio delle armi, lo Stato e gli industriali possono essere ritenuti responsabili quando le armi prodotte e vendute dalla Francia vengono usate per commettere delle violazioni dei diritti umani.

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    Luisa Nannipieri
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La Francia torna in lockdown fino al 1° dicembre

macron francia lockdown

Da oggi tutta la Francia è di nuovo confinata in casa, e ci rimarrà almeno fino al 1° dicembre. L’obiettivo del governo è di far scendere il numero dei contagi giornalieri a 5.000, contro gli oltre 30mila degli ultimi giorni, e salvare gli ospedali dal collasso annunciato. Per farlo, il presidente Macron ha dovuto ammettere che i tentativi fatti finora, dal coprifuoco alle misure restrittive applicate localmente, hanno fallito. E ha annunciato quello che ha cercato in tutti i modi di evitare: un secondo lockdown su tutto il territorio della Francia.

Una decisione che se da un lato era prevedibile, lascia molti con l’amaro in bocca. Nelle zone poco colpite dall’epidemia e nella Francia rurale, ad esempio, la scelta di chiudere indiscriminatamente viene vista come una doppia pena ma si cerca di farsi forza: o tutti, o nessuno, se no non ne usciremo, si bisbiglia con un’alzata di spalle. La rassegnazione e una certa stanchezza prevalgono anche a Parigi, dove le sirene delle ambulanze risuonano senza sosta ormai da giorni.

Ieri sera i bar hanno svuotato i fusti grazie ai numerosi clienti che non hanno voluto privarsi dell’ultimo bicchiere in compagnia. Niente a che vedere con l’aria quasi gioiosa e scanzonata che si respirava nei dehors a marzo, prima della prima chiusura. Più che altro un momento per condividere amarezza e preoccupazioni, con l’occhio alle lancette perché comunque alle 21 scatta il coprifuoco.

I ristoranti e i piccoli commerci cercano di organizzarsi per le consegne a domicilio o il click and collect: le norme in Francia per questo lockdown sono un filo meno rigide rispetto a primavera e il fatto che la gente possa continuare ad andare a lavorare, anche se il telelavoro è obbligatorio nella maggior parte dei casi, fa sperare di poter in qualche modo salvare una parte degli incassi. Ma la confusione è tanta e nelle ultime ore si sono levate molte voci per criticare delle regole troppo favorevoli alle piattaforme online come Amazon o agli ipermercati, in un periodo in cui di solito si fanno già gli acquisti di Natale. I media nazionali oggi dedicano buona parte dei loro siti alle domande dei cittadini: per che motivi mi posso spostare? Mia figlia ha 8 anni, adesso anche lei deve mettere la mascherina, ma anche durante la ricreazione?

Gli studenti, infatti, riprendono la scuola la settimana prossima dopo due settimane di vacanza, con un protocollo sanitario rinforzato. Solo gli universitari saranno obbligati alla didattica a distanza. Il governo ha vietato gli spostamenti da una regione all’altra ma ha promesso una certa flessibilità fino a lunedì, per permettere i ritorni dalle vacanze e la celebrazione della festa dei morti.

La riapertura delle classi contribuirà a rendere questo lockdown meno angosciante del primo? Di sicuro oggi le strade sono abbastanza vuote ma non deserte: è possibile uscire muniti di autorizzazione per lavorare, andare a fare la spesa al mercato o al super, ritirare un acquisto, vedere un medico, accompagnare i figli a scuola o per l’ora d’aria in un raggio di un chilometro da casa. E c’è già chi teme un mese di lockdown possa non bastare.

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    Luisa Nannipieri
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Nuove tensioni tra Parigi e Ankara

Macron Violenze Francia Polizia

Che le relazioni tra Parigi ed Ankara si siano degradate negli ultimi mesi, non è una novità: la Francia e la Turchia sono su versanti diametralmente opposti in alcuni dei punti più caldi dello scacchiere geopolitico contemporaneo. Dalla Libia al mediterraneo orientale, dove Grecia e Turchia si contendono risorse e frontiere marittime, fino ai recentissimi scontri tra Armenia e Azerbaijan nel Nagorno-Karabakh.

Ma la tensione tra i due Paesi è aumentata ulteriormente questo fine settimana, con il presidente turco Erdogan che sabato ha accusato in tv il suo omologo francese di essere ossessionato da lui e di avere dei disturbi mentali. Nonostante le proteste della Francia, Erdogan ha ribadito domenica che Macron ha dei problemi con l’Islam e gli ha consigliato di farsi esaminare da un medico.

Secondo il portavoce del presidente turco, Parigi userebbe le caricature di Maometto per intimidire e offendere i musulmani, in un modo che ricorda quello con cui venivano diabolizzati gli ebrei nel 1920. Per tutta risposta, la Francia ha richiamato il suo ambasciatore. Una decisione rarissima negli ambienti diplomatici e densa di significato: l’ultima volta era successo nel 1901.

I francesi dicono anche di non aver ricevuto nessun gesto ufficiale di solidarietà e di condanna dell’attentato terrorista di Conflans. I turchi negano e assicurano di aver fatto le condoglianze alla famiglia del professore ucciso. Intanto Erdogan oggi ha rincarato la dose, chiedendo al suo popolo di boicottare i prodotti francesi: così come in Francia alcuni dicono di non comprare i prodotti turchi, ha affermato, senza però citare alcuna fonte.

L’appello al boicottaggio del made in France è stato diffuso in questi giorni via social in diversi paesi di fede musulmana e, per la Turchia, che punta a consolidare il suo ruolo di leader politico nel mondo sunnita, l’occasione era ghiotta. Anche perché nelle ultime settimane a Parigi si discute di una legge sul separatismo e la laicità che non piace per nulla ad Ankara: nel progetto di legge preannunciato da Macron, infatti, si prevede di rinforzare il controllo sul finanziamento delle moschee e di non accettare più imam e predicatori venuti dall’estero. Un duro colpo alla rete d’influenza della Turchia che, da sola, fornisce la metà dei 300 imam stranieri attivi in Francia.

Identificare Macron e la Francia come islamofobi e nemici dei turchi, fa anche comodo ad Erdogan sul piano interno. In questi giorni il presidente ha intrapreso un viaggio nell’est e nel centro del paese per aumentare la sua popolarità. Le elezioni presidenziali del 2023 sono ancora lontane ma ad oggi l’economia stagna e i sondaggi danno Erdogan perdente contro il suo principale rivale, il sindaco di Istanbul Ekrem Imamoglu.

Macron, che ha incassato in queste ore il sostegno di Angela Merkel, di Conte e del premier portoghese Costa, non ha ancora annunciato la prossima mossa ma, per il momento, tra i suoi consiglieri e nella classe politica francese, prevale la linea dura.

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    Luisa Nannipieri
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COVID-19 in Francia: al via il coprifuoco in altre 38 province

parigi - covid francia

Quasi 42mila nuovi casi di COVID e 163 morti registrati in Francia tra mercoledì e giovedì, altre 38 province in cui da stasera a mezzanotte entrerà in vigore il coprifuoco sanitario e i reparti delle terapie intensive tornati ai livelli di metà marzo. La seconda ondata di COVID in Francia non accenna a fermarsi nonostante le misure restrittive sempre più stringenti: in tutto, sono ormai 46 milioni i francesi che dovranno rimanere in casa tra le 9 e le 6 del mattino.

La situazione è particolarmente critica nella metà sud-est del Paese, con la fascia ovest e il centro ancora relativamente risparmiati dall’epidemia. La regione Alvernia-Rodano-Alpi, quella di Lione, per intendersi, è una delle più colpite: in rianimazione non ci sono più letti e alcuni pazienti sono stati trasferiti verso Bordeaux e Poitier. Quello che colpisce è che nelle ultime settimane l’epidemia si è diffusa non solo nelle metropoli, ma anche nelle zone rurali e nelle piccole città.

Secondo le ipotesi degli esperti, uno dei motivi per cui il COVID-19 è arrivato anche nelle province meno popolose della Francia è che si assiste a una stanchezza generale nei confronti delle misure sanitarie di base, come il fatto di mettere le mascherine anche in famiglia, lavarsi le mani o mantenere le distanze. Inoltre, la Francia ha da anni un problema molto serio: i deserti sanitari. In pratica in queste zone meno urbanizzate ci sono anche meno medici ed è più difficile accedere alle strutture ospedaliere o ai centri di depistaggio, cosa che può rallentare l’azione sulle catene di contagio.

In un contesto così preoccupante, la città che ha più fatto parlare di sé in questi giorni è però Saint-Etienne. Inserita tra le prime otto metropoli dov’è scattato il coprifuoco il 17 ottobre, questa vecchia città deindustrializzata costruita sui colli a sud-ovest di Lione, è in assoluto la più colpita dal COVID-19 di Francia. Qui i contagi settimanali superano gli 800 ogni 100 mila abitanti e il tasso di positività dei tamponi è del 20%. Praticamente il doppio di Parigi. La prefettura punta il dito sugli studenti, a inizio ottobre una festa con 150 ragazzi e senza nessun rispetto delle norme sanitarie aveva scioccato la città. Ma gli esperti ricordano, riprendendo una ricerca sulla prima ondata pubblicata il 9 ottobre dall’Istituto nazionale della Salute, che il virus circola di più nelle zone in cui la popolazione è precaria, dove le famiglie numerose vivono in case in cui è difficile isolare i malati. Una situazione diffusa a Saint-Etienne, dove un quarto degli abitanti vive sotto la soglia di povertà.

Il fatto che tra i primi ospedali a dover trasferire dei pazienti COVID ci siano anche quelli di Roubaix e Tourcoing, due città del nord della Francia a forte tasso di povertà, deindustrializzazione e densità di popolazione, non fa che confermare ancora una volta quanto il coronavirus sia una malattia socialmente iniqua.

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    Luisa Nannipieri
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Coprifuoco a Parigi: il reportage da una città quasi deserta

coprifuoco parigi

Sono le 21.40, ma sembra passata mezzanotte. Parigi non è deserta, ma poco ci manca. Da questo weekend il coprifuoco sanitario scatta alle 21 e, per ora, la gente lo rispetta. Anche nei quartieri popolari, in giro non c’è quasi nessuno. Tre amici che finiscono di fumare una sigaretta davanti a un portone, un ristoratore che abbassa la serranda. Nelle piazze e su qualche panchina ci sono dei migranti, i fumatori di crack e un paio di clochard. Tutti gli altri, quei pochi che sono in strada, sono in movimento: un paio di persone sbucano a passi frettolosi dal metro, le bici sfrecciano sulle ciclabili e nei viali soprattutto taxi, uber e motorini.

Davanti alle porte chiuse dei ristoranti e dei fast food, i riders aspettano le consegne. Tra i nottambuli del coprifuoco, a quest’ora loro sono la maggioranza. La polizia pattuglia ma non si ferma a chiedere a nessuno se hanno un’autorizzazione per stare ancora in giro: in questi primi giorni di assestamento la parola d’ordine è clemenza.

Lungo il canale Saint Martin, tra un camion di spazzini e l’altro, incrocio due ragazzi dal passo tranquillo: in giro dopo le 9? E il coprifuoco? “Eh“, mi dicono, “usciamo proprio ora dall’ospedale!”. I due hanno le facce stanche dietro le mascherine. Lavorano con i pazienti COVID. I numeri, spiegano, aumentano sensibilmente. “Non come a marzo, ma…è triste che si debba instaurare il coprifuoco, ma non penso che se ne possa fare a meno. E anche se è vero che i francesi non sono stati traumatizzati dal COVID quanto gli italiani del Nord, per lo meno prendono sul serio le raccomandazioni del governo e, quando gli viene imposto il coprifuoco, lo rispettano”.

In effetti, quella che ora è una città silenziosa, quasi magica e surreale, alle 8.20 era ancora brulicante di vita e di traffico. Tiriamo indietro le lancette ed eccoci alla Gare de l’Est, dove i treni possono partire anche dopo le 9 e i viaggiatori aspettano pazientemente di lasciare Parigi. Carla, ad esempio, ormai è in telelavoro al 100%, e preferisce tornare a Reims. Lei cosa ne pensa del coprifuoco? “Non sono sicura che sia la soluzione migliore, perché la gente si trova nonostante tutto. Anche io, ad esempio, prevedo di partecipare a una festa il weekend prossimo, ma in giornata”.

Ilam è appena uscita dall’unico ristorante della stazione ancora aperto. Ma si è dimenticata di mettere la mascherina e una guardia glielo deve ricordare. Per lei, madre di due figli piccoli, non è che il coprifuoco cambi molto le cose. È più difficile, appunto, ricordarsi la mascherina. “Ma è comunque meglio soffrire, tra virgolette, cinque o sei settimane sperando che le cose migliorino piuttosto che lasciare che la situazione si aggravi”.
A togliere molte preoccupazioni dalle spalle dei francesi, in questi mesi ci ha pensato lo Stato. Con aiuti economici mirati e tempestivi. Forse è anche per questo che nessuna delle persone con cui ho parlato stasera era arrabbiata o particolarmente nervosa.

All’angolo della stazione, i volontari che distribuiscono pasti caldi ai senzatetto, si scambiano le attestazioni da firmare per poter tornare a casa dopo l’inizio del coprifuoco. A Parigi, mi spiega uno di loro, vivono per strada almeno 3000 persone: “Ma la polizia lo sa. Li riconosce e non infierisce. Non lo ha fatto durante il lockdown e non lo farà ora”. Per chi ha una casa ma non può permettersi un pasto caldo, le associazioni rilasciano le giustificazioni che permettono di evitare problemi. Lo stato di necessità è un motivo valido per uscire di casa. Finita la distribuzione, la piazzetta si svuota. Mancano 10 minuti allo scattare del coprifuoco, ma i bar della zona sono già quasi tutti chiusi. Nell’unico ancora aperto le luci sono spente, i tavoli accatastati e il barista sta pulendo il bancone: “I colleghi sono già andati via, almeno da 45 minuti, per poter essere a casa per le 9”. Lui, per fortuna abita a due passi e se la prende più comoda. Gli chiedo come reagiscono i clienti ai nuovi orari: “Sono tristi. Devono tornare a casa presto e non si divertono abbastanza. Escono dal lavoro e vanno direttamente a casa”. Per quanto riguarda gli affari, si naviga a vista ma le cose vanno di male in peggio. Alla domanda su cosa ne pensi del coprifuoco, dice che spera che migliori le cose, ma ci crede poco. Sono tutti pigiati sui mezzi, mentre in un bar grande come il suo c’è spazio. Quindi, per lui, è sui mezzi che si rischia di più.

Altro quartiere, altro bar, ormai sono le 9. Mentre mette via i tavolini, il gestore mi spiega che i clienti vanno via alle 20. 55 e che loro si danno fino alle nove e mezza per chiudere tutto. Per gli affari è un bel problema perché di giorno non c’è nessuno. Alla fine la sera lavorano due ore e tornano a casa. Ma lui, dice, lo capisce. “Idealmente bisognerebbe chiudere tutto, continua, ma se il coprifuoco aiuta, perché no?” I clienti, loro, da quando c’è stato il lockdown sono molto più attenti alle distanze e alle regole. “Il coprifuoco li scoccia, perché bisogna mangiare presto, la sera non si può bere con gli amici quindi lo si deve fare a pranzo… Ma, per ora, lo fanno. Certo, sono i primi giorni. Bisogna vedere, se dura, se lo rispetteranno ancora”.

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    Luisa Nannipieri
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In Francia api a rischio per la reintroduzione di alcuni pesticidi

api francia pesticidi

Quattro anni fa la Francia varava una legge in favore della biodiversità tra le più avanzate d’Europa. Oggi, il governo vuole reintrodurre alcuni neonicotinoidi, che hanno un effetto mortale sulle api e gli insetti impollinatori, per via delle pressioni della filiera della barbabietola in Francia.

Il progetto di legge è stato presentato a inizio agosto e ha già superato l’esame della commissione economica. Non sono infatti bastate le proteste delle associazioni e delle opposizioni, che parlano di “ecocidio” e di vittoria delle lobbie agricole, né gli appelli degli scienziati che denunciano una decisione grave, a convincere i deputati a rigettare la proposta di legge.

Hanno invece pesato le motivazioni del governo, che ha messo in avanti il valore della filiera della barbabietola da zucchero, di cui la Francia è leader nel mondo, e la priorità della sovranità alimentare riportata alla ribalta dalla pandemia. Concretamente, spiegano i relatori, parliamo di 46mila posti di lavoro di un settore che da solo copre i fabbisogni in zucchero di tutta la Francia, ma che è in grave difficoltà per il crollo dei prezzi di mercato e per la recrudescenza del virus della barbabietola gialla. Si tratta di una malattia trasmessa dagli afidi che può ridurre fino al 50% il rendimento delle coltivazioni.

Unica soluzione miracolosa, secondo gli agricoltori? L’uso dei nicotinoidi, appunto. Che però la legge del 2016 aveva bandito già dal 2018, tranne in casi eccezionali e al massimo fino a quest’anno. Perché i nicotinoidi vanno erogati direttamente sui semi, penetrano nei terreni e non solo possono contaminare le falde acquifere, ma è dimostrato che continuino ad agire anche su tutto ciò che viene piantato negli anni seguenti.

Più di 1.200 studi scientifici hanno documentato il pericolo che questi derivati della nicotina rappresentano, anche in dosi minime, per le api, i vermi di terra ma anche gli uccelli, i suoli, i fiumi e la salute umana.

Le associazioni accusano il settore agricolo di non aver fatto nulla in questi quattro anni per cercare delle soluzioni alternative all’uso dei pesticidi. Sembra anche che il governo abbia completamente ignorato i buoni risultati ottenuti dalle coltivazioni biologiche: le barbabietole bio di diverse zone della Francia non hanno subito praticamente alcun danno a causa del virus. Il problema è che questo tipo di coltivazione richiede più lavoro per un rendimento minore. Non abbastanza per soddisfare l’appetito dei grandi zuccherifici, che chiedono per contratto di produrre 100 tonnellate di barbabietola l’ettaro.

La proposta di legge, che arriverà in parlamento il 5 ottobre, è stata modificata per cercare di calmare le proteste degli ambientalisti: la deroga varrà solo per la filiera della barbabietola e verrà creato un consiglio di sorveglianza per evitare abusi. Inoltre sarà vietato piantare colture che attirano le api per un periodo di tempo ancora da stabilire.
Dei palliativi, secondo gli oppositori al progetto, che denunciano l’ipocrisia di un governo che con una mano lancia la convenzione cittadina per il clima e con l’altra avvelena la terra per motivi economici.

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    Luisa Nannipieri
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COVID-19 in Francia: il governo annuncia nuove restrizioni

parigi - covid francia

Di fronte all’aumento inarrestabile dei casi di COVID-19 in Francia, il governo evita ancora di pronunciare le parole lockdown e seconda ondata, ma annuncia una nuova serie di restrizioni in parte della Francia. Dopo un consiglio di sicurezza durato tutta la giornata di mercoledì, il Ministro della Salute ha spiegato che le zone colorate di rosso sulla cartina della Francia, quelle dove il virus circola attivamente, sono state ridefinite in base a tre nuove categorie che sfumano dal rosa all’amaranto.

Si parla ormai di zone d’allerta, zone d’allerta rinforzata e zone di massima allerta. Nel primo caso, che al momento riguarda 53 province della Francia, si registrano più di 50 nuovi casi di COVID ogni 100.000 abitanti a settimana. Nel secondo, che comprende città come Parigi, Lione, Lille o Tolosa, ci sono oltre 150 nuovi contagi a settimana. Mentre nelle zone di allerta massima, cioè Marsiglia e la regione d’oltre mare della Guadalupa, si superano i 250 casi settimanali e le terapie intensive sono occupate almeno al 30% da pazienti COVID. Se dovessero superare il 60%, il governo potrebbe attivare lo stato d’emergenza sanitario, l’ultima carta per gestire l’epidemia.

Ad ogni sfumatura di rosso il Ministro ha poi assegnato le nuove restrizioni: nelle zone rosso magenta, ad allerta rinforzata, come la capitale, da sabato non si potranno più fare feste studentesche né ritrovarsi in più di 10 negli spazi pubblici, le palestre dovranno chiudere e per i grandi eventi come ad esempio il Roland Garros, il numero massimo di spettatori scenderà a 1000. Per quanto riguarda i bar, ma non i ristoranti, è l’ultimo weekend di libertà: da lunedì e per almeno due settimane, dovranno abbassare le serrande entro le 10 di sera.

Le misure più drastiche comunque riguardano le zone amaranto. A Marsiglia è stata decretata la chiusura totale di bar e ristoranti a partire da sabato, ma anche di tutti i luoghi che accolgono del pubblico a meno che non abbiano attivato un rigido protocollo sanitario.

Queste novità non sono state accolte bene a Parigi, dove dal municipio sottolineano il rischio economico immenso per dei settori già sfiancati dal lockdown e il fatto che ci si contamini di più in famiglia e tra amici che nei luoghi pubblici. Ma soprattutto a Marsiglia, dove vengono vissute come una punizione imposta da uno stato centrale incapace di gestire la crisi. La città ha già chiesto ufficialmente di rimandare di dieci giorni l’entrata in vigore delle nuove norme.

Tutti contestano al governo di non voler rivedere la strategia di depistaggio che, come aveva ammesso lo stesso ministro, sta subendo serie difficoltà organizzative. Anche se la Francia si vanta di fare più di un milione di tamponi a settimana, infatti, davanti ai laboratori ci sono code chilometriche, i risultati arrivano spesso dopo giorni di attesa e i casi di contatto sfuggono sempre più spesso alle maglie del sistema sanitario. Non è detto, quindi, che queste misure dal retrogusto di un semi-lockdown, possano bastare a invertire la curva dei contagi.

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    Luisa Nannipieri
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Etterbeek, Belgio: undici strade intitolate ai colonialisti cambiano nome

etterbeek nomi strade

Undici nomi. Undici donne che hanno fatto la storia, ciascuna nel suo campo. E che per i prossimi nove mesi saranno sotto gli occhi di tutti i cittadini del comune di Etterbeek, nella regione di Bruxelles-capitale. Da lunedì, infatti, undici strade dedicate a dei protagonisti della colonizzazione belga sono state ribattezzate per “rendere omaggio alle donne che illustrano la diversità dei percorsi e delle origini della popolazione di Bruxelles”. Un modo per raccontare un altro lato della storia, intersecando la questione femminista con quella del passato coloniale europeo. Togliere dallo spazio pubblico i nomi dei conquistatori per sostituirli con quelli di chi si è battuta per la libertà, permette di lavorare sulla memoria collettiva, anche attraverso un gesto simbolico.

Tra le undici targhe intitolate alle donne illustri e coraggiose che hanno lottato per i diritti umani e l’emancipazione femminile in tutto il mondo, dal Giappone all’Honduras, tre sono state riservate a chi ha lottato contro la colonizzazione. Piazza Leopoldville, dal nome del sovrano che conquistò il Congo, diventa Piazza Marie Muilu Kiawanga, detta Maman Marie. Resistente congolese, Marie prese le redini dell’importante chiesa Kimbanguista dopo l’incarcerazione e la morte per mano dei colonizzatori del marito e fondatore Simon Kimbangu. Per decenni fu il cuore battente di una rete clandestina che si batteva per la libertà spirituale e popolare del paese.

La via del Generale Wangermée, vice governatore del Congo, diventa via Lalla Fatma N’Soumer. Nata in Cabilia nel 1830, Fatma fu una donna carismatica e valorosa, venerata quasi come una santa. E divenne il simbolo della resistenza algerina durante i primi anni dell’invasione francese. Indipendente e battagliera, non volle mai piegarsi alle tradizioni e rifiutò di sposarsi pur di conservare la libertà, che per lei era un bene sacro che non si può svendere.

Un’altra strada di Etterbeek, dedicata al Barone Dhanis, anche lui vicegovernatore del Congo, ha preso il nome dell’eroina etiope Kebedech Seyoum. Nata nel 1910, divenne una resistente dopo l’uccisione del marito da parte delle truppe italiane. Non solo riuscì a formare e guidare un vero esercito, ma combatté almeno 14 battaglie contro le formazioni fasciste, prima di rifugiarsi in Sudan.

Negli ultimi anni non è raro che gruppi di militanti femministe organizzino azioni per sostituire i nomi delle strade con quelli di donne. Ma è la prima volta che un’amministrazione belga decide di imitarle. Lo spazio pubblico è un luogo politico e quest’iniziativa, anche se è stata organizzata mesi fa difronte alla constatazione che solo il 6% delle strade della capitale porta il nome di una donna, ha preso una connotazione ancora più profonda in questi giorni di protesta contro il razzismo e di riflessione sulla colonizzazione. Il municipio di Etterbeek ha anche previsto di organizzare delle passeggiate pedagogiche per cittadini e studenti, guidati da storici e storiche. E si dice disponibile a perennizzare la nuova toponomastica stradale, se gli abitanti della città lo chiederanno.

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    Luisa Nannipieri
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Sciopero in Francia, CGT: “La parola d’ordine è ritirare la riforma”

sciopero in Francia 2020

Sciopero in Francia. Gli annunci del primo ministro della Francia Eduard Philippe di questo weekend non hanno accontentato quasi nessuno. A parte il sindacato riformista CFDT che, soddisfatto del ritiro provvisorio dell’età di equilibrio, ha deciso di non scendere nuovamente in piazza per lo sciopero questa settimana.

Se da destra denunciano una riforma azzoppata, da sinistra evidenziano le contraddizioni di un progetto di legge che andrà in parlamento prima della fine della conferenza tra le parti sociali per proporre un metodo di finanziamento alternativo a quello del governo. Che tra l’altro, ha insistito Philippe: “Non dovrà prevedere né una diminuzione delle pensioni né un aumento del costo del lavoro”. Ma quindi, i compromessi annunciati dal governo hanno davvero cambiato la struttura della riforma delle pensioni? Régis Mezzasalma è il responsabile pensioni del sindacato francese CGT:

No, non c’è stato nessun cambiamento rispetto al progetto iniziale perché tutte le misure a cui la CGT si oppone, a cominciare dalla creazione di un sistema a punti, vengono mantenuti. E viene mantenuto lo stesso quadro budgetario e di finanziamento. Vuol dire che tutto è fatto per non far aumentare le entrate e quindi per permettere al sistema di rimanere in equilibrio si dovrà necessariamente abbassare il livello di vita dei futuri pensionati.
Il passaggio da un sistema annuale a un sistema a punti prevede che il calcolo della pensione si faccia su tutta la carriera e non sui periodi migliori, com’era fin’ora. Nel privato si faceva la media sui 25 migliori anni. Quindi è chiaro per chiunque che se si prende in considerazione tutta la carriera vengono calcolati anche gli anni meno buoni che con il calcolo attuale venivano neutralizzati. L’altro punto che contestiamo è la gestione del sistema che viene vincolato da un quadro legislativo che impone una traiettoria finanziaria da rispettare ma non permette di modificare tutti i parametri del sistema. Se il governo continua a fare quello che sta facendo oggi, cioè diminuire le entrate esonerando dal versamento dei contributi senza mai compensare questa diminuzione, sarà per forza difficile mantenere il sistema in equilibrio. Non perché spenderemo troppo ma perché le entrate non basteranno a causa delle scelte politiche del governo.
Sì, pensiamo che i lavoratori sono determinati e vogliono continuare il movimento. Noi i ogni caso li esortiamo a farlo ed ad estendere il movimento. Perché non siano solo quelli che sono in sciopero da 40 giorni ma che altri subentrino e incrocino le braccia. E che quelli che formalmente non possono scioperare mostrino la loro solidarietà alimentando le casse di sciopero. Quelle casse di solidarietà che servono ad aiutare chi sciopera a reggere il colpo. Ma che vadano anche a sostenerli nelle manifestazioni o sui picchetti perché il supporto morale è importante. Noi pensiamo che il movimento può e continuerà a durare anche perché i lavoratori che hanno scioperato per 40 giorni non lo hanno certo fatto per fermarsi difronte ad una mezza misura. La parola d’ordine è ritirare la riforma e chi si è mobilitato fin dall’inizio per questo non cederà certo davanti ad un artificio come il ritiro di un’età di equilibrio virtuale. È vero che abbiamo avuto scioperi più corti che hanno dato dei risultati. Ma qui siamo di fronte ad un governo che si ostina, che cerca di impressionarci e non si fa scrupolo di usare e abusare della forza pubblica, per spaventare i manifestanti e per storpiarli come vediamo chiaramente da ormai più di un anno.

Foto dalla pagina ufficiale della Confédération Générale du Travail su Facebook

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    Luisa Nannipieri
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In Francia anche i gamers sostengono lo sciopero: oltre 119.000 euro raccolti

Super Macron 64

Uno sciopero così lungo, siamo ormai al 36esimo giorno consecutivo, in Francia non si era mai visto. Per aiutare i lavoratori che protestano contro la riforma delle pensioni sono nate tantissime iniziative e moltissime persone fanno dei doni per rimpinguare le casse sindacali di scopo.

Il sidacato Info’com della CGT, che riunisce i lavoratori dell’informazione e della comunicazione aveva raccolto, a ieri, più di 2 milioni di euro. Le raccolte di fondi sono locali, nazionali ma soprattutto online.

Tra le inziative più interessanti c’è quella degli streamers, cioè quelle persone che trasmettono in diretta, su dei siti dedicati, le loro partite ai videogiochi. Quinapple, nickname di Camille, è una videasta e streamer del collettivo Stream Reconductible, cioè rinnovabile, come lo sciopero in Francia, appunto:

L’idea di creare questo canale di streaming sulla piattaforma Twitch ci è venuta discutendo tra noi, videasti, youtubers e streamers. Ci siamo chiesti cosa avremmo potuto fare per aiutare il movimento, farlo conoscere, portarlo verso le persone che magari non possono scioperare o manifestare. Insomma come far eper portare la lotta sociale ovunque. E ovunque su internet. Una persona ha proposto quest’idea a Usul, che in Francia è un videasta famoso orientato a sinistra. Da lì si è creato un bel gruppo e abbiamo deciso di occupare l’antenna. Abbiamo iniziato il 5 dicembre e ci diamo il cambio. Ciascuno fa quello che vuole: ci sono degli streamers che riprendono e modificano un videogioco, “sinistrorsizzandolo”, potremmo dire, oppure lanciano delle discussioni.

Ad esempio?

Possiamo modificare un gioco graficamente o nelle modalità di gioco. Uno che è piaciuto molto è Super Macron 64. Sarebbe Super Mario 64 ma con delle facce di Macron ovunque. Le texture erano teste di Macron, i personaggi avevano la faccia di Macron, il sole era macron, tutto era Macron. Faceva davvero ridere. Invece poco fa la Developpeuse du Dimanche ha giocato in streaming a Mario party ma dando ai suoi avversari molti più soldi, come se fossero degli ereditieri. Come se fosse un gioco della vita in cui gli altri sono più ricchi di lei dall’inizio. E lei, lavorando, cioè giocando, cercava di recuperare il ritardo e di batterli.
Ma a volte sono discussioni oppure qualcuno che suona il piano, magari delle canzoni militanti. Con mia sorella abbiamo preso delle canzoni popolari francesi o americane e le abbiamo sinistrosizzate. Per esempio parlavamo di Manuel Valls e Breaking balls è diventato breaking Valls.

Qual è l’obiettivo di Stream Reconductible?

L’obiettivo è di riuscire a raccimolare dei soldi per chi sta aderendo allo sciopero in Francia, ma in un modo più adatto a una piattaforma come Twitch. Noi siamo tutti dei creatori di contenuto su internet e lo facciamo in modo simpatico o molto serio ma comunque a modo nostro. Ecco, prendiamo il la nostra esperienza nella creazione di contenuto e la adattiamo alla lotta sociale. Ad oggi abbiamo raccolto 118,977 euro e 58 centesimi. Questi soldi si trovano su una piattaforma online di doni, Youtip che abbiamo aperto apposta. Ma abbiamo dato le chiavi a una cassa per lo sciopero intersindacale, gestita da più sindacati, che permette a chi sciopera di beneficiare di una sorta di stipendio sostitutivo, un complemento per ammortizzare i costi dello sciopero. Ci è sembrata la soluzione migliore perché non bisogna essere per forza iscritti ad un sindacato per usufruirne e perché rispecchia la pluralità di opinioni del collettivo. Per auqnto riguarda il canale, abbiamo fatto una pausa durante le feste ma abbiamo ripreso oggi e andremo avanti a oltranza. Di sicuro il giovedì, venerdì e sabato ma anche i giorni di forte mobilitazione o di manifestazione.

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    Luisa Nannipieri
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Parigi: “La polizia ha ucciso mio figlio”. La storia del rider Cédric Chouviat

Polizia di Parigi

Il padre di Cédric Chouviat, rider motociclista di 42 anni morto a Parigi dopo un controllo della polizia, non ha dubbi e non esita a ribadirlo: “Hanno assassinato mio figlio”.

Cédric Chouviat, che lascia una moglie e cinque figli di età compresa tra i 3 e i 20 anni, era stato fermato da tre poliziotti lo scorso venerdì mattina, il 3 gennaio, per un controllo. È morto tre giorni dopo in ospedale, asfissiato e con la laringe fratturata, secondo l’autopsia.

Nel verbale dei poliziotti si parla di un uomo aggressivo, che avrebbe spintonato e insultato gli agenti dopo essere stato fermato perché guidava il motorino mentre parlava al cellulare. Ammanettato, Chouviat si sarebbe sentito male per via dei problemi cardiaci di cui soffriva.

Una versione che stona con il referto del medico legale che parla piuttosto di un’asfissia che ha provocato un arresto cardiocircolatorio. “Mio figlio aveva ripreso a fare sport un mese fa, con il certificato di buona salute fornito dal medico”, si è indignato Christian Chouviat davanti ai giornalisti prima di aggiungere che non ha più alcuna fiducia nella polizia.

Nemmeno nell’IGPN, l’ispezione nazionale, che ha aperto un’inchiesta interna. Tra le altre cose, dovrà verificare se Cédric stesse davvero maneggiando un telefono visto che, ricordano gli avvocati della famiglia, aveva un casco dotato di microfono incorporato proprio per ricevere le chiamate di lavoro.

In parallelo la procura di Parigi ha aperto un’inchiesta per omicidio involontario e i familiari hanno chiesto ai testimoni dei fatti di farsi avanti. Alcuni video della scena condivisi sui social mostrano Cédric Chouviat che, con ancora il casco in testa, fa un video della scena e filma i poliziotti, cosa vietata dalla legge in Francia.

Tre di loro lo placcano al suolo, ventre a terra. Gli salgono sopra e lo tengono a terra anche se l’uomo non sembra più riuscire a muoversi. Una tecnica sempre più usata dalla polizia francese ma denunciata da molte associazioni. In alcuni Paesi, ma anche a New York e Los Angeles, è stata vietata perché considerata troppo pericolosa.

Come spiegare quello che è successo ai nipoti? Si è chiesto il padre di Cédric durante la conferenza stampa. “Cosa posso dirgli, che sono degli assassini? Con che diritto si uccide un lavoratore, un padre di famiglia? Non è stato un criminale ad uccidere mio figlio. È stata la polizia. La polizia nazionale. Con mia nuora, sua moglie, abbiamo deciso: entriamo in guerra. Lo dico direttamente a Macron, siamo in guerra con voi. Siamo in guerra contro questo Stato”.

Foto dalla pagina ufficiale della Prefettura di Parigi su Facebook

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Scioperi in Francia: interrotta la luce alle aziende che non rispettano i lavoratori

Scioperi in Francia

90.000 case senza luce, è così che ieri si è parlato dell’azione della CGT Confédération Générale du Travail (CGT), un sindacato francese, che ha tolto la corrente in alcune regioni della Francia durante gli scioperi contro la riforma delle pensioni.

In realtà, l’azione dei lavoratori era mirata e circorscritta e ha avuto un impatto minimo per i normali cittadini. Cédric Thuderoz, responsabile della CGT energia per la regione Rhone Alpes ci spiega i motivi e le modalità dell’azione di protesta.

Siamo impegnati in un conflitto che dura da più di 15 giorni sulla riforma delle pensioni voluta da Macron e va detto che chi lavora nel settore dell’elettricità e del gas subirà delle conseguenze pesanti dalla riforma del governo. Oggi ci viene riconosciuto il fatto che facciamo dei mestieri usuranti e questa riforma distrugge tutte le conquiste che abbiamo ottenuto nel campo dei diritti dei lavoratori. Considerando che il governo non intende cedere di un millimetro, è normale che gli animi si scaldino via via che passano i giorni e le settimane.

Quindi ieri cos’è successo?

Quello che è successo fa parte delle azioni di riappropriazione degli strumenti di lavoro decise dalle assemblee generali dei lavoratori che hanno rivendicato delle azioni sulla rete elettrica. In questi casi vengono scelti dei bersagli precisi, anche se viste le ramificazioni della rete ci possono essere degli effetti collaterali. Di solito si parla di tagli molto corti, di circa mezz’ora, anche perché la riattivazione della rete è molto rapida. Generalmente vengono colpite le organizzazioni statali come prefetture o i municipi, ad esempio. Ma anche alcune aziende dove abbiamo constatato che non vengono rispettati i diritti dei lavoratori o che vengono messe in difficoltà dal comportamento degli azionisti.

Questo tipo di azione è frequente in Francia?

Non è una cosa così comune e mostra bene la determinazione dei lavoratori che sanno, appunto, che non è una cosa normale. Per noi è sempre un peccato arrivare a questo punto ma preferiamo preparare delle azioni coordinate e gestite correttamente piuttosto che ritrovarci con dei lavoratori del settore che magari prendono l’iniziativa per i fatti loro. Perché c’è una vera collera che sta salendo e il governo deve capirlo. Azioni di questo tipo servono per far sentire il peso dei lavoratori e far vedere la loro determinazione al governo.

Nei prossimi giorni le proteste continueranno. Dal canto vostro cosa farete? Pensate di fare altre azioni di questo tipo?

I lavoratori hanno già detto che non intendono lasciare la presa. Sicuramente ci saranno altre azioni durante le feste, magari non di questo tipo e probabilmente non così importanti, ma sicuramente ci saranno delle azioni interprofessionali. E prevediamo di fare di tutto per rilanciare la contestazione a gennaio.

Foto dalla pagina Facebook della Confédération Générale du Travail

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Claudia López, la prima donna sindaca di Bogotà

La sindaca di Bogotà Claudia Lopez

A Bogotà ha vinto il cambiamento. Ci siamo uniti e abbiamo fatto la storia”. Non usa mezze parole Claudia Lopez, 49 anni, ex senatrice del partito progressista Alleanza Verde, apertamente lesbica, famosa per essere “incorruttibile” e, da ieri, per essere diventata la prima sindaca donna della capitale della Colombia.

La folla riunita in un centro sportivo della città per festeggiare la vittoria scandiva “alcaldesa”, cioè sindaca, e “Sì, si può”, lo slogan di una campagna elettorale incentrata sulla lotta alla corruzione e su una nuova visione della città, più ecologica ed inclusiva.

Tra le sue proposte ci sono ad esempio quella di estendere la metropolitana leggera che deve essere ben presto costruita in città e di creare un sistema educativo pubblico di qualità, ma anche di promuovere la prevenzione delle violenze di genere o ancora di ripulire il fiume Bogotà e migliorare la sicurezza degli abitanti.

Il programma della nuova sindaca e della sua coalizione, che unisce i Verdi al Polo Democratico, di sinistra, è ambizioso. Ma Claudia Lopez non ha paura delle sfide. Apertamente omosessuale in un paese profondamente cattolico e maschilista, si è fatta conoscere nel 2005, quando, come giornalista, ha denunciato la “parapolitica”, cioè la collusione tra politici nazionali, narcotrafficanti e paramilitari, con una serie di inchieste.

Minacciata di morte, Claudia López ha dovuto lasciare il Paese ma è tornata nel 2014 ed è stata eletta senatrice per Alleanza Verde con oltre 80.000 preferenze. Figlia di una maestra, è sempre andata fiera della sua famiglia di origini modeste in un paese che è molto elitista.

Claudia López ha potuto studiare grazie a delle borse di studio successive che le hanno permesso di laurearsi prima in finanza, amministrazione e relazioni internazionali a Bogotà e poi in amministrazione pubblica e politiche urbane alla Columbia University di New York. Quest’anno, in parallelo alla sua carriera politica, ha anche ottenuto un dottorato in Scienze politiche alla Northwestern di Chicago.

Con quest’elezione, Claudia Lopez si aggiudica una delle poltrone più importanti del Paese dopo quella del presidente, al momento occupata da Ivan Duque, membro di un partito della destra radicale e vicino ad Alvaro Uribe.

Il suo risultato, e la forte perdita di consensi della destra uribista, lascia intravedere “un futuro ricco di cose positive”. Come ha sottolineato la nuova sindaca domenica davanti ai suoi sostenitori, la capitale ha scelto una donna, e ha scelto un futuro libero dal maschilismo, dal razzismo, dal classismo, dall’omofobia e dalla xenofobia.

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Belgio, dove i comunisti vincono le elezioni

Il Partito del Lavoro del Belgio, o PTB, esiste dagli anni 60 ed è nato come partito maoista. Ancora oggi, la dottrina marxista sulla produzione della ricchezza è alla base della sua azione politica.  Alice Bernard, capogruppo del PTB al parlamento federale, lo rivendica pienamente:

“Ovviamente siamo nel 21esimo secolo e non siamo organizzati come 100 o 150 anni fa. È per questo che ci definiamo come un partito del nostro tempo. Un partito marxista moderno, un partito comunista del 21esimo secolo”. (altro…)

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Parigi ecologica: incentivi e riduzioni per mezzi pubblici e bici

parigi ecologica

La sindaca Anne Hidalgo ci teneva e lo aveva annunciato già a inizio anno: da settembre tutti i bambini tra i 4 e gli 11 anni e i giovani con handicap di meno di 20 anni residenti a Parigi potranno usare gratuitamente i mezzi pubblici. E tutti gli studenti delle scuole secondarie residenti in città avranno dirittoa una riduzione del 50% del loro abbonamento, così come chi ha meno di 27 anni e sta seguendo una formazione. (altro…)

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Arrivano i Mondiali di calcio femminile in Francia

mondiali calcio femminili

Manca pochissimo all’inizio dell’ottava edizione del mondiale di calcio femminile, che si svolgerà dal 7 giugno al 7 luglio in Francia. (altro…)

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Francia, i Verdi sono la speranza dei giovani

francia, Verdi giovani

Marine Le Pen ha vinto la sfida delle elezioni europee in Francia con un distacco di 205.213 voti. Quello che era diventato un duello tra lei ed Emmanuel Macron, con quest’ultimo che aveva chiesto ai francesi di sbarrare la strada all’estrema destra euroscettica, si è concluso con il fallimento della tecnica dello spauracchio e la sconfitta del partito di governo. (altro…)

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Il partito dei Verdi e l’ecologia politica in Europa

David Cormand

Il partito dei Verdi in Francia dovrebbe ottenere tra l’8 e il 10% alle elezioni europee del 26 maggio. Abbiamo intervistato David Cormand, segretario del partito dal 2016 e candidato europeo. (altro…)

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