Pisapia: “L’UE imponga pesanti sanzioni alla Turchia”

L’ex sindaco di Milano Giuliano Pisapia, eurodeputato dallo scorso luglio nonché membro della commissione per gli affari esteri e vicepresidente della commissione per gli affari costituzionali, è intervenuto nella puntata di Malos del 14 ottobre per illustrare la raccolta di firme tra gli eurodeputati per chiedere al Parlamento europeo e alla Commissione europea non solo di condannare con assoluta fermezza l’attacco della Turchia in Siria, ma anche di imporre pesanti sanzioni economiche e diplomatiche ad Erdogan.

Già 60 eurodeputati hanno aderito “Gruppo di amicizia curda”. Di cosa si tratta esattamente?

L’iniziativa è partita ancora prima dell’invasione della Turchia in Siria e in Kurdistan. Lunedì scorso ho ricevuto, dopo loro richiesta avanzata con estrema urgenza, i rappresentanti curdi che mi chiedevano un’iniziativa a livello di Parlamento europeo sugli arresti e anche le torture che avevano subito i loro parlamentari, i loro sindaci e i loro cittadini.
Abbiamo quindi iniziato il lavoro per cercare di riunire tutti i parlamentari che fossero a conoscenza di quello che stava succedendo e fossero disposti a fare qualcosa di concreto. E già lì, io insieme ad altri, abbiamo iniziare a prendere una serie di contatti e di adesioni per cercare di portare all’attenzione di tutti quello che stava accadendo in Turchia. Poi c’è stata l’invasione e a quel punto abbiamo deciso di iniziare concretamente con una riunione in cui ci fossero sia curdi sia non curdi, parlamentari e non parlamentari, per far sì che iniziassero delle proposte concrete per evitare un attacco alle città curde e soprattutto affinché ci fossero delle sanzioni da parte dell’Europa.
Le sanzioni ci possono essere in quanto, come molti sanno, la Turchia riceve somme anche significative dal Parlamento Europeo, soprattutto perchè tiene presso di sé tre milioni di profughi siriani. Il nostro obiettivo è far si che l’Europa sanzioni la Turchia eliminando quello che secondo i turchi l’UE dovrebbe dare al loro Paese.

Questi 60 eurodeputati che hanno aderito all’iniziativa appartengono a specifici gruppi politici di sinistra o provengono anche da altri gruppi politici?

Ce ne sono tra i Verdi, i Socialdemocratici e poi ci sono singoli individui. Alla prima riunione era presente addirittura un parlamentare di estrema destra. Non abbiamo capito perché fosse lì e gli è stato chiesto di allontanarsi proprio per evitare che all’interno ci fosse qualcuno che puntasse a provocazioni di vario tipo.

Leggo oggi che le prime sanzioni annunciate non riguardano direttamente l’invasione della Siria, ma il petrolio a Cipro e l’azione aggressiva della Turchia nei confronti delle piattaforme petrolifere. Qui viene fuori un po’ la contraddizione europea.

La contraddizione non è soltanto europea, ma soprattutto da parte della Nato, al cui interno ci sono Paesi che condannano fortemente la Turchia e che dal punto di vista militare ne sono alleati. Questo è un nodo da sciogliere e secondo me anche la presenza di nostri soldati in determinati luoghi non dovrebbe esserci, soprattutto quando si trovano in confini in cui possiamo trovare soggetti e nazioni che sono all’interno della Nato e che però hanno obiettivi completamente diversi.

Quello che riguarda l’Europa più da vicino sono i rapporti economici e la gestione dei flussi migratori.

Io credo che con determinate iniziative anche di carattere economico si può fare male, ma il problema è che per farle diventare realtà i tempi sono lunghi. È un po’ come il problema delle armi, purtroppo gliele abbiamo già date. L’embargo ha un significato politico importante, ma non incide sull’armamentario già in possesso della Turchia. Una cosa su cui riflettere è l’appello che sta girando, non soltanto dei parlamentari europei, per cercare di bloccare la finale di Champions League che nel 2020 si giocherà ad Istanbul. Credo però che adesso sia necessario evitare che questa attenzione a livello nazionale di amore per il popolo curdo finisca nel dimenticatoio come spesso accade e come sta accadendo adesso per la Palestina.

Quando lei dice così, però, a me vengono in mente quei milioni di profughi siriani che rimangono in Turchia perchè noi europei, attraverso questi cospicui finanziamenti, abbiamo chiesto ad Erdogan di tenerli lì. Quando lui dice “ve li mando a casa vostra” mette il dito nella piaga alla nostra politica.

Sì, questo è un tema molto più ampio e secondo me anche poco conosciuto. In questa fase non stiamo dando soldi alla Turchia e anche lo stesso Erdogan dice che gli abbiamo dato i primi 3 miliardi, ma che non gli abbiamo ancora dato gli altri 3 miliardi che erano stati preventivati. Mi dicono, e però lo voglio verificare, che quelle somme vengono date direttamente alle associazioni che gestiscono i campi profughi. Non passano quindi attraverso il governo turco.

La questione di cui si discute in queste ore è il blocco della vendita delle armi. La Commissione UE ha deciso che questa scelta è demandata ad ogni singolo Paese. Perché su un tema come questo non si riesce a prendere una decisione comune?

Perché, purtroppo, oggi qualsiasi provvedimento del Parlamento Europeo deve essere confermato dal Consiglio d’Europa e su molti temi, tra i quali c’è anche questo, serve l’unanimità. È una cosa che stiamo cercando di cambiare e io nella commissione Affari Costituzionali ho proprio questo ruolo. Sembra però, e credo lo abbia dichiarato anche Mogherini alla stampa, che tutti i presenti abbiano dichiarato di essere pronti a bloccare la vendita delle armi in Turchia. Adesso bisogna passare dalle parole ai fatti.

Come giudica la posizione del governo italiano?

Io non amo particolarmente questo governo, che però si è mosso subito ed è stato abbastanza preciso e duro al Consiglio d’Europa. Il governo ha fatto sua la proposta che arrivava dalla cittadinanza attiva, ma ora l’importante è essere coerenti. Un conto è dire di essere disponibile a fare qualcosa, un altro è farla diventare realtà. Gli effetti non si vedranno subito, ma è importante che la minaccia diventi concretezza.

pisapia

RIASCOLTA L’INTERVISTA A GIULIANO PISAPIA

intervista Giuliano Pisapia

Succi: una serata di musica, parole e carne cruda

Si inaugura la stagione 2019/20 dei concerti in Auditorium con un evento speciale, pensato in esclusiva per Radio Popolare.

Giovanni Succi si ispira alla immediatezza senza sofisticazioni del suo ultimo disco “Carne cruda a colazione”, per mettere in scena una serata-autoritratto umana, umanista e a nervi scoperti. Un’occasione per accostarsi a versioni inedite di uno dei percorsi artistici più decisi e coerenti di quello che ci piace ancora chiamare “indie” italiano: l’asciuttezza post ironica dei Madrigali Magri, il talking blues “Resistente”, visionario e maudit  dei Bachi da Pietra, infine una carriera solista “succulenta”, in cui ghiaccio e carne cruda sono altrettante metafore di urgenza espressiva.

A questa carne, volutamente non a fuoco, né condita, si aggiungono il teatro e un’avvincente sperimentazione sulla modernità di Dante.

Succi si prende la libertà di sfidare il cantautorato, l’hip hop e il mondo accademico sui loro terreni, attraverso il suo graffiti blues, ironico e malato quanto basta, e quel modo personalissimo e urban di “parlare” la realtà e recitare la memoria.

Semplicità ed efficacia sono le parole d’ordine di una serata che nella sua commistione di linguaggi è rappresentativa del taglio trasversale, con al centro la musica, che caratterizza ormai parte della  programmazione dei concerti in auditorium Demetrio Stratos. I bellissimi brani dell’ultimo disco di Succi si alterneranno a “grandi classici” come Artista di Nicchia e a momenti di lettura teatrale, il tutto in versione spinosa ed unplugged.

Conduce Piergiorgio Pardo; si inizia come sempre alle 21.30, per cui vi aspettiamo puntuali in auditorium, o, se proprio non ce la fate, via radio in diretta.

La battaglia contro la povertà del Nobel Duflo

In occasione della presentazione a Milano, nel 2011, del suo libro intitolato “I numeri per agire. Una nuova strategia per sconfiggere la povertà”, Lele Liguori intervistò Esther Esther Duflo insignita quest’anno del Premio Nobel per l’Economia, insieme a suo marito Abhijit Banerjee e a Michael Kremer. I tre studiosi hanno dedicato i loro sforzi alla lotta alla povertà globale e, in particolare, hanno messo a punto un sistema di tutoraggio scolastico che ha permesso l’accesso all’istruzione per oltre cinque milioni di ragazzi indiani.

Ascolta l’intervistaduflo_edited_ott2019

Chi sono i poveri e dove si trovano?

La povertà può essere definita in modi molto diversi. Ma il modo in cui io la definisco per il mio lavoro è quello di considerare i più poveri al mondo: si tratta delle persone che vivono con meno di un dollaro al giorno. Stiamo parlando di 865 milioni di persone che si trovano in Africa, in India, in Asia meridionale.

Lei è stata in questi paesi diverse volte per le sue ricerche.

Diverse volte all’anno vado sul “terreno” a svolgere il mio lavoro, in India in Africa.

Come definirebbe il suo originale metodo di ricerca sulla povertà?

Lavoro molto con il metodo delle valutazioni aleatorie che si ispira a quello dei casi clinici adottato in medicina. Quando si vogliono valutare gli effetti di un nuovo farmaco si prende in considerazione una popolazione e la si divide in due parti casuali. Ad una si somministra il nuovo farmaco, all’altra invece solo un placebo. Poi si comparano i risultati e ciò permette di dire se il nuovo farmaco è efficace o meno. Il mio lavoro, con il mio laboratorio – il “Poverty Action Lab” di cui parlo nel mio libro – si fonda sulle esperienze dei programmi sociali. Ad esempio, se si vogliono conoscere gli effetti di un programma educativo si introduce il programma solo nella metà delle scuole del luogo preso in considerazione e alla fine si comparano i risultati tra gli studenti che hanno usufruito di quel programma e gli altri. Solo così si riesce a misurare concretamente gli effetti sui bambini di tale programma.

Per sconfiggere la povertà c’è bisogno di soldi. Ma da dove possono arrivare questi soldi se il mondo più ricco è in preda ad una scarsità di capitali a causa della crisi economica?

Bisogna considerare, innanzitutto, che i fondi che sono utilizzati per la lotta contro la povertà provengono – in grandissima maggioranza – dagli stessi paesi poveri. Nella stessa Africa, che si considera riceva molti aiuti dall’estero, in realtà gli aiuti da altri continenti ammontano a meno del 6% dei bilanci dei paesi africani. Dunque il 94% degli aiuti all’Africa arriva da fondi locali. Inoltre, i soldi che potrebbero permettere di aiutare – in modo rilevante – i più poveri e che provengono dai paesi ricchi sono molto pochi. I paesi ricchi spendono meno dello 0,5% del Pil in aiuti esteri. Quindi, anche in un periodo di crisi è possibile – in linea di principio – mantenere il livello di questi aiuti. D’altronde, fino ad oggi, gli stanziamenti dei paesi ricchi in fondi destinati agli aiuti non sono veramente diminuiti.

Chi sono gli attori principali della lotta alla povertà: le organizzazioni internazionali, i paesi ricchi, i governi locali oppure le persone che vivono in quei paesi?

Senza dubbio le persone che abitano in quei paesi! Credo che sia proprio un errore sostenere che le organizzazioni internazionali, le ong, siano molto importanti per la lotta alla povertà. La verità – come le dicevo prima – è che i soldi, gli stanziamenti vengono essenzialmente dagli stessi paesi poveri. Prendete, ad esempio, un grande paese come l’India che non riceve quasi alcun aiuto. La maggior parte dell’azione contro la povertà in India è fatta localmente. Quindi, gli attori della lotta contra la povertà sono innanzitutto gli stessi poveri e, poi, le persone che lavorano con loro: gli insegnanti, gli infermieri, i sindaci locali e poi le burocrazie e i politici di questi paesi. Infine veniamo noi.

Foto | Flickr

“La bomba. Cinquant’anni di Piazza Fontana”

“La bomba del 12 dicembre 1969 ha cambiato l’Italia, o meglio l’ha picchiata come un pezzo di ferro rovente su un’incudine, umiliata. Per cinquant’anni, tutta la vasta cospirazione di potere che l’ha prodotta ha lavorato per lei, perchè restasse impunita e si moltiplicasse. Una storia talmente enorme che non si sa da che parte cominciare”.

“La bomba. Cinquant’anni di Piazza Fontana” è l’ultimo libro del giornalista e scrittore Enrico Deaglio e racconta mezzo secolo di depistaggi seguiti alla Strage del 12 dicembre 1969.

Radio Popolare ospiterà Enrico Deaglio in auditorium Demetrio Stratos, mercoledì 16 ottobre alle 21, per la prima presentazione milanese del libro. Una serata condotta da Lorenza Ghidini, con la partecipazione del giornalista de La Repubblica Massimo Pisa.

L’autore firmerà le copie del libro, che sarà possibile acquistare.

Ingresso libero fino a esaurimento posti.

 

Copertina Deaglio Piazza Fontana

 

Mercoledì 16 ottobre, ore 21, Auditorium Demetrio Stratos, Radio Popolare, via Ollearo 5, Milano.

L’uomo che “liberò” la batteria

A volte la musica ha delle svolte. Ginger Baker si è trovato nel punto nodale di una di queste svolte. Dove c’era la musica degli anni sessanta, fatta di canzoni normali, in Inghilterra aveva già attecchito molto bene il blues. Lui aveva un’impostazione anche molto jazz, ed ecco che cominciando a fare blues e unendolo a delle componenti jazz ha ottenuto uno stile veramente fuori dal comune rispetto a tutti gli altri.

A dedicare queste parole allo storico batterista dei Cream, scomparso domenica scorsa, è Franz Di Cioccio, batterista e fondatore della P.F.M., raggiunto telefonicamente nella puntata di Jack di Martedi pomeriggio. “Suonava in uno dei gruppi più seminali dell’epoca” prosegue Franz “perché i Cream hanno fatto veramente storia. Chi non ha mai suonato l’incipit di Sunshine of Love? Con il suo modo di tenere il ritmo incredibile ha dato una chiave di lettura rock per tutti quelli che sono venuti dopo, con il suo tocco molto africano. Usava molto i tamburi, mentre i piatti li usava solo per swingare e per dare il ritmo veloce. Ma era molto martellante, e Sunshine of Love ne è una prova. E’ stato il primo ad inserire questa africanità all’interno del rock”.

In una band il batterista è visto sempre come quello che siede dietro e, se uno non ha orecchio, difficilmente può intuirne l’importanza. Quanto ha contato lui nella sua band?

Ha contato molto. Un batterista è un po’ come un portiere in una squadra di calcio. Mentre gli altri sono impegnati a fare le azioni, lui è fermo, vede la partita ed interviene al momento giusto. Vede sempre tutto il gioco da un punto di vista che non è esterno come quello dell’allenatore, ma comunque sa sempre esattamente come si sta allungando o accorciando la squadra, chi rende di più, chi di meno. Io da dietro ho sempre visto dei gran concerti perché vedevo, sentivo e facevo parte della band, ma vedevo anche tutto il pubblico. Quindi il batterista è una figura centrale, spesso lo snodo della serata.

Hai definito i Cream una band seminale, da cui tante influenze sono partite per poi svilupparsi in modi diversi. Quali erano però le loro influenze, ed in particolare quelle di Baker?

Baker era molto africano perché usava molto i tamburi, si sente in moltissimi pezzi. Se uno conosce la storia dei Cream si rende conto che era molto basic. Quando Clapton iniziava a fare gli assoli, lui allora slegava ed iniziava a dare un tipo di tempo sul piatto che non era swing, ma era swingato, non suonato con dei colpi di accompagnamento. Era più frullato, faceva correre la mano. Un po’ come quando Ringo Starr ha inventato il ritmo di Help, suonato roteando la mano sul charleston. Si ottiene così un suono che sembra non finire mai. Questa è una cosa che fanno solo i jazzisti quando suonano swing, perché a loro basta il piatto da solo per tenere in piedi il tempo, mentre con il rullante fanno degli accenti. Lui invece batteva degli accenti molto marcati, africani, come se fosse una danza tribale, ma dentro c’era il blues e quel tanto di swing che rendeva i Cream diversi da tutti gli altri. Poi, dalla fine dei Cream in avanti, si è aperta la strada del progressive.

Ribaltando la domanda, dove si è diramata la sua eredità, e come è arrivata fino ad oggi?

I tempi sono cambiati e cambiano molto in fretta. Io ho Ginger Baker nel mio cuore perché è stato uno dei primi a farmi vedere una cosa diversa dalla batteria che deve accompagnare e basta. La batteria determina una scansione, ed in quella scansione gli altri si possono ritrovare. Dopo ne sono arrivati altri, finché John Bonham ha creato quello che fu il ponte tra una sponda e l’altra. Comunque avere dei batteristi così martellanti ha dato senso al rock che poi è venuto dopo. Il rock dei Led Zeppelin ha fatto epoca perché la batteria era essenziale, ma talmente efficace che in tre sembravano dodici. Ma lo stesso vale per i Cream prima di loro, con la differenza che i Cream sono rimasti un gruppo inglese, in tutto e per tutto, mentre i Led Zeppelin sono diventati molto americani. Il loro manager ai tempi disse loro che, se avessero voluto veramente sfondare, avrebbero dovuto stare in America due anni in tour. Così fecero, prendendo però anche molto del suono americano.

Questo perché quando sei li, sei direttamente coinvolto. Non dimentichiamo che il blues in Inghilterra non esisteva finché non sono arrivate le navi che lo hanno sbarcato a Liverpool e negli altri porti portando una musicalità che veniva dall’estero. I primi dischi sono arrivati così e grazie alle radio, che però sono diventate importanti più avanti. I marinai hanno portato il nuovo verbo nella musica inglese. Siccome gli inglesi sono molto bravi ad appropriarsi immediatamente delle cose belle, son riusciti a creare questo blues inglese.

Sono bravi soprattutto a fare diventare loro le cose belle. Quindi non solo a riceverle passivamente, ma a masticarle e metterci un loro tocco.

Si, in questo sono più forti di tutti. Prendono una cosa “da fuori”e la rendono un classico inglese. Un gruppo inglese quando lavora, lo fa sempre su un’idea, su un progetto creandolo proprio come lo ha pensato. A parte chi fa musica facile. Ma prendiamo ad esempio i Pink Floyd. Per diventare i Pink Floyd, voglio dire, ci devi veramente credere! Per dirtene altri tre, anche diversi tra loro, se si pensa ai Cream, ai Led Zeppelin ed ai Police ci si rende conto che sono gruppi che hanno fatto la storia.

Franz, un ultimo ricordo di Ginger Baker?

Un grande. Un mio ispiratore all’inizio. Mi ha dato una grande mano a diventare ciò che volevo, ovvero un batterista libero di suonare tutto quello che gli piace nel momento in cui gli piace e senza nessuna remora.

Franz Di Cioccio_ foto di Orazio Truglio

Foto di Ginger Baker | Flickr

Doppio appuntamento con PopUp

PopUp, il programma itinerante di Radio Popolare condotto da Alberto Nigro e Andrea Frateff-Gianni, questa settimana raddoppia con una registrata venerdì 11 ottobre dalle 19.00 dagli amici del Madama Hostel – in Via Benaco 1, Milano – con ospiti tra gli altri Fabio Deotto per discutere di un suo recente reportage dalle zone calde del pianete apparso sul mensile Esquire, con Andrea B. Ferrari e Riccardo Besola che presenteranno il loro nuovo romanzo “I tre cuori del Polpo” e con Ivan Guantanario che racconterà la prima fiera di rarità e curiosità librarie della città di Milano in programma da sabato 26 ottobre alla Cascina Cuccagna.

Come sempre spazio alla musica dal vivo con il ritorno ai microfoni di PopUp del duo arte electro punk I’M not a Blonde composto da Chiara Castello e Camilla Matley che presenteranno in anteprima il loro nuovo album Under the Rug.

Sabato 12 ottobre invece PopUp trasmetterà in diretta dalle 18.30 dall’Hub di Comunità Nuova in via Luigi Mengoni 3 in occasione del ventesimo compleanno dell’associazione BIR, Bambini in Romania, con interviste e musica dal vivo per celebrare l’enorme lavoro fatto da questa onlus con i minori di Romania e Moldova. La serata proseguirà con un dj set di un’altra amica di Radio Popolare, Missin Red.

Minorca e la difesa dell’ambiente

Colloquio con Marti Escudero, direttore del Parco Naturale dell’Albufera di Es Grau

Era il 1993 quando l’Unesco ha dichiarato l’isola di Minorca Riserva della Biosfera. Un riconoscimento all’armonia con cui i cittadini minorchini hanno saputo convivere con la natura circostante. Il cuore naturalistico dell’isola è il Parco Naturale dell’Albufera di Es Grau, laguna di acque libere di 67,7 ettari separata dal mare da una barriera di sabbia. La sua profondità, di 1,5 metri di media e le colline terrose che la circondano, la fanno sembrare più un lago che una laguna del litorale. Caratteristiche che determinano il fatto che il suo aspetto paesaggistico sia di grande originalità.

Marti Escudero ne è il direttore, e al Parco ha dedicato gli ultimi 40 anni della sua vita. Escudero è stato uno dei fondatori del GOB, un movimento nato nel 1977 con la mission (mai tradita) di promuovere la difesa dei valori ambientali, l’equilibrio tra le attività umane e la conservazione della natura. “Durante il franchismo – racconta – c’era il progetto di urbanizzare la laguna. Una azienda aveva comprato tre fattorie e voleva trasformarle in chalet”. Questo, ricorda Escudero, ha fatto insorgere la popolazione, che si è opposta con convinzione e determinazione a questo progetto, finché nel 1993 è entrato in vigore il piano di ordinamento sulle risorse naturali ancora oggi in vigore.

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Il GOB è ancora fondamentale nell’andamento della vita a Minorca, anche se più burocratizzato e complesso di una volta: “Molti minorchini – spiega Escudero – sono figli di questa organizzazione. Li ha educati, è andata nelle scuole a insegnare il rispetto per l’ambiente. Fisicamente oggi fa poco, ma è essenziale per sensibilizzare e far sentire la comunità minorchina più felice”. Certo, Minorca non è un’isola vergine in stile tropicale, sono due città con più di 30mila abitanti, ci sono aeroporti e la mano dell’uomo è nettamente visibile, ma senza l’intervento del GOB la situazione sarebbe sicuramente più cupa.

Escudero sa bene che il benessere del parco dipende molto anche dal rapporto con quelle persone che in esso vivono e lavorano: “Pescatori, agricoltori e allevatori sfruttano le risorse del parco: ci sono 47 fattorie che producono formaggio e latte, addirittura una che fa mozzarella italiana, non con la bufala ma con mucche frisone”. A Minorca poi è abbondante la pesca dell’aragosta e dei pesci da scoglio, oltre che la coltivazione di grano e verdura, a cui si aggiungono poi aziende turistiche, come quelle che affittano kayak e biciclette ai turisti per girare l’intero parco. Questo triangolo mantiene viva l’economia del parco, sempre nel rispetto dell’ambiente.

“Questo perché non solo l’uomo abita questa zona. Molte sono le piante e gli animali che chiamano il parco di Albufera “casa”. Come la Poseidonia, una pianta oceanica sommersa che sopravvive grazie all’incrocio di acqua dolce e salata che proprio davanti alle coste dell’isola si incontrano. Molti uccelli (oltre 50 specie) vivono sull’isola, a cui si sommando quelle di passaggio, che si fermano per nutrirsi e accoppiarsi. Tutto questo è da difendere in maniera assoluta”.

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I cambiamenti climatici, evidenti in tutto il mondo, hanno interessato anche l’isola, come spiega Martin: “Tocchiamo con mano gli effetti della modifica del clima, fondamentalmente in due modi. Prima nelle piogge. Di solito l’estate è secca e in autunno arrivano, ma ultimamente l’estate si sta allungando, creando rischi di siccità. L’altro aspetto riguarda il livello del mare: lo scioglimento dei ghiacci provoca un innalzamento del livello delle acque, con tutte le problematiche annesse per animali e agricoltura”. Sono state create delle strutture di acciaio per provare a controllare questo elemento, ma è chiaro che se questo fenomeno, che è cresciuto di 5 centimetri negli ultimi 20 anni, dovesse continuare, misure come questa non sarebbero più sufficienti.

A Minorca, nel raggio di pochi chilometri, si passa dall’Inghilterra vittoriana del XVIII secolo a un angolo sperduto del Nordafrica, da un paesaggio dolcemente normanno all’asprezza della pietra che si incontra all’interno della Sardegna. Una diversità che genera anche una multiculturalità che può essere riassunta nel sangue degli isolani. “Per esempio io” ci dice Escudero parlando delle sue origini “ sono per il 14% dell’Emilio Romagna, per il 14% della Tracia, in Bulgaria; il 14% francese, il 17% di Madeira in Portogallo. Il mio 3% viene dall’Iraq e lo 0.2% dall’Afghanistan. Poi ho anche uno 0.2% della Papua Nuova Guinea”. L’anima di un popolo che prima di tutto si sente latino e mediterraneo, ci tiene a sottolineare Escudero, determina il fatto che la nostra capitale è si Madrid, ma “anche Roma. Da buoni latini infatti guardiamo anche a questo città, e alla sua storia. Sono un nostro punto di riferimento imprescindibile…”.

Qui l’intervista a Martin Escudero nella puntata di Onde Road su Minorca

Il Parlamento vota sul ridimensionamento di se stesso

Gli ex parlamentari, quelli ad esempio a cui hanno tagliato il vitalizio, si sono fatti vedere più volte nei giorni scorsi alla Camera dei deputati, con sguardo divertito assaporano una sorta di rivalsa, “ora tocca agli altri” sembrano voler dire sorridendo: vedere sui volti dei parlamentari attuali la preoccupazione di chi si sta votando da solo il ritorno a casa al prossimo giro, come i capponi a Natale.

E’ la legge sul taglio del numero dei parlamentari, che arriva domani all’approvazione definitiva e quindi senza nessun’altra modifica o correzione accadrà che alla prossima legislatura i deputati da 630 diventeranno 400 e i senatori da 315 si ridurranno a 200.
Un taglio drastico, per il quale i cinque stelle ad agosto, ad un certo punto, hanno condizionato tutta la trattativa per il nuovo governo Conte: al punto numero uno c’era la riduzione di deputati e senatori per risparmiare sui costi della politica, che per alcuni ammonta ad un risparmio di 500 milioni, per altri invece si ridurrebbe a 70 milioni l’anno.
E comunque il Partito democratico e Leu hanno detto sì, nonostante che per ben tre volte, prima di questo ultimo passaggio, abbiano votato contro. Sarà interessante quindi vedere domani, oggi ci sarà solo la discussione generale, come voteranno i nuovi gruppi di maggioranza e come invece si pronunceranno quelli che ora sono all’opposizione, ma che prima avevano detto sì, a cominciare dalla Lega. Un voto incrociato, che Di Maio vede in maniera positiva, sperando in un via libera trasversale e quindi ancora più ampio della maggioranza assoluta necessaria.
Ma tra i cinque stelle i dubbi ci sono, la paura di assenze in aula, di voltafaccia, di voti contrari, per non parlare del fatto che il dissenso interno al Movimento da domani in poi sarà più rischioso, perché se si attacca il capo politico si potrebbe non essere più ricandidati, e i posti saranno molti di meno, ma questo rischio varrà per tutti i gruppi parlamentari. Si tratta di un clima di sospetti e timori intorno ad una legge bandiera per i cinque stelle, che dà ancora più forza al suo capo, ma che senza i contrappesi chiesti ripetutamente dal Partito democratico rischia di non essere più rappresentativa dei collegi attuali, che andrebbero ridisegnati.
Il Pd vuole un cambiamento della legge elettorale, in senso proporzionale con una soglia di sbarramento almeno del 4 per cento, per non essere ostaggio in Parlamento, dicono, di partiti e partitini.
Legge elettorale ma anche delle modifiche ai regolamenti parlamentari, perché con un numero ridotto di deputati e senatori le commissioni non potrebbero lavorare come ora.
Insomma, una riforma istituzionale che il Pd vuole in contemporanea, che si avvii cioè con tempi certi già da subito al Senato per essere legge almeno entro il 2022.  Ma per ora deve fidarsi solo dell’alleato di governo, garanzie non ne ha, così come Zingaretti e lo stesso Conte non hanno nessuna certezza di come domani voteranno i parlamentari di Renzi, non più nel Pd e quindi con le mani libere. E Renzi, che da quando è uscito segna una distanza sempre maggiore dal suo ex partito, è sempre stato più favorevole al maggioritario che al proporzionale.

Cecilia Strada: migranti, è cambiato troppo poco

Esattamente un anno fa, il 4 ottobre 2018, Mediterranea Saving Humans iniziava la sue missioni di salvataggio in mare con la nave Mare Jonio.

La trasmissione Malos di Radio Popolare ha ospitato Cecilia Strada, tra i fondatori di Mediterranea

Dopo il cambio di Governo, si nota una differenza evidente nella modalità comunicativa sul tema dei migranti. Ma è anche sostanza?

“Lo vedremo nei fatti, c’è un cambio di stile, è stato dato un porto alla Ocean Viking ma dobbiamo aspettare i fatti. La bozza degli accordi di Malta gronda ancora clima di sospetto e calunnie verso le navi di soccorso della società civile e gronda accordi con la Libia ed è inaccettabile perché in Libia ci sono morte e tortura quotidiane e traffico di esseri umani. Non si può pagare la Libia per mantenere il controllo delle nostre frontiere” ha detto Strada.

“Non basta dare un porto dopo sei giorni anziché sedici per dire che esiste continuità, serve aprire i canali di accesso” ha aggiunto Cecilia Strada.

“I  numeri dell’Onu dicono che oggi ogni 100 persone su un barcone 37 arriveranno in un porto sicuro, 6 moriranno, e 57 verranno riportati in Libia dove troveranno morte stupro e tortura. Quando sentiamo la nuova ministra dell’Interno Lamorgese parlare dell’ottimo lavoro fatto dalla Guardia Costiera libica, per noi è inaccettabile”.

Ascolta l’intervista completa con Cecilia Strada, a cura di Luigi Ambrosio e Davide Facchini. Malos è in onda dal lunedi al giovedi, dalle 17.35 alle 18.30. Il Podcast della trasmissione, a partire dal minuto 10’30”

Fassina: il Governo durerà ma attenti a Renzi

Stefano Fassina, in ospedale dopo essere stato travolto da una carica di Polizia mentre partecipava alla protesta dei lavoratori licenziati dall’azienda di proprietà del Campidoglio “Roma Metropolitane”, è stato intervistato da Luigi Ambrosio e Davide Facchini durante la trasmissione Malos di Radio Popolare.

“L’assessore Lemmetti ha voluto fare una prova di forza politica perché ha caratteristiche tendenzialmente autoritarie, una prova di forza assecondata per ragioni inspiegabili dalla Polizia” ha denunciato Fassina.

Il Governo durerà, ha detto Fassina venendo alla politica nazionale, a meno di scherzi da parte di Renzi come ai tempi di Enrico Letta.

Fassina parla del passato, a partire da quando Renzi lo liquidò con quel famigerato “chi?” e del futuro, dicendosi contrario ad alleanze elettorali create solo per fermare Salvini:

“Non funzionerebbe. Sarebbe l’ammucchiata dell’establishment contro chi rappresenta il popolo e verremmo spazzati via. Non c’è solo il liberismo del Pd o di Renzi, c’è anche una opzione che guarda agli interessi dei lavoratori su un asse keynesiano. Se l’unica alternativa a Salvini è il liberismo europeista abbiamo chiuso”.

L’intervista completa a Stefano Fassina nel Podcast di Malos, a partire dal minuto 11 e 58 secondi