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Autonomia e Flat Tax: la secessione dei ricchi

Gianfranco Viesti - Flat Tax Autonomia

“La Flat Tax si farà perché è nel programma. Abbiamo l’intera legislatura davanti e questo ci consente di programmare gli interventi” sono le parole del capo del governo Giuseppe Conte sulla vicenda della tassa piatta a cui il leader della Lega Salvini è particolarmente legato. Salvini la voleva subito la flat Tax un taglio delle tasse per chi guadagna meno di 50.000 euro, questa era la proposta, una manovra che complessivamente sarebbe costata o potrebbe costare dai 12 ai 13 miliardi di euro l’anno.

Salvini per questa Flat Tax dovrà aspettare perché la sua proposta di taglio fiscale per il momento sembra essere entrata in un cono d’ombra. Almeno per quello che è stato scritto all’interno del Documento di Economia e Finanza. Il Ministro dell’Economia ha citato il tema nel suo comunicato ufficiale alla fine del Consiglio dei Ministri: “In campo fiscale si intende continuare il processo di riforma delle imposte sui redditi in chiave flat Tax, ma niente di più”.

C’è invece un altro fronte, un’altra battaglia in cui Salvini sembra stia avendo più fortuna: il tema della maggiore autonomia di alcune regioni italiane. Dopo aver spinto tanto per arrivare al referendum, in particolare in Lombardia e in Veneto le due regioni guidate da presidenti leghisti, per raggiungere un’intesa tra governo e Regioni, l’iter di quella maggiore autonomia sembra essersi fermato.

Ne parliamo con il professor Gianfranco Viesti, economista dell’Università di Bari, che 8 mesi fa lanciò una petizione e un allarme allo stesso tempo: attenzione perché attorno a quei progetti di maggiore autonomia si cela di fatto una “secessione dei ricchi”.

Professor Gianfranco Viesti ha la sensazione anche lei che su questa partita Salvini abbia messo un po’ la sordina alla vigilia delle elezioni europee? Il vice presidente del consiglio e leader della Lega vuole apparire un po’ più nazionalista che secessionista, è così anche secondo lei?

Mira prendere i voti al centro-sud e temo che ne prenderà non pochi, e quindi deve nascondere la circostanza che uno dei punti chiave, forse il più importante, del programma della Lega è quello di determinare questa secessione di fatto di alcune regioni dal resto del Paese. Mira anche ad avere un rapporto di forze diverso nel governo in modo da poter poi rilanciare il progetto dopo il 26 maggio con una intensità molto maggiore.

Quindi possiamo stare sicuri che questo tema almeno per quello che può essere determinato da Salvini non ritornerà in auge da qui alla fine di maggio? 

Che non tornerà non ne siamo sicuri, che tornerà dopo sì, ne siamo sicuri perché sia in Lombardia che in Veneto le richieste e le promesse si sono spinte troppo in là per non avere un effetto boomerang in caso di fallimento. Poi perché questa proposta è proprio nel DNA della Lega, è sempre stato e sempre sarà quello: avere un’attenzione particolare ad alcuni gruppi sociali e ad alcuni territori rispetto ad altri.

Lei ieri con un articolo su Il Messaggero definiva questa politica che ha chiamato la Secessione dei Ricchi: il tentativo di blindare una parte del gettito fiscale per le regioni più ricche comunque vadano le cose per il resto del Paese così da potersi garantire servizi pubblici che altrove potrebbero diradarsi. Rifacciamo un momento il punto sul merito di questi progetti di maggiore autonomia che sono garantiti dalla costituzione. In quella riforma della costituzione del 2001 in senso federalista qualche errore è stato fatto, no? Si è data la possibilità di poter mettere nelle mani delle regioni un sacco di competenze.

Sì, blindare il gettito fiscale e anche aumentarlo se possibile perché uno dei meccanismi più importanti di questo processo consiste nello stabilire dei criteri in base ai quali si toglie ad alcuni e si aggiunge ad altri. Sì, la riforma Costituzionale ha cambiato il Titolo V in un modo che oggi, vedendo le cose che stanno succedendo, lascia un po’ perplessi anche se in realtà l’insieme degli articoli del Titolo V reggono una prospettiva di unità nazionale anche nella differenziazione. Il punto è che si sta usando come un grimaldello questo Articolo 116 per chiedere non una maggiore autonomia in casi specifici motivati da ragioni specifiche, da condizioni specifiche di alcuni territori, ma sovvertendo l’organizzazione dei grandi servizi pubblici del Paese. Lombardia e Veneto ma in grande misura anche l’Emilia Romagna chiedono sostanzialmente di costituirsi come degli Stati autonomi all’interno del Paese cioè di avere competenze vastissime che vanno dalla sanità all’istruzione, dall’università i beni culturali, dal governo del territorio al lavoro, dalla previdenza integrativa alle infrastrutture, alla tutela del paesaggio, alle acque, ai rifiuti, insomma un po’ tutto quello che fa l’operatore pubblico verrebbe ridisegnato in modo tale da creare questi Stati autonomi all’interno del Paese.

Lei ha avuto modo di vedere le tantissime reazioni che ci sono state non soltanto su questi progetti di maggiore autonomia ma su tutte queste norme della Costituzione. Quelle norme furono cambiate in quella legislatura che finì nel 2001, guidata dal governo Amato, il Presidente del Consiglio era lui.In questi mesi lei ha mai incontrato qualche “pentimento” da parte di alcuni degli autori di questa riforma che si sta rivelando un po’ un effetto boomerang: più che federalismo si va a una potenziale dissoluzione dello Stato. Lei stesso diceva prima che si creano degli degli Stati nello Stato, qualcuno ci ha ripensato riguardo quei testi? 

C’è discussione tra i costituzionalisti,  vengono fuori appunto i pericoli di un testo che consente delle interpretazioni delle applicazioni che sono perfettamente legali ma che ne forzano enormemente la logica.

L’ultima volta che ci siamo sentiti eravamo a metà febbraio ed era la vigilia dell’arrivo dei testi delle intese tra il Governo e le singole Regioni che è una parte dell’iter previsto dalla costituzione: le Regioni fanno le proposte e devono raggiungere un’intesa con lo Stato. Sulla base di questa intesa poi deve essere prodotto un testo di legge che deve finire in Parlamento ed essere approvato dalla maggioranza assoluta  di Camera e Senato. I testi dei progetti di legge che devono arrivare in Parlamento sono stati scritti o siamo ancora fermi alle intese?

I testi in discussione, anche nei pezzi che sono stati concordati fra i ministri e le Regioni sono ancora segreti, non sono stati mai resi pubblici quindi non si sa bene ufficialmente che cosa comporterebbe questa autonomia. Circostanza non da poco perché per esempio in Lombardia l’autonomia comporterebbe il passaggio dei Presidi e dell’Ufficio Scolastico regionale direttamente alle dipendenze della Regione con un controllo politico molto forte. Inoltre i futuri docenti delle scuole Lombarde sarebbero selezionati solo con concorsi regionali. Allora per i cittadini diventa interessante sapere questo perché un conto è parlare di autonomia in maniera generica, siamo abbastanza favorevoli all’autonomia, è un valore molto importante l’autonomia delle comunità locali e delle Regioni. Un conto è invece declinarla concretamente: per esempio i cittadini sarebbero molto sorpresi dal sapere che nei testi di queste intese c’è scritto che le Regioni avrebbero il potere di definire cos’è un rifiuto o avrebbero il potere di definire cos’è un farmaco. Mentre noi stiamo andando verso politiche ambientali a livello Europeo, con questo progetto si riportano tutte queste competenze a livello locale. Fino a dire che quello che è un rifiuto in Lombardia può non esserlo in Piemonte con conseguenze sulle politiche di gestione e di smaltimento dei rifiuti che possono essere estremamente rilevanti.

Questo è uno dei cento temi, discutere nel merito sarebbe molto opportuno perché i parlamentari e i cittadini potrebbero rendersi conto del fatto che non c’è una logica di governo o amministrativa alla base di queste richieste: non sono competenze che vengono richieste per completare i poteri regionali per governare meglio ma vengono richieste tutte quelle competenze che è possibile ottenere. Per fini politici, per organizzare le tre regioni come degli Stati indipendenti all’interno del Paese.

Poi ci sono i soldi per i quali un passo avanti è stato fatto già dal precedente governo di centro-sinistra. Il governo Gentiloni aveva introdotto in pre-accordo con queste regioni un criterio molto forte cioè che se tu sei cittadino di una regione più ricca hai diritto a più servizi che se sei cittadino di una regione più povera. Un criterio che difficilmente avrebbe passato il vaglio della Corte Costituzionale ma intanto questo è. L’attuale governo ha potuto farsi forte della decisione di non applicare più questo criterio e quindi di eliminarlo, ma al tempo stesso ha inserito, in un pezzo di testo che è disponibile sul sito del Dipartimento degli Affari Regionali, tutta una serie di norme che consentono di arrivare allo stesso risultato, cioè prendere soldi da alcune regioni e portarli in altre.

Un ambito nel quale si mira molto ad ottenere più risorse è proprio quello dell’Istruzione scolastica: è stata inserita una norma per cui se per la Lombardia non vengono definiti dei criteri generali di calcolo delle risorse per l’istruzione, i cosiddetti fabbisogni standard, la stessa Lombardia ha diritto al valore medio pro capite della spesa per l’istruzione. Uno sente questa frase e dice: va beh che c’è di male? Viene trattata come gli altri e cioè ottiene il valore medio pro capite della spesa per l’istruzione. Ma se si va a scavare si scopre che innanzitutto la spesa per l’istruzione non è pro capite, non è per noi anziani ma è solo per gli studenti quindi casomai dovrebbe essere la spesa per studente. Poi si scopre che in un Paese come l’Italia ci sono delle regioni che hanno tanti paesini di montagna con le scuole piccole, soprattutto le elementari, quindi hanno più docenti e quindi costano di più. Attraverso questa porticina passerebbe un enorme flusso di risorse che verrebbe tolto soprattutto alle regioni piccole e appenniniche e andrebbe a finire in Lombardia e in Veneto.

Di tutto ciò nessuno ne sa assolutamente niente, men che meno tutti quelli che si apprestano il 26 maggio a votare. Non a caso al tema la televisione di stato, ma anche le televisioni private, non ha dedicato neanche un minuto come se la questione fosse una solo tecnica-amministrativa e non fosse invece quello che è: una grande questione politica.

Questa questione politica è ancora ammantata da un livello di segretezza che dal punto di vista della coerenza con i valori e i principi democratici sembra fare a pugni. Quando verranno elaborati questi testi che cosa dovrà fare il Parlamento? Dovrà prenderli e votarli o li potrà anche modificare? Si è aperta una discussione secondo la quale quel testo, quando sarà pronto, dovrà essere solo o assunto o respinto, non lo si potrà modificare?

C’è un politico italiano che ha il pregio della chiarezza, è Presidente della  Regione Veneto Luca Zaia, ieri al Sole 24 Ore ha esposto con chiarezza la sua tesi: che il parlamento discuta pure e proponga tutto quello che vuole, tanto alla fine decidiamo io e il ministro Stefani, un ex assessore regionale del Veneto che adesso è il ministro competente per le autonomie. L’idea è sempre quella di avere un ruolo del parlamento assolutamente ancillare perché chi decide sono il governo e le regioni. Da questo punto di vista per fortuna sono maturati un sacco di dubbi sia nel Presidente della Camera e che nel Presidente della Repubblica, quindi questa questione del percorso parlamentare è tutt’altro che definita. Quelle questioni o si tengono nascoste intanto si decide e poi si vede, oppure vengono fuori nel dibattito parlamentare. Ma se vengono fuori nel dibattito parlamentare vengono fuori tutti i contenuti di queste proposte, questo sarà il tema chiave da giugno in poi. Cioè quanto i parlamentari avranno un effettivo potere di conoscere quello che c’è scritto nei testi. Si può essere a favore o contrari ma essendo un cambiamento così radicale di come funziona l’Italia io ritengo sia sacrosanto che se ne occupi il Parlamento.

Una domanda che riguarda un po’ la politica economica di queste settimane attorno all’approvazione del Documento di Economia e Finanza, ci saranno dentro oppure no le questioni che hanno a che fare con la cosiddetta Flat Tax. Da quello che abbiamo capito è rimasta più fuori che dentro, poi dovremo vedere nelle prossime settimane. Quella proposta di riduzione del numero di aliquote e del loro abbassamento, è sostenibile per come è messa economia italiana? Le diseguaglianze che ci sono e che sono cresciute negli ultimi anni, da una proposta come la Flat Tax non rischiano di essere ancora di più allargate?

La Flat Tax è la punta di diamante dell’offensiva reazionaria nel nostro Paese come altrove. Attacca il principio più importante che è quello della progressività fiscale: l’idea che chi è più ricco debba contribuire maggiormente a tenere insieme il Paese e garantire gli essenziali servizi d’istruzione e di salute a tutti i cittadini. Questa è la radice della nostra Costituzione, come quella di altri paesi europei. La Flat Tax è un attacco frontale a questo principio. Questo nell’attuale situazione italiana presenta alcuni problemi: il primo è che producendo una enorme caduta di gettito peggiorerebbe notevolmente il deficit pubblico, è del tutto insostenibile con l’attuale stato dei conti, quindi al momento è solo propaganda, non si può fare. Ma l’aspetto più pericoloso è che potrebbe comportare un parallelo taglio dei servizi pubblici. Quindi la garanzia d’istruzione e salute universalistiche, quello che abbiamo costruito per decenni e decenni, si andrebbe riducendo.

Come si può fare questo? Continuando con i processi di privatizzazione del settore della Salute e del settore dell’Istruzione per cui minori servizi garantiti a tutti. Chi ha di più si può comprare la sua polizza sanitaria, si può fare la sua visita privata o può mandare suo figlio a una scuola o a un’università privata. Questo è un nucleo essenziale della discussione, si vogliono riformare le aliquote fiscali ma dire tassa piatta significa dire questo: un attacco frontale ai principi della nostra Costituzione e della nostra convivenza. Non escluderei di legare i due aspetti, nel senso che la tassa piatta sarebbe molto più pesante se accoppiata all’autonomia differenziata perché le regioni forti avrebbero comunque la garanzia di un gettito fiscale per i loro servizi mentre le altre dovrebbero fare i conti con un bilancio dello Stato sempre più magro perché si incassa sempre meno dalle tasse.

Qui trovate il podcast completo della puntata di Memos di giovedì 11 Aprile 2019

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    Redazione
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