Dopo San Donato

Rami vince, Salvini perde

martedì 26 marzo 2019 ore 17:14

Alla fine, ci voleva un ragazzino di 13 anni, figlio di immigrati, per mettere in crisi la formidabile macchina della comunicazione di Salvini.

Rami è tutto quello che i leghisti odiano. Ha spiegato che la cittadinanza per tutti i figli di immigrati è un diritto e non un privilegio. Ha chiesto una legge giusta.

Salvini per questo lo aveva preso di mira.

Il capo del Viminale lo aveva attaccato brutalmente, lo aveva bullizzato. L’uomo politico in questo momento più potente in Italia si era scagliato contro un adolescente che va alle scuole medie. Salvini ci ha abituati all’aggressività anche contro persone comuni, messe alla gogna sui social perché hanno osato contestarlo.

Questa volta però quel “si faccia eleggere” è stato un autogol.

Perché le idee incarnate da Salvini oggi sono forti, sono probabilmente maggioritarie in questa fase, ma sono vecchie, mentre Rami rappresenta il futuro, rappresenta la prospettiva di un Paese aperto, dove i cittadini non si distinguono più per la loro origine o per quella dei loro genitori.

Salvini è il simbolo di una Italia vecchia, Rami è un simbolo di una Italia nuova.

Nuova e normale. Così normale che da grande sogna di fare il Carabiniere.

E forse Salvini ha capito che questa volta aveva toppato quando lo ha visto comparire in televisione, assieme al compagno di scuola Adam, a sua volta figlio di immigrati e senza cittadinanza, accompagnati dai Carabinieri i quali a un certo punto hanno fatto indossare loro il cappello militare.

Gli italiani non cambieranno idea sull’immigrazione ma quella sera, soprattutto dopo quella scena erano con Rami e Adam.

Il domani è una cosa semplice, così semplice che Salvini e quelli come lui non possono farci nulla.

Aggiornato martedì 26 marzo 2019 ore 17:15
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