JAZZ - 80 ANNI FA

Carnegie Hall, 23 dicembre 1938 (2)

giovedì 27 dicembre 2018 ore 16:28

In una sezione della trionfale serata di cui era stato protagonista alla Carnegie Hall il 16 gennaio del 1938, Benny Goodman aveva reso omaggio ad alcune stagioni e ad alcuni protagonisti che lo avevano preceduto nella vicenda del jazz: alla fine degli anni trenta quindi, anche all’interno dello stesso mondo del jazz, il jazz appariva già come suscettibile di essere storicizzato. Ma rispetto alla sezione del concerto di Goodman che aveva rivisitato e reso omaggio al passato, la concezione della serata a cui John Hammond dà vita – di nuovo alla Carnegie Hall – undici mesi dopo, il 23 dicembre, era decisamente più ambiziosa.

Il riferimento, come enuncia l’intestazione, From Spiritual to Swing, non era appunto esclusivamente al jazz, ma al jazz come parte di un percorso compiuto dalla musica nera negli Stati Uniti: musica nera guardata come arte e cultura, di cui Hammond compendiava i vari aspetti – blues, gospel, jazz delle origini – fino all’attualità swing della musica nera. Il concerto fu dedicato da Hammond alla cantante Bessie Smith, che era morta un anno prima. Quanto al blues, Hammond ingaggiò nientemeno che Robert Johnson, che però fu assassinato poco tempo dopo aver firmato il contratto. Hammond riuscì allora a convincere a rimpiazzarlo, e ad apparire davanti ad una platea prevalentemente bianca, Big Bill Broonzy: Big Bill Broonzy stabilì subito la comunicazione col pubblico e fece colpo. Hammond inoltre era stato in North Carolina per localizzare un bluesman, Blind Boy Fuller: quando arrivò sul posto scoprì che Fuller era in galera perché aveva sparato alla moglie. In compenso Hammond per caso si imbatté in un altro bluesman cieco, cantante e suonatore di armonica, Sonny Terry: ne rimase molto impressionato, e invitò Terry a partecipare alla serata alla Carnegie Hall. Terry avrebbe poi avuto una lunga carriera.

Prendiamo in mano il programma di sala della serata, e vediamo cosa scrivono in conclusione della loro presentazione James Dugan e John Hammond: “I produttori di questo concerto pregano il pubblico di essere indulgente. Molti degli artisti in programma si esibiscono per la prima volta davanti ad un pubblico in maggioranza bianco: faranno del loro meglio se la platea li incoraggerà creando un’atmosfera di informalità e attenzione. La musica più calda si crea quando il performer può sentire il suo pubblico. Possiamo chiedervi di dimenticare che siete alla Carnegie Hall?”. Portare un progetto audace come From Spiritual To Swing, un’idea culturalmente d’avanguardia, addirittura all’epoca imbarazzante per molti, persino per associazioni che si occupavano del progresso dei neri, portarlo dentro un santuario della musica classica come la Carnegie Hall chiedendo però al pubblico di fare come se non fosse stata la Carnegie Hall è un piccolo capolavoro concettuale: consacrare la musica nera portandola dentro il tempio e allo stesso tempo sconsacrare il tempio.

La raccomandazione al pubblico con cui Hammond conclude la presentazione della serata del ’38 nel programma di sala era però concretamente giustificata. Pensiamo a cosa voleva dire nel ’38 prendere un nero, un illustre sconosciuto, un bluesman non vedente come Sonny Terry, un musicista abituato ad esibirsi in situazioni popolari, fra la sua gente, fra afroamericani, e metterlo da solo, con la sua voce e la sua armonica, di fronte ad un pubblico in buona parte bianco, sul palco di un prestigioso teatro di una grande metropoli dove quel bluesman non aveva mai messo piede. L’orchestra di Count Basie era una macchina che andava certo più sul sicuro di un bluesman non vedente in completa solitudine: ma anche per l’orchestra di Basie, esibirsi in concerto in un teatro e non in una sala da ballo era all’epoca irrituale. Hammond aveva deciso di correre qualche rischio, e di farlo correre ai suoi artisti, e stava facendo centro.

Se la serata di Goodman era stata ambiziosa, quella concepita da Hammond lo era ancora di più. La serata di Goodman aveva come collante lo straordinario successo del clarinettista e bandleader: certo, Goodman non si poteva permettere di non fare una figura più che eccellente, ma con la sua popolarità in definitiva la sua serata andava abbastanza sul sicuro. La serata di Hammond poteva contare su nomi di prim’ordine e di richiamo, a cominciare da Count Basie, ma non era interamente imperniata su una star, e su una star bianca, e il riferimento non era esclusivamente al jazz. In North Carolina Hammond aveva scoperto anche i Mitchell’s Christian Singers: invitato alla Carnegie, fu il primo vero e proprio coro gospel ad esibirsi in concerto a New York. Hammond  propose anche un’altra interprete proveniente dal mondo del gospel, Sister Tharpe, voce e chitarra, accompagnata da Albert Ammons al piano: poi nota come Sister Rosetta Tharpe, la cantante era ad una delle sue primissime apparizioni fuori dalle chiese. Eccola in That’s All.

 

 

Per rendere omaggio al jazz delle origini Hammond si avvale di un musicista a denominazione di origine controllata, Sidney Bechet, un veterano di New Orleans, città che peraltro Bechet aveva presto lasciato per mille avventure, che lo avevano portato anche ad essere uno dei pionieri del jazz e della musica nera in Europa: quel Bechet che quasi vent’anni prima aveva affascinato il John Hammond ragazzino, in viaggio a Londra con la famiglia. Il gruppo con cui Bechet si presenta alla Carnegie Hall si chiama New Orleans Feetwarmers, e oltre al sax soprano di Bechet allinea la tromba di Tommy Ladnier, che era anche lui della Louisiana e che con Bechet aveva dato vita alla formazione: ma accanto a loro ci sono dei musicisti che rappresentano in realtà non New Orleans ma altre tradizioni: al piano James P. Johnson, dagli anni dieci uno dei maestri dello stride piano newyorkese, e al trombone Dan Minor, al contrabbasso Walter Page, e alla batteria Jo Jones, cioè tre musicisti che erano emersi dal jazz di Kansas City e che facevano parte della popolarissima band di Count Basie pure protagonista della serata: insomma in questo gruppo il jazz delle origini di New Orleans si incontra con la generazione protagonista del jazz all’ultimo grido, lo swing.

 

 

Chissà se dopo questa serata del 23 dicembre del 1938 non ci sarà stato qualcuno, fra associazioni e organizzazioni che avevano preferito non farsi coinvolgere nell’iniziativa di Hammond, che se ne pentì… Perché se spaventava l’idea di un omaggio così pronunciato, così esplicito alla musica e alla cultura nera, proposto con tutti i crismi e nel bel mezzo di New York, Hammond però non era solo un un militante della causa della musica nera: era anche un produttore, un protagonista dello show business dotato di un fiuto straordinario. E se la serata di Benny Goodman a inizio ’38 può essere considerata come l’apice della “follia dello swing”, la serata a ridosso del Natale del ’38 organizzata da Hammond può essere fra l’altro considerata come il battesimo di un’altra follia, quella del boogie woogie, a cui con grande intuito con la sua serata Hammond offrì, in una Carnegie Hall completamente esaurita, una straordinaria vetrina e l’occasione ad un fenomeno musicale che era ormai maturo di affermarsi definitivamente.

Nell’impostare la serata Hammond si preoccupò di rappresentare nella sua completezza il percorso sviluppato dalla musica nera negli Stati Uniti: gospel, blues, jazz delle origini, fino all’attualità della musica neroamericana. E con l’entusiasmo di un agit-prop della musica nera, e in uno slancio anche pedagogico, Hammond pensò di aprire la serata facendo ascoltare degli esempi di musica tradizionale africana tratti da dischi con materiale registrato sul campo. Avrebbe dovuto esserci un presentatore della serata, ma non arrivò: così per introdurla finì per parlare Hammond medesimo: ma Hammond, allora ventottenne, era molto emozionato – la Carnegie Hall era piena, c’era stato un overbooking di alcune centinaia di spettatori che erano stati sistemati direttamente sul palco – e l’amplificazione della voce di Hammond era troppo bassa, ragione per cui non si sentiva niente: così Hammond fece segno al tecnico di alzare il volume, il tecnico equivocò e pensò che fosse il momento di mandare il disco, e mentre Hammond stava ancora parlando partirono dei canti tribali africani: un inizio goffo che era tutto un programma per una serata all’insegna di un notevole caos ma anche di un notevolissimo successo. Il mix, in cui c’erano molti aspetti pionieristici e molte scelte avanzate, funzionò egregiamente dal punto di vista spettacolare.

Se lo scopo di Hammond era quello di celebrare la grandezza della musica nera, ci riuscì. E se Hammond si era fatto degli scrupoli di ricostruzione e di rappresentatività storiche nel suo assortimento di musiche, col suo grande fiuto e il suo senso dello spettacolo riuscì a farne qualcosa di assolutamente non paludato e serioso: a dare l’idea che se la musica nera aveva una storia che andava riconosciuta e rispettata, beh, la musica nera di certo aveva anche una prorompente attualità. Una attualità espressa al massimo grado dalla pirotecnica novità del boogie woogie.

Ecco nel corso della serata uno dei grandi pianisti del boogie woogie, Pete Johnson, di Kansas City, col cantante di blues Joe Turner, suo concittadino: il brano è It’s All Right Baby.

 

 

In realtà il fenomeno del boogie woogie non è una novità della fine degli anni trenta: il fenomeno del boogie woogie comincia ad essere testimoniato da incisioni già verso la metà degli anni venti. Ma il fenomeno esplode alla fine degli anni trenta non solo perché a quel punto questo stile ha avuto tutto il tempo necessario per maturare, ma anche perché è proprio l’effetto che il boogie woogie fa nella serata dell’antivigilia di Natale organizzata da Hammond a funzionare da detonatore. I pianisti di boogie che Hammond raccoglie alla Carnegie Hall sono tutti dei pezzi da novanta nel loro genere. Albert Ammons, che è in realtà un pianista eclettico, che spazia fra boogie woogie, blues e jazz, nasce a Chicago; nei primi anni venti lavora come taxista, e nel ’24 incontra un altro taxista che suona il piano, Meade Lux Lewis, e i due cominciano a lavorare assieme nei locali. Poi Ammons comincia a guidare dei gruppi, si afferma come pianista in città nel cuore degli anni trenta, arrivando ad ottenere molto successo, e si sposta a New York, dove fa spesso coppia con un altro pianista, Pete Johnson, come abbiamo detto di Kansas City. Il terzo pianista convocato alla Carnegie era l’appena citato Meade Lux Lewis, che dopo aver solidarizzato con Ammons a Chicago si era perso per strada: era stato proprio Hammond a rintracciarlo nella Windy City, trovandolo che sbarcava il lunario facendo il lavamacchine e lo aveva portato a New York a registrare. Alla Carnegie Hammond mette assieme Ammons, Lewis e Johnson in un esplosivo trio di pianoforti, prima solo pianistico, poi con l’accompagnamento di Walter Page e Jo Jones, il contrabbassista e il batterista di Count Basie: ecco questo quintetto con tre pianoforti in una “cavalcata boogie”, Cavalcade of Boogie, firmata dai tre pianisti.

 

 

L’esibizione di Albert Ammons, Meade Lux Lewis e Pete Johnson alla Carnegie Hall fa epoca, e così alla follia dello swing, alla fine del 1938 si affianca la follia del boogie woogie.

Forte del successo ottenuto, Hammond un anno dopo bissa, questa volta direttamente la sera della vigilia di Natale. All’insegna della regola “squadra che vince non si cambia” molti degli ingredienti, e anche dei nomi, sono gli stessi, con però qualche non trascurabile differenza in più e in meno. Per quanto riguarda le cose in più, se nel ’38 Hammond aveva portato alla Carnegie Hall il suo grande protetto Count Basie, il 24 dicembre del ’39 raddoppia: oltre a Count Basie ha nella sua serata anche la massima star dello swing, Benny Goodman. Hammond porta cioè alla Carnegie la crème dello swing, cioè lo swing al suo massimo grado nei suoi versanti nero e bianco, e cioè anche due grandi rivali sulla scena newyorkese e più in generale della musica popolare negli Stati Uniti della fine degli anni trenta.

Rispetto alla serata del ’38, quella del ’39 era organizzata molto meglio: non ci fu overbooking di spettatori, dietro le quinte era all’opera un responsabile di palco professionale, tecnicamente tutto filò liscio, e se nella prima edizione Hammond si era trovato a mal partito in un ruolo non suo dovendo fare le veci di un presentatore che non era arrivato, questa seconda volta a introdurre la serata Hammond chiamò un oratore sicuro, che dagli anni venti si era esercitato nelle aule universitarie e che da dieci anni insegnava alla Howard University. Sterling Allen Brown, che introdusse la serata, era un personaggio non di poco conto, veramente la figura adatta per la concezione di From Spiritual To Swing di Hammond, quella di celebrare storia e grandezza della musica nera negli Stati Uniti. Sterling Allen Brown era figlio di Sterling Nelson Brown, che lo aveva preceduto come professore alla Howard: Nelson Brown era un ex schiavo – il testo della sua autobiografia, My Own Life Story, una cinquantina di pagine, è riprodotto in internet e si trova facilmente in rete. Il figlio, Sterling Allen Brown, era un poeta e un grande studioso di tradizioni afroamericane.

Una delle presenze della serata del ’38 che avevano fatto più effetto era stata quella del gruppo gospel Mitchell’s Christian Singer: e anche nel ’39 Hammond schierò il suo bravo gruppo vocale, il Golden Gate Quartet.

Dopo il Golden Gate Quartet entra in scena Benny Goodman, che  si presenta col suo straordinario sestetto, con Goodman al clarinetto, Charlie Christian alla chitarra elettrica, Lionel Hampton al vibrafono, Fletcher Henderson al piano.

Nella serata del 1938 Hammond aveva presentato l’aspetto country e folk del blues, con Big Bill Broonzy e con Sonny Terry. Sia Big Bill Broonzy che Sonny Terry sono nuovamente invitati alla serata del ’39, ma questa volta il programma allestito da Hammond prevede anche un esempio di blues urbano, nella persona di Ida Cox, una delle maggiori esponenti del blues classico che era emerso negli anni venti con personaggi come Mamie Smith, Ma Rainey e Bessie Smith: nata in Georgia, Ida Cox rappresentava proprio il passaggio dal blues rurale al blues urbano. Dal blues urbano di Ida Cox si torna poi al country blues con Big Bill Broonzy, che viene accompagnato da Albert Ammons, che invece nella prima edizione della serata era stato uno dei protagonisti dello spettacolare summit di tre pianisti di boogie woogie.

Dal gospel allo swing, dallo swing al blues nelle sue varie declinazioni, e dal blues di nuovo allo swing per un finale incandescente. Oltre all’orchestra di Basie Hammond nel ’39 ha questa volta anche un piccolo gruppo emanazione dell’orchestra, i Kansas City Six: senza Basie, ma con la micidiale ritmica di Basie, Freddie Green alla chitarra ritmica, Walter Page al contrabbasso, Jo Jones alla batteria, e poi Buck Clayton alla tromba e Lester Young al sax tenore: tutti basiani tranne il sesto, Charlie Christian alla chitarra elettrica, il che crea un incidente diplomatico fra Hammond e Benny Goodman. Era stato proprio Hammond a portare Charlie Christian all’attenzione di Goodman. Christian era approdato alla corte di Goodman proprio nel ’39: ed era entrato a far parte del sestetto di Goodman, formazione di punta con cui il clarinettista si presenta alla seconda edizione di From Spiritual to Swing. Ma Hammond all’insaputa di Goodman combinò perché Christian suonasse anche col gruppo di musicisti di Basie. Ma l’incidente si spiega probabilmente anche con dinamiche più personali: Goodman era in debito con Hammond, che gli aveva dispensato per anni consigli che si erano rivelati assolutamente azzeccati per la sua carriera, ma nello stesso tempo era insofferente rispetto alle ingerenze di Hammond nella sua attività. Tre anni dopo, Goodman sposò la sorella di Hammond, quindi i due personaggi erano in un rapporto molto stretto, ma questo non impedì loro di avere attriti riconducibili a differenze di indole e anche di background, fra Goodman emerso da un modesto ambiente di immigrati ebrei e Hammond, rampollo di una famiglia che contava generali e politici. Ecco i Kansas City Six con Charlie Christian in Good Morning Blues.

 

 

L’orchestra di Count Basie monta in scena nel finale della serata, anche con al piano James P. Johnson, e con la vocalist Helen Humes, che nell’edizione precedente era apparsa con i Kansas City Five. La serata si conclude con una jam session: con tutti assieme i musicisti dell’orchestra di Basie, quelli del sestetto di Goodman, ma non Goodman, contrariato perchè Hammond ha preso l’iniziativa di far suonare Charlie Christian con i Kansas City. E in mezzo alla jam c’è anche Albert Ammons, e salta fuori anche un altro protagonista del boogie woogie che aveva reso esaltante la prima edizione della serata, Meade Lux Lewis, ed è della partita anche Fletcher Henderson. Tutti assieme, Basie e i suoi, i musicisti di Goodman e gli altri danno vita ad un’omerica Lady Be Good, che avrebbe potuto prolungarsi oltre i dieci minuti della sua durata se non fosse stato che a mezzanotte si doveva chiudere: era la vigilia di Natale, e la Carnegie Hall era pur sempre la Carnegie Hall.

 

 

Qui il concerto del 24 dicembre del ’39.

 

Aggiornato martedì 02 aprile 2019 ore 15:36
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