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Open Arms

“Abbiamo l’obbligo etico di salvare le persone”

venerdì 23 novembre 2018 ore 15:46

Le Ong Open Arms, Sea Watch e Mediterranea hanno lanciato oggi una nuova missione coordinata per i salvataggi nel Mediterraneo. Abbiamo intervistato Riccardo Gatti, capo missione della nave Proactiva – Open Arms, che in queste ore si trova in mare a bordo della nave che si sta dirigendo verso la Libia.

Noi adesso stiamo ancora scendendo, perché arrivando da Barcellona i giorni di viaggio sono lunghi. Siamo a sud di Lampedusa e l’idea è continuare a scendere verso sud per poi continuare a pattugliare queste zone dove ormai sembra che non succeda più niente.

E invece?

E invece si sa che ci sono continue partenze dalla Libia e partenze dalla Tunisia e arrivi in Italia, poi anche intercettazioni da parte dell’ISIS e intercettazioni da parte di navi mercantili e attacchi da parte delle forze di sicurezza. Continua a succedere quello che noi pensiamo e che abbiamo testimoniato ormai da un anno a questa parte, soltanto che viene nascosto e viene taciuto.

In quanti siete ora sulla Open Arms?

Siamo in 19. Abbiamo due team di soccorso composti da 6 persone, un team medico di 2 persone e poi sei persone dell’equipaggio, io e il cuoco.

Tu in particolare che tipo di attività svolgi?

Io sono il capo missione, mi coordino col comandante e gestisco i volontari e le volontarie e coordino più o meno le operazioni di soccorso.

È pericoloso fare queste missioni nel momento in cui si deve andare fisicamente a salvare le persone in mare?

È pericoloso per loro. Arrivano in condizioni già molto precarie per i mesi passati in Libia poi perché viaggiano su imbarcazioni di fortuna. È pericoloso anche perché dopo Mare Nostrum non c’è stato un operativo di salvataggio in mare messo in atto dai nostri governi, che hanno risorse molto più elevate rispetto alle navi delle Ong. Noi ad esempio siamo in giro con un rimorchiatore di 50 anni. Ormai le Ong hanno raggiunto un alto livello di professionismo nel soccorso in mare, però è pericoloso per loro. Dobbiamo anche dire che io e altri compagni e compagne che sono a bordo della nave adesso siamo stati sequestrati dalla guardia costiera libica, hanno sparato in più occasioni. Perciò sì, c’è anche quel tipo di pericolosità che noi sempre denunciamo, perchè quando parliamo di guardia costiera libica si parla di queste milizie appoggiate e finanziate dall’Unione Europea attraverso l’Italia.

Il rapporto con la guardia costiera libica come è regolato in questo momento? Come vi rapportate con loro?

Le volte che abbiamo cercato di metterci in contatto con loro è stato molto difficile perché i numeri di telefono messi a disposizione dalle autorità italiane e dalle autorità competenti sono numeri di telefono a cui non rispondono o a cui rispondono in arabo. Funzionano un po’ meglio le email, che evidentemente gli scrive qualcun altro. Di rapporti ce ne sono meno di zero. All’inizio ci sono stati dei rapporti quando ancora non era stato instaurato nessun supporto formale da parte dell’Unione Europea, ma erano rapporti neutri. Non c’era nessun contatto reale, si vedevano queste imbarcazioni con scritto “coast guard” e gente armata a bordo, però le cose non andavano più in là di quello. Poi quando sono iniziati i finanziamenti da parte dell’Unione Europea e dell’Italia l’atteggiamento dei libici è diventato ostile: via radio hanno iniziato a comunicarci gli stessi messaggi che dei politici e personaggi delle autorità europee, come il direttore di Frontex, dicevano riguardo al fatto che noi siamo dei trafficanti e cose simili. Da lì sono anche iniziate azioni ostili nei nostri confronti. Quello che si cerca di vedere ai cittadini europei è questa idea che la guardia costiera libica come un’autorità competente in materia di soccorso e coordinamento in mare. La realtà è un’altra: noi non veniamo coordinati, anzi continuiamo a denunciare che si tratta di milizie di dubbia provenienza.

Se vi trovate di fronte a una barca di migranti che sta naufragando e che ha bisogno di aiuto e lì arriva anche una motovedetta della Guardia Costiera Libica, cosa succede?

Lì c’è un problema, perchè noi dobbiamo soccorrerli. Abbiamo l’obbligo etico e normativo di farlo. Dalla guardia costiera libica non sappiamo mai cosa aspettarsi perché le persone migranti hanno il terrore di tornare in Libia, ci hanno detto più di una volta che preferiscono morire o alcuni si sono buttati in acqua. L’azione dei libici, poi, sono sempre imprevedibili. Ricordate le immagini in cui ci dicevano di ridargli le persone entro tre minuti o altrimenti ci avrebbero ucciso.
C’è un problema reale perché le persone che soccorriamo hanno il terrore e quando sappiamo che ci sono delle motovedette che stanno già operando cerchiamo di mantenerci a distanza per non creare problemi o situazioni difficili da gestire proprio per il fatto che magari le persone cercano di fuggire dai libici.

Avete deciso di riprendere questa missione insieme a SeaWatch e Mediterranea. Vi muoverete in coordinamento o starete nella stessa zona?

Quello è sempre dettato dalle condizioni meteo e da quello cerchiamo di stimare possibili rotte. Cercheremo di dividerci le zone di pattugliamento, come abbiamo sempre fatto anche col coordinamento della Guardia Costiera italiana e con le Ong. Lo abbiamo sempre fatto perchè vogliamo cercare di pattugliare una zona più ampia possibile.

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Intervista Riccardo Gatti – Open Arms

Aggiornato lunedì 26 novembre 2018 ore 18:29
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