Disponibile su TimVision

Killing Eve, in Italia una delle migliori serie dell’anno

lunedì 22 ottobre 2018 ore 18:04

Eve Polastri è una quarantenne inglese, vive a Londra, ha un marito amorevole, niente figli, un lavoro vagamente noioso nonostante a dirlo non sembri: è una funzionaria dell’MI5, una branca dei servizi segreti britannici, ma svolge per lo più compiti burocratici di routine, dietro la scrivania di un ufficio. Villanelle, invece, vive a Parigi, è giovane, inafferrabile, sfrontata, ama il sesso, gli abiti firmati, i prodotti di lusso, è una psicopatica certificata e di mestiere fa la killer a pagamento per una misteriosa e potente organizzazione internazionale.

La storia di Killing Eve comincia con un omicidio e con la certezza, da parte di Eve, che l’assassino dev’essere una donna: «una fissa», le dicono tutti gli altri, finché l’intuizione non si rivela vera e non si trasforma in ossessione per questa scaltra, imprendibile e violenta omicida; un’ossessione reciproca, perché anche Villanelle è incuriosita, affascinata, profondamente attratta da Eve, una donna apparentemente comune eppure più intelligente di chiunque altro, coraggiosa quasi per caso, e soprattutto dannatamente testarda.

Alla base di Killing Eve, distribuita in Italia sulla piattaforma streaming Timvision, c’è una serie di romanzi scritti da Luke Jennings, intitolata Codename Villanelle, ma è soprattutto lo sguardo attraverso cui è filtrato l’adattamento tv, quello di Phoebe Waller-Bridge, a fare la differenza: un’autrice giovane (classe 1985), già responsabile di una delle commedie drammatiche seriali più nere e struggenti degli ultimi anni, Fleabag, cui è stato affidato questo atteso progetto di co-produzione tra la BBC britannica e la sua omologa americana.

Il risultato è stato un notevole successo di pubblico e critica in patria e negli Stati Uniti, e un’importante nomination agli Emmy guadagnata da Sandra Oh (che forse ricorderete come Christina Yang di Grey’s Anatomy), che è diventata così la prima attrice d’origine asiatica, nei 70 anni del premio, a essere candidata come protagonista di una serie drammatica.

La rielaborazione televisiva coordinata da Waller-Bridge è un thriller teso, appassionante e divertente, con evidente gusto per il senso d’avventura della spy story classica, tra indagini, inseguimenti e frequenti cambi di location, ma in cui la riconfigurazione al femminile di elementi noti riesce allo stesso tempo a dar loro nuova vita e a metterli in crisi. La caccia al gatto col topo, continuamente ribaltata, di Eve e Villanelle diventa così anche una riflessione illuminante sul genere come performance, come interpretazione, come gioco di ruoli: Villanelle utilizza in modo geniale gli stereotipi femminili per essere la migliore nel suo lavoro (per passare inosservata, per esempio, oppure per sembrare innocua, materna, accogliente quando in realtà è una sanguinaria assassina), mentre la parabola di Eve è quella di una donna che diventa lentamente se stessa mentre scopre una vocazione professionale inaspettata, riconoscendo parti di sé dentro la sua nemica.

La relazione, multiforme e imprendibile, che si sviluppa tra loro – da antagonista può farsi madre/figlia, o amichevole, cameratesca, o anche omicida, di sopraffazione, di controllo, o ancora, nemmeno troppo nascostamente, di attrazione fisica, sessuale, sentimentale, fino al definitivo specchiarsi l’una nell’altra – è l’aspetto più innovativo di Killing Eve, quello che riesce a portare la serie su strade costantemente imprevedibili, sorprendendo e spiazzando il pubblico di continuo.

E ci regala una delle serie migliori dell’anno, mentre ci ricorda di non fidarci mai delle apparenze, né delle facili etichette, degli automatismi, delle generalizzazioni.

Killing Eve

Aggiornato mercoledì 24 ottobre 2018 ore 14:50
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