Foto dal profilo FB di Maurizio Martina https://www.facebook.com/maumartina/
Giuseppe Provenzano

“Bisogna ricostruire il PD con un’identità chiara”

lunedì 01 ottobre 2018 ore 19:22

Il Partito Democratico è sceso in piazza a Roma e in quello che è stato il primo passo verso una ricostruzione ormai necessaria dopo la frammentazione troppo netta di questi ultimi anni e le sconfitte in campo elettorale che hanno visto il PD passare dal primo partito italiano e un partito di opposizione verso il quale gli elettori hanno perso fiducia.

La manifestazione di ieri ha rappresentato un nuovo inizio, ma c’è ancora molto da lavorare e la ristrutturazione si preannuncia complessa e dolora. Oggi abbiamo intervistato l’economista Giuseppe Provenzano, vicedirettore dello Svimez e membro di minoranza della Direzione del Partito Democratico, che ci ha parlato del futuro del Partito Democratico e di come bisogna intervenire per riacquistare forza e credibilità agli occhi degli elettori e dell’opinione pubblica.

L’intervista di Lorenza Ghidini e Massimo Bacchetta.

Innanzitutto è stata una bella piazza e, diciamoci la verità, ha un po’ fermato quello che sembra da fuori un processo di dissoluzione in atto di questo partito. È stato il segnale di una comunità che c’è e di cui bisogna avere rispetto. Questo è secondo me il messaggio principale che ci viene da quella piazza. E bisogna dare atto a Maurizio Martina di aver fatto una scommessa non scontata in un momento in cui tutti dicevano che non c’era più l’opposizione e che il Partito Democratico era già sciolto o addirittura che andasse sciolto. E invece quella comunità esiste, vuole dire la sua e lo fa con un certo orgoglio. Questo secondo me è un dato importante è che fa bene alla democrazia prima che al Partito Democratico.

Lei come ha interpretato quel grido “Unità, Unità” che ha accolto e che sembrava riportare le lancette indietro di molto tempo nella politica italiana. Quello era il senso comune di moltissimi militanti della sinistra a vario titolo in Italia. Poi piano piano i militanti si sono sentiti raccontare dai dirigenti politici che il tema dell’Unità in realtà non poteva più essere posto.

Il tema dell’Unità è un tema molto avvertito dalla nostra base, meno dell’altezza probabilmente dopo anni di divisioni. È vero che quella piazza è stata del PD, ma è anche vero che quella piazza non è ancora una piazza che parla fuori al PD. Io sono convinto che l’unità sia un valore, ma che vada perseguita nella chiarezza. Ieri Maurizio Martina ha detto delle parole importanti e anche impegnative. Ha detto che abbiamo capito la lezione e che fin qui c’è stata una parte del Partito Democratico che, diciamo la verità, ha dato un po’ la colpa della sconfitta agli elettori, come se non ci avessero capito o se fosse stato solo un errore di comunicazione. Penso che l’unità vada ricostruita con settori della società che abbiamo abbandonato o che si sono sentiti abbandonati da noi prima che dai gruppi dirigenti. Poi senz’altro anche nei gruppi dirigenti bisognerà trovare il modo di svolgere un Congresso, fare chiarezza al nostro interno su una linea politica per seguirla nella lealtà e nel rispetto anche delle minoranze, perché è vero che in questi anni c’è stato un grado di conflittualità interna molto alto. Però c’è stato anche nella conduzione della leadership del Partito Democratico che non ha lasciato nessuno spazio a voci critiche, e chi ha detto la sua veniva bollato come gufo o peggio. L’unità sicuramente è importante e va però perseguita nella chiarezza.

Anche a me ha colpito quando Martina ha detto “abbiamo imparato la lezione”, perché in effetti molti militanti del Partito Democratico sono rimasti delusi rispetto al grado di elaborazione della sconfitta, non solo quella del 4 marzo, ma prima ancora quella del referendum costituzionale. Secondo lei questa elaborazione c’è stata o forse è arrivato il momento di gettare il cuore oltre l’ostacolo e cominciare a guardare il futuro?

Penso che gettare il cuore oltre l’ostacolo sia fondamentale e sia necessario in questo momento per costruire un’alternativa al governo gialloverde. Le due cose, però, non sono scollegate: bisogna partire dagli errori compiuti in passato. Dire che abbiamo capito la lezione poi va chiarito. Il Jobs Act è stato la grande riforma che ha fatto bene all’economia italiana oppure è stato un errore percepito dal mondo del lavoro che ha segnato un fossato tra noi e pezzi di popolo che storicamente la sinistra ha rappresentato? Questo è quello di cui dovremmo discutere al Congresso, anche poi per avere la credibilità di opporsi alle misure del governo che non ci soddisfano, come per esempio la legge di bilancio, la manovra prevista dal DEF che non prevede investimenti o creazione di lavoro. Su questo per essere credibili fino in fondo bisogna direi che anche noi abbiamo portato il livello di investimenti pubblici a quello più basso di sempre nella storia della Repubblica. Quindi dobbiamo chiarirci fino in fondo e dobbiamo farlo sulle idee, sui contenuti e sugli elementi di merito. Solo così torneremo a rispettarci e anche probabilmente a trovare delle sintesi e delle unità. Fin qui le divisioni che ci sono state nel Partito Democratico, e più in generale nella sinistra, sono state divisioni solo sulla base delle persone e invece, secondo me, noi possiamo anche fare una battaglia vera, ma questo probabilmente ci insegnerà anche a rispettarci tra di noi nelle diversità che pure sono inevitabili. Bisogna costruire un partito grande, non un partito del 15% o del 18%, è inevitabile che ci siano diversi punti di vista.

Lei sa che qualcuno oggi sul 18% metterebbe la firma in questo momento nel Partito Democratico in vista delle prossime elezioni. Il passaggio anche stiamo osservando noi esterni al Partito Democratico è come aver rinunciato a dei fondamentali della politica: a 6 mesi di distanza dalla sconfitta, Martina avrà detto “abbiamo capito la lezione”, però è vero che noi non sappiamo cosa il Partito Democratico pensa di quel passaggio. Seconda questione. Matteo Salvini di tutto può essere accusato tranne che di una cosa. Cioè, Matteo Salvini dai suoi elettori viene percepito come Capitano, non come un arrogante lontano dalla base. Il Partito Democratico, e in generale tutta la struttura della sinistra, si sta dimenando ancora in questa vicenda. Il Partito Democratico, anziché riuscire a elaborare logiche di opposizione al governo è lì che ancora ci deve spiegare che peso ha Matteo Renzi al suo interno. Questo non è venir meno a dei fondamentali della politica? Prima di convincere bisogna sapere che cosa state dicendo e invece non lo si capisce bene.

Io la penso esattamente così e sono dentro al PD per dire proprio le cose che ha detto lei, altrimenti un partito che parla solo a se stesso è un partito inutile. Io all’indomani della sconfitta ho detto di aprire subito una fase congressuale di confronto in cui chi ha portato la sinistra italiana e il Partito Democratico al livello più basso della storia della sinistra si faccia da parte e favorisca un confronto reale sulle cause di questa sconfitta. Un confronto soprattutto su cosa è il Partito Democratico oggi. Il punto è che se vogliamo costruire l’alternativa non possiamo farci solo convocare dal governo o convocare da Salvini: dobbiamo avere le nostre parole d’ordine e su questo io credo che si faccia fatica perché il Partito Democratico non si sa bene che cosa sia nella società italiana. È un partito di centro alla Macron come lo vorrebbe l’ex segretario o invece è un partito di sinistra? Ieri, ad esempio, Martina ha detto delle cose molto di sinistra. Ha detto che noi dovremmo tornare a combattere contro l’avidità del capitalismo finanziario. Noi in questi anni non solo non abbiamo combattuto, ma non abbiamo nemmeno nominato un nemico e siamo stati percepiti come un sistema di potere. E forse è una delle ragioni per cui nel Partito Democratico si discute sempre solo di organigrammi, sempre solo di chi fa chi o chi sta con chi. Avremmo bisogno di un momento di grande apertura e di discussione politica, non delle primarie in cui chiamiamo le persone a votare per un cognome e delegare tutto a questo. Quel quel meccanismo poi si spezza facilmente. Salvini si fa portatore di una linea politica che è condivisa dal suo popolo e a noi purtroppo manca la linea politica più che una leadership. Questo serve adesso. E la manifestazione di ieri è un incoraggiamento, ci dice che in quella comunità ci sono ancora le risorse per provare a ripartire. Questo non era né scontato né semplice.

manifestazione PD Roma

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Ci vorranno spalle molto larghe, anche perché questo dibattito che i militanti hanno voglia di fare sulla linea politica e su che cos’è oggi il PD e cosa deve essere per il domani non è che necessariamente possa venire fatto nel Congresso. Se è vero, come abbiamo potuto constatare in alcuni circoli qua a Milano, che all’ultimo Congresso c’era un dibattito dalle 18:00 alle 20:00 e il voto dalle 20:00 alle 22:00, è abbastanza evidente che quando il dibattito dura due ore e poi bisogna votare per tizio o per caio non è che ci sia tutta questa elaborazione di che cosa deve essere il partito. C’è molto da ricostruire anche rispetto agli spazi da concedere agli elettori, al contatto con gli elettori, al dibattito vero. C’è qualcuno fra di voi che ha le spalle così larghe per riuscire a risollevare questo tipo di situazione? Che ne pensa del candidato Zingaretti?

Io non faccio una questione di nomi. Secondo me ci sono diverse persone che hanno le spalle larghe, Zingaretti sarà uno di questi, però bisogna mettersi in testa che bisogna davvero rompere il meccanismo di cui parlava lei. Se tu hai un dibattito che dura due ore e poi due ore di voto, nel migliore dei casi avviene una contrazione del dibattito. Ci sono invece dei fenomeni degenerativi pericolosissimi, cioè a volte non c’è nemmeno il dibattito e ci sono file di militanti chiamati a votare dal notabile di turno – penso in particolare al Mezzogiorno – in cui il dibattito non si fa per niente, perché nel Partito Democratico si riproducono esclusivamente delle logiche di potere interno. Questo sistema va completamente scardinato perché è esattamente quello che ha reso repulsivo il Partito Democratico in molte zone del Paese. Non c’è solo un problema di linea politica e di classe dirigente nazionale che con ogni evidenza ha rotto un rapporto di fiducia con gli italiani; c’è un problema anche a livello periferico, soprattutto in alcune realtà del Paese. O abbiamo in mente che chi si fa carico della guida del Partito Democratico deve scardinare questo sistema oppure saremo sempre più una ridotta, militante, orgogliosa, attiva realtà, magari riusciremo ad intercettare il malcontento crescente che ci sarà prima o poi nei confronti delle politiche del governo, ma davvero non svolgeremo la funzione di cui invece avremmo bisogno.

Lei aveva detto due cose. Martina può favorire il cambio e No ad una opposizione in nome delle spread. Lei vedrebbe Martina come possibile candidato? E secondo lei il PD è sulla strada di fare opposizione non in nome delle spread in questi giorni?

Su quello che farà Martina deciderà Martina. Io le sto dicendo che secondo me bisogna parlare di politica. Sullo spread ieri sono stati fatti dei passi in avanti che, per esempio, non ci sono stati a Genova. Lì, con i morti ancora in caldo, pezzi del Partito Democratico si lamentavano delle azioni di Atlantia. Quello significa non aver capito chi vuoi rappresentare. Oggi il tema dello spread è un tema importante perché riguarda i mutui degli italiani, ma la priorità non sono gli zero virgola o quello che ci dice l’Unione Europea sui nostri conti: la priorità è capire cosa fai con questi soldi. E se non ci fa investimenti pubblici e ci fai la flat tax, questo non fa bene all’economia e commetti un’ingiustizia. Se finanzi un reddito di cittadinanza e tagli però il welfare, quello non fa bene nemmeno ai poveri perché lo pagheranno i figli dei poveri. Su questo bisognerebbe fare il Congresso del Partito Democratico, poi tutti diremo la nostra. Chi si assumerà l’onere di guidarlo deve farsi carico di indicare con nettezza una posizione politica agli italiani.

Maurizio Martina

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intervista Giuseppe Provenzano

Aggiornato mercoledì 03 ottobre 2018 ore 15:44
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