DUE OPERE DI AMINA ZOUBIR

Corpi e libertà nella musica moderna algerina

lunedì 27 agosto 2018 ore 18:49

All’interno di La Sfinge Nera II, collettiva di arte contemporanea del continente africano, Primo Marella Gallery (Milano, via Valtellina 66, fino al 7 settembre) presenta due interessanti lavori di Amina Zoubirgià inseriti nel maggio scorso nell’esposizione internazionale di Dak’Art, la biennale della capitale senegalese – che hanno come soggetto la musica algerina.
Musicapidae è un mosaico di copertine di dischi, e frammiste con queste, di ingrandimenti di vecchie foto di identità in bianco e nero.

Amina Zoubir - Musicapidae - Dak'Art 018

Last Pop Dance Before Darkness è un video di 30′ realizzato assemblando spezzoni di programmi televisivi e di videocassette degli anni ottanta, che ha come filo conduttore la diffusa presenza delle esibizioni di ballerini e ballerine nei filmati musicali dell’epoca; l’unico sonoro che accompagna le immagini è, in loop, una canzone di Miriam Makeba, Ifrikia (la si può trovare nella raccolta della Makeba The Guinea Years), registrata in Algeria nel 1978 in occasione dei Giochi africani di Algeri.

Amina Zoubir - Last Pop Dance - Dak'Art 018

Nel video ai filmati si alternano manifesti di concerti, festival, feste popolari, serate danzanti, e vi vediamo comparire nomi che ci dicono di un’Algeria culturalmente vivace e aperta: un gruppo fondamentale della modernità della musica marocchina, che fece furore tra i giovani, come Nass El Ghiwane, un gruppo di beur francesi come Carte de Séjour, un popolarissimo artista francese come Sacha Distel, un grande jazzman americano come Randy Weston, un cantante reggae come Jimmy Cliff

Nei titoli di coda c’è poi una dedica, “agli scomparsi, agli esiliati e ai sopravvissuti alla guerra civile degli anni novanta”: segue un lungo elenco.

L’intervista a Amina Zoubir

Nata in Algeria nell’83, Amina Zoubir vive tra Parigi e Algeri. Un altro suo lavoro è attualmente presentato nell’ambito della mostra African Metropolis allestita al Maxxi di Roma (fino al 4 novembre).

Musicapidae è una ricerca iconografica che traccia una genealogia dell’eredità musicale dell’Africa del Nord”, ci ha raccontato nel maggio scorso a Dakar (dove sono anche state scattate le fotografie):

“Ho raccolto delle copertine di vinili che sono stati collezionati da persone della mia famiglia fin dagli anni sessanta e fino agli anni ottanta, e le mostro assieme a ritratti appunto di miei famigliari e di altri amici, delle foto di identità che datano agli anni sessanta, quindi giusto dopo l’indipendenza dell’Algeria. Con questo lavoro voglio mostrare l’abbondanza di questa iconografia, e ricordare come la musica ha influenzato la costruzione individuale di queste persone, e la resilienza che dopo l’indipendenza c’è stata nella definizione di queste identità in una Algeria nuova: a partire dagli anni trenta, molto prima dell’indipendenza, ci sono dei generi musicali che cominciano ad essere molto ascoltati dagli algerini, dai tunisini, dai marocchini, dei generi che potremmo chiamare ‘pop’, per usare un termine che corrisponde all’aggettivo arabo ‘chaabi’, che vuol dire popolare, di tutti”.

Cosa ci raccontano le foto degli anni sessanta?

Ci raccontano un nuovo immaginario, a cui la musica ha contribuito, veicolando una maniera di presentarsi, di mostrare la propria identità: faccio vedere persone che hanno mostrato un attaccamento tanto per le loro tradizioni che per la loro modernità. Quindi per esempio si vede mio padre o mio zio in giacca e cravatta, o le mie nonne e le mie zie con dei tagli di capelli molto carini, a partire da mode dell’epoca. Si tratta di processi di cambiamento per esistere dopo le ferite e i traumi e le numerose umiliazioni subiti nel periodo coloniale e durante la guerra. Una costruzione della propria identità di individui che erano aperti verso il mondo, perché si ascoltavano le canzoni rivoluzionarie dell’Algeria degli anni sessanta, si ascoltava Lili Boniche, cantante ebreo-algerino che adorava Algeri e l’Algeria, la cantante egiziana Oum Kalsoum, Warda, cantante algerina che fece carriera in Egitto, Mohamed Mazouni, che andò in Francia e cantava l’emigrazione, si ascoltavano anche dei cantanti gnawa, dei cantanti rock, dei cantanti di raï, dei cantanti berberi. La musica è stata molto importante per l’emancipazione e lo sviluppo individuale di queste persone.

Un lavoro sulla musica che è più in generale un lavoro sulla dialettica fra tradizione e modernità, fra il locale e quello che arriva da fuori.

Sì, non parlo solo di musica e di danza, parlo di tutto quello che c’è intorno. Quello che mi interessa è dire: ecco la nostra storia, ecco la nostra eredità, ecco il modo con cui noi vediamo il mondo, ecco la maniera con cui il mondo ci ha ispirato in modo tale da essere noi stessi, rivendicando quello che è tradizionale così come la nostra modernità.
In Last Pop Dance Before Darkness c’è una focalizzazione sui balli moderni che spesso corredavano la musica negli anni ottanta.
Mi interessava stringere sui movimenti del corpo, e su come si siano integrate delle forme di musica tradizionale e moderna algerina, con testi cantati in arabo o in berbero, e delle forme di ballo, delle coreografie, influenzate dalla musica e dalla cultura pop occidentale e portatrici di un certo immaginario: quindi davvero una doppia appartenenza. Ho voluto con questo video parlare di libertà individuali, di libertà del corpo, di libertà di creare un ritmo di vita, di pensare un’identità. Il mio lavoro è molto rivolto alla libertà del corpo: un corpo che in Algeria è ricco di una tradizione moderna, di una tradizione che permetteva a delle donne e degli uomini di ballare assieme. Voglio mostrare questa ricchezza dei giovani, che ai nostri giorni in Algeria sono un po’ rinchiusi, hanno moltissime difficoltà ad esprimersi.

Il video si conclude con un lungo elenco di nomi.

Sì, con questo lavoro voglio anche ricordare che quei balli sono stati praticamente gli ultimi, perché poi molti sono stati assassinati, molti sono stati costretti all’esilio. C’è stata la chiusura a causa del fondamentalismo, e la guerra civile, una guerra fratricida, che è stata anche molto distruttiva del tessuto della cultura e dell’arte in Algeria: è anche abbastanza difficile parlare di quell’epoca, ma io sono cresciuta durante quella guerra, l’ho vissuta e posso farlo. Molti protagonisti della musica, della cultura, del giornalismo sono scomparsi in quel periodo, e desideravo rendere loro omaggio, dare dei nomi, dare loro anche una visibilità, perché alcuni di loro non sono conosciuti dalle nuove generazioni. Nel caso del teatro cito per esempio Azzeddine Medjoubi, Mohamed Alloula, Tahar Djaout, per la musica Cheb Aziz, Matoub Lounes, una giornalista come Nabila Djahnine, cito Cheb Hasni, che è più conosciuto, perché è stato molto produttivo e ha avuto molto successo, e cito artisti che sono andati in esilio, come Cheb Khaled. Penso che un giovane algerino o una giovane algerina abbiamo la responsabilità di rendere loro giustizia, abbiano un dovere di memoria.

Il video è accompagnato unicamente da una canzone di Miriam Makeba…

Ho contattato in Sudafrica chi detiene i diritti e grazie al legame molto forte di Miriam Makeba con l’Algeria ho avuto il permesso di utilizzare la canzone. Miriam Makeba è stata invitata in Algeria nel 1969, per il Festival Panafricano di Algeri. In Sudafrica c’era l’apartheid, e Miriam Makeba è stata invitata regolarmente dal governo algerino ad esibirsi in Algeria, e poi nel ’73 è stata naturalizzata dal presidente Houari Boumédiène. Nella canzone, Ifrikia, che vuol dire Africa, Miriam Makeba canta in arabo, sono delle parole che sono state scritte da un autore algerino, e il refrain dice “sono libera in Algeria, il tempo della schiavitù è finito”.

Quale è la sua percezione della musica algerina oggi?

È molto più una musica che guarda ad oriente, con cantanti che si avvicinano di più alla scena musicale che c’è in Egitto, in Libano, in Giordania, mentre prima si era molto più rivolti sia verso l’oriente che verso l’occidente: ho l’impressione di un punto di rottura con l’occidente, e il punto di rottura è per esempio anche il fatto di non essere accompagnati da donne che ballano, come era invece il caso negli anni ottanta. Ci sono dei cantanti meravigliosi, ma non c’è molto rapporto con il passato di cui stiamo parlando. Mentre credo che sia molto importante sapere da dove si viene, chi si è, per sapere dove si va. Dobbiamo far risaltare tutte queste musiche dell’Algeria fino agli anni ottanta, e fare in modo che le nuove generazioni possano ispirarsene e ricostituire le premesse di nuove forme musicali e di nuove forme di resilienza, per uscire da quel secondo trauma che è stata la guerra civile.

In questi due lavori sembra esserci molta nostalgia…

Sì, credo sia l’ora della nostalgia, della verità, l’ora di restituire l’immagine di questi cantanti e musicisti, e anche di mostrare quelli che li hanno ascoltati, uomini e donne, gli algerini che si sono costruiti una individualità per condividere collettivamente queste musiche che venivano da tutti gli orizzonti.

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