Storie del territorio

Noi, operai della fabbrica che resiste

lunedì 09 aprile 2018 ore 02:00

Mi chiamo Adriano, sono di Cavallermaggiore e faccio l’operaio. Da tanti anni lo faccio, saranno trenta. Lavoro alla Cooperativa Italiana Pavimenti, a Sommariva Bosco, pochi chilometri da casa. Sono fortunato a non dover fare tanta strada per andare a lavorare. In fabbrica facciamo pavimenti galleggianti, che non vanno in acqua, come potrebbe sembrare dal nome. In realtà più che galleggianti, come si chiamano nel nostro settore, sono sospesi. Non vengono posati a terra, ma montati su dei supporti. Così, sotto, si crea un’intercapedine dove si possono fare passare cavi e fili. Servono soprattutto negli uffici, o negli studi medici. Comunque, facciamo questa cosa qui. Siamo in venti.

C’eravamo quasi tutti l’altra sera alla chiesa dei Battuti Bianchi, qui a Cavallermaggiore. Che bella che è, la chiesa dico. Non ci ero mai entrato, non ci fanno mica più le messe. Ma se è bella… Era piena, l’altra sera, quando hanno presentato il libro e hanno raccontato la nostra storia. Io ho anche un po’ pianto, non mi vergogno, anche perché ce n’era che piangevano… Quando il giornalista di Radio Popolare ha letto quel pezzo del libro, quando Ornella arriva davanti allo stabilimento e le dicono che Dino è morto: è lì che ho pianto.

La Ornella è la moglie del nostro Dino, Dino Saglietto. E’ lui che si è inventato questa cosa qua. La Cooperativa, dico. Io e Dino ci conoscevamo da vent’anni e passa, da quando, nel 1992, eravamo andati a lavorare alla Intec. Che tipo che era. Era cocciuto come un mulo. Faceva sempre di testa sua. Ma il fatto è che lo faceva bene. Tutto. Anche le sbronze, le faceva bene! Gli piaceva più di tutto lavorare e lui si sentiva come un capo, anzi come il padrone dello stabilimento, anche se non lo era. Lui sapeva tutto, tutti noi andavamo da lui quando c’era un problema. E anche i proprietari lo sapevano che il Dino era un boss.

Dino Saglietto, presidente di C.I.P. COOP. La cooperativa nasce sulle ceneri della Intec e mette insieme il precedente personale assieme all'esperienza pluriennale nel campo della costruzione di pavimenti sopraelevati.

Dino Saglietto, presidente di C.I.P. COOP. La cooperativa nasce sulle ceneri della Intec e mette insieme il precedente personale assieme all’esperienza pluriennale nel campo della costruzione di pavimenti sopraelevati.

E il boss, poi, lo è stato davvero. Per poco, però. Per un giorno. Che festa, quella volta, a Cavallermaggiore: noi, gli operai della Intec, che diventavamo i proprietari. La Intec fallita, chiuso, la Cooperativa degli operai che diventa proprietaria. Tutta Dino se l’è pensata questa cosa qua. Noi lo abbiamo aiutato ma se non c’era lui mica si faceva. E andava di qua, e di là, e parlava con questo e con quello, e le banche, e la Regione, e il sindaco, e la Confcooperative. Girava con la borsa piena di documenti. E intanto lavorava in fabbrica. Che mazzo che ci siamo fatti! Ma poi, che felicità quando Dino e la Ornella sono venuti a dirci che ce l’avevamo fatta, che la fabbrica , adesso, era nostra. Tutta quella fatica, ore e ore di lavoro, e quella paura di aver fatto il passo più lungo della gamba. E invece, Dino aveva avuto ragione. E adesso eravamo lì a festeggiare: la fabbrica era casa nostra.

Lo hanno detto, l’altra sera, alla chiesa, di quanto è stato difficile farcela. Lo ha detto l’assessore regionale Balocco e anche l’assessore Pentenero, che sono venuti apposta fin qua per parlare del libro. “Riscatto” si intitola, e racconta di Dino e di noi. A leggerlo mi è suonato un po’ strano perché sembra una storia inventata, come una fiction, come da Tv. Però i fatti, i nomi, le date, c’è tutto giusto, in effetti. Piena, strapiena, era la Chiesa, l’ho già detto. Ma mi fa impressione, perché sembrava Natale.

chiesa

Quando Dino è morto io ci sono rimasto tanto, tanto male. Il giorno dopo è morto, il giorno dopo che aveva firmato il passaggio di proprietà. Dopo tutti quei sacrifici. Morire così, schiacciato dalla pressa, la sua pressa, che la conosceva a memoria. Per giorni e giorni non sono riuscito ad avvicinarmi alla fabbrica. Andavo in macchina, parcheggiavo nel piazzale, prima del cancello. E stavo un po’ lì. Avevo anche paura per quello che poteva succedere. La Cooperativa senza Dino come faceva ad andare avanti? E invece siamo ancora qua.

L’altra sera, alla presentazione del libro, c’era anche la mamma di Dino. Poverina, che dolore per lei. Mi ha fatto ridere quando il giornalista che ha scritto il libro è andato lì ad abbracciarla: lei gli ha detto grazie e poi delle cose in dialetto cuneese. E lui non ha capito niente, si vedeva dalla faccia! Ha fatto finta di capire e l’ha abbracciata ancora. Anche il sindaco Sannazzaro è stato bravo, ha parlato bene, e anche don Gallo, che era amico di Dino. Eh, ma in tanti qua erano suoi amici.

Alla fine della presentazione, la chiesa si è svuotata, ma non in fretta, come dopo la messa. Più lentamente, perché tanti stavano lì a parlare. A ricordare Dino, a raccontare storie sulla fabbrica e sul paese, a ridere di quando a Carnevale costruiva i carri. E di quando rompeva di coglioni se una piastrella non era proprio perfetta come l’aveva in mente lui. Io sono stato un po’ lì, non sapevo se essere contento o ancora triste per Dino. Poi Nestor mi ha detto, dài che ti offro da bere. E siamo andati via.

 

“Riscatto – una storia vera d’amore e fabbrica” di Alessandro Principe – Round Robin Editrice – pagg.140 – 12 euro – in libreria

 

Aggiornato lunedì 09 aprile 2018 ore 02:07
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