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Appunti sul caso Lula

martedì 10 aprile 2018 ore 06:00

Scrivo a bocce ferme sul caso Lula.

Scrivo da San Paolo, dove vivo, dopo aver parlato con decine di persone di tutti gli orientamenti politici. Lo faccio perché è il mio dovere come giornalista, soprattutto in questa epoca di ‘fake news’, verità a metà e correnti social.

Vivo in Sudamerica dal 1999, la prima volta che ho seguito Lula è stata durante la campagna elettorale del 2002. La notte del 27 ottobre 2002 ero a San Paolo nell’hotel Intercontinental alla prima conferenza stampa di Lula da presidente eletto. Un paese enorme e complesso aveva scelto lui e il Partito dei Lavoratori, nella speranza di un cambiamento radicale della politica, dell’economia, dei rapporti sociali. Fu la scelta giusta e in effetti il governo iniziò con programmi sociali rivoluzionari (non tanto il “Fome cero”, ma il “Bolsa Familia”). Ma le cose belle non durano in eterno e il PT,per governare, dovette fare delle alleanze con la “vecchia politica”. Dovette perché non controllava il Parlamento (superava di poco i 100 deputati su 520) e ogni riforma sarebbe stato bloccata nel Congresso. L’alleato più importante è stato il PMDB, un enorme partito di centro composto da diversi capi locali, senza nessuno scrupolo né orientamento ideologico al di fuori della logica del potere per il potere.

La storia è lunga, ma si può riassumere così: Il PT è diventato, col tempo, uguale agli altri perché da solo non avrebbe potuto fare nulla. I programmi sociali sono rimasti, ma non sono state possibili le grande riforme dello Stato, rese ancora più difficili dal sistema federalista che dà grandi potere ai governi locali. La corruzione, che esisteva prima del Pt al potere e che continuerà ad esistere anche dopo, è continuata. Lo scandalo Lavajato ha scoperto uno schema di tangenti che esisteva dentro la Petrobtras, dove un cartello di 13 grandi imprese di costruzione si assicuravano tutte le grandi opere a cambio di mazzette; 3% al PT, 2% al Pmdb, 1% al PP. Uno schema fatto di portaborse, direttori lottizzati, faccendieri, conti esteri. Uno schema che esisteva già da prima e che forse esisterà anche dopo. Ingenuo o in malafede chi afferma che il PT ha inventato la corruzione. Cieco o in malafede chi dice che non è mai stato corrotto. Il grande problema dell’inchiesta Lavajato, piuttosto, sta proprio nel fatto che si è dedicata quasi esclusivamente ad investigare e condannare il Pt e i suoi alleati, “dimenticandosi” degli altri partiti allora all’opposizione, che ricevevano comunque soldi dalle grandi ditte. La Odebrecht, ad esempio, pagava tutti i candidati, tutti i governatori, gran parte dei parlamentari. Ha finanziato per anni la politica brasiliana, prima, durante e dopo il PT. Solo che Sergio Moro e compagni si sono dedicati al PT con un chiaro orientamento politico.

L’obiettivo finale era Lula. L’impeachment a Dilma Rousseff è stato un “piacevole” incidente di percorso, fomentato anche dai grandi media che soffiano sul fuoco degli scandali del PT, ignorando i casi di corruzione degli altri partiti. Detto questo, veniamo al caso specifico di Lula e alla sua condanna. Ritengo che le prove presentate nel primo processo e poi in appello siano state insufficienti per determinare che Lula abbia effettivamente ricevuto il famoso attico di Guaruja della ditta OAS. Anche perché, particolare non da poco, Lula non ha mai ricevuto quell’appartamento. Ma la condanna è stata politica, basata su un’odiosa definizione di “Conjunto da obra”, dell’insieme di cose. Non importa se Lula abbia preso o no l’attico, va condannato perché è il capo del PT e il PT ha rubato. Una tesi assurda dal punto di vista giuridico, anche perché a Lula non sono stati trovati conti all’estero, nè intercettazioni telefoniche, né documenti che ne provano la colpevolezza.

Lula ha fatto grandi errori in questi ultimi anni, errori talmente grossolani che solo la militanza cieca può ignorare. Ha avallato il “mensalao”, la compravendita di deputati dell’opposizione per permettere al governo di sopravvivere. Per colpa di quello scandalo è andata in galera la vecchia guardia del partito, lui l’ha scampata per un soffio. Ha puntato poi su una dirigente politica dalle capacità modeste come Dilma Rouseff e Dilma ha sbagliato tutto. Lula ha creduto di essere intoccabile e forse per questo non ha mai voluto “blindarsi” con un seggio in Parlamento che gli avrebbe dato un’immunità difficile da rimuovere. Banditi più grandi di lui come Aecio Neves,Romero Juca e altri sono liberi nonostante ci siano prove evidenti contro di loro, solo perché il Congresso non autorizza la Corte Suprema a processarli. Ma quando leggo, da molte parti in Italia, che Lula è stato arrestato perché ha salvato i poveri del Brasile, perché la destra vuole bloccare la sua rivoluzione sociale o perché c’è un piano dell’Impero contro il progressismo sudamericano (e si mettono insieme realtà diverse come i Kirchner, Maduro, Morales e Lula) mi sento di poter dire che non è proprio così. Lula non merita certo la prigione per una causa così viziata. Ma la colpa di Lula e del PT è quella di non aver cambiato la politica brasiliana, di non aver portato avanti quella rivoluzione morale che predicavano quando erano partito di lotta e non di governo. Di essere stati, sul piano della moralità della politica, come gli altri. Siccome vivo qui, ho la fortuna di vedere le cose di prima mano e non attraverso la lente di altri o le fette di salame del manichesimo ideologico. Nel 2016, in piena campagna per la sua rielezione, Dilma Rousseff è comparsa quattro volte a Rio de Janeiro per partecipare ai comizi dei 4 candidati a governatori. Uno era del PT, gli altri tre (Crivella, Pezao e Garotinho) rappresentavano la vecchia politica corrotta e mafiosa che protegge le stragi nella favelas, che ha svuotato le casse pubbliche, che permette alla polizia di uccidere chi vuole, che copre crimini orrendi come quelli di Marielle Franco.

Il PT non è da tempo un partito di sinistra perché da sinistra queste cose non avrebbe mai dovuto farle. Per questo oggi la sinistra brasiliana è rappresentata piuttosto da piccoli partiti come il PSOL di Marcelo Freixo e Marielle Franco, che non hanno paura di chiamare le cose come stanno. E se è vero che contro Lula esiste un odio di classe tremendo, un risentimento delle classi agiate (e non solo, purtroppo) per il simbolo che Lula ha saputo essere in 40 anni di storia del Brasile, un complotto dei grandi media che non hanno mai amato il Pt al potere, è anche vero che le grandi banche brasiliane (con i tassi di interesse più alti al mondo) non hanno mai guadagnato tanto come negli anni di Lula, quando 30 milioni di poveri sono entrati nel mondo del consumo e oggi sono indebitati fino al collo.

Lula è il più grande politico sudamericano degli ultimi vent’anni ma la sua storia è piena di luci ed ombre e la sua rivoluzione progressista è fallita semplicemente perché, al di là di alcune politiche sociali efficaci, non ha saputo cambiare la faccia del Brasile. Non ha moralizzato la politica e non ha cambiato le regole di uno dei paesi più spietatamente capitalisti del Pianeta.

Era troppo anche per lui? Forse, ma se oggi è in caduta libera non è certo solo colpa dei golpisti di turno.

Aggiornato martedì 10 aprile 2018 ore 19:14
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