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Tengo Famiglia on the road
Quando parliamo delle nostre vacanze prossime venture gli amici ci guardano con malcelati compatimento e apprensione. Ci aspettano tre settimane tra Colorado, Arizona, Utah e New Mexico. Grand Canyon, Monument Valley, Tombstone e l'Ok Corral, roba così… Non suona così degno di compatimento e apprensione? Perché non sapete tutto. Insieme a noi due partiranno la nostra figlioletta di due anni e mezzo, e tre dei nostri quattro genitori. I nostri passaporti hanno date di nascita che coprono settant'anni precisi, dal1935 al 2005. Per aggiungere un brivido al tutto, o forse semplicemente perché siamo dei malati di mente,abbiamo deciso di riunire l'allegra compagine familiare in una ventina di metri quadrati su ruote: ebbene si, un famigerato camper!
Tre generazioni praticamente recluse a spasso sulla route 66 e dintorni. Le fonti di preoccupazione non mancano, come potete immaginare. Così, a freddo, le inquietudini maggiori riguardano: le 17 ore tra aerei e aeroporti, con scarse possibilità di movimento e non smoking area, renderanno più isterica e ingestibile la piccola A. o la accanita fumatrice mrs. V.? Come la metteremo quando mr. E. cercherà di far capire, e inopinatamente ce la farà, all'incazzoso e permalosissimo cow-boy di turno che il cibo del suo ristorante fa veramente schifo? E quando mrs. G. ci chiederà di tradurre ogni più assurda richiesta rivolta a ogni più assurdo interlocutore? Cose del genere: "per favore, chiedi aquel signore perché il cartello che abbiamo visto tre chilometri fa indicava qui la presenza di un campeggio con docce e supermercato e poi io al supermercato non ho trovato il latte scremato". In tutto questo delirio una sola certezza ci sostiene e ci rallegra: non esserci mai decisi a prendere un cane."
31 luglio
E così quasi quasi ci siamo, iniziamo il conto alla rovescia. Sabato si parte. Tra parentesi, considerato che ho la pessima abitudine di lavorare e quindi riesco ad ascoltarvi solo raramente, farò finta di non avere sentito che non andate in onda proprio la settimana in cui noi partiamo. Né che "quello" se ne starà in vacanza per cinque settimane… Comunque, terminata la lettura della Lonely,quest'anno non c'è stato tempo per altro, si inizia a pensare ai bagagli e si stendono le scrocchianti e riottose cartine sul tavolo per provare a ideare un percorso che non assomigli troppo a un disegno di Escher. L'esercizio di lettura delle guide turistiche non va, a mio modesto parere, affatto sottovalutato. Consente, anzi, di scoprire delle grandi verità su di sé e sul mondo. In queste settimane, per esempio, ho avuto la conferma che gli Stati uniti sono un grande paese. Voi forse andrete dal salumiere, loro no, loro vanno in un indie grocery store! Voi forse andrete in libreria, loro entrano fieri in un indie bookstore! Per un po' ho favoleggiato sulle delizie del corpo e dello spirito che avevano in serbo per noi negozi tanto impegnati e alternativi da meritarsi l'appellativo di "indie". Poi ho capito che significa semplicemente che non appartengono a una catena. Cosa tanto rara che le guide, appunto, la segnalano. Un po' come fossero il Colosseo o il Taj Mahal… ;-) Quando scendete a comprare la michetta, guardate con tutto il rispetto e l'affetto che si merita il vostro panettiere indie. La seconda cosa che ho scoperto, non che sia una grande sorpresa, è che non riusciremo assolutamente a vedere tutto quello che vorremmo. Primo perché il tempo non sarebbe sufficiente nemmeno se corressimo tutti e sei incessantemente da un posto all'altro trascurando anche tutte le primarie funzioni vitali. Secondo perché il calendario ingrato ci priverà del piacere, per esempio, di assistere alla gara di scultura del formaggio, a quella di ingurgitamento di chili o di atterraggio delle anatre (da quello che ho capito, ognuno dei partecipanti si sceglie un quadratino di terra, si lascia libera un'anatra e vince la persona sul cui quadratino l'animale ha voluto graziosamente posare le sue inconsapevoli zampette). Considerato, inoltre, che difficilmente nevicherà in agosto, non potremo nemmeno provare l'ebbrezza di scendere in bicicletta su una pista da sci. Avremmo anche già deciso il regalo da portare alla festa dei blogger. Cosa ve ne pare di una copia di Playboy in braille? Purtroppo per farlo dovremmo svaligiare un museo, se la cosa si presenterà appena appena possibile non mancheremo. Del resto Topkapi e Ocean's twelve li abbiamo visti tutti. La quarta e ultima cosa che ho capito è che abbiamo sbagliato viaggio. Le sottolineature più vigorose e i punti esclamativi più fitti sulla guida sono tutti nel capitolo "New Mexico". E quindi, perché mai non siamo tornati direttamente in Messico? Un abbraccio a tutti e a presto, Monica.
Sabato, 3 agosto
Eccoci qui, schedati e in vacanza! Il viaggio è stato lungo, molto lungo. 27 faticose ore. Andiamo per ordine. Scendiamo dal letto alle 5 del mattino e ci prepariamo, vispi come automi. Però mi spalmo accuratamente crema idratante viso e corpo e contorno occhi. E' l'ultimo gesto di affetto per il mio corpicino. Poi saranno tre settimane di monodigliceridi e grassi saturi. Il viaggio è il consueto lungo viaggio aereo. Cibo di plastica, brutti film e caviglie gonfie. Con l'unica eccezione delle pratiche di immigrazione negli Stati uniti, che ci tocca subire allo scalo di Newark. TRE ore abbastanza allucinanti. Già farsi prendere le impronte e farsi fotografare da quella specie di ciclope non è granché piacevole, tanto che abbiamo quasi rinunciato al viaggio per questo motivo. Baby A. viene risparmiata. E' bello vedere tanta fiducia nelle nuove generazioni! Poi ci trasciniamo le valigie per chilometri prima di abbandonarle in mezzo a un milione di altre valigie per un nuovo controllo e un nuovo imbarco. Ma il peggio deve ancora arrivare: il controllo sicurezza. Una massa di gente disorientata che parla lingue diverse. Un'agente che sbraita, solo in inglese, "Move! Move! Come on!". Ci togliamo tutti le scarpe e, quasi a passo di corsa, passiamo dal metal detector. Baby A. deve passare da sola. Corre via prima di me. Io vengo bloccata perché ho dimenticato di togliere l'orologio e l'aggeggio suona. Lei intanto corre verso l'interno dell'aeroporto. Panico. Per fortuna mio padre, vomitato fuori da un'altra coda e già chissà come di là, riesce a stopparla. Perquisiscono la borsa del computer di Mauro e poi la dimenticano su un tavolo. Parecchio tempo e qualche discussione per riaverla. In sottofondo ancora le urla degli agenti mentre la gente, frastornata, scalza, cerca di recuperare le proprie cose. Mia madre, che fino a mezz'ora fa sosteneva la necessità di rigidi controlli, è disorientata e mi dice: "Ma sono pazzi! Mi sembra un campo di concentramento!". Io, più semplicemente, penso a Ellis Island. E si che noi saremmo qui in vacanza…
L'impatto con Las Vegas è un caldo mostruoso, la valigia di Mauro persa e mr. E. che cerca di familiarizzare con le slot machine dell'aeroporto. Arriviamo in albergo da strade secondarie: retri di alberghi, parcheggi, lotti in costruzione. La sensazione è un po' quella di essere nel backstage di un grande show.
L'albergo ci riserva una bella sorpresa: la nostra stanza al ventunesimo piano ha una spettacolare vista sulle luci dello strip: Bellagio e Caesar's Palace proprio davanti a noi. Sulla sinistra l'enorme fiore simbolo del Flamingo. La Las Vegas che conosciamo noi è iniziata da qui, e da qui cominciamo anche noi.
Per adesso però siamo tutti stecchiti. Eccetto mr. E., classe 1935, che vorrebbe almeno una birra, se non una mano di poker. Ma è in netta minoranza e si rassegna schifato ad andare a dormire.
Domenica 5
Viva Las Vegas? Se volete vedere Las Vegas grigia e senza luci, andateci con una bambina di due anni e mezzo che si sveglia alle 5.21. Abbiamo tutto il tempo per passeggiare nel palmeto del Flamingo in cui si aggirano fenicotteri, of course, e altri uccelli rari e ammirare, nei laghetti, i pesci giapponesi che, come tiene a sottolineare il depliant che abbiamo in camera, sono "i più cari al mondo". Noblesse oblige.La piscina è niente male e la tentazione di abbandonarsi a mollo con un margarita in mano è forte. Se deve essere lusso pacchiano, che lusso pacchiano sia! Nel giardino non mancano una cappella per matrimoni e una lapide in memoria del famoso "Bugsy", fondatore dell'hotel, in cui si sottolinea la sua mania per le misure di sicurezza. Sorvolando sul fatto che forse non gli sarebbero state così a cuore se non fosse stato un pericoloso gangster.
Comunque, per inaugurare la vacanza ci aspetta il mitico Sterling brunch:un buffet infinito con ogni cibo immaginabile, dal sushi ai cannoli siciliani. Il tutto annaffiato dai classici, stereotipi, eccellenti, fiumi di champagne. Chiacchieriamo un po' con un cameriere molto gentile, gli americani sono mediamente molto disponibili e chiacchierano volentieri, ancora di più se si aspettano una mancia. Ci racconta che è di New York e che a novembre lui e la sua compagna avranno un bambino che crescerà rigorosamente a New York. "Non voglio che prenda l'accento del Southwest – ci spiega, schifato al solo pensiero. – Se gli sento dire una sola volta "Hey dude!" gli taglio la gola". Usciamo sotto il sole a picco satolli e abbastanza brilli, pronti per una pennichella comme il faut.
Verso le sei siamo pronti per esplorare la follia di questa città. In questo posto assurdo si viene a vedere gli hotel. La nostra prima tappa è l'MGM Grand, che si contende il titolo di hotel più grande del mondo con un resort a Kuala Lumpur; se fosse possibile usare l'aggettivo "elegante" per una qualsiasi cosa in questa città, lo riserverei per i ristoranti dell'MGM, super-design. Poi, un tapis roulant e qualche scala mobile ci depositano all'Excalibur, castello medievale in technicolor dove baby A. fa suo un cappello rosa da fatina con cui si appresta ad affrontare la notte della tentacolare città, nonostante io premessi per un cappello da strega e Mauro fosse disposto a concedere un elmo da vichingo. Subito a fianco del negozio di giocattoli, un chioschetto vende ossigeno ai diversi aromi, i due intubati appollaiati sugli sgabelli con lo sguardo fisso non gli fanno una gran pubblicità. Altri tapis roulant e altre scale mobili e siamo al Luxor, piramide in vetro nero con in cima un faro che spara verso il cielo, vi risparmio l'interno. E infine il New York New York, dove io e Mauro diamo un colpo di grazia alle nostre coronarie con delle strepitose e spaventose montagne russe.
Lunedì 6
Avete presente quelle giornate di vacanza che vi fanno quasi quasi rimpiangere una sana giornata di lavoro? Ecco, appunto. Mattinata a vagabondare nell'assurdità del presunto lusso del Ceasar's palace. Fontane con mosaici, statue che si muovono e parlano, strade fintamente lastricate su cui si aprono boutique di super marche. Alla fine del giro abbiamo letteralmente la nausea, e un gran bisogno di un po' di realtà, sia pure una cacca sul marciapiede.
Per fortuna è il momento di ritirare il camper. Abbiamo telefonato all'agenzia ma, a quanto pare, per l'una non ce la fanno a consegnarcelo, ci chiedono di passare tra le 13.30 e le 14. Arriviamo lì, in mezzo al nulla, alle 13.45. Ne usciremo alle 19.45, incazzati come bisce.
Il camper è enorme, decisamente più grande delle case di alcuni nostri amici a Milano. Ci fermiamo da Walmart, aperto 24 ore su 24, per la spesa, cena da McDonald's e rifornimento di benzina alla Shell. La maledizione del G8 è caduta su di noi. Tutto sommato era meglio quella di Montezuma. Arriviamo al campeggio a Mesquite che è l'una passata.
Martedì 7
Quando ci svegliamo scopriamo di aver dormito in una specie di Villa Serena per campeggiatori. Ci sentiamo tutti improvvisamente molto giovani e molto magri. La prima tappa è lo Zion Park, nel mormone e conservatore Utah. Le bandiere americane e gli striscioni di sostegno a "our troops" si sprecano.
Purtroppo la composizione del gruppo vacanze non ci consente di fare qualcuna delle bellissime camminate nel parco. Tanto più che baby A. è vittima della folle aria condizionata americana e ha un tremendo raffreddore. Comunque anche solo il giro con lo shuttle (i veicoli privati non sono consentiti nella gola del canyon) ci consente di ammirare la bellezza di questo posto. Formazioni rocciose arancioni, rosse, bianche striate di senape… siamo tutti a bocca aperta. Baby A. per via del raffreddore.
Riprendiamo il camper e, per uscire dal parco, dobbiamo attraversare dei tunnel che sono dai 2 ai 3 cm più alti del nostro mezzo. Ma il paesaggio è di una bellezza strepitosa. Le rocce bianche e rosa sono lisce e levigate e formano come delle onde. Avete presente quando versate l'impasto per la torta nella tortiera? A ogni angolo pensiamo che più bello di così non si può, e ogni curva ci smentisce.
Al tramonto arriviamo al Red canyon, sulla Scenic Byway 12. Come i pinnacoli che si fanno in spiaggia con sabbia e acqua ma enormi e di una tonalità intensa tra il rosso e l'arancione. La luce del tramonto accende ancora di più i colori, fa quasi male guardarlo. Se non bastasse tanta bellezza, il Canyon era uno dei nascondigli preferiti di Butch Cassidy. Serve altro?
Mercoledì 8
Abbiamo dormito al fresco dei 2500 metri del Bryce Canyon park. A proposito, mettetemi pure nella lista degli storditi che perdono la macchina fotografica in vacanza. Ringrazio l'intero pantheon navajo per averla ritrovata. Ci rendiamo conto di eccedere con i superlativi ma anche questo posto è strepitoso. Pinnacoli di arenaria rosa, canyon arancioni e magenta punteggiati qua e là dal verde di larici e pini che profumano l'aria. La solita 12 che ci porta fuori dal parco e poi a nord verso il Capitol reef continua a riservarci dei panorami che ci fanno trattenere il respiro. Altipiani rosa e arancione, vallate da cui spuntano enormi meringhe bianche e ciclamino. Ma dov'è Willy Coyote?
L'unica delusione ce la riserva il pranzo. Nel miglior ristorante della più grande città della solita 12 (820 ab.), una cameriera moldava, che non vede l'ora che le scada il permesso di soggiorno per andarsene da questo posto che fa sembrare vivace il lago di Pusiano a novembre, sbaglia tutte le ordinazioni e lascia due di noi senza pranzo. Pare che qui viva una nutrita comunità moldava: ben 26 persone. Su un totale di 820 abitanti, tendiamo a considerarla una nutrita comunità.
La strada, poi, improvvisamente, inizia ad attraversare boschi pieni di cerbiatti. Sembra che ci siamo sognati le centinaia di chilometri di deserto tra qui e Las Vegas. Ogni tanto piccoli negozietti o ristorantini di legno dai nomi tipo Cowboy blues o Red Coyote. Siamo a quota 3200. Dormiremo al fresco anche stanotte.
Adesso siamo qui, in questo piccolo campeggio sperduto dello Utah (ultimo stato americano a essere cartografato, tanto per dare un'idea), sotto un cielo pieno di stelle, con la gente seduta intorno ai falò e… con la connessione wi-fi.
Giovedì 9
Che i geologi ci perdonino ma non pensavamo fosse così bello. Non immaginavamo che altopiani e deserti rocciosi potessero assumere forme così incredibili e avere questi colori! E sì che cartoni animati, fotografie e film hanno fatto a gara per mostrarcelo. Credo sia il paesaggio più "già visto" al mondo. Eppure… Data l'incapacità di descrivere le meraviglie che abbiamo visto, trascriviamo solo gli appunti che ci siamo presi: rocce color cioccolato alla cannella (trattasi di un marrone tendente al rosso), meringhe con grossi ciottoli neri in bilico in cima, sfoglie di pietra arancione e terra di siena, alabastro, superficie lunare, Weetabix (quegli orrendi cereali compressi che cercano sempre di rifilarti in Inghilterra).
Oggi, per la prima volta da quando siamo arrivati, vediamo anche alcune nuvole, che sembrano appoggiate su un soffitto di vetro.
La prima tappa della giornata è il Capitol reef park, un grande caNyon che ha interrotto la corsa all'ovest dei pionieri, finché non sono arrivati i mormoni nel 1880 e, fiduciosi nell'aiuto del Signore, sono scesi sul fondo dell'enorme crepaccio e ci hanno impiantato un paese e un enorme, meraviglioso, incredibile frutteto. Alberi di pesche, mele, pere, albicocche sono ancora lì, e chiunque può raccogliere la frutta matura dall'albero. All'ombra del frutteto organizziamo un pic nic con uova e bacon e una torta di mirtilli che sembra uscita dalle mani di Nonna Papera. Intorno gironzolano cervi e scoiattoli.
Come è noto i paesaggi difficili attirano gente… speciale. Ne abbiamo la conferma quando, dopo chilometri in cui il deserto ha assunto l'aspetto di una enorme cava grigia, arriviamo al Mesa farm market. Tre tipi hanno semplicemente deciso che il deserto (la più vicina città, qualche decina scarsa di abitanti, è a 60 chilometri) era proprio il posto migliore per impiantare una coltivazione di frutta e verdura biologica. Così hanno iniziato a coltivare, hanno ottenuto la certificazione biologica e adesso vendono i loro prodotti (tu chiedi, e loro escono sotto il sole cocente a raccoglierti zucchine, pomodori, meloni o quello che sia) e un profumatissimo pane cotto nel forno a legno. Lasciata questa specie di decrepita casetta colorata in mezzo al niente attraversiamo il bollente deserto di San Rafael e alla fine imbocchiamo le gole del fiume Colorado. Soliti paesaggi da bocca aperta (e qui è pure pieno di mosche…). Me-ra-vi-glio-so. Guardiamo con invidia diversi piccoli gruppi che fanno rafting. Per scendere il fiume con la propria imbarcazione, secondo la guida, bisogna prenotare anni prima, letteralmente.
Al tramonto, quando i colori di guglie e pinnacoli rocciosi sono al loro top, arriviamo all'Arches National park che, come si evince dal nome, è famoso per gli archi rocciosi. Strepitoso anche questo, che ve lo diciamo a fare?
Venerdì 10
Finora la tenuta del gruppo è ammirevole. Con due sole eccezioni. I nonni si sono impadroniti di baby A. Il che consente a noi genitori di avere del tempo libero dalle cure parentali ma sta provocando danni irreparabili alla sua educazione. I nonni, infatti, sono decisi a difenderla, a costo della vita, dai soprusi che noi disgraziati genitori vorremmo perpetrare nei suoi confronti. Cose orribili e crudeli come costringerla a indossare le cinture di sicurezza o impedire che la sua dieta si limiti a chili di caramelle fosforescenti.
Il secondo momento di tensione riguarda l'item "ristoranti". Mr. E., unico vero camperista del gruppo, il che, tra parentesi, qualcosa vorrà pur dire, considera eticamente riprovevole disertare i propri due metri quadrati di cucina per un posto da debosciati come un ristorante. Pur di evitare le sue lamentele continue e i suoi gesti convulsi verso le cameriere per informarle, nonostante l'impossibilità della comunicazione verbale, della pessima qualità del locale in cui hanno la disgrazia di lavorare, ci siamo rassegnati a un salomonico "un giorno si un giorno no". p.s. Monica, io stanotte ho visto le stelle cadenti al Cadillac ranch. Che Bruce sia con voi! 12 agosto
Se leggete un po' prima (l'otto agosto mi pare) vi accorgerete che una cameriera moldava in un ristorante ha lasciato a secco Monica e me (Mauro). Capita. Lasciata Tropic arriviamo a Escalante e in cerca di qualcosa da mangiare ci fermiamo in un food store che la famiglia gentile che gestisce una stazione di servizio dall'altra parte del paese ci ha detto essere decisamente ben fornito di cibo. Entro affamato e in un angolo scorgo un "do it yourself hot dog counter". YUMMY perfetto!
Mentre compongo un paio di giant dogs con ogni dill e salsa possibile entrano tre ragazzine native American. Vanno verso la soda fountain con tre SECCHI che riempiono per metà di ghiaccio e per metà di coca rigorosamente classic, quella con tanto zucchero. In tre così a occhio peseranno più di trecento chili e, sempre in tre, forse arrivano a 60 anni. No, non ci arrivano.
Se ne vanno sorseggiando dai loro enormi contenitori pieni di acqua gasata e zuccherata con le facce non proprio felici verso una piccola macchina rossa. Una scena triste.
E' questa la land of plenty?
Martedì 14 agosto
Riassunto delle puntate precedenti: nei giorni scorsi abbiamo visto il punto in cui Thelma e Louise si buttano nel canyon con la macchina, la copertina della Lonely Planet Southwest America e il posto in cui John Ford ha girato Ombre rosse. Non c'è niente da fare, appena metti piede negli Stati uniti entri in universo parallelo. Canzoni, fotografie, telefilm di quando avevi undici anni, cartoni animati e film film film ti hanno raccontato per anni quello che hai adesso davanti agli occhi. Eppure la sensazione non è: "uff! già visto…", ma piuttosto: "wow! Esiste davvero!".
Tra i momenti clou degli ultimi giorni la sosta a Mexican Hat, al confine tra Utah e Arizona e punto d'accesso alla Nazione (o riserva…) Navajo. Ottocento abitanti e l'unica licenza per la vendita di alcolici nel raggio di 160 km. Non troppo curiosamente, sul menu si specifica che gli alcolici si vendono solo insieme al cibo. Così, per goderci una birretta fresca (a dire il vero, american oblige, è ghiacciata e servita in un bicchiere ghiacciato) ci mangiamo un improbabile compendio di cucina tex-mex-americana-nativa: il Navajo taco. Questo scherzo della cucina locale consiste in un enorme frittella salata (il Navajo bread) ricoperta da una montagna di chile con carne e fagioli, ricoperta da una montagna di insalata mista, ricoperta da una montagna di cheddar cheese grattuggiato e servita accompagnata da tre diverse salse.
Dopo questo leggero spuntino, consumato alle 11.30 del mattino…, siamo decisamente pronti per affrontare la Monument Valley. Non mi aggiungo a canzoni, fotografie, telefilm, cartoni animati e film di cui sopra per cercare di descriverla. Che è un posto fantastico va da sé. Facciamo un tour guidato, qui è tutto gestito dai Navajo ed è l'unico modo, o quasi, per portare un po' di dollari nelle loro tasche. Oltretutto così si possono vedere dei posti che altrimenti non sono accessibili ai veicoli privati. A parte il fatto che ci voglio vedere con questa belva chiamata camper su queste piste di sabbia rossa… Sabbia rossa che, alla fine delle tre ore di giro, ci ricopre interamente mimetizzandoci perfettamente col paesaggio.
Lasciata la Monument valley, passiamo dai Four corners, unico posto negli Stati uniti in cui quattro stati si toccano ed entriamo in Colorado.
E ora… qualcosa di completamente diverso! Trenta chilometri fa c'era il deserto e adesso le montagne svizzere. Giornata dedicata alla San Juan Skyway. Un anello di 350 km con passi a oltre 3600 metri e intorno diversi fourteneers, come li chiamano in Colorado, cioè picchi che superano i 4000 (14000 piedi). Montagne, boschi, ruscelli, laghetti, cascate, casette di legno dai tetti spioventi. La strada congiunge alcune bellissime piccole città rimaste ferme alla fine dell'ottocento. Nate con il boom minerario, ricchissime, piene di banche e saloon, abbandonate e decadute a ghost town con l'esaurimento della corsa all'oro e all'argento, e ora di nuovo in gran forma come località di villeggiatura. A testimoniare del passato minerario, lungo la strada si vedono i resti in legno di antiche strutture per l'estrazione e il trasferimento del minerale.
Per la notte ci fermiamo… udite udite… a Durango! Resistiamo a fatica alla tentazione di farci fare uno Stetson su misura.
Il giorno dopo è la volta dell'ennesimo parco, un parco molto speciale, il Mesa Verde. E' una serie di canyon in cui gli antichi abitanti dei pueblo, Puebloans o Anasazi ("antichi nemici", nella lingua dei nativi americani), costruirono abitazioni alte fino a quattro piani completamente nascoste nelle fenditure della roccia. Il ranger Morris, che ci accompagna nella visita allo scavo più grande, spiega che le conclusioni frutto di anni di studio e ricerca degli archeologi sono state spazzate via dalle osservazioni delle tribù Opi e Zuni, odierni discendenti degli antichi puebloan, che in quattro e quattr'otto hanno rovesciato ogni precedente lettura, fornendo un punto di vista totalmente diverso su ogni edificio e ogni reperto. Una lezione interessante, direi.
Stanotte ci siamo fermati, sotto la pioggia e un cielo di nuvole nere che hanno fatto buio poco dopo le sette, in un campeggio di disperati che sembra più un rimessaggio abbandonato, con un bagno dove non vorresti MAI che ti cadesse lo spazzolino ma con una connessione wireless che nemmeno in centro a New York…
Per domani (15 agosto), auguri Enrico!!!
Monica e Mauro
Mercoledì 15 e giovedì 16
Dopo parchi, montagne boscose e deserti, il New Mexico: tacos e città! Città di ogni tipo, epoca, grandezza. La prima sosta meritevole è Taos pueblo, il più antico villaggio tradizionale continuamente abitato dalla sua fondazione, intorno al 1450, negli Stati uniti. Casette di adobe (fango impastato con paglia) color cioccolato, appoggiate le une sulle altre, con scale in legno posate contro i muri per salire ai piani superiori e piccoli buchi che fanno da finestre. Anche la chiesa è di adobe, con un piccolo muretto basso che chiude un piccolo cortile. Non esiste un angolo. Tutti gli edifici sono morbidi e arrotondati. Purtroppo, ma comprensibilmente, quasi ogni casa è un negozio. Per di più, legioni di americane con improbabili cappelloni possedute dallo spirito di Georgia O'Keefee (che in un villaggio qui vicino ha passato gran parte della sua vita) sono impegnate a dipingere ad acquarello pittoresche (?) vedute dietro ad ogni curva. Decisamente non aiutano a immergersi nell'atmosfera del paese. Comunque il posto merita. E ci riserva anche un ristorante di cucina nativa dove ci rimpinziamo di meravigliose frittelle salate, salsicce di bufalo, pane di granturco blu e squash (una specie di zucca molto usata nella cucina tradizionale). Taos, il villaggio moderno, è una specie di copia chic del pueblo. La stessa architettura ma arricchita di giardinetti, terrazze fiorite, finestre dipinte in turchese che ospitano ristorantini, bed & breakfast e gallerie d'arte. Zona di artisti questa. Uscendo da Taos una famosa chiesa fotografatissima da Edward Weston e, a pochi chilometri, la più alta concentrazione mondiale di gallerie d'arte: Santa Fe. Che è, a sua volta, una copia più grande (62mila ab.) e più sviluppata di Taos, ma con la stessa impronta. Persino i parcheggi a più piani sono costruiti con l'architettura delle case in adobe. E' una città pienissima di musei di ogni tipo: quello di O'Keefee, ovviamente, poi musei di arte contemporanea, di arte nativa, di folclore internazionale, musei per bambini, edifici storici trasformati in musei in cui si trova di tutto, dalle colt alle diligenze ai ritratti dei governatori spagnoli, musei di storia militare. E poi ci sono una miriade di chiese (persino una presunta replica della Sainte Chapelle di Parigi) e di gallerie d'arte. In particolare Canyon road, una spettacolare strada di villette con splendidi giardini disseminati di opere d'arte contemporanea. In effetti, alcune delle gallerie hanno collezioni più ricche dei musei. L'intera strada è un vero e proprio, bellissimo, museo a cielo aperto. Decidiamo di approfittare a pieno delle gioie della vita cittadina per introdurre la famiglia, eccetto baby A., al rito del margarita alla Cowgirl Hall of fame. Un delizioso margarita, alcune birre ghiacciate e una partita a calcetto ci predispongono alla visita al santuario di nuestra senora de Guadalupe: siamo tutti pronti a cantare alte lodi in onore di chicchessia. Què viva Santa Fe! Intanto baby A. ha colto perfettamente lo spirito delle vacanze in camper. Mrs. G. sta cercando di farle fare il riposino pomeridiano: "A., dormi, se no stasera sei stanca e non ti sopporta nessuno". Baby A. non fa una piega: "Mi sopporto da sola".
Venerdì 17
Oggi abbandoniamo per qualche ora il giro degli antichi pueblo tra Taos e Santa Fe per una visita a Los Alamos. Una cittadina moderna, adagiata su un altopiano, piena di prati verdissimi e parchi giochi per bambini. Tra il '43 e il '45 ha ospitato alcuni tra i più geniali fisici del mondo, impegnati nel progetto Manhattan: la costruzione della bomba atomica. Una piccola comunità segreta, isolata e ristretta, composta da scienziati, militari che salvaguardavano la riservatezza del progetto e civili locali per occuparsi di tutte le esigenze della vita quotidiana. La prima tappa per tutti era un anonimo edificio di Santa Fe, adesso trasformato, indovinate, in galleria d'arte, dove si faceva l'ultimo colloquio e si veniva dotati di documenti d'identità e di pass. Poi un pulmino portava i nuovi arrivati fino alla "collina", i laboratori e le residenze di Los Alamos. Qui, senza nessun contatto con l'esterno, si viveva e lavorava, ognuno impegnato solamente in una piccola parte del progetto senza sapere lo scopo finale del lavoro. Almeno così viene raccontata la storia. Finché un'esplosione nel deserto di Alamogordo, centinaia di chilometri a sud, rivelò a tutti la ragione degli ultimi due anni della loro vita. Il piccolo museo storico di Los Alamos riunisce esibizioni sulla geologia e gli antichi abitanti della regione, sulle vicende della scuola privata che occupava gli edifici requisiti dal governo degli Stati uniti all'avvio del progetto Manhattan e sulla vita della comunità della collina. E' esposto anche un buon numero di oggetti che raccontano l'appropriarsi da parte della cultura pop occidentale dell'immagine della bomba: caramelle, abat-jour, giochi in scatola per bambini, magliette, patch, fumetti, persino la replica di una torta a forma di fungo atomico offerta a non so più che generale per celebrare non so più quale lieto evento. Su una parete tre enormi, spettrali fotografie panoramiche di Hiroshima e Nagasaki aiutano a riportare tutto nella giusta prospettiva.Nel pomeriggio visitiamo il santuario di Chamayò, la cui terra è considerata capace di guarigioni miracolose, come dovrebbero testimoniare decine di stampelle appese ai muri e centinaia di ex voto di ogni genere. In un angolo, il muro è coperto di foto di giovani militari con invocazioni alla divinità, per lo più in spagnolo, perché riportino sani e salvi Josè, Miguel o Javier dall'Iraq. Alla prossima dudes. Monica e Mauro.
Sabato 18 agosto
Dopo il duro trasferimento di ieri dopo Chimayò (più di 300 miglia in mezzo al niente assoluto) su una striscia di asfalto dritta come un asparago, ci svegliamo in un RV park direttamente sulla Route 66. Easy rider, Kerouac, Furore di Steinbeck, Get your kicks on Route 66, Cars e patapim e patapam non hanno avuto pietà di noi e ci hanno fatto pensare che un pezzo della strada madre dovevamo farcela. Detto fatto. Va detto che della historic 66 che collegava Chicago a Santa Monica (Los Angeles) non resta molto più che una serie di pezzi nelle città. I tratti che collegano le città sono stati sostituiti da più comode, veloci e sicure autostrade a più corsie. Si può ancora seguire il tracciato originale ma è ridotto a poco più che una pista costellata di rovine di motel, posti di ristoro e stazioni di servizio in rovina che dovevano avere un aspetto decisamente diverso negli anni cinquanta e sessanta. In ogni caso il pezzo che attraversa Tucumcari (New Mexico) è ancora zeppo di insegne fifties di motel che farebbero arrossire i Jetsons. Se mettete le insegne al neon insieme a una trentina di macchine vintage e hot rod esposte al car museum di Santa Rosa il fascino un po' polveroso di anni senza problemi vi prende. E' un po' come essere magicamente sparati in una specie di happy days in carne ed ossa. Bello. Se poi aggiungete un pranzo a base di hamburger e fajitas in un diner rigorosamente family owned dal 1949 innaffiato da margaritas religiosamente on the rocks serviti in deliziosi bicchieri dal gambo a forma di cactus allora il gioco è completo. Mancano solo Buddy Holly e i Crickets che suonano in un angolo. Ma questo sarebbe chiedere troppo. Mr. E., Mrs. G., Mrs. V. (ormai soprannominata Lady fajitas) gradiscono molto. Baby A. non riesce a credere ai suoi occhi quando la cameriera le porta un chocolate sundae che, così a occhio, pesa un chilo. Lasciamo la route 66 in direzione Alamogordo. A Alamogordo c'è una famosa base missilistica dell'esercito e proprio qui vicino, al Trinity site (il nome dice qualcosa sull'autostima di chi ha organizzato la faccenda dell'atomica…), nel '45 è esplosa la prima bomba atomica. Ci salta subito all'occhio il fatto che è una cittadina estremamente curata. Sembra linda e pulitina esattamente come Los Alamos. Formuliamo l'ipotesi che per poter rendere friendly posti dove si fanno ricerche per sviluppare bombe atomiche o dove queste bombe si testano bisogna inzupparli di parchi, aiuole ben tenute, giochi per i bambini, muretti di pietra ecc. ecc. Che sia una direttiva del Pentagono? A poche miglia da Alamogordo entriamo nel White Sands national park. Una immensa distesa di gesso in polvere sottoforma di dune. Un paesaggio assolutamente allucinante. Sotto un sole a martello saliamo sulle dune per goderci il panorama surreale di ondulazioni bianche a perdita d'occhio. Baby A. gradisce molto e non si riesce a staccarla dalla sabbia bianca fine. Non resistiamo alla tentazione di rotolarci giù dalle dune. Il gesso finissimo ti entra in OGNI ovunque. Questa sera sarà dura levarcelo di dosso, prevedo una lunga doccia. Ciao a tutti Monica e Mauro.
20 agosto
Pensierini nella afosa e insonne notte di Tucson, Arizona
Fortunatamente, ovunque c'è la connessione wi-fi. Dico fortunatamente perché altrimenti non sarebbe possibile sapere non dico quello che succede in India o in Namibia, ma nemmeno quello che capita nella contea accanto. I quotidiani che si vedono in giro sono solo locali che più locali non si può. Il Bisbee Observer o il Lincoln County star. Fatte le debite proporzioni, stanno al Times un po' come L'eco della Martesana sta al Corriere della Sera. Absit iniuria verbis. In prima pagina hanno, di preferenza, un morto ammazzato, meglio se giovane, meglio se deceduto in circostanze curiose o lasciando figli in età pre-scolare. Nei centri commerciali si vedono anche dei settimanali. In questi giorni le copertine sono tutte per l'anoressia di Angelina Jolie e l'abbandono del miliardario tetto quasi-coniugale da parte del Brad Pitt. Se c'è altro, lo tengono ben nascosto. E mr. E che cerca la Gazzetta dello Sport!
Il secondo posto più triste che ho visto in questo viaggio sono senza dubbio gli RV park delle città. RV = recreational vehicle = camper o enorme simil-roulotte. I più bei RV park hanno alberi frondosi a garantire l'ombra, piscine all'aperto e al coperto, negozi, sale da ballo e per altre attività ricreative, centri estetici e medici, saune e persino campi da golf. E sono rigorosamente riservati agli Over 55. Praticamente funziona così: se sono fortunati, marito e moglie vanno in pensione, con i soldi dell'assicurazione privata si comprano il famoso RV e, se possono permetterselo, passano l'inverno in Arizona, o in Florida, e l'estate nel Montana. In mezzo ad altri pensionati che, come loro, aspettano che il tempo faccia il suo corso. Intorno ai loro RV è tutto un fiorire di staccionate, aiuole ben curate, rane cerbiatti e scoiattoli di gesso, lucine colorate e verande con casette per gli uccelli. Cosa facciano in realtà tutto il giorno, a parte curare le aiuole, non è molto chiaro. Nei park meno esclusivi, in cui sono costretti ad accettare avventizi come noi, con lo stigma imperdonabile di essere portatori di baby A., li vediamo solo quando escono per portare a passeggio il cane. Per il resto del tempo stanno chiusi nei loro Rv, da cui non filtra alcuna luce ma solo il rumore del condizionatore. C'è di buono che in questi tristissimi posti abbiamo sempre le docce a nostra completa disposizione. Al primo posto nella classifica dei posti più tristi che ho visto in questo viaggio ci sono i trailer park. Ma questa è un'altra storia.
Le radio che ci hanno fatto compagnia lungo la strada si possono dividere fondamentalmente in due categorie: quelle che, rubando la battuta a uno dei migliori film della storia del cinema, danno "tutta la musica: il country e il western", e quelle che inanellano una dopo l'altra canzoni dei Pink Floyd e dei Killers, dei Led Zeppelin e dei Franz Ferdinand con frequenti incursioni nel repertorio degli Ac/ Dc. Oggi no. Oggi abbiamo viaggiato per un tratto lungo il drammatico confine col Messico. Oggi è stato tutto un amor y angustia. Almas en pedazos e corazones que lloran.
21 agosto
Conto alla rovescia e piccoli bilanci. Ormai manca davvero poco, stiamo ripulendo il frigorifero del camper componendo improbabili cene e stiamo contando le miglia che mancano a Las Vegas.
Un paio di giorni fa siamo rientrati in Arizona, scendendo a sud. Attraversando Douglas sbagliamo strada. Improvvisamente al nostro fianco compare una recinzione. E' zona industriale, pensiamo a una fabbrica. Guardando meglio le recinzioni sono due, molto alte e parallele. E tra le recinzioni uno scosceso fossato. Non escluderei la presenza di coccodrilli. Sulla nostra destra enormi riflettori su altissimi pali. Ci servisse una conferma, ogni mezzo miglio una Border Patrol. Questa cosa agghiacciante è il confine col Messico. Il lato su cui corriamo noi è deserto. Dall'altra parte, una fila interminabile di auto e camioncini che, sotto il sole, aspetta di passare la selezione. Pochi metri. Che per alcuni sono invalicabili. Ci sentiamo strani.
Sulla strada che si allontana dal confine, un enorme cartellone, tipo quelli pubblicitari, almeno 3 m x 6. Un viso di uomo, un nome, e sotto: reward 10.000 $. Più di tutto quello che abbiamo visto e vedremo, ci fa sentire vicino il selvaggio West. Eppure stiamo per vedere due posti che più Wild west di così non si può.
Prima l'antica città mineraria di Bisbee. Tra fine '800 e inizio '900 aveva la fama di città più vivace tra El Paso, Texas, e San Francisco, California. Poi la fine del boom minerario. Bisbee sfugge al rischio di diventare l'ennesima ghost town del Southwest per finire come rifugio di sopravvissuti a Woodstock. IO non ho fatto nessuna battuta.
E poi… rulli di tamburi… Tombstone! Qui la scelta per sopravvivere è stata diversa. La città troppo dura per morire, 110 saloon e 14 sale da ballo nel 1881, anno della mitica sfida all'Ok Corral, ha deciso di diventare museo di se stessa. La strada principale non è granché diversa da come doveva essere alla fine dell'ottocento. Inclusa una patina di polvere e sporco che ricopre ogni cosa. Più che gli attori in abiti d'epoca che, per le strade della città, rifanno eternamente lo scontro tra gli Earp e "i cowboy", Clanton e McLaury, più che i cavalli legati davanti ai saloon o il vecchio tribunale con la forca nel cortile, quello che fa rivivere un'epoca sono le storie degli abitanti di questa città. C. S. Fly, fotografo, che ha fissato per sempre l'immagine di Geronimo che si arrende a testa alta. O la prima donna avvocato dell'Arizona. O "Big nose" Kate, arrivata col padre in Messico dall'Ungheria al seguito dell'imperatore Massimiliano d'Asburgo e finita a fare la prostituta, poi compagna di Doc Holliday, qui a Tombstone, Arizona.
Quanto ai bilanci, abbiamo fatto un'indagine tra i nostri compagni di viaggio. Non è servito a niente ricordare la quiete bucolica del frutteto mormone col pic nic tra i cerbiatti, né l'atmosfera allegra del pranzo con margarita e partita a calcetto a Santa Fe né gli hamburger nel diner anni '50 sulla route 66. Per tutti il pranzo migliore è stato il buffet a Las Vegas. Quello coi fiumi di champagne.
E' inutile. I miti sono duri a morire.
E infine, il priceless moment della vacanza. Mrs. G e mrs. V. aspettano a lungo che i volatili grassottelli facciano la ruota. Vista vana l'attesa mettono in atto tutte le azioni utili, secondo loro, a indurli al grazioso gesto. Può darsi che coi pavoni funzionino. Con gli struzzi che hanno davanti sicuramente no.
22 agosto
Partiamo presto da Camp Verde dove abbiamo dormito. Ci aspetta un giro nel centro energetico della nuova frontiera new age degli states: Sedona. Dovete sapere che Sedona è il centro dei vortici che irradiano il Potere della Terra.
Chiaramente una cagata così non è che l'ho scritta io, viene direttamente dalla Lonely planet. Devo confessare una certa idiosincrasia nei confronti di ogni cosa che non si possa misurare, sono uno scettico materialista dialettico, non ci posso fare niente. Vedere volantini di chiaroveggenti, lettori di palmi di mano, catalizzatori di energie positive a me fa prima sorridere e poi un pochetto mi fa incazzare. Qui è tutto un florilegio di auree e di cure alternative. So che non ce la farò.
Sedona è comunque un posto carino, fra l'altro andiamo a fare la spesa in un supermercato super organico dove si trova della verdura fantastica e anche ogni ben di dio. Personalmente acquisto l'ennesimo barattolo di salsa per il barbecue. Questa è assolutamente organica e infatti costa quasi come in Italia.
Lasciamo Sedona e passiamo da Flagstaff: senza prole e famiglie (la silver wave aka mr. E, mrs. G and mrs. V) la Monica e io avremmo anche trovato una bella sfilza di localini carini dove trovare qualcosa da fare (e ammaccare il fegato).
Usciti da Flagstaff ci fermiamo a consumare un frugale pasto in un'area di riposo sull'autostrada con tanto di tavolo da picnic di fianco al camper (Mr. E. il camperista è molto molto contento) e ripartiamo alla volta dell'ultimo parco naturale di questo viaggio. Nientepopodimenoche il Grand Canyon. Non ho voglia di raccontare adesso, per il momento dico solo che sto scrivendo dal campeggio all'interno del parco.
Una nota non propriamente attinente: credo di aver capito perché la gente di una certa età che decide di passare l'ultima parte della vita in un camper nei vari RV park over 55 ha sempre l'aria condizionata accesa. Fa un poco Palahniuk ma credo che sia l'unico modo che hanno una volta morti di mantenere un aspetto presentabile prima che qualcuno li vada a cercare.
Saluti, Mauro.
23 agosto
Siamo agli sgoccioli. Già da un paio d giorni c'è aria di "tutti a casa". L'entusiasmo non è più lo stesso, la curiosità per le poche tappe rimaste nemmeno. Solo la strenua ricerca del "regalino" da parte dell'onda d'argento non si placa.
Dopo il Grand Canyon, un centinaio di chilometri sul più lungo tratto ancora interamente percorribile della Route 66 (con tanto di milk shake d'ordinanza in un diner anni '50 tutto rosa e turchese), stiamo puntando verso Las Vegas sulla 93. Quasi all'imbocco della strada un cartello avvisa "Lavori in corso sulla Hoover Dam. Aspettatevi ritardi". Noi per forza dalla diga dobbiamo passare ormai, non c'è altra strada che attraversi il fiume Colorado. Ci aspettiamo ritardi.
Poco più avanti un cartello più minaccioso: "Hoover dam chiusa a camion, trailer, veicoli commerciali…", qualcos'altro che ci sfugge e un numero di telefono. Che ovviamente ci sfugge anche lui. Non è che sfrecciando a cento chilometri all'ora uno sia così pronto a segnarsi un numero lampeggiante di sette cifre che gli appare davanti all'improvviso. Se effettivamente nemmeno il nostro camper può passare significa tornare indietro e risalire dall'altro lato del fiume per un totale di circa 300 km. Considerato che sono le 7.30 pm, baby A. incomincia a piagnucolare e domani mattina dobbiamo restituire il camper, non è bello. Proviamo a chiamare qualche numero che c'è sulla guida per avere delle informazioni ma ormai è tardi, gli uffici sono chiusi.
Un altro cartello "Transito non consentito a veicoli sopra i 10 piedi" ci dà qualche speranza, noi siamo giusto dieci piedi. Poi, a 15 miglia dalla diga, bontà loro ridanno il numero di telefono. Stavolta siamo pronti, Mauro chiama subito. Il problema non è che i lavori in corso riducono le dimensioni della carreggiata impedendo il transito ai veicoli ingombranti. Il problema è che si temono attentati e quindi un posto di blocco della polizia lascia transitare solo i veicoli "easily searchable". Sic. E che significa? Il nostro camper sarà facilmente perquisibile? "Ciao. Sai che ho comperato un fantastico camper? Ha sei posti letto, il microonde ed è facilmente perquisibile". Bello.
I membri del gruppo si lanciano nelle più fantasiose supposizioni sul concetto di perquisibilità. E intanto, comunque, i pensieri di tutti sono slittati da "ultimi giorni di vacanza" a "possibili nascondigli per il tritolo, attentati, dighe che crollano travolgendo paesi con effetto Vajont moltiplicato seconda diga più alta del mondo". Dubito che la ridicola perquisizione che, alla fine, fanno al nostro camper, serva a scongiurare il pericolo attentato. Di sicuro serve a mettere un altro piccolo pezzo nel puzzle "costruiamo insieme il nemico".
Comunque, sia l'effetto di questo avvicinamento ai confini della realtà, sia l'effetto dei mastodontici lavori in corso che aggiungono alle rocce del canyon montagne di sabbia e lasciano i piloni del nuovo gigantesco ponte in costruzione sospesi sul vuoto, sia che di suo la diga non scherza per niente, siano le luci nella notte che ormai è scesa, lo spettacolo è impressionante. E' una scena di Metropolis.
Per darvi una vaga idea, questo sbarramento del fiume Colorado ha creato un lago con 1310 km di coste. La sua costruzione è stata avviata nel 1930, per dare lavoro a centinaia di uomini vittime della depressione. Che sul fondo del canyon,con una temperatura che raggiunge i 50°, sono morti come mosche. Chi ce la faceva, la sera poteva tornare nella sua linda casetta a Boulder, città modello di villette ordinate e giardini progettata per l'occasione.
La costruzione di questo impressionante sbarramento ha permesso, tra l'altro, lo straordinario sviluppo di Las Vegas. Che ci aspetta a sole 25 miglia grazie al fatto che non siamo pericolosi terroristi.
28 Agosto, Milano, Italia
E' un po' strano scrivere una specie di fine a questo blog direttamente dall'ufficio ma così è. Si, siamo tornati alla vecchia Europa.
Sono state tre settimane strane, abbiamo visto cose assolutamente belle, alcune decisamente fantastiche. Viaggio altamente consigliato. Diteci se volete portarvi la silver wave, glielo chiediamo e magari vengono.
La cosa più bella del viaggio è stata la possibilità di vedere come delle cose che sono OGGETTIVAMENTE uguali a loro stesse (e qui sprechiamo il concetto di identità delle cose) possano in effetti suscitare reazioni completamente diverse a diversi recettori.
Temo di essermi incartato. Diciamo che è stato bello e divertente vedere Baby A. ridere davanti a cose che Mr. E., Mrs. G. o Mrs. V. trovavano assolutamente insignificanti e viceversa.
La convivenza (ricordatevi le date di nascita: dal 1935 di Mr. E. al 2005 di Baby A. ) in spazi angusti si è rivelata più facile del previsto. Davvero. Adesso non voglio dire che da oggi in poi non ci muoveremo senza ALMENO tre famiglie al seguito ma pensavamo potesse andare peggio.
Lascio alla Monica (che è più brava) l'arduo compito di descrivere l'ultimissima parte del viaggio (inclusa pantagruelico in room dining al Bellagio con vista sulle fontane danzanti e Vegas strip) e mi limito a mandare queste due sparute note.
Ci vediamo alla festa. Ma è il 15 (no dai) o al 14 (si dai!!!!).
Ciao, Mauro
24 agosto
Il cerchio è chiuso, siamo di nuovo nella Disneyland vietata ai minori. Dopo il Flamingo di "Bugsy's", è la volta del Bellagio di "Ocean's 11-12-13". Dovremo tornare per il Riviera di "Casino". A proposito, come è mai possibile che lo stesso Paese abbia dato i natali a George W. Bush e a Martin Scorsese?
Comunque… io ho sempre avuto questa fantasia decadente di vivere in un hotel, come gli scrittori degli anni venti. Ecco, penso di introdurre nella fantasia decadente la camera del Bellagio (meglio se senza Las Vegas intorno). E' fantastica. Ha due letti enormi, tanto alti che servirebbe una scaletta per salirci, e completamente ricoperti di soffici cuscini. Una parete è tutta di vetro. Si vede lo/la/su strip (quale sarà l'articolo giusto?). Ma soprattutto, si vedono le famose fontane danzanti del Bellagio. Che detto così sembra una minchiata. E, effettivamente, Picasso è un'altra cosa. Però hanno un loro perché. Più che fontane danzanti, infatti, sono dei fuochi d'artificio d'acqua. Alcuni spruzzi superano ampiamente il nostro dodicesimo piano.
Ma il vero spettacolo è il bagno: marmo, doccia grande come il letto che dividevamo in tre sul camper, vasca da bagno grande quattro volte la doccia (mica vorrete essere costretti a scegliere tra l'una e l'altra!), graziose boccette di ogni cosa dallo shampoo al collutorio sapientemente disposte probabilmente da un art director, pile di morbidi asciugamani e, appesi nell'armadio, due strepitosi accappatoi. Ci vuole una grande forza di volontà per trasferirsi da qui al bordo della piscina con un margarita in mano, ma siamo nati per soffrire, quindi infiliamo il costume e andiamo. Pranzo, nuova pausa piscina e via di nuovo per vedere un'altra parte della città.
Allontanarsi dal Bellagio è un po' difficile perché in ogni rientranza della balaustra che costeggia il lago, Mauro si ferma, appoggia i gomiti e, con aria ispirata, recita "Questa città non è più quella di una volta!". Alla fine però riusciamo a infilarci nel Venetian, dove è giorno, mentre fuori ormai è buio pesto, cosa che lascia piuttosto perplessa baby A. Tappa successiva l'ultimo albergo arrivato sulla /o strip: Wynn's, davanti al quale è stata ricostruita una montagna con alberi, cascate e ruscelli per la modica cifra di 1.3 millioni di dollari. Poi torniamo indietro passando davanti al Treasure island dove si è raccolta una grande folla in attesa dell'apparizione delle sirene delle 10 pm. Non mi chiedete. Non ci siamo uniti alla folla.
Quando torniamo al Bellagio, è giunto il momento. Approfittando del fatto che baby A. è crollata addormentata e che mrs. G., stroncata dal mal di testa, sale volentieri in camera con lei, l'armata brancaleone del casinò è pronta a far saltare il banco!
Presumere che a Las Vegas la cosa più facile del mondo sia giocare è un grossolano errore. Le regole del gioco e del galateo al tavolo da gioco sono milioni, complicatissime e non scritte. Ci aggiriamo un po' spiazzati tra i tavoli: black jack, poker a tre carte, craps… alla fine ci avviciniamo a una rassicurante roulette, fantastico! Quel tavolo è vuoto, lì non faremo nessuna figuraccia! Grazie al cielo ci accorgiamo in tempo che è vuoto perché la puntata minima è 200 $. Ci spostiamo velocemente, e tenendo gli occhi bassi, verso un tavolo a puntata minima 10$. L'impavido mr. E ci assicura che ha osservato per tutto il giorno e ha capito come funziona la cosa. E in effetti, magari non con grande disinvoltura, ma riesce a puntare i suoi dieci dollari sul 22. La pallina indugia una frazione di secondo sul 22 e poi salta fuori e si ferma due spazi più in là. Certo che sarebbe stato un colpaccio, arrivare lì tutti sgarrupati e… zac! Beccare il numero giusto al primo colpo. Va beh… A mrs. V. va un po' meno bene. Io e Mauro ci siamo allontanati un attimo e loro sono rimasti senza interprete. Capiamo che qualcosa è andato storto quando sentiamo tutto il tavolo gridare, in italiano: "Ha chiesto che numero volete giocare!". Il dealer (i più grezzi tra voi forse li chiamano croupier) ci guarda con vero disgusto. Decidiamo di ritirarci in buon ordine verso le più amichevoli slot machine. Ma anche lì dimostriamo di non avere la stoffa del giocatore. Intorno a noi si vincono e perdono migliaia di dollari e nessuno batte ciglio. Io do in escandescenze perché ho vinto 8 credits (che poi sarebbero 4 $)…
Ancora una volta mi stupisco osservando le cameriere che portano da bere ai giocatori seduti ai tavoli (gli altri si devono arrangiare da sé). Durante tutta la vacanza abbiamo notato che qui devono avere dei limiti per l'età pensionabile piuttosto alti. La cosa assume dei risvolti grotteschi nel settore "cameriere dei casinò". Esse, infatti, indossano divise decisamente succinte, con minigonne vertiginose e, spesso, calze con la riga, oltre a immancabili tacchi a spillo. Quando, ed è caso tutt'altro che raro, sui suddetti tacchi ondeggia una creaturina dai capelli tendenti all'azzurrino e che vent'anni li aveva negli anni cinquanta, l'effetto è abbastanza bizzarro. Sono indecisa se rallegrarmi per l'assenza di preconcetti giovanilistico-estetici o denunciarli tutti quanti per maltrattamenti.
Dopo l'obolo versato al dio del gioco saremmo pronti per la cena, ma la silver wave, già decimata, declina l'invito. Lo sapevo che si erano rimpinzati troppo a pranzo e ci tiravano il pacco! Ma… à la guerre comme à la guerre! Ci carichiamo baby A addormentata e, tornati in stanza, chiamiamo il servizio in camera, dopo aver valutato pro e contro di ogni delizia elencata nel menù. Io opto per quesadilla con salsine varie e cheesecake New York style (che poi vuol dire con le fragole) ricoperta di riccioli di cioccolato fondente, Mauro si dà a una Ceasar's salad seguita da un bisteccone accompagnato dalle più fantastiche patate fritte che sia dato mangiare a questo mondo. Decidiamo che aggiungerci lo champagne sarebbe da grezzi, quindi ordiniamo birra e acqua naturale, ma che sia Evian, please. Il tutto ci arriva su un carrello apparecchiato che manco per il cenone di Capodanno e viene spazzato via mentre, seduti in poltrona, ammiriamo le mille lucine dell'infernale città.
Eticamente riprovevole. Disgraziatamente, una gran figata.
Il tutto brutalmente interrotto dalla sveglia che suona alle 4 (quattro) del mattino. Attraversiamo il casinò in coma totale, mentre ancora i giocatori più accaniti occupano i tavoli e i gruppetti di ragazze che accorrono qui a frotte per festeggiare l'addio al nubilato, riconoscibili dal fatto che una di loro ha in testa un velo bianco, ondeggiano ubriache con i sandali dai tacchi a spillo in una mano e un bicchiere vuoto nell'altra.
E poi, eccoci di nuovo a Malpensa. A Mauro perdono la valigia e quando accendo il cellulare il primo sms che mi arriva è quello del dentista che mi ricorda l'appuntamento di domani. Oltretutto, diciamocelo, la route 66 sarà pure moribonda, ma non è che la provinciale 45…
Osservazioni e note conclusive a fine agosto
Resto dell'idea che l'hamburger sia la metafora migliore per descrivere gli Stati uniti. E' facile. Facile da mangiare, non servono nemmeno le posate; facile da masticare, il pane è morbido, la carne tritata; persino il sapore è facile, appetitoso con una punta di dolce. E così è la vita negli Stati uniti. Tutto è fatto per rendertela il più facile possibile. A patto, ovviamente, che tu abbia qualche dollaro e non appartenga a una qualsiasi minoranza.
Per esempio, la famigerata aria condizionata. Ampiamente usata anche per raffreddare gli esterni. Vorrete mica rinunciare all'aperitivo dell'una in terrazza? O, dio non voglia, sudare mentre lo sorbite?
Un'altra cosa che ho scoperto terrorizza gli americani, inizio anzi a credere che la considerino moralmente disdicevole, è camminare. Nelle città non si vede anima viva girare a piedi. Se, per qualche motivo, uno è costretto ad andare da A a B, provvedono tapis roulant e scale mobili. Per gli obesi il problema non si pone, girano tutti su delle specie di sedie a rotelle motorizzate. Una delle cose più deprimenti mai viste.
E deve essere per risparmiare l'atroce fatica di fare la spesa più di una volta ogni sei mesi che le confezioni di cibo al supermercato hanno quelle dimensioni mostruose. Il cartone di latte più piccolo, difficile da trovare se non nei supermercati più chic, è da due litri. Altrimenti si passa ai bidoncini da 5 in su. La confezione più piccola di uova è da dodici e via di questo passo. Ho visto una busta di zucchero… avete presente quelle buste giganti di cibo per cani, con tanto di maniglia incorporata? Ecco, così. Almeno 20 chili. Del resto, la torta più bassa ha quindici strati ed è alta trenta centimetri, quindi suppongo che tale dose di zucchero sia appena sufficiente a una sana famiglia media.
Sempre per risparmiare al prossimo la fatica di camminare, abbondano i drive-in. Tutti abbiamo immagini divertenti dei drive-in anni cinquanta, soprattutto chi abbia letto Lansdale. Anche ai McDonald's drive-in ci possiamo arrivare. Ma le farmacie? E le banche drive-in aperte 24 ore?
Un'altra cosa facile è la lingua. Nessuno si formalizza per la vostra pronuncia. Se a Londra non si voltano nemmeno se non sfoggiate un accento BBC, qui vi capiscono sempre e si fanno sempre capire. Non è bello, ma è pratico. All'inizio ero orgogliosa quando mi dicevano "Oh! Non si sente affatto l'accento italiano!". Poi uno scambio di battute tra Mauro e un locale mi ha aperto gli occhi. "Oooh! Italiani! Non si sente affatto l'accento italiano".
E Mauro: "Certo, l'abbiamo lasciato ai Sopranos". Quindi ho capito che il presunto complimento aveva in realtà a che fare con gli stereotipi sull'italiano medio che parla broccolino e si rimpinza senza tregua di spaghetti con i meat balls e di fettuccini [sic] Alfredo.
Infine, un altro ottimo indicatore della mentalità americana sono i motociclisti. La maggior parte gira senza casco. In diversi stati, infatti, il casco non è obbligatorio. Devi essere LIBERO. Devi poter fare quello che vuoi. Poi, certo, se qualcosa però va storto, sono solo cazzi tuoi. L'assistenza medica e sociale te la scordi.
Beh, direi che mi sono allargata anche troppo. Giusto perché era l'ultima mail. E' stato bello avervi come compagni di viaggio.
A presto, Monica e Mauro
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