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tre uomini in barca

Schiaffi Morali

Riassunto delle puntate precedenti: Praga e Utrecht

 

Ci ho preso proprio gusto: dopo qualche anno ho capito come fare, e adesso uso il mio lavoro per andarmene a zonzo per l'Europa. Ovvio che non è tutto relax, perché comunque si va in giro a lavorare; il prezzo da pagare è che mischi costantemente lavoro e vacanza, e quindi non stacchi mai veramente, ma in compenso faccio la nomade e mi piace un sacco.

 

25 giugno-1 luglio

a Praga per un convegno che, tra l'altro, si rileva più interessante della media dei convegni. A seconda della cricca (leggi associazione) che organizza il convegno, vedi in giro facce nuove o già viste, compresi colleghi italiani che lavorano all'estero (sempre in fuga, 'sti cervelli) o che, pur lavorando in Italia, magari manco conosci. Comunque gli italiani al convegno sono pochi, e nonostante questo alcuni gentili connazionali riescono a far fare a tutti la solita bella figura, non presentandosi per discutere il paper e nemmeno avvisando che non ci sarebbero stati. Ma dico, erano in otto a scrivere quel paper, possibile che nemmeno uno ha potuto venire qui??? Secondo me alcuni connazionali propongono ai vari convegni il proprio paper solo per poter dire nel curriculum che è stato accettato, e chi se ne infischia se poi non vanno nemmeno a presentarlo.

 

Ho qualche possibilità di girare la città di sera (e neanche tutte le sere) e durante il sabato e la domenica, al termine del convegno. Praga è affollatissima, ma è un po' come Venezia: se vai da Rialto a San Marco seguendo i cartelli, ti trovi in mezzo a un mare di gente; vai sulla sponda opposta del Canal Grande, va molto meglio ed è altrettanto bello. Qui è lo stesso: se vai dalla piazza della Città Vecchia al ponte Carlo seguendo la Golden Route (scusate, la guida era in inglese), grandissimo casino; se ti sposti di 10 metri, sembra una città vivibile. Comunque confermo l'impressione che ho avuto a settembre: il centro storico è stato restaurato, ridipinto, rifatto, e adesso sembra una torta alla panna, o una cartolina fatta per i turisti. Non sono mai stata a Praga nei tempi del comunismo, ma forse un assaggio di com'era si può avere nel quartiere ebraico: splendidi palazzi ancora non ridipinti, con la vernice sbiadita e scurita dal tempo, che a qualcuno sembrano brutti ma che almeno non sembrano una meringa. Guardando la città dal castello non si vede un solo tetto non rifatto: tutti di colore uguale, tutti fatti allo stesso modo, tutti nuovi di pacca. Un po' artificiale, bello ma artificiale.

 

La cena di chiusura del convegno è su una barca che ci porta in giro sulla Moldava, con orchestrina e tutto il resto; certo di mia spontanea volotnà non l'avrei mai fatto, ma comunque la serata è piacevole, non piove e non fa troppo freddo e si può quindi stare all'aperto.

 

Due dritte per chi ha voglia di andare in giro per ristoranti. Il mio favorito è Hergetova Cihelna, segnalato da Lonely Planet come un locale quasi normale, e invece strafighissimo ristorante stile lounge con terrazza sul fiume e panorama sulla città vecchia. Non serve andarci infighettati, ma serve prenotare, se si vuole cenare in terrazza. Altra piacevole scoperta: Fluidum, nel quartiere Zizkov, bel posto e ottima cucina.

 

Per quanto riguarda i musei, bella la National Gallery, ma devo dire che mi è piaciuto di più il museo del Convento di Sant'Agnese, ai limiti del quartiere ebraico: una spettacolare collezione di arte sacra dell'Europa centrale dal 1200 in poi, con splendide statue lignee della Madonna col bambino e pale d'altare che non hanno niente da invidiare all'arte italiana dello stesso periodo.

 

Terminata la settimana a Praga, mi trasferisco a Utrecht, Paesi Bassi, per un'altra settimana di semi-svacco + lavoro (???). Tempo ideale: piove e fa freddo, quei deliziosi 15 gradi mi ridanno il buonumore. Saldi da urlo, anche se li bazzico poco; distese di girasoli nelle bancarelle dei fiorai, tipo 10 girasoli per 5 euro. Mi sento quasi a casa, ormai sono due anni che vado e vengo da qui, e mi piace sempre un sacco. Questa volta non giro nemmeno tanto: avevo comprato una bici, ma il mio tipo (eh sì, il mio tipo abita qui) l'ha prestata a uno dei suoi figli, il quale ha avuto il bel gesto di lucchettarla, ma peccato che ha lucchettato quella vicino alla mia, e quindi la ex-mia bici si è volatilizzata tempo tre secondi. Addio bici. Comunque non mi serve rivedere tutti i begli angoli di Utrecht che conosco: venendo qui spesso, questa volta posso permettermi di godermi il fatto di essere qui dando quasi per sconata la città, come se ci vivessi davvero.

 

In effetti ho da lavorare, e il solo giorno che riesco a ritagliarmi un po' di tempo per gironzolare vado con un'amica al Kroeller-Mueller Museum di Otterlo, immerso in uno splendido parco nazionale, Hoge Veluwe, che era la residenza dei signori K-M, donata poi allo stato. La collezione d'arte è molto bella; per gli olandesi questo è il vero museo di van Gogh – dicono che quello di Amsterdam riunisce ciò che rimase alla famiglia van Gogh dopo che la stessa aveva venduto quasi tutto. Anche Mondrian, altra gloria nazionale, è ben rappresentato; e poi Picasso, Leger, Braque, giù giù fino a Lucas Cranach. Non male. C'è poi il giardino delle sculture, bellissimo, con installazioni di Christo, Fontana, Rietveld, e via dicendo. Per arrivare al museo prendiamo da Utrecht il treno per Apeldoorn (ma era meglio la via che avevo scelto l'anno scorso, passando da Ede) , poi bus fino a Hoenderlo, poi da qui dovrebbe esserci un pullmino che porta quasi all'ingresso del museo, 5km oltre l'ingresso del parco; dico dovrebbe, perché il gentile cassiere che ci vende i biglietti per l'accesso al parco e al museo ci dice che non ha ancora visto il pullmino dal mattino (e sono le 14.30), "spero non abbia avuto qualche incidente, ah ah". Pioviggina, tira vento e fa freddino, ma noi, impavide, prendiamo le bici bianche a disposizione dei turisti e ci avventuriamo in una pedalata di 5 km. Cribbio, niente male come esercizio fisico! Quando è bel tempo è meglio prendersi tutta la giornata, andare al museo di mattina e poi gironzolare nel parco, che è enorme e merita davvero.

 

Tornare a casa è un vero shock, farei di tutto per rimanere qui, ma non c'è niente da fare, si torna…

 

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Ann Arbor, Michigan, USA

 

Ce l'ho fatta: ho superato tutte le crisi pre-partenza (tipo ma chi me lo fa fare di andare a lavorare invece che in vacanza???), il delirio per trovare una sistemazione decente in questa parte del mondo e per un mese, i saluti, la valigia, il volo, il jet lag, ed eccomi qui. Sono arrivata ieri, e come sempre sembra che siano passati secoli da quando sono uscita di casa; il fatto poi che il 20 luglio per me sia durato un'infinità, ben più delle solite 24 ore, aiuta a far perdere la nozione dello spazio-tempo e a sentirsi un po' disorientati.

 

Bollettino di viaggio: io sono arrivata sana e salva, ma la mia valigia si è presa una giornata di vacanza ad Amsterdam e ha quindi deciso di non seguirmi; dovrebbe arrivare tra poco, per fortuna non è persa ma solo delayed, in ritardo. Il servizio offerto dalla compagnia aerea, la Northwest Airlines, è (finora) preciso, speriamo sia anche efficiente. Il volo è stato piacevole, ho chiacchierato un casino con una sciura milanese che andava ad Halifax, Canada, a trovare il figlio che vive là, cervello in fuga da quella barca in perenne naufragio che è l'università italiana. (Come dice Paul Watzlawick in "Istruzioni per rendersi infelici", anche i topi hanno abbandonato la barca, ma noi imperterriti continuiamo a starci su).

 

Primo piacevole dato all'arrivo: non fa caldo. Molto importante, dato che a casa stavo sclerando come un computer surriscaldato. 27 gradi, zero umidità (fatto raro qui, mi dicono), venticello e nuvolette, un paradiso.

 

Secondo: o ho una buona stella (alias molto culo) oppure ho un gran fiuto, perché la sistemazione che ho trovato solo una settimana fa è gorgeous, fantastica. Ho affittato per 700 dollari il secondo piano di una tipica casa americana, tutta legno e termiti, con un bel giardino, un sacco di verde intorno, finestre che incorniciano alberi e fiori, silenziosa e con molta personalità – quella della padrona di casa, Kathy, un'insegnante di matematica in una scuola superiore che si è fidata ad affittare un pezzo di casa sua a una perfetta sconosciuta. Praticamente in un giorno e mezzo ci siamo raccontate la vita, sembra di conoscerci da secoli; meno male, poteva andare molto peggio. Per giunta la signora non è per niente repubblicana, il che aiuta, e pensa decisamente con la propria testa, il che aiuta ancora di più. Ho trovato il suo annuncio su Craiglist, una specie di bacheca virtuale organizzata per città, in cui chiunque può mettere un annuncio per trovare, vendere, scambiare qualsiasi cosa; nella sezione sublets, cioè subaffitti, ci sono un sacco di annunci di gente che subaffitta stanze o appartamenti, per l'estate o periodi più lunghi, in un sacco di città del mondo. Fate un giro su http://www.craigslist.org/about/cities.html e lustratevi gli occhi.

 

Ho avuto fortuna a trovare Kathy anche perché il suo ex marito lavora per Zingerman's, una specie di istituzione locale in fatto di cibo. Zingerman's è il nome jewish-style inventato di sana pianta dai due fondatori (jewish sul serio) del business, che ha aperto come negozio di delicatessen (detto confidenzialmente "deli") e poi è diventato una specie di impero: ristorante, bar, panetteria, pasticceria, cremeria, formaggeria, ristorante, ma anche scuola per pasticceri, panettieri, seminari su come avviare un business di successo nel campo alimentare, etc etc etc. Ci ho passato parte del pomeriggio, un vero paradiso gastronomico dove ho già lasciato più di 50 dollari, è vero, ma che soddisfazione! Pensavo di dover dribblare big macs e french fries per un mese, e che sarei diventata un deposito di grassi insaturi, e invece no!!! Zingerman's è inoltre connesso a Slow Food, partecipa al Salone del Gusto di Torino, insomma sono tipi giusti. La loro filosofia è usare gli ingredienti migliori per ottenere prodotti perfetti; e ci riescono davvero. La panetteria è uno spettacolo, i dolci sono fantastici, nel reparto formaggi trovi dal parmigiano (quello vero) al taleggio (idem) ai formaggi francesi, nonché mozzarella fresca tutti i giorni, un gelato migliore di molti gelati italiani, e via così. Kathy mi dice che Zingerman's è stato il primo negozio del Midwest ad importare olio extravergine dall'Europa, e anche i newyorkers che passano di qui trovano le raffinatezze cui sono abituati.

 

In Italia è già l'una di notte, qui sono le 7 pm, e sto cominciando ad accusare una certa stanchezza da jet lag ma resisto strenuamente – se vado a dormire ora è la fine.

 

Domani ancora giornata di ambientamento; lunedì iniziano i corsi in università, che seguirò fino al 16 agosto. Peccato non poter uscire ora (aspetto che arrivi la mia benedetta valigia), perché oggi è l'ultimo giorno delle Art Fairs, una fiera di artigianato e arte che attira moltissimi visitatori. Pazienza, magari l'anno prossimo sarò ancora qui…

 

 

22 luglio

Altro Zingerman's day: oggi andiamo al negozio di delicatessen e nella coffee house; soprattutto il "deli" è preso d'assalto per il bruch, ma anche nella caffetteria non si scherza. E' un posto molto piacevole, tutti ti sorridono e ci sono profumi celestiali di caffè, torte, croissant…. Per arrivare qui passiamo dal "centro" di Ann Arbor: be', quello che la gente del posto chiama centro, perché per chi viene dall'Europa il centro, qui, non esiste, non si vede, non c'è. Ann Arbor è come molte cittadine nordamericane: sparse, senza centro storico, un incrocio di vie quasi tutte perpendicolari, modello accampamento romano; la casa dove sto è a 15 minuti a piedi dal "centro", eppure sembra di stare in un cottage di campagna. Non ci sono edifici alti, ad eccezione di un condominio, la Huron Tower, alto una quindicina di piani; per il resto sono villette e edifici a due piani. La mia padrona di casa mi dice che per i nordamericani è normale pensare ad una città distesa sul territorio, dove le abitazioni non sono appiccicate le une alle altre – tanto la terra c'è e costa niente, e per loro è difficile capire perché nelle città europee invece siamo così appiccicati gli uni agli altri. Be', abbiamo storie molto diverse, no? Penso che questo basti a giustificare l'idea completamente diversa di città, ma ci vorrebbe un sociologo urbano per capire meglio.

 

Anche oggi chiacchiero un sacco con Kathy; lei mi dice che sta "chewing my ears", bella espressione che significa masticare le orecchie di qualcuno a furia di parlare; ma a me piace, nella chiacchiera mi fa capire un sacco di cose di questa società, che dall'Europa vediamo così stereotipata e, spesso, nei suoi aspetti peggiori. Nel pomeriggio Kathy va ad un neighborhood party, ovvero una festa tra vicini che abitano nello stesso isolato; ognuno porta qualcosa e si socializza. Io resto a casa, perché ogni giorno la crisi da jet lag anticipa di due ore, e oggi alle 3 del pomeriggio mi sento pronta per la notte…

 

Poi studio un po', perché domani iniziano i corsi e devo rinfrescarmi la memoria; oggi Kathy mi ha accompagnato nell'edificio dell'università dove domani ci sarà l'apertura dei corsi; se l'università qui è tutta così, mi ci trasferisco di corsa: sale lettura ovunque, poltrone, abat-jours, tranquillità, e via dicendo. Comunque Kathy mi dice che l'università del Michigan è veramente buona, e che uno dei giovani Olivetti ha studiato qui, oltre ad un buon numero di figli di dirigenti Fiat e simili. Anzi no, questo me l'ha detto Renata, amica di Kathy che abbiamo incontrato in caffetteria, torinese in pensione e mamma di una intraprendente figliola che ha studiato qui ingegneria chimica, e che ora qui vive e ha messo su famiglia.

 

Ultima nota della giornata: è ufficiale, qui ci sono un sacco di lucciole. No, non quelle che pensate, dico le lucciole vere, gli insettini luminosi che non vedo da quando ero bambina, taaanti anni fa. Qui ci sono, e anche tante, anche in mezzo alla strada, dove passano pochissime auto (enormi, peraltro). E ci sono anche i grilli. E siamo vicini al "centro" della città. Che bello.

 

 

23 luglio

What a day, come dicono da queste parti. Primo giorno di corsi e già sono sfinita, buttata sulla poltrona a cercare di smaltire la stanchezza. E' il primo anno che la summer school non dispone di un unico edificio per i corsi; risultato: corriamo tutti come pazzi da un edificio all'altro, l'università del Michigan è enorme e per arrivare da una sede all'altra ti fai chilometri. Stamattina ci sono volute tre ore per la registration: inefficienza quasi italica, quasi mi sento a casa. Un salto veloce a comprare un muffin (e questo è stato il mio pranzo), e poi via verso la prima doppietta di ore di lezione, tragitto da Michigan Union a C.C.Little building (10 min buoni). Arrivo in ritardo e vedo un giovane speaker madrelingua cinese che parla di cose di cui non capisco una cicca. Ovvia domanda: ho sbagliato posto? sono così fulminata già il primo giorno che ho sbagliato aula, edificio, continente? E invece no, è tutto regolare, solo che il prof. titolare del corso oggi non c'è e il fanciullo ci rende edotti su come fare delle cose da pazzi con un programma semi-sconosciuto per smanettoni informatici. Naturalmente mi torna spontanea la domanda: ma chi c… me l'ha fatto fare??? La seconda doppietta di ore (al Modern Languages Building; verificate le distanze su google maps) va meglio: giovialissimo prof. canadese che ci mostra una slide con la veduta che ha da casa sua, sul mare verso Vancouver; se siamo fortunati, dice, ogni tanto si possono vedere le balene passeggiare al largo…

La lista delle cose da leggere per domani è scoraggiante, e quasi simpatizzo con i miei studenti che normalmente vesso con storie metodologiche esoteriche che li lasciano il più delle volte interdetti.

Quindi leggo un po' (forse), poi cena, poi nanna; e domani via daccapo. Aiuto.

Due pensierini prima di fiondarmi sul cibo. Primo, guardando le auto che girano qui mi è venuto un pensiero luminoso: se lne avessi una così, potrei comodamente trasportarmi a casa tutta l'Ikea senza portabagagli e senza sforzo. Secondo, se non si fa un giro negli States non si capisce quanto i personaggi dei cartoni animati ritraggano la gente di qui: facce, andature, aspetto, taglia (eh sì, come sanno ingrassare gli americani, noi ce lo sogniamo: tutta ciccia soda e alta, altro che flaccidume). Ho visto in giro svariati Gambadilegno, qualche Bassotto, riconosco nelle persone l'andatura di qualche personaggio, mi sembra di essere in un cartoon di Topolino anni '30. E gli scoiattoli? perché mai Disney ha inventato Cip e Ciop??? ma perché li vedi dappertutto, sono animali quasi domestici, e a volte penso che prima o poi me ne trovo uno in camera… Oggi ho visto anche un leprotto; ma dove diavolo sono???

 

25-28 luglio

Sto diventando pigra? Sì. Mi sto abituando a stare qui? Anche. Ho fin troppe cose da fare? Vero. Insomma, mi sono distratta un attimo e sono passati ben quattro giorno dall'ultima puntata. Nel frattempo: 1) ho preso un bel raffreddore con mal di gola causa aria condizionata da pinguini + pedalate forsennate (non mi avevano detto che ci sono le colline qui!!!); 2) ho deciso di mollare il corso-palla (al piede) (quello dove mi sembrava di essere una svogliata sedicenne al liceo) e di seguirne ben altri due, mooolto più facili ma almeno utili; 3) mi sto stufando di studiare, studiare, studiare, seguire i corsi e studiare!!! oggi c'era pure il picnic organizzato per i partecipanti alla summer school, e io mi sono così imbranata che non sono riuscita ad andarci, argh!! devo assolutamente socializzare, non sono mica in carcere! 4) ho visto per la prima volta in vita mia come funziona la protezione civile made in Usa (poi vi dico); 5) ho capito perché dicono che Ann Arbor ha un clima caldo e umido: due giorni fa sembrava di stare in un bagno turco, ora va un po' meglio; 6) mi sono giocata 40 dollari al farmers' market, cioè il mercato di frutta e verdura dove i contadini vendono i loro prodotti - niente male, come prezzi, per essere dal produttore al consumatore. Ma qui è la berry season, cioè la stagione dei frutti di bosco, in particolare mirtilli, grossi così, magari transgenici ma buoooni; non resisto e ne compro ben due cestini, al modico prezzo di 4 dollari each.
Alcune cose degne di nota, ovvero appunti di vita dal Midwest. Quando mi descrivevano New York come una città dura, dove se urti per sbaglio qualcuno per strada vieni spedito in presa diretta a quel paese, mi dicevo: be', dov'è la novità? a Milano ti mandano anche peggio che a quel paese e per molto meno, quindi? In realtà qui bisogna fare il confronto con alcune regole di vita sociale che evidentemente valgono fuori N.Y.: se cammini per strada nel quartiere dove sto io (ok, non proprio un quartiere di emarginati, tendenzialmente wasp) ti salutano tutti (e tu devi salutare), anche se sei un'emerita sconosciuta; come da noi sui sentieri di montagna. Nei negozi si entra, si saluta, magari si chiede anche come ti va oggi, etc., cioè tu lo chiedi alla commessa/o. Se urti qualcuno per sbaglio con lo zaino o la borsa, è tutto uno scusi di qui, scusi di là. Se al supermercato qualcuno sta guardando lo scaffale da dove vuoi prenderti qualcosa, e ti vedono arrivare, ti dicono sorry, e si spostano per lasciarti guardare (avete presente la battaglia del sabato, quando vai all'esselunga e ti stirano con un carrello talmente carico che potrebbe andar bene come arma di distruzione di massa? ecco, non così). Per carità, non è che in Italia siamo sempre e solo cafoni, ma soprattutto il fatto di essere salutata per strada da emeriti sconosciuti, e per giunta col sorriso, fa effetto. Ti salutano anche se vai in bici, e se incontri un altro ciclista ci si saluta, come in moto da noi. Ma che bello. E non è che lo fanno per ficcare il naso nei tuoi affari, nel qual caso vedrei la faccenda meno positivamente.
Questa è anche una società di quelle super-organizzate, per certi versi: due giorni fa, ora di cena, stavo ascoltando la radio, bel programma di jazz; ad un certo punto la trasmissione viene interrotta, ci sono scricchiolii e rumorini e poi uno speaker dice che sono previsti forti temporali in questa zona, anche se non proprio su Ann Arbor, e quindi di stare attenti, e bla bla bla. Kathy mi dice che è normale, in casi di forti tempeste, avere questi avvisi; se poi si sente anche la sirena (non quella che canta, ma quella tipo è mezzogiorno ed è finito il turno), vuol dire che la cosa è seria, devi accendere la radio e seguire le istruzioni che vengono date. Ammazza, questa sì che è protezione civile. Kathy ovviamente ci ha fatto l'abitudine, e dice che sono più i falsi positivi che i positivi veri, tradotto: ci sono più allarmi che tempeste, ma comunque è ammirevole. Il dark side della faccenda è che per me, abituata ai piagnistei e alle polemiche del dopo-tragedia, se mi avvisano che potrebbe succedere qualcosa divento nervosetta e mi sembra di sentire schianti di fulmine ad ogni minuto. Comunque poi la tempesta non c'è stata, nel senso che è passata vicina ma qui non ha fatto molto. Il giorno dopo ha piovuto in maniera esagerata, e alla prima occhiata di sole c'era quasi nebbia. Kathy mi vizia, mi accompagna in macchina in università se piove, è come una mamma. Oggi prima spesa seria in bici, anzi, mountain bike; abbastanza un casino, senza le borse-da-bici. Ho avuto anche la bella idea di comprare un mazzolino di fiori. Tipo girasoli. Tipo alti così. Da portare a casa con tipo tre borse del supermercato (tutta roba biologica, prezzi quasi da sveno) e due di frutta del mercato. Ideona, eh? Ma ce l'ho fatta, e senza perdermi (è già successo, ovvio, in giro con la bici di sera a cercare la strada di Zingerman's deli). Sono arrivata a casa barcollante, sudata e sfatta, e ho saltato il picnic, cribbio.
Ci hanno dato il primo compito; eh sì, dobbiamo fare i compiti. E' per martedì, il che tradotto significa che domani me ne sto al computer lab a faticare. Ho incontrato un'altra italiana, anche lei zona Milano, anche lei sarà al laboratorio; pare ci sia una terza fanciulla italiana, di Firenze, che tutti conoscono perché continua a parlare a tutti di Firenze. Comunque la prima settimana è passata, e forse è stata anche la peggiore; però da quando ho smesso (perché mi sono dimenticata) di prendere la melatonina va molto meglio, non capisco perché.

 

 30 luglio

Sono veramente rovinata, mi sto beccando la bronchite per la temperatura polare che c'è all'interno degli edifici dell'università e per il concomitante caldo torrido e a volte umidiccio del mondo esterno. E dire che di solito non sono nemmeno freddolosa. Ma 'sta roba da pinguini non la reggo. Oggi il cielo è stato azzurro tutto il giorno, con un bel vento caldo che mi riporta alla vita (leggi: mi sghiaccia) quando esco dalle pinguinaie, giuro che anche di notte dormo bene, altro che aria condizionata. Dopo aver lavorato tutta la domenica, oggi mi sento un po' macinata; tanto macinata che a mezzogiorno, avendo bigiato qualche ora di lezione per svariati, nobili e necessarissimi motivi, sono tornata a casa per pranzo e mi son detta: bella lì, manca poco all'una, accendo il pc e mi ascolto in diretta la puntata di Tre uomini in barca. Sì. Certo, come no. La puntata di oggi. Col fuso orario. Eh sì, dopo un po' ho capito (quasi al volo) che in Italia erano le 6pm passate. Meno male che c'è il podcast.
Nel pomeriggio, dopo essere uscita sfatta da due ore di lezione e svariate ore di laboratorio (non seziono i topini, ma analizzo dati), mi sono stancamente diretta da Zingerman's Deli per prendere il pane e qualche altra cosuccia di cui ormai non posso fare a meno (tipo una marmellata di fragole, onestamente strabiliante, a 9 dollari a vasetto; oppure una fettina di formaggio very special a 26 dollari a libbra, ovvero 52 dollari (anche detti bucks) al chilo più o meno, ovvero 45 euri a spanne… Però buono, eh?). Comunque Zingerman's è un posto veramente rilassante: il caffè next door è un ottimo posto per leggere, scrivere, studiare; sono appunto passata al caffè a prendere un dolce da portare a casa e non ho resistito, mi sono presa un buon tè e mi sono seduta fuori a leggere i miei appunti, e un po' della stanchezza è davvero passata. C'è anche da dire che la serata era molto bella, col vento che ha ripulito il cielo e un tramondo rosso-dorato lento lento, la temperatura non più bollente, e insomma un'atmosfera piacevole per stare all'aperto, per andare a zonzo, etc.
Domanda estemporanea: ma qualcuno sa dirmi se le rane fanno un verso come di maracas inferocite, e solo di notte, e per tutta la notte? Sono alcune sere che mi arrovello e mi dimentico di chiedere a Kathy che cos'è questo notturno baccano infernale: non sono volatili, perché li si sente sempre nello stesso posto e non sugli alberi; non sono cicale, perché se una cicala fa questo verso dev'essere grande come un dinosauro; mi son venute in mente le rane perché il verso è vagamente un cra cra cra, ma altro che placido cra cra cra, questa è una banda di suonatori di maracas che suonano correndo inseguiti da uno sciame di api incazzate! e sono pure ritmiche, le signore, che a volte sembra proprio stiano provando la base per una rumba. Peccato non avere la chitarra.

 

31 luglio

Sto ascoltando Norah Jones nel salotto di casa; sono le 7, il sole si sta abbassando (e, per fortuna, si sta facendo meno bollente). Questo è uno di quei momenti in cui ti rendi conto che stai facendo quello che volevi fare: stare in questa parte del mondo per un tempo abbastanza lungo da non essere considerata una turista; vivere qui imitando la vita di quelli che ci vivono davvero; stare qui a guardare i riflessi dorati del sole sul pavimento di legno e sul legno della sedia a dondolo, ascoltando musica del tutto intonata all'ora e al luogo; e considerare tutto questo una cosa normale. Un fuoristrada bianco fa manovra davanti a casa; uno scoiattolo va su e giù per l'albero qui davanti; il condizionatore d'aria ronza e rende accettabile la temperatura; in cantina l'asciugatrice sta asciugando le lenzuola che ho lavato. La casa è silenziosa, Kathy è andata sul lago Michigan per qualche giorno; faccio fatica a concentrarmi sulle slides che sto studiando, perché questo mi sembra proprio uno di quei momenti di cui mi ricorderò dopo, quando sarò a casa, e non voglio perdermene nemmeno un attimo. E' un attimo; il sole è già andato dietro gli alberi della casa di fronte, il pavimento ha perso l'oro dei riflessi, la sedia  abbandonata dai raggi dorati è immobile come se nessuno ci si fosse mai seduto. L'asciugatrice ha finito; vado a prendere le lenzuola.

 

3 agosto

Riassunto dei fatti salienti degli ultimi giorni.
- è finita la seconda settimana di corsi, e sono ancora viva;- ho investito uno scoiattolo in bici (io ero in bici, lui o lei era a piedi);- ho avuto "good" come valutazione del compito che ho fatto settimana scorsa; trooppo brava;- ho purtroppo terminato il corso di algebra matriciale; non sto scherzando, l'instructor è un mito;- ho conosciuto un po' di gente (finalmente!);- ho conosciuto anche qualche bel tipo (slurp) (una mia amica mi ha detto che il blog è troppo serio e devo movimentarlo un po');- ho scoperto che se vuoi un caffè o un sandwich da portarti via devi chiedere 'a coffee to go, please', e la parolina magica è 'to go', cioè da portar via (riuscite ad immaginare quante brutte figure mi evita conoscere questa banale locuzione?);- ho anche scoperto che se, per qualsiasi ragione qualche volta pensi di essere strana, nel senso: mi accorgo di essere uscita con due calze di colore diverso, oppure la mia faccia oggi sembra storta, oppure ho i capelli che sembrano usciti da un elettroshock, e via dicendo, qui non ti devi preoccupare: ti guardi intorno e trovi sempre qualcuno più strano di te, e che per di più non se ne preoccupa affatto, so why bother? cioè, perché darsi pena?
- ho scoperto che negli Usa la gente che esce e va nei locali la sera fa le stesse cose che facciamo noi quando usciamo e andiamo nei locali la sera (tante volte sembra che in Ammerica succeda chissà che, e poi invece sembra di stare all'Arco della Pace);- ho anche scoperto che qui fa caldo come a Milano, e questo non mi piace proprio per niente; tra l'altro qui le finestre delle case non si spalancano come le nostre, e quindi oltre alla botta di caldo ti viene anche la crisi di nervi perché vedi la finestra e sai che non puoi realmente aprirla;- non ho ancora scoperto se quelle che strepitano di notte sono rane o cicale; Kathy è tornata dalla sua vacanza, glielo chiederò;- volevo andare a Detroit, domenica, ma Kathy mi ha detto che è forse la città più pericolosa di tutti gli States, dove ci sono interi isolati di palazzi disabitati in mano agli spacciatori di crack, e del resto da qui quasi non ci si arriva con i mezzi, devi avere l'auto. Ford (quel Ford là, quello delle auto) insegna, qui mezzi pubblici nisba, o hai l'auto o ciccia (mi ricorda un tantino l'Italia);- volevo anche, cioè, invece, andare a Los Angeles nel fine settimana, perché il mio tipo è là in una villa a Beverly Hill con piscina e tutto il resto (nooooo comment), ma ho scoperto che ci vogliono almeno 5 ore di volo e almeno 500 dollari, il tutto per stare là 48 ore. Alla faccia della patria del low cost.
What else, cioè cos'altro? Penso proprio che mi sto abituando alla routine: sono qui già da due settimane, e mi sembra la cosa più normale del mondo. Esco la mattina, mi faccio una biciclettata fino in università, arrivo grondante, schivo i getti d'aria condizionata killer e seguo due ore di lezione, poi mi sposto in un altro edificio, seguo un'altra ora di lezione, poi ho due ore di break e quindi altre due ore di lezione, quindi laboratorio per un paio d'ore (ma anche tre), poi casa.
En passant, la gente qui non sembra soffrire particolarmente il caldo. Oggi durante il break sono andata a mangiare nel Michigan Union, l'edifico che ospitava il club maschile degli studenti e che ora, bontà loro, è aperto anche alle donne; era l'una circa, e per strada c'era un sacco di gente noncurante della temperatura da desertificazione; eppure non ci sono nemmeno abituati. Una cosa bella qui è che ogni caffè o simil-ristorante, bistrot etc ha una connessione wireless gratuita, così ti puoi portare il tuo pc e leggere la posta, fare telefonate, lavorare, e via dicendo. In generale è considerato del tutto normale stare nel caffè per un'ora o due a lavorare al pc, leggere, studiare, etc., e si riesce anche a fare perché i locali a quell'ora non sono mai chiassosi.
Torniamo un attimo sull'argomento 'ho investito uno scoiattolo'. Ma dico, Ciop doveva essere stordito quella mattina: non si è accorto che stavo arrivando in bici, lui/lei era in mezzo al marciapiede che funge da pista ciclabile, prima è scappato a destra, e io ho detto: bene, mi ha sentito e scappa, poi però qualche neurone (suo, non mio; sui miei c'è tutta una storia) ha fatto tilt, perché ha avuto la bella idea di fiondarsi letteralmente in mezzo ai raggi delle mie ruote. E così sono responsabile di un investimento scoiattolesco, ma mi ci vedi?? Non l'ho fatto fuori, no, ma guarda te se adesso devo stare attenta a non stirare gli scoiattoli. Già ne ho visto qualcuno spiattellato a frittata sull'asfalto (da auto, noi bici non abbiamo 'sta potenza); li riconosci per via della lunga codona stampata in bidimensionale, poveri Ciop.
Vi piacerebbe che tornassi anche sull'argomento 'ho incontrato anche qualche bel tipo-slurp', eh? E invece no, non voglio alimentare né la vostra né la mia immaginazione (be' sì, d'accordo, è parecchio slurp), e tacerò come una pietra. Invece tornerò su un altro argomento, ovvero il corso di algebra matriciale (lo so, parecchio meno cool dell'argomento-slurp, ma portate pazienza). Bene, il docente del corso è tutto tranne che slurp, ma spiega la matematica in un modo spettacolare, che anche i sassi riescono a capire. E' un latino, a giudicare dal cognome e dall'accento, e - giuro - costruisce la lezione come se fosse una sessione di flamenco o di tango. Dal suo gesso sulla lavagna prendono vita vettori e matrici, che per come li descrive lui sono elementi fisici e reali, personaggi di un mondo governato da regole che lui man mano ti svela: te li vedi davanti, i vettori lunghi e smilzi e le matrici belle cicciotte, e quei due lì (vettori e matrici) si parlano, fanno cose, si sottraggono, si sommano, cambiano o restano uguali, e quando una matrice cambia un vettore, aiuto, te la descrive proprio come una brutta cosa. Persino il banale concetto che il numero 1 è l'unico nel creato che non cambia il numero per cui lo si moltiplica (e in inglese si dice che l'1 'leaves alone' l'altro numero, bella espressione), diventa qualcosa da considerare sotto una luce diversa da quella in cui l'ho sempre visto. Il nostro è veramente un tipo, parla un inglese con uno strepitoso accento latino e se ne infischia, e in più quando entra nel vivo delle spiegazioni (cioè quando vuole essere sicuro che gli diamo retta) accentua tutte le consonanti, tipo: 'this matri-cc-sss ac-tttttt-ssssss on the vekkk-torrrrrrr', e nella 'r' ci mette tutta la passione che la matrice ha per il suo vettore, o viceversa, tanto che sembra un casché ti tango. Giuro, uno spettacolo, oggi al termine dell'ultima lezione l'abbiamo applaudito, perché di gente che ti spiega le cose in modo stra-chiaro e divertendoti ce n'è davvero poca. Come ho capito le componenti principali con lui, mai successo (va bene, me la tiro un po', e allora???). Ieri sera party al Bar Louie, tra Division e Liberty (si dice così qui, senza mettere 'street' o 'avenue' prima del nome), stasera-pomeriggio altro party da Dominick's - la temperatura della summer school si sta alzando, era ora!!!!

 

14 agosto

Raga, è stata dura ma ce l'ho fatta: è (quasi) finita!!!! Domani è il mio ultimo giorno di corso, ma oggi ho finito tutti gli assignments (leggi: compiti ed esercizi) e mi sento rinata. Da quanto non vi scrivo??? Scusatemi, ma ero in uno stato così miserando, che non riuscivo neanche a trovare le cose da dire… Ho passato gli ultimi 10 giorni a studiare come una pazza, quasi senza fare nient'altro che seguire le lezioni, andare in laboratorio, lavorare a casa, and that's it. E questa è stata la sorte anche degli altri studenti, tutti a camminare sulle ginocchia e con gli occhi rossi di stanchezza… Però ho imparato un casino di cose, e questo è bello. Parte dello sconforto delle ultime due settimane era anche dovuto al fatto che faceva un caldo umido infernale, roba che al confronto un bagno turco è un'oasi di disidratazione. E più fa caldo, e più abbassano la temperatura interna degli edifici, così che se non ti viene un attacco di cuore significa che sei proprio sano. Figurarsi che ho sentito persino gente di qui lamentarsi per l'aria condizionata refrigerante, e quindi mi chiedo da dove abbia origine questa insana abitudine di ghiacciare gli ambienti. Tra l'altro è un enorme spreco di energia; loro lo sanno, se ne dispiacciono ma fanno spallucce. Comunque da oggi sono tornata una persona normale (?): sono andata a fare un po' di shopping, per comprare i souvenirs per una fila di gente lunga così ('ma come, sei andata in Ammerica e non mi hai portato niente??'), e poi devo spedire a casa tutti i documenti del corso, perché da soli pesano come la mia valigia o quasi, insomma devo cominciare a pensare che giovedì mattina levo le tende e vado a Montreal. Davvero non mi sembra di essere qui da un mese: sarà che i giorni sono stati tutti uguali, stessa routine e stesso carico di lavoro; con gli altri corsisti non è che ho familiarizzato più di tanto, perché a tutti mancava la forza anche di parlare, figurarsi per uscire la sera e svagarsi un po'. Cosa posso aggiungere a quello che ho già raccontato? Be', vediamo. Numero uno: se vi prendete il raffreddore qui siete finiti: non esistono (o sono ben nascosti sugli scaffali fuorimano degli enormi supermercati) i fazzoletti di carta in pacchetti, ci sono solo le scatolazze di kleenex, che da portare in giro non sono il massimo della comodità. Numero due: confermo che qui sorridono tutti, sono tutti gentili, ti augurano buona giornata da mattina a sera, e via dicendo. Va bene che io ho visto solo un piccolo pezzo della vira americana, ma il corrispondente pezzo italiano non è proprio così… Poi: appena possono, gli americani camminano a piedi nudi; se c'è la moquette, bene, altrimenti fa niente, si cammina scalzi anche per strada. Un classico è il tipo in braghe corte oversize e polo a metà coscia che parla al cellulare sul marciapiede davanti a casa, e se ne sta a piedi nudi. Aggiungiamo che il dress code, cioè le regole sul vestire, sono moooolto rilassate, e si capisce come mai gli hippies siano stati inventati proprio da questa cultura. Del resto, per quel che ho visto, questa è una società in cui l'aspetto esteriore è molto, ma molto meno controllato che in Italia: ci si veste così casual da essere al limite della balneazione, anche se i vestiti sono bucherellati o sfilacciati non importa, niente o quasi niente trucco per le donne, non ho mai visto nemmeno un uomo con la cravatta, e quelli che hanno camicie che in Italia potremmo pensare di considerare tali sono veramente pochi (lasciamo perdere le camicie stile fantasia). Anche il modo di camminare, le espressioni del viso, e via dicendo sono molto meno controllati; insomma in generale ci si piglia per come si è. Magari a New York è diverso, ma in provincia la rilassatezza impera. L'unica cosa su cui gli americans non scherzano niente sono i denti: mai viste tante dentature così bianche e perfette. Che invidia. E quando si va in ristoranti e bar, si sentono spessissimo grasse risate: si divertono come bambini, senza fare cagnara, ma se la ridono.
In questa parte degli States non si trova un repubblicano neanche a pagarlo: tutti democratici, tutti anti W., come chiamano qui il loro caro presidente. Uno dei modi in cui qui si fa politica è mettere un bel cartello fuori casa: io voto per questo, io voto per quello. Ci sono anche cartelli con scritto 'impeach Bush and his administration', cioè mandiamo a casa W. In libreria, da Borders, ho trovato un cofanetto per fare il woodoo a W., con tanto di spilli, istruzioni e fantoccino da infilzare. C'è anche uno scaffale con i libri sui candidati alle presidenziali, con alcune biografie di Hillary Clinton e Obama, più qualche oscuro repubblicano. In ogni caso, se parli con qualcuno di qui, ti dicono serenamente che Bush è un'idiota, ma che avviare una procedura di impeachment bloccherebbe tutte le attività giudiziarie, e tanto vale aspettare che finisca il mandato e sparisca. Persino il docente del mio corso, facendo esempi su dati elettorali e simili, diceva cose tipo: sappiamo che negli States chi è più istruito vota per W.; se, il cielo non voglia, anche i meno istruiti lo votassero, etc etc… e via così. Lui è canadese, ma comunque convinto che George W. dovrebbe levare le tende (e non è il solo!).
Cos'altro ho scoperto? Be', se si va fuori a cena, l'attesa del conto è solo un brutto ricordo: non solo ti chiedono ad ogni portata se ti piace o no, ma appena hai finito e dai segni di volertene andare, ecco il solerte cameriere che ti porta immediatamente il conto e, tempo due minuti, hai bell'e pagato e te ne puoi andare. In compenso trovar da mangiare dopo le 10pm è un'impresa che consiglio solo a chi non ha fame o ha molta voglia di girare per locali e chiedere se la cucina è ancora aperta.
E' davvero un peccato che questo benedetto corso mi abbia risucchiato: Ann Arbor è comunque una città carina, ci sono angolini che devi prendere tempo per vedere - tipo la cioccolateria che ho scoperto stasera - e poi puoi andare in canoa sul fiume, farti lunghi giri in bici, passeggiate, e via dicendo. Non farò niente di tutto questo, pazienza.
Ho fatto amicizia con Cip (Ciop l'ho investito due settimane fa in bici), che abita qui intorno e va regolarmente sull'albero di mele fuori dalla cucina a farsi belle scorpacciate. Gli ho fatto qualche foto, come forse potrete vedere se la caricano sul sito. Ieri ho visto anche un volatile rosso fuoco, della taglia di un passero, e che non so assolutamente cosa sia. Inoltre qualche giorno fa un passerotto è entrato nel soggiorno passando dalla finestra, ha fatto cip, e poi per fortuna ha trovato la porta aperta e se n'è andato. Sembra di stare in un parco.
Ho anche scoperto che gli abitanti del Michigan (come si chiameranno? michiganesi?) sono comunemente detti wolverines; ci ho messo un po', googlando qui e là, per scoprire che si tratta di un animale a me del tutto sconosciuto, il ghiottone, che qui non c'è e pare non ci sia nemmeno mai stato, ma tant'è. Comunque anche le squadre dell'università di non so che sport si chiamano wolverines, e 'sto grazioso animaluccio è la mascotte dello stato. Inoltre, dato che siamo in tema animalesco, e dato che sto per andare in Canada, ho anche scoperto che ogni provincia canadese ha il suo animale-mascotte, oltre che il suo proprio motto. Dei motti vi parlerò a parte, perché alcuni sono proprio degni di menzione; se invece volete sapere quali sono gli abbinamenti tra pennuti e province, li trovate sul sito birding.about.com/library/blprovbird.htm. Praticamente il pennuto del Quebec, dove sarò io, è Edvige, la civetta di Harry Potter. Già che siamo in argomento, anche qui hanno fatto grandi happenings per l'uscita del settimo (e ultimo, sigh) romanzo potteriano; per giorni il giornale locale (The Ann Arbor News, un mito) ha riportato foto con tanto di nome e cognome di felici ragazzine e ragazzini con la prima copia venduta del libro in qualcuna delle cittadine dei dintorni.
Abbiamo avuto un altro allarme meteorologico, e anche questa volta qui non è successo poi molto; in compenso oggi a mezzogiorno è suonata la sirena di allarme. So che ogni tanto fanno le prove, e le fanno sempre a mezzogiorno (anche in Olanda è così, ero preparata), e non c'era neanche una nuvola in cielo, tuttavia sono corsa ad accendere la radio per sentire se davano qualche notizia su come salvarsi dal disastro. Per fortuna, era un'esercitazione.
Il tempo, da domenica, è uno spettacolo: tutto sereno, vento deciso ma fresco, un paradiso.
A proposito di Google (scusate, salto di palo in frasca ma il mio cervello fa quel che può), magia magia qui non è solo una web-entità, è un edificio di quattro piani largo un isolato dove c'è gente che davvero ci lavora. Ero talmente abituata a considerarlo una cosa immateriale, che mi fa impressione constatarne l'esistenza fisica. En passant, posso dire che qui, quando devi dire qualcosa tipo: ' cerca su google le previsioni del tempo', si dice 'go and google 'ann arbor weather'', cioè il nome del motore di ricerca è diventato un verbo. Carino.
Settimana scorsa ho fatto un ulteriore passo avanti nella mia mimetizzazione con la gente del luogo: ho comprato un mug portatile. Non è una roba tecnologica, è una mega-tazza da caffè (quello lungo lungo lungo) o tè, che ti porti in giro e quando vai nei vari bar chiedi che ti diano il caffè o tè lì dentro, anziché nei bicchieroni di carta. In questo modo paghi di meno e sprechi meno carta producendo meno rifiuti. Il mio mug è di Bruegger, una coffee house che vende caffè fair trade; ci sono anche quelli non griffati, di metallo stile thermos. Andando in giro per il campus vedi questi sciami di studenti in transumanza che portano ciascuno il loro mug termico da un'aula all'altra, e dopo un po' non ci fai neanche più caso. Anche l'acqua la si compra raramente in bottiglia di plastica: ci si porta una specie di bottigliotta-borraccia di plastica rigida, che si riempie agli zampillini che sono ovunque, negli edifici pubblici, e hanno il vantaggio di distribuire acqua fredda. Domani me la scialo un po'; faccio un po' di preparativi per la partenza, ma voglio anche fare un sacco di foto, non ne ho nemmeno una della città!! Ho però comprato un librino con la storia fotografica della città nell'ultimo secolo, giusto per documentarmi un po'.
Non ho ancora scoperto cosa sono gli infernali insetti o anfibi che disturbano la quiete notturna; ieri sera però faceva freddino, e sembravano un branco di maracas rallentate e con la raucedine.

 

19 agosto

Giovedì sono partita da Ann Arbor alla volta di Montreal; finalmente. In aeroporto ho sperimentato la paranoia statunitense per quanto riguarda i controlli di sicurezza, e mi sono anche un filo arrabbiata e indignata. Senza possibilità di scelta, e in modo un po' incomprensibile, dato che ero in partenza dagli Usa e non in arrivo, hanno spedito me e una fila di altri passeggeri attraverso una macchina a ioni che scannerizza il corpo per vedere - probabilmente - se hai ingoiato una bomba, una pistola, o magari un ago da cucito; quindi hanno aperto tutto il bagaglio a mano, hanno controllato le scarpe (sì, ci hanno fatto togliere le scarpe prima di passare nella macchina), e ci hanno lasciato liberi. Salvo un particolare: hanno aperto la valigia che avevo lasciato al check in, senza dire niente, forzando la combinazione, richiudendola malamente e mettendoci dentro un tagliandino che dice più o meno: caro passeggero, ci dispiace di aver frugato nella tua roba ma si sa, dobbiamo proteggerci dal terrorismo (sottinteso: e tu potresti essere un terrorista); comunque se ti abbiamo scassato la valigia nell'aprirla ci dispiace, ma ce ne freghiamo (si sa, il terrorismo non bada a questi dettagli), sappi che va in gloria per il bene di questa grande nazione, oh yeah. Mi sono sentita in dovere di ringraziare lo sconosciuto funzionario della security che non ha dato ai corvi i miei quattro stracci. Arrivo a Montreal appena prima di un mini-tornado, e meno male; fa freddino, tira vento. Vado dritta dritta alla cena del convegno, al confine tra Downtown (il quartiere dei grattacieli) e Vieux Montréal (il centro storico). Venerdì, nel tempo lasciato libero dal convegno, vado in giro per negozi, in caccia della famosa città sotterranea - un intrico di passaggi e enormi shopping malls. Prezzi da sveno, in genere, tranne che per le cose veramente trash. Cena in un ristorante che pensavo essere il più costoso tra quelli in cui sono mai andata - pensavo lo fosse, ma poi sabato sono stata invitata ad andare con un gruppo di colleghi in un altro, e lì sì che ho battuto tutti i record. E nessuno dei due va in nota spese, per fortuna dei soldi pubblici.
Sabato ho passato una piacevole ora in un negozio che fa solo ed esclusivamente manicure e pedicure, affollato come un mercato nell'ora di punta, e molto interessante. Tutte le ragazze e la proprietaria sono vietnamite; ci sono 6 o 7 ragazze, che cicalano tra loro in vietnamita, probabilmente prendendo in giro le clienti (eh eh), e si socializza con le vicine in attesa che lo smalto asciughi. Ho chiacchierato un po' con una signora english speaking, di Montreal, che mi ha un po' raccontato come vanno le cose qui tra chi parla francese e chi parla inglese; be', non vanno proprio bene. Ci sono cose che saltano agli occhi allo straniero: i cartelli con i nomi delle vie sono tipo: rue Stanley, rue University, e via dicendo, cioè con l'indicativo in francese e il nome in inglese. Questo perché ad un certo punto l'amministrazione ha deciso che bisognava usare il francese come prima lingua, e così non sono ancora arrivati a cambiare o francesizzare i nomi delle vie, ma almeno l'indicazione "via", "piazza" etc, quella sì. Ho l'impressione che chi parla inglese qui si senta un po' una specie in via di estinzione. Tra l'altro, se si nasce qui (cioè se non si emigra qui da un altro paese) non si impara una parola di inglese fino alle scuole superiori. Però tutti i ragazzi che lavorano in bar e ristoranti sono perfettamente bilingui, senza accenti né incertezze; non so se questo vale per tutti i ragazzi della loro età, ma lo spero.
Oggi Musée des Beaux Arts, giro in centro e visita a Notre-Dame; in serata c'è un concerto d'organo, il più sconclusionato che abbia mai sentito. Domani si parte per un giro nei Cantons de l'Est, probabilmente a visitare cantine ed enoteche sulla Routes des Vins; probabilmente, dico, perché in coppia niente è certo…

 

 

21 agosto

 

Passiamo la mattinata a girovagare per Knowlton; la cittadina è piccola, un incrocio di strade e poco altro, ma è molto graziosa, c'è un ruscelletto che scorre nel mezzo, ci sono un sacco di negozi carini (questo l'ho già detto?), e trovo che sia il posto ideale per rilassarsi: dato che non c'è molto da vedere o da fare, non sei sollecitato continuamente a guardare, osservare, immaginare, etc., quindi il cervello stacca e finalmente si riposa. Come nella più classica delle tradizioni, io mi dedico al giro di negozi, mentre il mio fanciullo va al minuscolo museo locale (non esiste proprio, se c'è un museo lui deve andarci). Io chiacchiero con le proprietarie dei negozi (tutte donne), mi faccio una cultura sullo stile country (suppellettili inutili tipo oche, paperelle, ghirlande di rametti, e via dicendo, inutili ma tanto carucci), compro alcuni bigliettini di auguri che solo qui puoi trovare (tipo peace and love to everybody, e il bello è che ci credono pure!). Il museo, mi racconta poi, è una collezione di tutti gli oggetti di vita quotidiana che ci si può immaginare, dalle radio anni '40 agli apriscatole, fino ad arrivare ad un aereo, precisamente un Fokker, che è arrivato qui come bottino di guerra (cioè, della prima guerra mondiale) al seguito di qualche generale in pensione.

Cerco anche di comprare le sigarette: niente da fare, bisogna andare nel supermercato fuori città, dove peraltro non hanno sigarette americane (le mie Marlboro); atterrita dall'idea di fumare Gitanes o Gauloises, lascio perdere.

Ci dirigiamo verso una cantina (nel senso di vino) dove fanno sidro usando l'ingrediente naturale più abbondante da queste parti, ovvero il freddo: meno 30 o 40 gradi non sono uno scherzo, e qui lasciano gelare le mele per avere un succo concentratissimo, che poi mettono a fermentare e da cui ricavano il sidro. La vineria sembra molto conosciuta; nessuno di noi due è particolarmente amante del sidro, ma l'assaggio non è male, e il panorama è piacevole – ricorda un po' la zona del Collio in Friuli. Siamo a 4 km dal confine col Vermont, e mi guardo bene dal passarlo. Torniamo a pranzare (si fa per dire, alle 3 del pomeriggio) nella cittadina vicina, Frelighsburg, che la guida dice essere carina, ma in realtà ci appare molto normale; facciamo scorpacciata dell'ennesima torta allo sciroppo d'acero, e poi ci dirigiamo verso Quebec City. Veramente il progetto era più ambizioso, ovvero arrivare a nord di Quebec City, sulla sponda sud del fiume San Lorenzo, nella penisola di Gaspé; poi qualcuno (non io) si è reso conto (io lo sapevo già) che la distanza era eccessiva, e quindi ci siamo detti va bene, andiamo in un posto più vicino, tipo Baie Saint Paul, sponda nord e meno chilometri; quindi abbiamo deciso di fermarci a Quebec City per la notte. Pessima idea. Senza prenotazione d'albergo, qualche hotel indicato sulla guida, e interi pullman di turisti che prendono d'assalto la città, giriamo per un'ora e mezza per trovare uno straccio di camera dove dormire; persino l'Hilton, che tiene un palazzo intero, è fully booked, e mi viene da piangere. Niente parcheggio, ovviamente. Alla fine troviamo la penultima camera in un albergo decente e non lontano dal centro, dove il profumo di sciroppo d'acero ti entra nelle narici e non ti lascia più. Cena in un bistrot stile parigino, e dritti a nanna.

 

22 agosto

Dedichiamo quel che resta della mattinata (si sa, ci si deve anche riposare) al giro di Quebec City. Diciamolo subito: carina è carina, ma da quello che si dice in giro di 'sta città mi aspettavo come minimo la sorella minore di Praga, e invece non è niente del genere. Certo, in Nord America se qualcosa, tipo anche un albero, ha più di 100 anni lo considerano monumento storico nazionale, ma io tutto 'sto charme non lo vedo. La cosa più visibile della città vecchia è l'enorme hotel Chateau Frontenac, che ha richiesto un secolo per essere costruito (ultima pietra intorno ai tardi anni settanta), è finto come un castello dei lego, e sembra un castello dei lego. In generale i posti troppo turistici non mi piacciono; belli, va be', ma che casino! Orde di turisti, folle di carrozzelle trainate da cavalli a cui, ci scommetto, piacerebbe fare altro nella vita, pullman gremiti, strade strapiene; ma che palle.

Abbiamo deciso di tornare verso Montreal, perché domani in tardo pomeriggio si parte, e abbiamo fatto rotta sulla valle del fiume Richelieu, molto vicino a Montreal. Questa volta col cavolo che arrivo in un posto senza prenotare: seguo l'indicazione di una delle due guide, e telefono all'unico albergo indicato. Dopo questa telefonata ho smesso di prestare fede alle guide: su una scala da zero a cinque dollaroni, simbolo del costo delle camere nei vari alberghi, questo ne aveva tre; meno male, perché il costo era di 250 dollari più tasse a notte. Decidiamo di accettare il salasso e ci mettiamo in viaggio, evitando l'autostrada e prendendo invece le chemin du roy, cioè la strada che ambasciatori, funzionari e esattori delle tasse facevano per conto del re di Francia per andare da Montreal a Quebec. La strada è molto carina: fiancheggia il San Lorenzo, che è veramente un fiume incredibile, che si fa stretto o largo, diventa un lago, poi si stringe; è costeggiato da casette, prati, fattorie, un paesaggio molto bello.

E' però anche un fiume dove è difficile costruire ponti; o per lo meno, diciamo che la gente del luogo fa volentieri a meno di costruirne, che il fiume sia gigante o no. Abbiamo deciso di non passare sulla sponda sud – dove dobbiamo andare – all'altezza di Trois Rivieres, perché io avevo visto sulla cartina un passaggio più a valle, che ci consentiva di costeggiare il fiume ancora per un po'; peccato che il ponte non c'era, sostituito da un servizio di ferries che aveva una frequenza mortale (uno ogni ora). Naturalmente arriviamo due secondi dopo che il ferry è partito, quindi dietro front, conseguente perdita di tempo, etc etc. Ceniamo in un simil-ristorante on-the-road, che avrei preferito francamente lasciare all'esperienza di qualcun altro, ma fa niente; arriviamo a San Marc sur Richelieu, e cosa scopriamo? che il nostro costosissimo albergo è un centro benessere Givenchy, che la nostra camera ha un letto king size (wow), vasca idromassaggio in camera, cabina doccia idromassaggio, balconcino vista fiume e amenità del genere. Ovviamente mi tuffo nella vasca idromassaggio; che ci crediate o no, era la prima volta, e me la sono spassata proprio tanto, non volevo neanche più andare a dormire.

 

23 agosto

Devo assolutamente avere una casa in cui piazzare questa cosa pazzesca che è la cabina doccia con idromassaggio: è una roba assolutamente da non credere. Soprattutto il doccione centrale è una figata da matti, sembra di stare sotto una cascata; doccia stra-lunga, ovviamente. Poi bagagli e colazione esagerata (e buona). La clientela è soprattutto composta da ultra-non-so-quanto, probabilmente riccastri che vengono qui per la remise-en-forme; l'hotel è tappezzato di cartelli in cui si dice più o meno: se quello che trovate in camera vostra vi piace proprio tanto, non limitatevi a imboscarlo, avvertite il personale. Nella sala della colazione sono esposti quadri a olio con tanto di prezzo, tipo 4000 bucks alias dollari; boh, forse qualche adorabile vecchietta/o li compra per ricordo o per regalarli ai nipotini, ma intanto gli adorabili vecchietti si intascano anche tutto l'asportabile che trovano nelle camere…

Resisto eroicamente al desiderio compulsivo di passare il resto della giornata nel centro benessere, i cui prezzi non sono stratosferici. Cerco di convincere il mio tesoro che lui ha un sacco da lavorare, e che può prendersi tutto il tempo che vuole, ma niente, quando serve non lavora mai. Pazienza. Esploriamo la valle del Richelieu verso nord; il tempo è imbronciato, e infatti a Saint Ours si mette a piovigginare. La valle è carina, senza essere niente di speciale, e il fiume è per niente piccolo; se ci fosse il sole il panorama sarebbe senz'altro più invitante. Ogni villaggio ha una chiesa, che in genere ha due torri ai lati della facciata, in genere è dipinta di bianco e con il tetto argentato; tutte molto simili, tutte chiese cattoliche (i coloni qui erano francesi).

Facciamo rotta su Montreal; per strada visitiamo Fort Chambly, dove il fiume ha una serie di rapide molto belline; chissà com'era bello questo posto quando gli europei non erano ancora arrivati.... L'autostrada per l'aeroporto è un incubo. Innanzitutto, ci sono tre aeroporti, e anche se sai qual è il tuo c'è sempre il rischio di sbagliare uscita. Poi c'è un traffico spaventoso, e ad un certo punto temiamo di non farcela. In qualche modo arriviamo in aeroporto un'ora dopo quanto avevamo programmato, molliamo l'auto, filiamo al check in, dove una gentile hostess chiede al mio tesoro di redistribuire il peso dei bagagli perché la sua valigia era ben un chilo oltre il consentito (ma 'ste hostess non hanno nient'altro da fare???). In mezzo al check in, come due sbrindellati, praticamente rifacciamo la sua valigia, poi finalmente ci danno la carta d'imbarco e – sorpresona – troviamo una coda infinita di gente al controllo sicurezza. C'è talmente tanta gente che fanno girare il serpentone attorno alle colonne, ai tavolini dei caffè, ai negozi, attorcigliandoci il più possibile. E qui il dubbio diventa certezza: non ce la faremo mai. Meno male che ad un certo punto passa una sciura che dice educatamente: KLM, KLM, KLM, ovvero chiama (o meglio sussurra) i passeggeri del volo per Amsterdam, per farci passare i controlli in modo da prendere l'aereo. I controlli per fortuna sono civili e non USA-style, quindi passiamo velocemente e abbiamo persino il tempo per un caffè.

Il volo è corto, troooppo corto per dormire: sei ore scarse, tre delle quali occupate da decollo, atterraggio, cena e colazione (queste ultime due separate da un'ora e mezza più o meno). Arrivo ad Amsterdam quasi in orario, alle 7.20 am; poca coda al controllo passaporti, relativamente poca attesa al nastro bagagli, mezz'ora di treno ed eccoci a casa (sua), a Utrecht. Cribbio, è già il 24 agosto.

 

24 agosto

Bene, siamo arrivati; devo dire che non mi sarebbe dispiaciuto andare dritta a casa mia: dopo cinque settimane di lavoro+girovagare, ne ho un po' piene le tasche. Però sottovaluto quanto mi piace questo posto: Utrecht è una città che mi sta come un guanto, è proprio bella, il tempo è del tutto clemente ed estivo. Purtroppo investo parte del tempo in una bella dormita: non esiste, sono troppo sfatta, e se dormo nel pomeriggio è peggio. Mi sveglio verso mezzogiorno, bella rimbambita, ed esattamente in tempo per dare il cambio al mio tesoro, che voleva fare l'eroe e stare sveglio fino a sera, e poi si è fatto una pennica di circa sei ore, dalle 12 alle 6 pm. Nel pomeriggio esco, faccio un po' di spesa, stranita perché in Nord America accettano la carta di credito anche per l'acqua minerale al bar ma qui no; riesco a beccare l'ultima coda dei saldi (che qui sono meglio che a casa, garantito), e scopro che oggi inizia il festival di musica antica. Ora, magari non è un genere che piace a tutti, ma è un festival molto conosciuto, un'intera settimana di concerti a prezzi quasi popolari, se non gratis, insomma una bella iniziativa. Peccato che parto lunedì, il festival continua fino a domenica prossima.

Decidiamo di uscire a cena, è una bella serata, e qui le belle serate non sono mai garantite… Eccellente ristorante nel parco vicino a casa, una serata proprio piacevole; nanna presto, perché il jet lag mi sta distruggendo, e arrivata alle 11.00 devo chiudere gli occhietti.

 

25 agosto

Mi sveglio presto, troppo presto; maledetto jet lag. Sto sveglia dalle 6 alle 9, poi torno a dormire e mi sveglio di nuovo a mezzogiorno. Sempre rimbambita, metto insieme qualcosa per pranzo e decido di uscire, méta i concerti del festival. Però mi ricordo che, a causa di un problema di salute che mi trascino da quando sono partita, devo procurarmi un medicinale. Semplice, diremmo in Italia, si va in farmacia e lo si chiede. E invece no. Qui anche per una crema solare devi avere la ricetta del medico, e naturalmente devi pagare visita medica e farmaci (di cui poi però si può chiedere il rimborso). Sabato pomeriggio, ore 14.30 circa: mi spiace, questa medicina deve essere prescritta dal medico. Ne trova uno dall'altra parte della città. Fantastico. Torno a casa, telefono, parlo inglese con una segretaria che parla solo olandese (perché, scopro dopo, è immigrata qui, e gli immigrati giustamente imparano l'olandese ma non l'inglese), in qualche modo mi dà un appuntamento e arrivederci. Corro al mercato dei fiori, perché quando sono qui ci vado sempre, costano pochissimo e sono bellissimi; spendo ben 11 euro per un bouquet che in Italia avrei pagato minimo 50, lo sistemo a casa e corro dal medico. Per farla breve, due ore tra medico (pagato 71 euro per una ricetta) e ricerca di una farmacia che avesse questa maledetta medicina; alla fine me ne indicano una vicina a Hoog Catharijne, il più grande centro commerciale d'Olanda, che attraverso pericolosamente (è sabato!) da cima a fondo per poi scoprire che la farmacia era benissimo raggiungibile via terra, diciamo, e scampando una sirena che mi ha accalappiato e dalla quale ho comoprato un set per manicure a 35 dollari: due anni di manicure garantiti (da chi???), niente smalto e unghie perfette. Lo ammetto, mi è venuto un debole per la manicure da quando sono andata nel negozio vietnamita a Montreal, e quindi la sirena riece a farmi su. Andare in farmacia, in questo paese, vuol dire armarsi di pazienza, e infatti ogni farmacia ha una specie di sala d'attesa. Perché qui ogni cliente è schedato, su ogni medicina stampano un'etichetta che dice a chi è stata data, da quale medico è stata prescritta, in quale farmacia è stata comprata, per quanto tempo e come deve essere usata; insomma, è un affare altamente personale, e maledettamente lungo. Ad esempio, se ti prescrivono una medicina in pastiglie, compresse, etc., il medico deve dire quante ne devi prendere intotale: se due al giorno per cinque giorni, fa in tutto dieci, e quelle ti danno; e infatti trovi nella scatolina non il blister completo, ma dieci pastiglie confezionate a una a una. Insomma, un incubo per un'italiana abituata ad avere a disposizione tonnellate di medicinali.

Al termine di questo girone infernale ottengo la mia medicina, e riesco ad essere quasi in tempo per i vespri. No, ecco, è che una delle iniziative-concerto del festival è un gruppo di sette cantori di canto gregoriano che cantano tutte le laudi della giornata, dal mattino alle 6 alla sera a mezzanotte; biglietto uncio per le sette esibizioni a 10 euri; non male. I cantori sono davvero bravi, il vespro è suggestivo, la chiesa – Sint Willibrordkerk – è ottocentesca ma neogotica, iper-decorata e molto piacevole. Il sole entra esattamente dalle vetrate della facciata (che non c'è, nel senso che la chiesa è incastrata tra altri edifici e non c'era posto per la facciata); e va dritto verso il centro della navata; comunque bello.

Tornata a casa, racconto il concerto al mio compagno, e decidiamo di andare anche alle laudi delle 21.30 e di mezzanotte; nel frattempo ceniamo in un pannenkoeken restaurant, cioè in un ristorante dove fanno solo crepes: un paradiso. Ogni olandese – a parte i bambini – sa che non deve ordinare nella stessa serata due crepes: sono enormi, riempiono un sacco, ed è quasi impossibile mangiarne due. Ma io sfido l'impossibile è arrivo serena, anche se provata, in vetta: prima crépe, classica, prosciutto formaggio e ananas, seconda crépe, esagerata, con pesche, sherry, gelato e panna montata. E' stata dura ma ce l'ho fatta. Al concerto ho avuto qualche problema di veglia (nel senso che stavo per cadere addormentata come un tronco), ma comunque è stato bello. Poi ci siamo concessi un bel giro di un'ora in bici per Utrecht, alla ricerca di tutte le chiese un po' strane della città: la chiesa che non si capisce che è una chiesa, la chiesa romanica distrutta il secolo scorso, la chiesa luterana, la chiesa che sembra un pub, ma il pub è quello di fianco, la chiesa ex cattedrale che ora è un museo, e via dicendo. La città di sera è ancora più magica: a parte l'Oudegracht, cioè il canale principale, le strade sono silenzione, pulite, illuminate il giusto, suggestive. Il Nieuwegracht, cioè il "canale nuovo", è proprio bello; il mio compagno mi dice che le case qui costano una fortuna, e capisco anche perché.

Torniamo al concerto della mezzanotte, il più bello dei tre che ho sentito oggi; poi a casa, a nanna!

 

26 agosto

Mattinata un po' da svacco, ancora jet lagged; lui deve lavorare, quindi cincischio un po' qui e là. Nel pomeriggio andiamo a Deventer, città nell'est dell'Olanda, dove il mio fanciullo è nato. Noleggiamo un'auto Greenwheels, una compagnia che fa car sharing, e arriviamo a Deventer da un imbocco panoramico. La cittadina era abbastanza cadente, negli anni '60 e '70, poi è stata riscoperta, rivalutata e restaurata, ed ora è proprio bella, con edifici curati, angoli molto caratteristici, stradine deliziose. Prendiamo un traghetto e passiamo dall'altra parte del fiume, che è poi una diramazione del Reno; facciamo una lunga camminata in mezzo a un parco, dove famiglie turche e olandesi stanno cucinando sul barbecue tutto quello che ci si può cucinare. Arriviamo ad un mulino a vento che serviva per tagliare legna, e che ora è in restauro; sia il tetto sia il corpo centrale sono fatti di saggina, come usava fare i tetti delle abitazioni; non ricordo di averne visti altri del genere, ma forse mi sbaglio. Bel panorama e molte foto dal ponte che ci riporta sulla riva dove si stende la città; cena in un bel ristorante portoghese, poi rientro a casa. Domani ultimo giorno, torno a casa; anche se mi fa piacere, mi dispiace sempre lasciare Utrecht.

 

 

26 agosto

 

Le giornate di viaggio sono state piuttosto piene, senza tempo per scrivere, ma mi sono annotata tutto, così ora vado a ritroso e racconto quello che abbiamo fatto.




Tre Uomini in Barca,  dal lunedì al venerdì, dalle 12.45 alle 14.

A cura di Marina Petrillo e Alessandro Diegoli.

barca(at)radiopopolare.it

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