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31 luglio
Si parte e si arriva oggi, destinazione: Antananarivo, capitale del Madagascar. I componenti: Eleonora e Marco – consolidata coppia – Fabrizio – amico di vecchia data dei due sopra – ed io, Claudia, amicissima di Eleonora (tra l’altro giochiamo insieme in una mitica squadra mista di softball amatoriale).
Il volo mi preoccupa, non perché abbia paura, ma perché essendo io una che si stufa di qualunque cosa, figuriamoci di più di 12 ore di volo. Ma mi hanno tutti tranquillizzata dicendomi che non è così terribile, che passa in fretta: un po’ si legge, un po’ guardano i film, un po’ si mangia, un po’ si dorme… sarà.
Che questo viaggio sarà un’avventura lo si capisce subito dall’arrivo: atterriamo noi, ma i bagagli no (a proposito, avevo ragione da vendere: 12 ore di aereo sono una gran rottura di coglioni, oltre al fatto che la temperatura si è aggirata costantemente intorno ai 17 gradi; un freddo porco. Quasi quasi mi preoccupo un po’ già per il ritorno).
Ci attardiamo all’aeroporto per sbrigare le pratiche di denuncia dei nostri zaini e così, al momento di prendere il taxi per raggiungere l’albergo, il parcheggio è deserto. Mobilitiamo l’ufficio informazioni dell’aeroporto e ci trovano un tizio disposto ad accompagnarci. Data l’ora e data la mancanza di alternative, il potere di contrattazione tanto consigliato dalle guide, in questo caso è nullo.
Particolare non indifferente: sono l’unica dei 4 che parla francese. Ecco, forse dire “parla” non è il termine più azzeccato, l’ho studiato alle medie e avendo io la bellezza di 43 anni non è che proprio le medie siano un periodo scolastico recente… Comunque così è e, anche in questo caso, alternative non ce ne sono.
Arriviamo finalmente all’hotel e l’accoglienza sono porte sbarrate, luci spente e un cane che abbaia in modo non molto rassicurante. Telefoniamo, ma nessuno risponde, chiamiamo, bussiamo, urliamo e finalmente, dopo circa mezzora, ci aprono e ci assegnano le stanze. Fredde e umide (tanto da aver le lenzuola bagnate), tralascio gli odori, ma ci infiliamo nei letti e passa la prima notte.
1 agosto
Colazione, passeggiata per la città fino all’ufficio informazioni turistiche per farci dare delle dritte: tra le altre cose, ci consigliano un giro ad un’oasi degli uccelli alla periferia della città. Le guide non ne parlano, ma Fabrizio è ornitologo, quindi non si discute se valga o no la pena di visitarla; ma ne vale la pena, lo segnaleremo alla Routard e alla Lonely Planet. Quel che poi facciamo, o meglio, cerchiamo di fare, è trovare la stazione dei pullman, chiamati taxi brusse, che ci porteranno ad Antsirabe, prima tappa del nostro tour. La ricerca è estenuante: pare che nessuno, ne abitanti, né taxisti, sappia dove sia. Vero è che essendo io a domandare informazioni, col mio francese stentato, chissà che cosa gli sto in realtà chiedendo… Ma riusciamo anche in questa impresa e raggiungiamo questa sorta di gran casino che è il capolinea dei taxi brusse e veniamo subito accalappiati da una delle cooperative che si occupano dei trasporti, contrattiamo sin troppo velocemente il prezzo col gran sospetto che ci abbiano fregati e ci diamo appuntamento per la partenza per la mattina successiva. Sempre che stasera arrivino i bagagli.
Che dire della capitale: è un gran casino, è un puttanaio. E’ un unico, grandissimo, infinito mercato all’aria aperta. Vendono di tutto e c’è in giro un sacco di gente, sono tantissimi: è un po’ come infilarsi al mercato di Papiniano all’ora di punta e non trovare mai l’uscita. Ma la cosa che salta immediatamente all’occhio, che si palpa, è la povertà. Oltre a circolare praticamente solo a piedi nudi, hanno addosso davvero solo degli stracci. E i bambini, perennemente col moccio al naso, giocano per terra in mezzo al sudiciume. Ho la macchina fotografica con me, ma non oso scattare foto: ho una sorta di vergogna a farlo.
Quel che mi aspettavo e che non succede è di essere “assaliti” da persone che chiedono soldi. C’è un’assoluta indifferenza nei nostri confronti. E non si può non apprezzare questa genuina dignità.
2 agosto
I bagagli grazie a dio sono arrivati, non tanto perché siamo vestiti un po’ leggerini e qui fa freddo, ma perché a Tana (è così che chiamano la capitale) non c’è nulla da fare e da vedere ed un’altra giornata qui avrebbe avuto solo il sapore di tempo sbattuto nel cesso.
Comunque, il viaggio con i malgasci sul taxi brusse è stato un po’ pallosetto oltre che scomodo. Credo che questi pulmini non abbiano mai avuto una sorta di revisione da quando sono entrati in circolazione (ovvero di sicuro negli stessi anni in cui io frequentavo le medie…) e le molle dei sedili è facilissimo contarle. Il viaggio prevede due soste: una per la toilette, che significa che ci si ferma ai margini di un boschetto in cui ci si addentra per le varie evacuazioni, e un’altra per pranzare.
Arrivati ad Antsirabe il pulmino si ferma in un piazzale ai margini della città pieno di “pousse pousse”; cosa sono? Dei risciò con tanto di guidatore rigorosamente a piedi nudi che ti assilla per convincerti a salire. Il mio pretendente si chiama Richard ed ha il pousse pousse numero 4: impossibile dimenticarlo perché non mi ha mollato un attimo con un’unica cantilena “Richard numero 4, Richard numero 4…” E sia, caro Richard, che quando capisce che sarò la sua passeggera mi sfodera un sorriso che lascia intravedere sì e no 5 denti. Ognuno di noi si accomoda sul proprio risciò e anche in questo caso ci vergogniamo un po’, ma ci rilassiamo quando capiamo che è un mezzo che usano tantissimo anche i locali (tra l’altro, sinora, non abbiamo ancora visto altri turisti, per fortuna). Le strade sono sconnesse e Richard, non so per quale motivo, ad un certo punto inizia a correre: sta buono che non ho mica fretta, sono in vacanza. L’albergo ce lo facciamo consigliare da loro e dopo aver sistemato i bagagli facciamo un giro, ma stavolta a piedi. Antsirabe è molto più moderna e meno malmessa di Tana, ma sappiamo già che non c’è nulla per cui valga la pena di fermarsi più di una notte, è solo una tappa intermedia prima di raggiungere Ambositra, il primo via alle escursioni.
3 agosto
Il bello di avere un programma di viaggio spannometrico fa sì che si possano accogliere con piacere le variazioni.
Ci siamo fatti convincere a partecipare alla cerimonia della Famadiana, ovvero l’esumazione dei morti. Suona un po’ macabro, lo so, ma in realtà è una festa. Confesso che ero contraria, non amo i riti in generale, ma alla fine forse sono stata quella che si è divertita più di tutti.
Ecco cos’è sta Famadiana: ogni 3 o 5 o 7 o 9 anni (i tempi dipendono dalle possibilità economiche delle famiglie) dalla sepoltura di un caro, i parenti prelevano la salma dalla tomba – che non è sottoterra, ma è avvolta in una serie di teli e stoffe in una sorta di catacomba – ne puliscono i resti e li riavvolgono in altri teli. Il tutto preceduto da una grande festa.
Ci siamo fatti prelevare all’albergo da due nostri fidati portatori di pousse pousse (quindi non solo li abbiamo utilizzati di nuovo, ma ci siamo pure saliti in due!) e abbiamo attraversato parte della città che non finiva mai vedendo un degrado via via sempre peggiore fino ad arrivare in aperta campagna a casa della famiglia del defunto. Il capo famiglia, già ubriaco, ci ha accolto con gran strette di mano e noi gli abbiamo dato la nostra offerta in denaro (ovviamente, c’era il trucco). Adulti e bambini sorridenti non facevano che guardarci: dava proprio l’impressione che fosse la prima volta che vedevano dei bianchi e, per alcuni bambini, sicuramente era così. Eleonora ed io ci siamo sedute a terra e abbiamo disegnato e cantato con i bimbi. Poi è iniziata la musica e ballare con loro è stato molto coinvolgente ed emozionante.
Al momento del pranzo siamo stati invitati a mangiare con la famiglia: una caterva di immancabile riso e un tizio che ad un certo punto si è avvicinato ad ognuno di noi con un secchio di plastica in mano da cui estraeva e metteva nei piatti un pezzo di carne di maiale. Molto pittoresco!
Di nuovo musica e danze e poi tutti a piedi, al seguito dei famigliari, fino alla tomba dove ad attenderci c’era un sacco di gente che veniva dalle case vicine ad assistere alla cerimonia. E’ stata una cosa un po’ lunga: discorso del capo famiglia in lingua malgascia e poi, al momento dello spoglio del defunto, un marea di gente che si accalcava rendendo impossibile la visione (oddio, non è proprio che fremessi per vedere i resti dei cadaveri); e poi ad un certo punto una parente è svenuta, ma abbiamo avuti tutti il sospetto che facesse finta, insomma un po’ una sceneggiata napoletana. Così dopo un po’ ci siamo fatti riportare all’albergo. Peccato che lungo la strada del ritorno il mio “Richard numero 4” abbia piantato un volo tremendo e sia finito lungo disteso per terra e noi pure; povero, era imbarazzatissimo. Incidente a parte è stata una giornata emotivamente intensa e il ricordo degli occhi e dei sorrisi dei bambini è quello che ci portiamo a casa oggi.
5 agosto
Siamo in uno dei villaggi degli Zafimaniry una popolazione di intagliatori di legno - sono dei veri maestri - raggiunto dopo un estenuante trekking di circa 5 ore: i bambini stanno suonando e cantando per noi. Sono bravissimi. Gli Zafimaniry vivono distribuiti in 7 villaggi montani tipici del Madagascar che hanno mantenuto da sempre inalterati modi di vivere e abitudini. Oggi ne abbiamo visitati due, il primo era molto desolante, devo dire, anche se aveva la caratteristica delle porte e delle finestre in legno con intarsi precisissimi che rappresentavano la tipologia della famiglia. Questo, in cui ci fermiamo per la notte, nonostante sia ancora più lontano dalla “civiltà”, è molto meglio organizzato ed ha intorno dei terreni coltivati a terrazze davvero particolari e spettacolari. Hanno i loro zebù (simili alle nostre mucche, ma con una vera propria gobba sulla parte superiore del collo), le loro galline, le loro coltivazioni, la scuola, l’immancabile chiesa (unica costruzione in muratura): non gli serve altro. All’arrivo ci hanno offerto un ottimo thè e per cena ci hanno cucinato uno spezzatino di zebù con verdure e riso davvero squisito. Dormiremo a coppie in due capanne diverse in una delle due stanze che le famiglie ci lasciano libere apposta per noi. C’è un letto quasi matrimoniale, ma è impossibile dormirci in due perché è corto e per starci occorre mettersi in diagonale. Quello che funge da cesso è una casupola in cima ad una breve salita dotata unicamente di un buco (e di una puzza insopportabile) da cui, un metro e mezzo sotto è visibilissimo un via vai di topi giganti poco piacevole. Confesso che a me la camminata di oggi mi ha stroncato e sono un po’ preoccupata per quella di domani che prevede un giro con visita ad altri due villaggi. Spero stanotte di recuperare almeno un po’.
6 agosto
Stanotte Fabrizio ha optato per stare per terra io mi sono spostata in continuazione dal letto al pavimento finchè, tra uno scarafaggio e l’altro mi sono addormentata sul letto che era vagamente più morbido e meno freddo del pavimento. Eleonora e Marco si sono incastrati nel letto matrimoniale, ma hanno ricevuto la visita di un ragno gigante che è caduto dal soffitto sul sacco a pelo. Marco, che ama tutti gli animali del pianeta, ha il terrore dei ragni: la sua è stata una notte difficile.
Stamattina pioveva e così abbiamo tardato la partenza finché la nostra guida ci ha detto che il sentiero per gli altri due villaggi era impraticabile e che saremmo dovuti ritornare direttamente alla base. Questo “direttamente” ha significato scalare una montagna; ci abbiamo messo 4 ore per arrivare a destinazione. Non ha smesso un minuto di piovere. Camminata fredda e faticosa, siamo arrivati completamente fradici, ma nonostante tutto il giro è stato molto bello. Abbiamo patito (io più di tutti perché sono la più sega – e perché gli altri 3 hanno almeno 10 anni meno di me), ma siamo contenti e soddisfatti (di essere sopravvissuti).
7 agosto
Il nostro viaggio continua lento, ma inesorabile. Vorremmo arrivare intorno a metà agosto a Tulear, città sul mare situata a sud ovest del Madagascar. A portarci fino lì sarà il mitico Olivier. Olivier l’abbiamo trovato, o meglio, è lui che ha trovato noi, ad Antsirabe quando con i nostri risciò stavamo andando di prima mattina alla stazione dei taxi brousse; ci ha proposto di accompagnarci con la sua auto, un 4x4 molto più bello fuori che dentro, ad una cifra piuttosto ragionevole. E, particolare assolutamente rilevante, parla italiano. Olivier è una vera e propria guida, accompagna in giro i turisti da più di 10 anni e ha lavorato anche per Avventure nel Mondo. Ci sta decisamente semplificando la vita: ha perfettamente capito qual è il nostro spirito di viaggio e soprattutto quali sono le nostre finanze per cui ci indirizza lui negli alberghi a nostra misura e ci consiglia pure i posti rigorosamente malgasci dove andare a mangiare. Grande estimatore di carne di zebù si stupisce quando noi optiamo per altri cibi, ma soprattutto commenta ogni volta esterrefatto il fatto che io avanzi quasi tutto il riso. Insomma, ne ho pieni i maroni di ingurgitare riso, che peraltro è scotto, scondito e senza sale; quando sa di qualcosa sa di muffa.
I miei compagni di viaggio sono più accomodanti col suddetto riso, ma probabilmente hanno molta fame e le porzioni non sono per nulla abbondanti. E il riso, si sa, riempie.
Ieri abbiamo fatto tappa per la notte a Fianarantsoa perché a una trentina di chilometri da lì c’è la riserva naturale di Ranomafana la nostra meta di oggi.
Con la visita a Ranomafana è la prima volta che ci imbattiamo in gruppi di turisti e ne siamo un po’ infastiditi. Questa riserva naturale è una vera e propria giungla dove ci siamo inoltrati per vedere alcune specie di lemuri. Siamo stati fortunati, ne abbiamo viste ben sei più un paio di camaleonti. In preda all’entusiasmo siamo rimasti anche per la visita notturna dove abbiamo avuto l’occasione di vedere il fossa, una specie di lince predatore dei lemuri, e il lemure notturno, un topo scimmia che vanta il record di essere il terzo mammifero più piccolo che esiste in natura (è grande non più di una mano). Peccato che per permettere ai turisti di vedere questi due esemplari, le guide del parco usino degli stratagemmi tipo mettere del miele sugli alberi per attirare il minuscolo lemure e della carne per far uscire il fossa dalla sua tana. Un tantino deludente, ma vabbè.
8 agosto
Siamo ad Ambaravao dove ci siamo fermati per spezzare il viaggio; oggi qui c’era il mercato degli zebù a cui, ci ha spiegato Olivier, arrivano settimanalmente i pastori nomadi che si fanno anche 4 mesi di marcia per vendere le loro bestie; inoltre abbiamo fatto visita all’artigianato della carta e della seta; è davvero raro che nelle città ci sia qualcosa da vedere.
Qui è inverno, le giornate per i locali iniziano prestissimo, intorno alle 4, dato che alle 5 del pomeriggio è già buio. E se durante il giorno, ma solo nelle ore centrali, un po’ si riesce a stare in maglietta, non appena cala il sole comincia a fare freddissimo: maglia a maniche lunghe, felpa, pile e due paia di pantaloni, ma io non smetto un attimo di barbellare.
Normalmente rientriamo dalle nostre escursioni intorno alle 15 e tirar sera è un po’ lunga. Non esistono chiese degne di essere viste o musei, per cui solitamente facciamo quattro passi nell’immancabile mercato: tra l’altro i villaggi si chiamano col giorno della settimana in cui c’è il mercato, ma onestamente ci sfugge un po’ la differenza tra quando c’è e quando non c’è il mercato. Ovunque è una vendita continua.
Poi ci rilassiamo, leggiamo un po’ finché poco prima di cena e subito dopo ci dedichiamo al nostro agguerritissimo torneo di scala 40. Comunque non più tardi delle 22 stiamo già ronfando sotto le immancabili zanzariere.
Apro anche una parentesi sul cibo la cui varietà lascia un po’ a desiderare: a ruota ci cibiamo di carne a scelta tra zebù, maiale e pollo, qualche zuppa, omlette, pesce e gamberi; riso, riso e ancora riso. Poi, un po’ per variare, un po’ per la curiosità di assaggiare ci siamo fatti tentare da quello che vendono per strada: simil polpette, specie di ravioli fritti, mini spiedini e frittelle di pane e verdura. Abbiamo poi scoperto che le pasticcerie fanno dei dolci buonissimi e non appena ne troviamo una per la colazione ci buttiamo a pesce.
Tra noi 4 sta andando tutto molto bene; c’è sempre un bel clima, scherziamo, ridiamo e siamo molto rilassati.
9 agosto
“Vasa, vasa” “Bonjour vasa”: è così che ci chiamano e ci salutano i bambini. “Vasa” significa turista, ma letteralmente – ci ha spiegato Olivier – la parola è il participio passato del verbo guardare perché i primi bianchi arrivati in Madagascar erano continuamente guardati dalla popolazione.
Ieri siamo partiti da Ambaravao diretti a Ranoira con tappa di un paio d’ore alla riserva di Anja dove quasi abbiamo potuto toccare i lemuri (quelli “classici” con la coda grigionera), ma soprattutto ci siamo arrampicati su una roccia da cui abbiamo goduto di un panorama mozzafiato da cui non ci saremmo mai staccati. Descriverlo mi è impossibile, spero che riescano a farlo le foto.
Qui a Ranoira, per la prima volta, ci fermeremo 3 notti perché la visita al Parco dell’Isalo richiede almeno 2 giorni.
Ho un raffreddore bestiale e, inoltre, se fino ad adesso sono riuscita ad evitarlo perché non c’era una zanzara a pagarla oro, da oggi dovrò incominciare a ingurgitare il Malarone che con quel che l’ho pagato speriamo che faccia il suo sporco lavoro.
Il primo giro di oggi all’Isalo prevedeva il trekking tra i canyon. Caspita, bellissimo: oltre ad aver visto altri lemuri e uccelli coloratissimi, abbiamo scalato rocce e ci siamo inoltrati nelle montagne di granito sbucando in inaspettati paesaggi di cascatelle e pozze d’acqua e felci. Da film (ma l’ha detto anche Sergio Leone che proprio qui ha girato Mission…)
10 agosto
Porca troia che stanchezza. Oggi il secondo trekking all’Isalo prevedeva il giro alla piscina naturale – bellissima e balenabile se non ci fosse stato un imbuto turistico – per poi proseguire ad altre due grandi pozze chiamate piscina nera e piscina blu dai fondali che ne coloravano l’acqua. Tra una piscina e l’altra abbiamo pranzato in una vera e propria area pic nic attrezzata e al tavolo con noi si sono accomodati i lemuri, che ormai, sin troppo abituati agli umani, rubano il cibo dalle mani. Non mi è piaciuto molto questo contatto forzato e innaturale; tra l’altro le guide non facevano altro che raccomandare di non dare da mangiare ai lemuri perché poi perdono la capacità di nutrirsi da soli e durante la stagione delle piogge, quando quindi il turismo è nullo, ne muoiono parecchi. Lungo la strada la guida del parco (non c’è verso, non si può girare senza) si è fermato vicino ad un cespuglio e ci ha fatto vedere l’insetto stecco (esiste veramente!). Come cazzo abbia fatto ad individuarlo proprio non lo so visto che anche quando ce lo indicava noi facevamo fatica a distinguerlo dai rami; bello, è un insetto troppo curioso!
All’ultima sosta del tour abbiamo goduto del panorama di una cascata alta poco più di 600 metri che cadeva in un antro da fiaba. Ogni commento è superfluo.
12 agosto
Mare, mare, mare. Finalmente siamo al mare. Cambio di paesaggio e cambio di clima: forse non avrò più freddo.
Durante il lungo viaggio che ci ha portati qui a Tulear l’unica cosa che merita essere menzionata è la sosta per ammirare i baobab, gli alberi con le radici in cielo. Imponenti, solidi: danno fiducia (sì, son piante, lo so, ma è proprio questa la sensazione che danno).
In questo momento siamo seduti su un terrazzino col mare a 5 metri; ci facciamo scaldare dal sole in attesa di andare a cena.
14 agosto
Ieri proprio giornata “persa” qui a Tulear: siamo andati in agenzia di viaggio per prenotare il volo per Nosy Bè, un’isola a nord del Madagascar, piuttosto turistica (ma sappiamo che il turismo di massa rimane confinato in uno spazio ristretto e che basta uscirne per trovare il nulla), ma che merita proprio di essere visitata. Purtroppo il costo del volo è assolutamente al di sopra delle nostre possibilità; abbiamo cambiato programma: torneremo tra qualche giorno ad Antananarivo (con un taxi brousse sicuramente stipato di gente che parte alle 4 del pomeriggio e arriva alle 9 del mattino viaggiando ininterrottamente tutta la notte: meglio che non ci pensi) e ci sposteremo ad est per raggiungere Ile Sainte Marie, un’isola altrettanto consigliata, sull’Oceano Indiano. Abbiamo salutato Olivier, ma lo ribeccheremo a Tana perché sarà di nuovo lui che ci porterà all’isola.
L’ultima cosa che ha organizzato per noi è il viaggio in piroga che abbiamo fatto oggi per raggiungere la spiaggia di Anakao e i bungalow nel villaggio di pescatori amici suoi dove alloggeremo.
Ecco come è andata: sveglia alle 2,30 perché per problemi di marea dovevamo partire alle 3. Abbiamo camminato con i nostri zaini nella melma per quasi 200 metri e poi fatto l’ultimo tratto con l’acqua fino alle ginocchia fino a salire sulla piroga rigorosamente e unicamente a vela. Abbiamo buttato i bagagli nel piccolissimo scafo e ci siamo seduti su delle scomodissime assi di legno. C’era una stellata incredibile, la via Lattea sembrava una lunghissima pennellata e nel buio totale le stelle brillavano un sacco; non so se era suggestione o se era proprio così, ma qui le stelle cadenti non cadono, partono in orizzontale (sia mai che i desideri stavolta si avverino veramente).
Dopo la prima ora il momento di poesia cominciava a scemare e io, guarda un po’, di vedere le stella mi ero bella che rotta. E poi mi era venuto sonno; mi sono accucciata nello scafo incastrata tra uno zaino e l’altro e non so come, ma mi sono addormentata (e a parte Fabrizio che è rimasto stoicamente sveglio, Eleonora e Marco hanno fatto altrettanto). Tra un risveglio e l’altro, all’alba abbiamo visto due balene: uno spettacolo; poi io sono ripiombata nel mondo dei sogni.
Quel che ancora non ho scritto è che per tutta la traversata non c’è stato un alito di vento: i due nostri “marinai” hanno pagaiato per tutto il tempo. E “tutto il tempo” sono state 6 ore e mezza!
“Anakao è selvaggia, ma molto bella; i bungalow non sono grandi, ma puliti” questo è quel che ci aveva detto Olivier. Intanto i bungalow sono due catapecchie di legno col tetto in paglia e pavimento in cemento. Dentro c’è solo un letto matrimoniale. E certo che sono pulite, non c’è niente da pulire! Quel che non ci ha detto è che non c’è né luce né acqua.
Il lungo tratto di spiaggia che non si trova davanti al villaggio però è incantevole; c’è un venticello piacevole e si riesce a star sdraiati senza patire il caldo (sì perché se spacco i maroni per il freddo altrettanto potrei farlo per il troppo caldo…). Farò incetta di conchiglie: ce ne sono di grandissime e bellissime. E il mare è azzurrissimo.
15 agosto
Giornata di fancazzismo cosmico, ma la nostra avventuretta quotidiana non ce la siamo fatta mancare. Stasera poco prima di cenare con delle ottime aragoste alla luce di 2 lampade a petrolio, Marco ha trovato nella sua stanza il più grande scarafaggio che ci sia capitato di vedere. Non esagero: era grande come un pacchetto di sigarette. Non solo, quando con una ciabatta abbiamo cercato di farlo uscire ha soffiato e tremato. L’abbiamo nominata “blatta a sonagli”. Convivere con gli scarafaggi va bene, ma questa faceva un po’ impressione, speriamo di non vederne altre.
16 agosto
Visto che la piroga ci era piaciuta (!) l’abbiamo ripresa per raggiungere Nosy Vè, un’isoletta con un mare inimmaginabile dove vive una specie endemica e protetta di uccelli chiamati fetonti. Sono un po’ simili ai gabbiani ma con una coda da cui partono due specie di bacchette arancioni. Tra l’altro c’erano un sacco di uova appena schiuse e abbiamo visto moltissimi piccoli.
Per il solito problema di marea la permanenza all’isoletta non è durata che un paio d’ore; poi siamo dovuti ritornare alle nostre confortevoli stanzette.
Ad Anakao per la prima volta gli indigeni sono stati un po’ molesti. Probabilmente qui sono più abituati ai turisti e hanno imparato a cercare di spremerli: sulla spiaggia era un continuo passare di bambini e donne che cercavano di venderti collane, conchiglie, parei e proporti massaggi: “madame les colliers? Les conquillages? Les pareos? Les massages?”. Che palle!
Altra abitudine locale un po’ fastidiosa è che questi qui, capisco che non siano dotati di servizi igienici, ma devono proprio cagare sulla spiaggia davanti a casa? Calpestar merde di prima mattina era all’ordine del giorno.
Vabbè, domani ripartiamo così riusciremo a farci una doccia e a riprovare le brezza della luce corrente (comunque niente ci ha distolto dalle nostre consuete partite a carte)
A proposito, abbiamo mangiato dell’ottimo pesce pescato un’ora prima di finire sulla griglia; porzioni sempre minime, ma squisite.
17 agosto
L’appuntamento con i nostri arditi marinai (il pacchetto veniva via andata e ritorno, ahimè) era per le 9, ma questi fino alle 10,30 non si sono visti. In più con noi e con i nostri zaini, sono saliti anche 2 francesi, come se ci fosse posto d’avanzo. Il ritorno comunque è andato decisamente meglio. Il vento soffiava a nostro favore e in 3 ore siamo risbarcati a Tuelar. Finalmente una doccia, fredda, ma pur sempre doccia; un giretto al mercatino artigianale e poi di nuovo sul terrazzino spaparanzati al sole (Tuelear non ha delle spiagge accessibili, ci sono solo mangrovie). Stiamo troppo bene.
Inaspettatamente è rispuntato Olivier: gli hanno rubato bagaglio e documenti della macchina ed è quindi bloccato a Tulear. Escluso che ci porterà fino all’Ile Sainte Marie, mannaggia. Però ci ha trovato un passaggio fino a Tana su un nuovissimo gippone di un tizio che lo deve riportare nella capitale. Grazie a dio abbiamo scampato le 17 ore sul taxi brusse; sono decisamente sollevata.
20 agosto
Viaggiato noiosamente 2 giorni per arrivare ieri ad Antananarivo. Unica cosa piacevole riguastarci i panorami dell’andata.
Abbiamo voluto evitare come la peste l’albergo umidissimo delle prime due notti qua, ma la ricerca di un altro albergo a buon mercato è stata ardua. Siamo però riusciti a trovare un altro autista (cioè, come sempre è lui che ha trovato noi) che ci scorterà fino all’imbarcadero dell’isola dell’Oceano Indiano.
Apro una parentesi sul costo della vita qui in Madagascar. Intanto la moneta corrente sono gli Ariary che da due anni hanno sostituito il Franco Malgascio; peccato che in molti villaggi, soprattutto quelli piccoli, ti dicano ancora i prezzi in franchi senza essere in grado di convertirli in ariary.
Le dimensioni delle banconote sono gigantesche e inoltre sono così sporche che a volte è quasi impossibile decifrarne il taglio
Per dormire spendiamo dai 14.000 ai 40.000 ariary ovvero circa dai 6 ai 18 euro, ma non a testa, a stanza in cui dormiamo, seppur non sempre comodamente, in 4. 12.000 ariary per la colazione e per i pasti tra i 16.000 e i 20.000, sempre in tutto.
Prima di raggiungere l’Oceano c’è un altro parco che ci aspetta dove vedremo i lemuri indry indry che pare abbiano più o meno le nostre dimensioni.
Adesso siamo ad Andasibè il paese dove dormiremo. Paese è una parola grossa, questo in realtà è un villaggio perennemente immerso nel fango. Qui piove anche quando non è la stagione delle piogge, quindi le strade, che sono sterrate, non si asciugano mai. C’è palta ovunque e i bambini ci sguazzano: beata innocenza.
Stasera, per non farci mancare niente, visita serale lungo il viale che porta al parco alla ricerca del lemure notturno. Qui però niente miele e il lemure non l’abbiamo visto; ci siamo accontentati di qualche camaleonte.
Tanto per cambiare si gela dal freddo.
21 agosto
Oggi 2 parchi: la riserva degli indry indry dove appunto abbiamo visto questa specie di lemure che in realtà non è vero che è grande come noi, piuttosto assomiglia molto di più a un panda e caccia tra l’altro di continuo delle urla disumane (bè, son bestie…); e poi il parco Nazionale Mantadia: altri lemuri, cascatelle e bella piscina naturale. Peccato per il tempo uggioso. Il bello di girare in questi parchi è che ogni volta ci si inoltra in foreste dalla vegetazione fittissima: sembra davvero di essere nella giungla.
22 agosto
Ultima tappa prima dell’agognata isola: la spiaggia di Fullpointe. Bungalow piccolissimo, ma confortevole e a due passi dalla spiaggia, dove però il tentativo mio e di Eleonora di spaparanzarci al sole è fallito perché c’era vento e in meno di un minuto eravamo completamente insabbiate. Poco male, il cielo prima si è coperto e poi ci ha regalato un coloratissimo arcobaleno. Domani ennesima levataccia: entro le 9 dobbiamo essere all’imbarcadero per prendere il traghetto e il nostro autista, che si chiama Zacca, non ha niente a che vedere con Olivier: non conosce le strade, non sa indicarci un albergo o un locale per mangiare che sia uno e inoltre guida da cani.
23 agosto
Giornata decisamente pesante.
La sveglia non è suonata così siamo partiti un po’ in ritardo con l’ansia di non farcela.
In effetti, arrivati al porticciolo, le imbarcazioni che portavano all’isola o erano già partite o erano già al completo; tranne una. La peggiore, ovviamente, quella del “popolo”: praticamente un grande scafo di legno con una misera tettoia. Prima di far salire noi umani, questa barca è stata caricato di tutto, da scatoloni di varie dimensioni, a mobili, galline, pneumatici, bombole del gas, televisori, tubi, biciclette… ed infine noi, una quarantina di persone (uniche turiste, oltre a noi 4, due ragazze svizzere).
Partiamo con lo scafo quasi del tutto immerso, c’è mare grosso, imbarchiamo subito acqua, così da un lato tirano giù il telone e non si può nemmeno guardare fuori, fa caldo e l’odore che si sente non è certo gradevole. Dopo non molto parecchie persone cominciano a vomitare; è un via vai di secchi che passano da una parte all’altra e che vengono svuotati in mare alla bell’è meglio. Nessuno di noi sta male a parte una delle due ragazze svizzere che non vomita, ma è più bianca di un cencio (e la sua amica la filma!). La traversata, normalmente di poco più di un’ora, ne dura quasi 3; insomma sembrava il “viaggio della speranza”!
Non appena abbiamo messo i piedi a terra abbiamo prenotato il ritorno su un mezzo un po’ più caro, ma decisamente più confortevole e sicuro.
L’isola, in compenso, è un paradiso; bungalow sulla spiaggia e panorama da cartolina con le palme e l’acqua trasparentissima.
Questo il programma: oggi totale relax che ci dobbiamo ripigliare, domani giro in barca (quello di oggi non ci è bastato!) a vedere le balene, sbarco all’isoletta di Aux Nattes dove ci fermeremo un paio di giorni prima di essere di nuovo prelevati e ricondotti al bungalow di Ile Sainte Marie.
24 agosto
Al paradiso non c’è mai fine!
Ile Aux Nattes è ancora più bella di Sainte Marie, non la so descrivere, non trovo gli aggettivi e il bungalow che ci hanno assegnato è in assoluto il posto più bello dove abbiamo dormito (facile anche da dire visto che normalmente abbiamo alloggiato in stamberghe).
Ma andiamo con ordine: il tour per vedere le balene è stato mitico. Questa è la stagione del passaggio dei cetacei, quindi ne abbiamo visti tantissimi e anche a non più di 5 metri da noi.
Quando siamo sbarcati abbiamo giusto sbattuto gli zaini nel bungalow e poi ci siamo subito buttati in mare; da lontano erano visibilissimi i soffi delle balene.
25 agosto
Mentre i miei tre compagni hanno mantenuti i ritmi soliti e quindi alle 7 erano già in piedi, io fino alle 9 ho dormito alla grande: un record.
Poi svacco in spiaggia dove, ad un certo punto, abbiamo goduto di un salto fuori dall’acqua di una balena che ha sollevato degli spruzzi incredibili: un altro spettacolo!
Il bungalow è dotato di un angolo cottura e così per la prima volta abbiamo cucinato. Cosa? Bè, facile: spaghetti!
Pomeriggio di assoluta immobilità. Anche una blanda proposta di due passi per l’isola è finita nel vuoto.
26 agosto
La mia vacanza è ormai agli sgoccioli: tra due giorni ho l’aereo. Eleonora, Marco e Fabrizio, invece hanno recuperato Olivier e si faranno un’altra settimana con visita ad un’altra riserva.
Nel pomeriggio siamo tornati a Sainte Marie, domattina alle 6 un’imbarcazione – che ci auguriamo sia nettamente meglio di quella dell’andata – ci riporterà sulla terra ferma. Speriamo anche che il nostro autista sia lì ad aspettarci che sarà anche pessimo, ma abbiamo bisogno di lui.
27 agosto
Un’ora e mezza di motoscafo con mare relativamente calmo e in maniera assolutamente indolore siamo sbarcati e saliti sulla macchina di Zacca. Volevamo avvicinarci il più possibile a Tana e le 10 ore di auto sono state infinite. Abbiamo raggiunto Moramanga che è a circa 150 km dalla capitale (150 km che si percorreranno in non meno di 3 ore: la strada è piena di curve ed è battuta dai camion).
E’ davvero la mia ultima notte qui e giochiamo anche le ultime partite a scala 40. A proposito, ormai è ufficiale: ho vinto io, e di misura anche! I miei soci, però, con la scusa che parto prima, sostengono che è come se mi ritirassi. Che stronzi! Non sanno perdere!
28 agosto
Le ore di macchina di oggi le ho trascorse in religioso silenzio a fare un ripasso della vacanza. E’ stato un bel viaggio, faticoso per certi aspetti, ma pieno di emozioni. Alcuni panorami del Madagascar sono tra le cose che più mi sono rimaste impresse; speriamo che le foto rendano giustizia (non tanto le mie che sono negata, quanto il reportage che hanno fatto Eleonora e Marco con una macchina e una capacità di una spanna al di sopra delle mie).
Spero anche di essere capace di raccontare intensamente agli amici quel che abbiamo fatto e quel che abbiamo visto in questo mese.
Di sicuro sarà una meta che consiglierò.
Per non farmi mancar niente l’ultima avventura l’ho avuta in aeroporto: la mia prenotazione non risultava e ho rischiato di rimanere a terra.
In questo momento sono sull’aereo; il signore di fianco a me russa già da un paio d’ore; io, nonostante sia notte fonda, sono sveglia come un grillo, ma adesso insieme al quaderno provo anche a chiudere gli occhi.

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