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6 luglio
Beh tutto sommato la giornata è stata faticosa. Primo: il risveglio per andare a fare 'st'ultimo esame... va', un ultimo piccolo sforzo. Che tra l'altro avevo piú paura di quanto poi non sia stato. In un certo senso avevo anche meno paura che gli studenti autoctoni. L'esame duró dalle 9 alle 14.30 e fu un autentico pacco, a livello di numero di formule da usare. In un esercizio addirittura erano richieste le formule delle resistenze delle sezioni della normativa, cosa che non mi aspettavo, tuttavia me le ricordavo (o almeno credo). Comunque sia andato, adesso me da igual: fino a dopo la metá di agosto non penserò all'universitá. Veramente una bella sensazione quella di terminare gli esami di un anno. Chi lo fa, lo sa. In seguito sono uscito con Jochen e Sebastian per parlottare e salutarci definitivamente. Giá perché adesso chissá dove ci incontreremo. Cari amici! Che alla fine mi hanno capito, lo so. Possibilmente oggi proveró l'aquilone che Jochen mi regaló venerdí prima che mi devastassi il cervello mescolando alcolici. Sidra mal scazzata (sarebbe "escanciada"...), sangría, birra, cointreau, whiskey, licor café. Che pacco, sabato ho dovuto iniziare a studiare alle otto di sera perché durante tutto il giorno ero in giro tonto. Ma torniamo a oggi. Due ore e poco piú: il tempo per tornare a casa, in Estrecha de San Andrés, magiare alcuni avanzi, lavarmi per il sudore dell'esame, sistemare le ultime pattumiere dell'appartamento, portare da basso tutti i bagagli e tornare su per lasciare le chiavi dentro il cassetto all'ingresso. Non so come spiegarmelo, ma ho due borse grandi di roba in piú rispetto a quando venni quí a settembre. In realtá so spiegarmelo ma non voglio. Fu davvero faticoso portare tutto fino alla stazione degli autobus, con i mezzi pubblici.
_La chitarra, la cui custodia involucra anche due aquiloni. _La valigia, con piú libri e appunti che vestiti. _Una borsa di vestiti e altro. _Uno zaino col dizionario e materiale elettronico sfuso, ciddí, scartoffie. _Una borsa con tutto il resto, alla rinfusa. Forza borsa!
Ebbi venti minuti morti, e dieci minuti di ritardo della corriera. Poi 4 ore e mezza in corriera, peccato che mi accorsi alla fine che si potevano mangiare noccioline gratis. Il viaggio fu segnato dalla pioggia battente. A Gijón arrivai verso le 21.30, parlando al telefono. Vi sfido tutti a dire "Gijón"! La Spagna... Viva la Spagna. Dopodiché trovare l'appartamento, e fu questione di taxi, dopo un'attesa inutile di mezz'ora per autobus che non passavano giá piú. Come l'aria di una fase che si chiude e un'altra che si apre... tutto inizia, e nel cervello un anno nella Coruña palpita di maledetto!
Ieri l'evento saliente della mattinata di tirocinio è stato un giretto in macchina col capo. Verso le 10.30, dopo 2 ore di inattivitá (mia), Miguel mi portó a vedere tutto il porto. Prima tappa: Campa Torres, un'altura nei pressi del Cabo de Torres, a ovest della cittá, dove si gode di una vista perfetta su tutte le strutture del Porto del Musel. Egli mi disse che avrebbe voluto usare il materiale del Capo per costruire la nuova diga foranea... [La diga foranea è una struttura lineare che ripara un porto dall'azione delle onde.] Per fortuna Campa Torres é stata abitata fin dai tempi che furono, e gli archeologi vi hanno trovato resti celti e romani, e quindi la zona é sotto protezione e non si puó asportare materiale a iosa! Vi si trova anche un faro carino. Dietro l'angolo si puó apprezzare una zona di intensive attivitá industriali: credo che siano riunite tre delle principali fonti di contaminazione della storia dell'uomo: una centrale termoelettrica (a carbone), una cementeria e un'acciaieria, che é la piú grande di Spagna. Bene bene bene, praticamente il porto di Gijón é, anche grazie alla presenza di queste attivitá, il principale porto di transito di merci sfuse come carbone e minerale di ferro. E tutti i moli, le gru, le darsene che giá esistono non bastano, secondo i piani strategici di sviluppo, e con i lavori che sono in esecuzione si pensa di quasi raddoppiare le superfici disponibili nel porto, e aumentare la capacitá di carico-scarico con nuove gru, nuovi impianti, e soprattutto una immersione maggiore per navi da duecentocinquantamila tonnellate in su. Sono dimensioni brutali. Il giro di visita proseguí nella zona industriale, dove nastri trasportatori che attraversano la Campa (l'altura) stessa trasportano i materiali da e verso il porto. Altri mezzi con cui si trasportano le merci in questi paraggi sono i camion e due linee ferroviarie, una con lo scartamento (distanza tra i binari) spagnolo (circa 1,6 m), e una con lo scrtamento ridotto, che non ho capito quanto misuri, ma è minore di quello italiano, 1,435 m. Lo scartamento ridotto permette curve piú strette ma velocitá minori. Successivamente Miguel mi mostró tutte le parti del porto vero e proprio, che adesso è in fase un po' confusionale per via dell'ampliamento, e quindi si stanno rimescolando le carte. Per esempio sono stati messi in funzione degli impianti di costruzione di blocchi di calcestruzzo quasi cubici in una serie di dimensioni che vanno dalle 10 tonnellate alle 200, che cioé sono alti sui tre metri... eppure il mare riesce a spostarli e a danneggiarli, perché per esempio quest'inverno li avevano impilati in 2 file per proteggere la via d'accesso al cantiere, peró le onde una notte ne avevano rovesciati alcuni. Inoltre c'é un impianto di costruzione di cassoni di calcestruzzo armato che misurano 50 x 34 x 34 metri e sono galleggianti perché vuoti, cosí si possono trasportare comodamente fino a dove devono essere ubicati come base per il molo nuovo, dopodiché si riempiono di materiali dragati nei bassifondi (oddio, credo che scavino anche i frutti di mare...) cosí si stabilizzano. È tipo la prima volta che si usa questa tecnica in un mare burrascoso come il Cantabrico. Tant'è. Da un lato sono esterrefatto dall'impatto che queste attivitá hanno sul territorio e sull'ambiente. Dall'altro io da piccolo volevo avere un porto cosí di LEGO, e mi stimola il fatto di controllare tutto quello che succede, cioè mentre passiamo in macchina sotto un carro ponte di 45 metri che potrebbe scaricare un bastimentoo, dall'altro lato passa un camion con 3 blocchi di calcestruzzo di 145 tonnellate, e un locomotore a scartamento ridotto sta rimorchiando vagoni vuoti verso dove delle ruspe li caricano con montagne di carbone. E c'è una gru bianca che posiziona i blocchi da 200 sulle pendici inclinate della diga. Di gru come questa ce ne sono solo altre 2 al mondo, e possono collocare a 90 metri di distanza un blocchi di 145 tonnellate. Queste cose da lontano sembrano ordinari pezzi d'acciaio e tutte cose, ma vederli da sotto, all'opera, e vedere il mare che é ancora piú forte, è una bella differenza. Alle 3 e mezza ero giá a casa e mi preparai quindi un panino per pranzare in spiaggia. La spiaggia era inantevole, piena piena di gente, e soleggiata, e tanto vicino a casa! Lí mi feci una siesta di un'oretta e mezza, dopodiché andai passegiando fino in centro. Una cittá di mare, definitivamente, tuttavia nelle cittá di mare italiane l'odore è diverso. Non ho sentito il loro stesso odore né a Malaga, né a Barcellona, né a La Coruña. E sento La Coruña ancora tanto vicina! Cosí intensamente vissuta e mia per qualche mese, ci sono rimasto affezionato davvero... ho in mente precisamente calle La Galera e proseguo mentalmente per Los Olmos e La Estrella... alla taperia del Navarro e al Rincón de Eli, al brusco angolo dietro le "fondazioni" e poi Santa catalina... ahi ahi... e mi vedo in giro con la macchina fotografica per agguantare un ulteriore visione che sará sempre simile eppure io non la percepiró piú cosí. Ieri poi mi sono fatto fare la tessera per gli autobus, e sono lentamente tornato verso casa, passaggi e strade e giardini pieni di gente estiva d'ogni qualitá e genere, pullulando nelle bollicine del pomeriggio tardi.
Oggi sono arrivato al porto con un bus diverso, molto piú comodo. Devo dormire di piú e lo faró tra poco quando usciró dagli uffici. Ma l'uomo del giorno fu oggi l'uomo del ganguil, che è un tipo di barca che non so come si chiami in italiano. Ma partiamo dall'inizio, cioè da quando avevo ancora una faccia da sonno ma di quelle tremende. Ormai (cioè, ormai dico, come se fosse passato del tempo e potessi aver cambiato qualcosa o mi fossi reso conto di qualcosa) ormai alla mattina quando giungo all'autoritá portuaria voglio solo dare un'occhiata alla signorina che sta nella postazione dall'altro lato del corridoio, che ora posso udire parlare con qualcuno. Meno male che ci sono pochi uffici chiusi da pareti, cosí per almeno tredici secondi la posso vedere, dato che sta tra alcune scaffalature e una trave d'acciaio. Poi niente, mi han dato l'accesso alle profonde casse in cui si conserva la "Memoria" del progetto dell'ampliamento del porto. Mi sono messo a leggere qualcosa, ma non ho ancora avuto tempo di dare un'occhiata ai piani. Sia quel che sia, giunse Beatriz per condurmi fino alle "casette" dell'impresa di controllo della qualitá (cioé di quelli che supervisionano i cantieri). Mi sono messo a chiacchierare con sti tizi in pausa caffè (wow!) e poi uno di loro mi condusse fino al molo dove una gru cingolata stava caricando il "ganguil" Sato Baleares con dei blocchi di calcestruzzo, mediante una pinza con ganasce gialle e arrugginite, però prensili. Nel mentre, io salivo in barca. Una volta allineati 20 blocchi nello spazio dentro questa barca, salpammo. Un giro largo per aggirare le navi che dragano il fondo e mettono il materiale nei cassoni galleggianti di calcestruzzo armato. Questo largo giro potrebbe essere durato 25 minuti. Giunti all'altro lato della nuova diga (dique de Torres) ci siamo affiancati alla zona dove la gru piccola stava mettendo un blocco di 10 tonnellate a formare la striscia riparatoria dal mare. Tutto questo grazie al GPS o qualcosa di molto simile, che Paco il pilota stava controllando su un portatile sporco che stonava con la plancia dei comandi in olandese e il barcone tutto arrugginito. Purtroppo il periscopio non funzionava... ho sempre desiderato usare un periscopio. Quando la posizione era corretta, la nave su cui stavamo aprí la chiglia tutta per scaricare sul fondo 'sti blocchi di cui era carica. Alcuni blocchi bisogna metterli cosí perché la gru non può arrivare dappertutto col suo braccio, per esempio nelle zone piú profonde. Durante il viaggio di ritorno parlavo con Paco, gli domandavo cose sul suo lavoro, e lui sui miei studi, ed era stancamente contrariato per aver perso il cellulare, ma non era incazzato, perché se quí si perde qualcosa mentre ci si impappa di sidra non è un male. Cioè, è un male che nell'insieme non nuoce. E tra mezz'ora: spiaggetta!
9 luglio
Il mah-jong è un passatempo emozionante. Come tutti quelli che ho provato una sola volta nella mia altrettanto emozionante vita: il sudoku 2D, il modellismo 3D, il lavoro in nero, il collezionismo dei minerali (o di cristalli). I tempi della pallanuoto sono lontani. Eppure il mah-jong è capace di farti sentire sereno, e anche se giochi con l'opzione "tempo che scorre"; non dovresti correre alla tua età; con quei tacchi che ti metti tutti i giorni. Quest'oggi, fin'ora, è come un'opera plastica intitolata "niente [e alcune ricerche con Google] A volte addirittura mi metto le dita nel naso. Stanno tentando di emarginarmi, di piantarmi qui come si parcheggia una suppellettile decorativa, o un oggetto parlante senza gravità. In questo luminoso cantuccio (che per di più sto usurpando a tal Fernando, in vacanza chissà dove) ho passato queste prime quattro ore della veglia diurna senza far altro che comodi miei. Tra cui reperire informazioni sui sentieri dei Picos de Europa, leggere alcune notizie, dare un'occhiata al sito di Luttazzi, e tanti meravigliosi dialoghi con alcuni impiegati, o lavoratori, non so a cosa si dedicano. Il ragazzo serbo (di Ni) che è arrivato oggi per il tirocinio, l'hanno già mandato ad assistere (ironia della vita e della semantica) quelli dell'assistenza tecnica, ossia quelli che settimana scorsa mi hanno portato sul barcone coi blocchi di calcestruzzo. E io? Io insisto, dannazione! E dopo azzardate udienze negli uffici personali di J. e M., due capetti, forse, ho saputo che tra un quarto d'ora verranno a cercarmi quelli della "costructora" ovvero quelli "de donde lo de la ute"; ovvero "el contratista", e con loro sì che potrà; uscire da questo asettico benché cartaceo chiostro di menti fervide, e per lo meno ficcare il naso nell'atmosfera ventosa di una Gij rannuvolata e soleggiata e contaminata. Via! A respirare le polveri sottili e pesanti e macchiarmi la bella maglietta del Gremio con qualsiasi cosa. Qualsiasi cosa purché; mi sveglino. Ho anche indossato i gins per le norme di sicurezza, nel caso mi portassero in cantiere. Uno dei capetti mi chiese se avevo interesse per dei modelli numerici... come dire! Io rispondevo che no, che preferivo andare in cantiere, e lui faceva lo gnorri... allora l'ho ripetuto finché fosse chiaro. In un dialogo parallelo mi ha chiesto se avessi studiato qualcosa di ingegneria marittima. Beh, no. Adesso sono le 12.30 e dovrebbero essere venuti a cercarmi. Dall'altro lato degli scaffali sta A.. A. è da poco nonna. Ha un impiego da segretaria o cose affini qui all'autorità portuaria, e usa i suoi 25 minuti di pausa pranzo per uscire a volte a fumare. E' bruttissima. Il suo gruppo preferito sono i Judas Priest, e parla inglese, e l'unica ragione per cui si muove da qui, a parte i concerti, è la pallacanestro. E' una tipa reattiva e gioca a Mah-Jong nei tempi morti della sua giornata lavorativa. L'ho beccata! Ascolta una radio dove in due giorni consecutivi hanno trasmesso con mia gran meraviglia la stessa famosa canzone degli UB40. Quando A. si trova in fondo al corridoio per le sue faccende e il suo telefono suona, si sente scarpettare velocemente con le sue calzature col tacco finché nei pressi della scrivania spicca uno sprint e a momenti, ma spesso, inciampa, poi con un po' di fortuna e di ansia risponde al telefono. Venerdì non ne potevo più di lei. Ora sono le 12.37 e se non vengono a cercarmi entro alcuni minuti, mi ricrederà sull'onestà del popolo Spagnolo. Un signore sta canticchiando al di là degli scaffali, e un altro mi ha appena chiesto delle informazioni alludendo a dei documenti, e io ho risposto si a random. Ah, mentre stavo impaginando questa entrata del blog, l'uomo che canticchiava mi ha rivolto la parola. Si chiama G., e dall'interno della sua pelle abbronzata e ben curata, mi ha detto che tra poco me ne andrò via con lui. Non mi ricrederò allora, sulla buona fede del popolo Spagnolo; d'altro canto indossare la canottiera permette di ritardare la pezzatura della maglia nella zona ascellare. Da pochi mesi sto usando il deodorante. G. ha i capelli bianchi.
11 luglio
Ora la postazione che usurpo é quella di Isabel. Sono negli uffici "de donde los de la u.t.e.", cioé gente in camicia che sta al di qua del confine tra la progettazione e il cantiere. E tra alcuni disegni in CAD e una firmetta quá e lá, a volte vanno in cantiere ad effettuare delle misure, o anche a fare un giretto, se non piove. Tra dieci minuti al computer, tremila barzellette, la pausa caffé e le fotocopie, la mattinata gli vola via. L'uomo che siede all'angolo opposto di questo quartetto di scrivanie é Juan (sí, oggi ho deciso di scrivere i nomi per intero), é l'addetto a decidere che bandiera sventolerá l'indomani. Praticamente lui analizza i dati di moto onduoso e vento, fa una sorta di previsione meteo, e decide il livello della "scala di rischio" del giorno seguente, a cui corrisponde una bandiera colorata. Verde, Giallo, Rosso e Nero. Il tutto é un po' spannometrico. La bandiera nera mi fa paura, credo si esponga in caso di guerra aperta o tornado o crollo della galassia centrale. A mio fianco c'é Javier, ora sta mitragliando una porta-aerei con un simulatore di volo, diciamo che sta analizzando il traffico marittimo nel Cantabrico... Ci sono io, che sto cazzeggiando al computer dalle 9... C'é Alberto, che dice proverbi con Pepe e canticchia "pom pom po-po-po pom". Niente di nuovo. Il personaggio del giorno (di ieri) é la donna col sonar. Peró non c'entra niente con il porto. Vediamo.
Ieri pomeriggio sono stato un po' preso da un'affannosa ricerca di un paio di scarpe nuove per poter camminare in montagna (eh sí, los Picos de Europa si avvicinano!!!). Comprare scarpe o vestiti mi porta via preziose ore. 1) ricerca sulle pagine gialle di tutti i negozi di sport (non essendo della cittá, non ne conosco nessuno) e redazione di una raffinata lista. 2) lavare i piedi e mettere i calzini puliti, altrimenti, all'ora di provare le scarpe, la gente lacrima fino al reparto Victorinox. 3) nei primi negozi della lista do un'occhiata ai cappelli e ai costumi da bagno. Non si sa mai. Poi inizio a dirigermi guardingo, ma lentamente, verso le scarpe, e guardo i prezzi. Individuata la zona che fa per me, inizio a prendere in esame quelle tre paia che mi vanno a genio, e via. 4) Dopo il terzo negozio, invece, vado direttamente alle scarpe, che è meglio. 5) tappa finale: un grande magazzino. Se non riesco a trovare quí il miglior prezzo, scelgo un paio dei negozi precedenti. Ed è morta lí. Ieri mi trovavo giá al punto 4), e al grande magazzino ho comprato. Poi verso le 18.30 sono andato in spiaggia a leggere un bel librazzo sul terrorismo, quand'ecco che cosa vedo laggiú in fondo: la donna col Sonar. Beh forse si chiama metal detector, comunque é un aggeggio a forma di aspirapolvere che si passa sulla superficie del suolo e segnala la presenza di oggetti metallici (credo). E questa signora, tracagnotta e con il cappellino, ispezionava la spiaggia. A me l'idea non piace. In generale, se trovassi un oggetto metallico per strada, se fosse interessante potrei raccoglierlo, ma non è che lo cerco. Ma 'sta signora che cerca gli oggetti smarriti dei bagnanti mi sta antipatica. Cosa troverá? 3 euro? un ciondolo di bigiotteria? o forse un mistero ben piú sottile e grave serpeggia sotto gli ombrelloni di spiaggia San Lorenzo: un TESORO SEPOLTO (colpo do tamburo!) io quatto quatto nei prossimi giorni, sdraiato nella fina arena gialla, infileró segretamente le dita dei piedi a ispezionare il sottosuolo... comunque non è l'unica che lo fa (da brivido), nei giorni passati c'era un altro concorrente dotato di sonar. Peró ieri ho avuto il coraggio di fotografarla (con mega zum 16x).
ci sono 3 foto della donna con il sonar e una foto cosí cosí di alcuni ombrelloni colorati
ciao! Simone
14 luglio Alle 6.30, repentinamente, uscii di casa. Il cielo era sporcamente blu, la cittá è spenta. Molti giovani stavano camminando barzotti verso casa ovvero verso la stazione, dopo la notte passata in giro a fare bisboccia: chi fumando una sigaretta, chi reggendo in mano l'ultimo bicchiere di "ron con qualcosa", chi ridacchiando, chi spiegando cose strane ai soci. Sembrava che si innescasse la miccia di una giornata di sole. Sembrava. Le previsioni avevano dato bel tempo (grossomodo), e in Spagna avrebbe dovuto giungere dall'Africa una "bolla di calore" allucinante. Comunque, alle 7.15 salii sull'autobus per Santander. Il sogno di andare sui Picos de Europa (al confine tra Asturias, Cantábria e Castilla y León) è rimandato, perchè TUTTI mi hanno sconsigliato vivamente di andarci da solo, quindi mi organizzaró meglio prossimamente. Sul pullman la hostess mi svegliò dalla mia oretta di sonno, chiedendomi se volevo delle caramelle e/o degli auricolari. Bah. Svegliandomi, mi trovai attorniato da un paesaggio strepitoso: a sinistra, qualche centinaia di metri di prati ondulati, bestie varie al pascolo, poi il mare, costa rocciosa e alcune cale. A destra, montagna (cordillera cantabrica), tra cui l'agognato massiccio (uno dei tre) dei Picos de Europa, nettamente grigio. Successivamente, la strada saliva un poco di quota. L'umiditá dell'alba si alzò. Non ho idea se delle chiazze bianche sul pendio di destra potessero essere di neve (pendio orientato a nord). Foschia e nubi basse. Cielo non piú blu, bensí bianco. Potevo consolarmi ripetutamente pensando che ero a bordo di un bus di classe "supra" (era l'unica possibilitá per arrivare a Santander prima di mezzogiorno) e per comprare il biglietto mi dovetti svenare. Quí si direbbe che mi costó un "huevo". La hostess mi portó un sandwich e qualcosa da bere. [Mi sembra di scrivere letterariamente: "... e gli fu servito da bere..." della serie... impersonalmente.] Altra cosa che mi fu consegnata: un simpatico omaggio della compagnia di trasporti: (doppi due punti):: credevo che fosse una pipa d'acciaio, o in martelletto menomato. La definizione che invece si leggeva sul lato oscuro della scatola era "apaga-velas", spegni-candele. Mi pento di averlo lasciato - ingrato - nella tasca del sedile davanti a me, invece non contrabbandarlo in Italia e copiare il brevetto e venderlo a qualche holding di sacrestani.
Santander mi accoglie coi suoi bei 20 gradi. Le signore dicono quanto è bello il fresco del mattino (ore 10.00). Il cielo continua ad essere biancastro. Poco estivo. Cammino per le vie. Le spiagge sono piú avanti nella baia, e nel pomeriggio. La luce diafana, pungente e nouosa, vela tutto. L'altro lato della baia non si vede. C'è un concorso di pittura, con artisti che lavorano in tutto il centro. Brillantissima è la possibilitá di prendere in prestito biciclette gratuitamente negli uffici con la "i".
Non pedalavo da dicembre, e la sensazione del moto meccanico a forza di gambe mi mise una certa eccitazione. Ha il giusto gioco, è grintoso, ero sorridente e canterino. Via, sui marciapiedi, contromano, tutte cose. Pranzo in spiggia (una delle n spiagge di Santander). Faceva caldo, l'atmosfera era umida, c'era una bella arietta, tuttavia non si individuava la sfera solare. Dopo il bagno, mi alimentai con foga. Proseguii per la strada lungo la costa fino a un parco con un "luogo reale", che è come una residenza principesca, e piú avanti (oltre spiagge e spiagge) su dei promontori frastagliati dove si godeva con sommo piacere del vento forte e fresco e cosí marino, della vertigine di guardar giú verso il precipizio di scogli e flutti. La vista della cittá era offuscata (come di consueto). Bella, l'idea della bici! Al ritorno nel centro notai un fastidioso odore di smog. Finii le mie poche ore a Santander in solitario sonnecchiando e leggendo in spiaggia. Poi ultimo bagno e pullmann, per tornare a Gijón, casa base, prima tana. Da notare la presenza a bordo del pullmann di molte (7) tipe munite di litri di alcolici. Credo che andassero a Gijón per la notte, per le feste della Semana Negra. Non gli prestai attenzione.
ciao a tutti! barcaioli e addetti alle operazioni portuarie ordinarie e non! settima fase
15 luglio Stamane bus alle 9. Il sole è sorto. Alla stazione degli autobus si ripete la scena: gente che torna a casa dopo la notte passata a Gijón. La mia tenuta è un po' fuori luogo, da scarpinatore. Temo di essere notato. Il prezzo del bus mi fa prevedere un breve tragitto, che tuttavia dura sui 40 minuti. Arrivo a Luanco, qualche chilometro lungo la costa a ovest di Gijón. Nelle aiuole attorno alla stazione degli autobus c'è gente stravaccata al suolo, dormiente. Alcuni hanno avoto anche il tatto di togliersi le scarpe. Per strada qualche persona sulla terza etá fa una passeggiata mattutina. In spiaggia, una bella spiaggia, c'è chi dorme e chi si fa un bagno (fino alla cintola) intonando cori mascolini. Nel bel mentre, alcuni netturbini ammucchiano i rifiuti (bicchieri, lattine, bottiglie...) della spiaggia in decine di sacchi neri e capienti; puliscono le rampe di accesso all'arenile con getti d'acqua che originano rigagnoli in cui sciamano mozziconi. Il sole si alza, poche nuvole macchiano il cielo suppergiú limpido. La mia destinazione ha/è un nome: Cabo Peñas. Non so se è uno di quei promontori che posso vedere da quí. Mi incammino; dopo un chilometro e mezzo inizio a fare l'autostop, attivitá che dura abbastanza, finché Ignacio mi "prende su" e mi porta a fare un giro panoramico, descrivendomi la zona. Mi accompagna fino a Bañugues, dove dovrebbe iniziare un sentiero, segnalato anche nel mio libretto dell'ufficio con la "i". Il sentiero è un roveto [foto], colpito da un "terrore vegetale" di verzura, spine, ortiche, zizzania, cicuta, e gramigna e cardi e carciofi e molte cose velenose. Dopo trenta metri mi rendo conto che passare per di quí è logorante (nel senso materiale del termine), è impossibile proseguire incolume, e torno sulla strada. Sulla pelle dei miei arti noto i graffi delle spine e il principio di una reazione allergica pruriginosa. Dannazione. Cammino dunque per la strada asfaltata, fermandomi spesso per guardare il paesaggio e fare foto, tra caseggiati di gente dedita all'agricoltura o all'allevamento (poche bestie e pochi ettari ciascuno, sembra), prati e campi di (¿) maggese fino ai dirupi e alle scogliere. Il cielo s'ingrigisce. Grave è il mio errore di "tagliare" per i campi, ed è lí che calpesto il letame (celato da un subdolo strato di fieno) e vengo rincorso da un cagnaccio. Alla fine raggiungo il faro del capo. Molta gente vi si reca, per un giretto domenicale o un giretto turistico. Ammiro con gioia un'altra volta i flutti e mi lascio investire dal vento, mentre il cielo giá minaccia pioggia. Respiro forte e cerco i cetacei, che un cartello afferma si possano vedere, ma niente. Pranzo seduto su delle rocce con qualcosa di ideale: pane, formaggio, chorizo iberico (un insaccato), kiwi e datteri. E un pomodoro. Inizia a piovere, mestamente mi guardo attorno e trovo la forza. K-way e via, sotto l'acqua. Non piove neanche poco, eh? ne bastava la metá. Ma i pensieri viaggiano intensi e il cammino non mi si fa pesante, anzi, sento me stesso dentro le mie membra, ed è bene. Il vento puó asciugarmi quando smette di piovere. Autobus per Gijón, dove un'altra pioggia mi ri-bagna e a casa mi faccio un sincero tè.
wowwwww!
29 luglio
ciao a tutti i barcaioli!!! Settimana scorsa sono stato a una "gola", il Desfiladero de las Xanas, uno spazio tra i monti al sud di Oviedo, scavato da un torrente che quasi non si vede giú di sotto tra gli alberi. Uno spazio molto verdeggiante, dove in passato si tentó di costruire una strada carrozzabile che corre a media altezza del pendio, che tuttavia rimase una "pista" di roccia. Las Xanas sono degli esseri fatati, tipo delle ninfe dei boschi, di bassa statura, viso di struggente bellezza e lunghi capelli biondi, che allevano i loso strani pargoli tra gli alberi. Di loro: nessuna traccia. In circa tre quarti d'ora si sale, dalla strada provinciale poco prima di Villanueva, nel comune di Santo Adriano. Fin lí tutto regolare, con doppio autobus di media mattina da Gijón a Oviedo a lí. La salita non richiede sforzi, saranno due chilometri, e si sta bene nel fresco di un'estate in montagna senza sole. Tranquillamente, solo come al solito, arrivo al villaggio di Pedroveya, dove sono subito attratto da un ristorante rurale che dispone i tavoli negli stretti spazi tra le casette e sotto un horreo, che è un semplice magazzino sopraelevato di legno e tegole che tradizionalmente si utilizza per conservare alcune vivande. Anche in Galizia ce n'erano, e ce ne sono, peró erano di pietra. Colto da un languore fondamentale, m'informo sul menú e tutte cose. Brivido. La gente beve allegramente sidra e mangia delle carni. Vorrei farlo anch'io, ma da un lato il prezzo (che non era caro, ma un menú completo veniva piú di quanto avevo con me) e considerando che avevo il mio solito pane e formaggio e cioccolato e frutta nello zaino, optai per allontanarmi presto da quel covo di assidui mangiatori. Salii un altro bel pezzo per una strada di cemento, ripida... e poi riscesi e mangiai seduto su una panchina. Giá nel pomeriggio, sul presto, tornai giú per lo stesso Desfiladero e con l'autostop trovai giustamente due ragazzi che andavano diretti a Gijón. Puta suerte! Ci bevemmo una sidra insieme. Invece ieri sono stato finalmente a los Picos de Europa. Non si sa bene perché si chiamino cosí, certo è che il nome ha esercitato una certa attrazione su di me. Forse ciascuno di noi ha dentro di se un panorama al rovescio su cui possono combaciare certe montagne. E allora queste cose sono da scoprire. O forse uno plasma il suo panorama interiore imprimendovi la forma delle montagne che puó abbracciare. Per le genti indigene è sufficiente chiamarli "los Picos". Il piú presto possibile con cui i mezzi pubblici potessero condurmi a las Arenas (de Cabrales), zona da da cui volevo partire, è stata la una. Bene: da un lato ho potuto svegliarmi sul tardi. Dopo una settimana di bel tempo quasi fisso, qualcosa di miracoloso e credo mai sperimentato quí negli ultimi mesi, il sabato mattina sembrava quasi dar corda ai teorici del fine settimana nuvoloso. A las Arenas dovetti attendere mezz'ora un altro autobus per Poncebos, sette chilometri verso los Picos. Ore 14: le nuvole spariscono, inizia la marcia, 220 metri slm. La prima salita mi ha portato a Bulnes, in un'ora scarsa. Bulnes è un villaggio dove non arrivano le strade, peró sí che arriva una funicolare (nuova) e sono attivi alloggi turistici, due o tre bar-ristoranti, e pastori. Io mi fermo a mangiare qualcosa che mi sono portato. Faceva caldo e i tafani iniziavano a molestare, io ero abbastanza sudato, e il formaggio e il cioccolato erano sono fatti molli nello zaino. Il libro sulla guerra civile spagnola era un peso inutile. Mi sono rifornito d'acqua e alle tre e venti mi sono rimesso in cammino, consultando la mappa. Questa parte della salita consiste nel seguire il letto di un torrente in secca, il rio Balcosín, quindi pietroni, sassi e poca erba. Incontravo solo gente che stava scendendo. Faceva caldissimo. A volte era possibile intravedere la cima del pico Urriello. Alla "garganta", dopo 40 minuti, mi riposo mentre una compagnia di camminatori ha dei problemi per scendere un passaggio in cui bisogna semi-arrampicarsi. Nelle vasche del ruscello mi rinfresco la cabeza. Inizia allora la parte piú sega-gambe dell'escursione: dopo la "garganta" che chiude il Sedu Balcosín, c'é una spianata che si chiama Jou Baju, a 1050 mslm. Inizia un altro passaggio, il canale del Camburero. Bisogna continuare lungo il letto del ruscello, che dalla direzione nord-sud piega a ovest, e si fa molto ripido. A volte si è sviati in tratti di prato o sentiero o chiaione. Sotto il sole del pomeriggio è ammazzevole, comincio a provare fatica e le gambe si fanno sempre piú rigide. Le scarpe (quelle nuove, comprate qualche settimana fa! n.d.r. ;-)) reggono bene, e non è vero che sono imprescindibili gli scarponcini da montagna. Sempre gente che scende, e ogni 40 metri mi fermo per bere. Il canale del Camburero termina ai 1300 metri con la omonima Majada, da cui si riprende a camminare verso sud. sono le cinque meno venti. Vedo da lontano un ometto che sta salendo e lo raggiungo. Si vede bene il pico de Urriello, tra un po' di foschia, e c'é un po' di prato. Le gambe sono giá di legno. Scelgo di proseguire lungo un vallone largo, camminando su pietre e tratti di sentiero, a volte in piano a volte ripido, lasciandomi alle spalle il compagno che dice di andar lento per via del suo zainone. Proseguo finché mi perdo, piú o meno, cioé mi trovo quasi al fondo di questo vallone e proseguire verso Urrielo sembra impossibile. Salgo a destra inerpicandomi tra l'erba e trovo (con gioia) un sentiero ben definito che viene da alcuni ghiaioni piú indietro. Sulla destra insomma ho una parete ampia e larga, mentre quasi di fronte c'é tutto il pico Urriello, quasi fallico. Quest'ultima parte la faccio abbastanza lento nonostante sia facile... sono giá esaurito. Comunque alle sei meno dieci raggiungo la Vega de Urriello (+ rifugio) a 1960 metri. Cáspita, considerando che Poncebos era a 220 metri, mi sono fatto piú di 1700 metri di dislivello dalle 2 alle 6, da cui bisogna sottrarre mezz'ora di pranzo. Distanza orizzontale: 9 chilometri. Il pico Urriello (Picu Urriellu in Asturiano) chiamato anche Naranjo (Naranco) de Bulnes per il suo colore, riluce fulgido nella luce che viene da di lá dei monti e spacca il cielo e regna sulle valli di Bulnes. Dirimpetto, altri monti si stringono tra loro coi gomiti per trattenere la luce e la foschia. Una mezz'ora di riposo mi serve per mangiar altro pane e cioccolato e lavarmi e biscottarmi al sole de la tarde. Chiedo in giro quale sia la strada piú breve per raggiungere un centro abitato. Mh, mi sa che il pullman delle 7 e mezza non lo riusciró a beccare. Peccato che sia l'ultimo. Raccatto le mie cose e discendo per lo stesso tragitto, eccetto nella parte alta dove seguo la pista nel ghiaione e non sto nel fondo del vallone. Giá l'ombra cala su tutta questa parte, dandomi un po' di sollievo. Nuovamente solo, odo voci lontane nel versante opposto della valle, gente che va verso Pandebano. Tutto sommato la discesa non richiede molto tempo, scendo abbastanza sciolto. Dall'alto vedi che nel canale del Camburero stava arrivando la nebbia. Sperai che non mi creasse problemi. Anzi, forse mi fu d'aiuto per celare il mio arrivo a un camoscio che stava tra le pietre del torrentello. Mi resi conto della presenza di qualcosa nel sentiero per il rumore delle pietre, ma la prima cosa che mi venne in mente era che ci fossero altre persone in discesa. Invece no, vedo 'sta bestiola risalire coi suoi bravi zoccoli verso la mia destra, verso la "Majada", e fermarsi lí nell'attesa di una mia foto, starnutendo. Beh, io ci provai, ma le batterie scariche (¡dannazione!) mi concessero una sola istantanea... dopodiché tra i miei disperati tentativi, il camoscio (o forse camoscia, visto il suo manto uniforme) restava fermo a controllarmi, senza allarmarsi. Rimanemmo cosí, a trenta metri, esso in alto e io in basso, per qualche minuto, poi se ne andó, e io pure. La discesa fu breve e con scioltezza arrivai a Bulnes. Poi verso Poncebos mi ricordavo un tragitto piú corto e invece non ne potevo piú. La sera era chiara, anche se arrivarono alcune nuvole. Verso le 9 ero a Poncebos, dove una famigluola mi accompagnó col fuoristrada fino a las Arenas. Ivi persi del tempo a fare l'autostop, e due ragazze impietosite mi accompagnarono per una mezz'ora fino a Cangas de Onís. Poi un tipo di Bruxelles mi accompagnño fino a Arriondas. Io puzzavo davvero, ed ero in giro in ciabatte perché non ci stavo piú dentro. Ad Arriondas mi misi direttamente a fare l'autostop sulla superstrada, e dopo neanche un minuto due tipi mi hanno raccattato per portarmi dritto dritto a Gijón, arrivo alle undici e mezza. Puta suerte.
 12 agosto
olá barcaiolipuff scusatemi per il lungo silenzio... ora sono a Guimarães, nel nord del Portogallo... il tirocinio a Gijón terminò martedí scorso, e la stessa notte viaggiai in bus per Porto (via Salamanca)... arrivai a Porto alle 7 (ah no, c'é il fuso orario... alle 6... del mattino...), e per tutta la mattina ho camminato per la cittá. Che bello il fiume Douro nelle prime luci del giorno... le cantine del Vino... i ponti d'acciaio, le salite... poi verso le 11 mi trovai con un'amica in stazione per andare insieme a casa sua un poco piú a sud, a Espinho, cittá turistica di mare. Sono stato alcuni giorni con lei e dei suoi amici, e a parte Porto ho visitato S.ta Maria da Feira, una cittadina antica con una fiera medievale molto bella e grande e ricca. Stamattina sono partito da Espinho e ho fatto tappa a porto... dove nell'attesa del treno mi sono messo a suonare la chitarra per strada e una signora voleva anche darmi dei soldi, ma non trovava il posto per metterli allora si é voltata ed é scappata. Insomma, sono arrivato qui e ho trovato un ostello della gioventú economico... domani sul presto mi sposteró a Viana do Castelo, mentre il giorno seguente forse saró a Vigo, in Galizia, Spagna. Guimarães piú che altro é importante storicamente perché fu come la prima sede del "re" del feudo Portogallo, o una cosa cosímanderó foto... il Portogallo mi piace molto, il portoghese si puó improvvisare, la gente é affabile e naturale... per quello che ho visto io, il nord é abbastanza verde. a presto....
21 agosto
ciao a tutti! come previsto dopo Guimaraes (prima capitale storica del regno del Portogallo), sono stato a Viana do Castelo, sulla costa e abbastanza vicino al confine con la Spagna. La cittadina in sè era piccola e il centro carino ma niente di che. Attrazione principale: uno spiaggione al di là del fiume con vento molto vento e tutta la gente che faceva windsurf e kite surf... una figata! inoltre è il posto dove ho trovato l'acqua più fredda di sempre, nel mare. Questo era... vediamo, lunedì scorso non ieri. Poi il martedì tornai in Galizia, e il ritorno fu dolce, mi diressi direttamente a Vigo dove stetti ospite per tre notti a casa del mio ex-coinquilino della Coruña. Vigo è la città più grande della Galizia, non lo sapevo, non ha niente di carino architettonicamente o artisticamente. I primi due giorni sono stati piovosi, però il terzo giorno ho approfittato di un certo bel tempo e sono andato alle isole Cies, strabelle, una riserva naturale. sono tre isole rocciose e con alcune spiagge, alture, buono, giusto che siano riserva naturale ma vidi contraddizione tra questo e lo sfruttamento turistico effettivo. bene. Venerdì mattina me ne sono andato alla Coruña a prendere solo gli ultimi documenti dell'erasmus e poi nel pomeriggio una paliza di autobus fino a Salamanca. Città che definirei storica, di cui mi piacque il colore della roccia con cui hanno costruito <tutto>, un ocra dorato tipo. Bom, sono stato lì tre notti, e a differenza degli ostelli in portogallo, l'ostello di salamanca era un po' brutto ma almeno c'era tanta gente e ho avuto della vita sociale. e invece niente, ieri pomeriggio ho preso il volo Valladolid-Bergamo (dopo i dovuti travasi per rispettare i sigh nuovi limiti di peso di ryanair) e approssimando per eccesso sono tornato a una piovosa Bergamo... vedewre l'Italia e la Lombardia dall'aereo, dopo mesi, riconoscere lecco e tutte cose... che bello, che emozione, mi venivano in mente poesie e tanta passione. ora sono a casa a sistemare... alla prossima, chissà quando e doveSimone
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