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13 luglio 2007
Siamo arrivati a Tashkent all`una e mezza di notte del 12 luglio. Le pratiche doganali sono state estenuanti. Mentre attendevamo i bagagli abbiamo fatto amicizia con un turco che lavora all`ONU nel controllo dei traffici di droga e criminalita` in Asia centrale. Il ragazzo e` molto simpatico e spero di riuscire a berci una birra assieme una sera di queste. Siamo andati a dormire verso le 3 per svegliarci il giorno successivo alle 9.00 e iniziare l`esplorazione della citta`. Il primo giorno a Tashkent e` stato funestato dalla necessita` di cambiare i soldi che ci siamo portati da casa nella valuta locale CYM (ma si legge SUM). Dopo ben tre uffici di cambio in cui il denaro era esaurito abbiamo trovato un buco 2X3 con una ventina di persone in fila (senza aria condizionata) dove abbiamo fatto quasi due ore di coda per cambiare i dollari. La cosa piu` inquitante e` che tutte le persone in fila erano uzbeki che cambiavano i dollari in valuta locale. Ma perche` lo fanno? Da dove vengono tutti quei dollari? Interrogativi che rimarranno senza risposta, dato che pur avendo fatto amicizia con chi era in fila non abbiamo osato chiedere il perche` di questo strano fenomeno. Nel pomeriggio abbiamo visitato la citta` vecchia, dove puo` capitare di sbirciare un bellissimo giardino interno di qualche casa e ritrovarsi invitati per una tazza di te` e un po` di pane appena sfornato. Questa mattina prima di visitare la citta` nuova ci siamo fermati al Fondo Internazionale per il salvataggio del Lago di Aral. Avevamo notato l`insegna la sera prima passeggiando e ci aveva incuriosito, anche perche` domani mattina partiremo per la capitale del Karakalpakstan, dove si trova il lago di Aral. Siamo stati ricevuti da un funzionario che dopo averci chiesto i motivi del nostro interessamento per il famoso lago ci ha fatto accomodare in una sala riunioni con il suo capo e un interprete russo-inglese. Siamo rimasti per una buona mezz`ora in compagnia di queste gentilissime persone che ci hanno spiegato quali misure sono state intraprese per tentare di salvare il lago dal disastro ecologico al quale era condannato. A loro dire, oltre a una serie di iniziative per ricreare la fauna del lago e al microcredito introdotto per dare un futuro ai karakalpak che vivono nelle vicinanze, sono state anche rimosse tutte le navi spiaggiate e in alcune zone e` addirittura consigliata la balneazione. Per noi e` difficile crederci e da bravi San Tommaso dopodomani prenderemo un taxi per dirigerci verso quelle che un tempo erano le rive dell`Aral per vedere con i nostri occhi qual e` la situazione. L`incontro e` stato comunque magnifico, una strana via di mezzo tra rigidita` protocollare, informalita` e amicizia. Ci hanno lasciato solo dopo averci detto che un parlamentare italiano aveva appena visitato il lago e che nel Parlamento italiano c`e` una commissione di inchiesta sul problema. Stasera kepab e poi a letto presto che domani si parte per Nukus.
17 luglio 2007
Un volo di due ore e mezza con un Antonov a elica mi porta a Nukus, la brutta capitale della repubblica autonoma del Karaklpakstan, dove si trova il lago di Aral. La citta` e` enorme, ma sono solo case sparse per uno spazio gigantesco e disorganizzato sul quale picchia un sole incandescente. Il primo girono, nel quale sono ancora convalescente da un`indisposizione presa a Tashkent, riesco solo a recarmi al famoso museo di Arte moderna Savitski, dove si dice siano conservate opere uniche al mondo. Per quanto buona parte della raccolta non sia visibile al pubblico, quello che e` accessibile include alcune cose notevolissime che, pur non essendo del tutto autonome e originali, provoca e affascina il visitatore. I nomi sono del tutto sconosciuti al pubblico occidentale, dato che si tratta per la maggior parte di pittori invisi al regime sovietico che spesso hanno pagato con la vita per la propria arte, ma almeno un dipinto, intitolato `Capital`, e che sembra la jam session tra George Grosz e Hieronimous Bosch, non me lo dimentichero` per un pezzo. Il giorno successivo ho raggiunto con le mie compagne di viaggio, in taxi, il lago di Aral per verificare se la situazione fosse realmente cosi` rosea come quella che ci era stata presentata a Tashkent. Va detto che appena arrivati il lago, ora trasformato in deserto dalle dissennate politiche di coltivazione del cotone, non si rimane poi tanto impressionati: si vede solo sabbia da tutte le parti, costellata da piantine basse (che sono le uniche che riescono a crescere con tutto il sale che c`e`) e nient`altro. Poi appena si abbandona il taxi e ci si avvia nel deserto ci si rende conto della temperatura che e` normalmente attorno ai 40 gradi senza neanche il piu` piccolo spazio di ombra per tirare il fiato. In lontananza appaiono le navi `spiaggiate` completamente arrugginite. Camminare e` difficilissimo perche` si suda molto e si affonda nella sabbia bollente. Le prime navi che si avvistano sono tutto sommato piccoline, poi arrivano quelle grandi, dodici, quindici metri e anche piu`, completamente arrugginite affondate nella sabbia. La pelle tira, come per il sale dopo un bagno nel mare. Insomma, basta qualche minuto per iniziare a essere preoccupati. Chiglie e ponti delle navi sono corrose e piene di buchi e a salirci per le foto rituali c`e` da aver paura. Sono riuscito a disintegrare un paio di scarpe mettendo per errore il piede su di una area di sabbia apparentemente innocua che pero` nascondeva una pantano profondissimo di nafta e altre schifezze improponibili: mi e` spofondato il piede fino alla caviglia e mi sono immaginato come in un film horror in cui la vittima sacrificale di turno viene presa per le caviglie e trascinata sotto dai mostri! Nessun mostro, ma una macchia indelebile di sporco a ricordarmi l`incubo dell`Aral. Il giorno dopo, sempre in taxi si parte per Khiva, antico kanhato (feudo) arroccato nel deserto e circondato da meravigliose mura.
21 luglio
Questo breve post e` solo per raccontare la strada percorsa in taxi da Khiva a Buquara, altro khanato del deserto dell`Asia centrale.
Le due citta` sono separate da circa 500 chilometri di deserto. Ho fatto la strada su un`auto senza aria condizionata dalle 10 alle 16 dell`altro ieri. Chi non ha mai attraversato il deserto con un`auto non puo` capire.
Si alternano i finestrini chiusi/aperti, perche` a averli completamenti aperti entra troppa sabbia, mentre averli completamente chiusi porterebbe al decesso degli occupanti in breve tempo per ovvi motivi. La temperatura e` sempre sopra i 40 gradi e mentre si mastica la sabbia che entra in bocca si ascolta musica pop uzbeca a tutto volume.
Per circa 300 chilometri non si vede nessuna forma di vita (e noi a sognare l`autogrill...), la sabbia invade spesso e volentieri la carreggiata, carreggiata che da parte sua in alcuni punti scompare del tutto perche` non terminata!
Va da se` che qualsiasi velocita` eccedente gli 80 km l`ora e` pericolosissima. Il nostro autista non e` sceso quasi mai sotto i 120. Siamo arrivati a Buqara Sharif, Buqara la santa, citta` santa dell`Islam nel pomeriggio, sani e salvi, contro ogni pronostico, per cui per quel che ne so l`Uzbekistan potrebbe anche vincere la coppa d`Asia.
24 luglio
Marina, Alessandro, nuovo aggiornamento per voi. A domani, Ste. Eccomi finalmente nella citta` piu` santa dell`Asia Centrale. Qui a differenza di Khiva la gente vive e mi trovo in una citta` normale, con le sue attivita` (piu` o meno sonnelente) e i suoi scazzi. Il primo impatto con l`antica Buqara avviene con la bella vasca Lyabi-Hauz che si trova in pieno centro. Un tempo tutta la citta` era piena di piscine e vasche in cui la gente faceva il bagno, lavava gli animali e allevava serpenti e rane. Poi ci si chiede perche` era diffusissima la filaria della Medina e perche` Arminius Vambery passando da qui fingendosi derviscio nel 1861, beveva solo te`. Tra l`altro si potrebbe riflettere di come il Vambery fini`, dopo un`abbondante cena a base di crostacei, a dare l`ispirazione a Bram Stoker per la stesura di Dracula, ma questo ci porterebbe fuori strada. Nella citta` delle madrasse (ce ne sono a centinaia), e` molto piacevole passeggiare con calma gustandosi l`atmosfera. Il punto piu` affascinante della citta` e` costituito dalla piazza che comprende una madrassa, una moschea (quella che sta in copertina alla lonely planet dell`Asia Centrale per intenderci) e un minareto. Il minareto in questione e` molto alto, e risale all`XI secolo. Pare che a Gengis Khan, arrivato a Buqara, mentre stava dando l`ordine di distruggere tutto cadde il cappello. Quando si chino` a raccoglierlo vide l`immensita` del minareto e rimase tanto colpita da farlo lasciare cosi` com`era. Gli altri edifici (la madrassa e la moschea) sono splendidi e nella madrassa non e` permesso l`ingresso dei turisti, dato che si tratta di uno dei principali centri di rinascita dell`Islam in Asia. Da segnalare nella citta` anche la fonte di Giobbe, piccolo e raccolto mausoleo al limitare della citta`, dove si fermo` il famoso profeta biblico e che fece nascere una fontana con un colpo del proprio bastone. Per circa 0,50 Euro e` possibile bere dalla fontana in questione.
30 luglio
Dopo la piacevole permanenza a Buqara, parto per Samarcanda in treno. Ho salutato le ragazze che hanno viaggiato con me fino a questo momento, ora io mi separo da loro e poi anche loro si separeranno ulteriormente in due piccoli gruppi, uno di ritorno il 1 agosto, l'altro il 6 dopo la visita della valle di Fergana. Il viaggio in treno per Samarcanda è confortevole e non troppo lungo. I treni uzbechi a lunga percorrenza sono belli e moderni. Quello che stupisce è il numero spropositato e sproporzionato di persone che lavora sul treno. Per una serie di casualità (mamma con bebè di un mese appena, babuschka che chiedo lo scambio di posto, ecc...) mi fregano il posto a sedere. Quando un inserviente mi vede in piedi mi chiede il biglietto (che in mezz'ora di viaggio era già stato controllato una dozzina di volte) e inizia uno scazzo pauroso con la babuschka che, incazzatissima, non vuole mollare il posto. Dopo una lunga lotta la donna se ne va, io sono imbarazzatissimo, ma posso tornare a sedermi al mio posto. Il viaggio non è funestato da altri momenti spiacevoli, ma anzi allietato dalla distribuzione di biscotti (scrausissimi a dire il vero) e, verso le 10 del mattino, dal passaggio per consegnare té e zuppa di farro con ceci. Sono a pancia piena tutto intento a perdermi in "Imperium" di Kapuscinski quando vedo dal finestrino un palazzone enorme con la scritta Samarkand. Guardo l'orologio, sono le 11.00. Ma non dovevamo arrivare tra le le 12 e l'una? Panico, faccio appena in tempo a prendere le mie cose e precipitarmi sulla banchina che il treno riparte per Tashkent. Ce l'ho fatta, sono a Samarcanda! Con un taxi raggiungo il mio ostello, il consigliatissimo "Bahodir".
30 luglio
Vi chiederete il perchè del titolo di questo post, che tra l'altro è già il secondo su Samarcanda e non ho ancora iniziato a parlare della città. Non è questo il punto. Il punto è che sono arrivato all'albergo stra-consigliato dalla lonely planet. Il primo impatto è letteralmente tragico: mi propongono una stanza al pian terreno, praticamente nel cortile comune, senza la minima privacy. Mi fanno sedere nel cortile per prendere un té mentre si occupano di espletare le formalità burocratiche della registrazione, il miele è pieno di mosche morte e il figlio dei proprietari sta vomitando in cortile. Facce sconosciute vanno e vengono in continuazione e gruppi di capelloni sfaccendati cazzeggiano bevendo tè o birra sdraiati sui divanetti all'iraniana. Indeciso sul da farsi lascio le mie cose in ostello e vado al Registan, la principale piazza di Samarcanda, formata da tre madrasse che occupano tre lati della piazza lasciando il quarto libero al viaggiatore per osservare tanta magnificenza. La visita mi occupa quasi tutto il pomeriggio. Quando il sole si fa troppo alto nel cielo (qui la temperatura è comunque perfettamente sopportabile) mi fermo all'ombra di qualche albero e divento amico dei bazarì che mi raccontano delle loro vite mentre ci prendiamo un bicchiere d'acqua e fumiamo una sigaretta con calma. Pur essendo stato del tutto ricostruito, il Registan è una meraviglia che val la pena di vedere più volte in diversi momenti della giornata. Rientro all'ostello in serata e cenando lì, nella sala comune, per l'assurda cifra di un dollaro, mi rendo conto di come il posto sia qualcosa di incredibile. Conosco nell'arco di qualche minuto: un francese di origine russa il cui nonno era stato soldato nell'armata russa a Buqara, una coppia di amiche svizzere arrivate lì in furgone da Ginevra, con le quali ci scambiamo commenti sulla situazione degli squat e dei centri sociali dell'Europa del Sud, marito e moglie (sempre svizzeri) con una bambina di sette mesi che vivono a Bishkek e un anarchico giapponese. Insomma, vado a letto a mezzanotte dopo non so quante birre, parlando di tutto con tutti, scambiando opinioni, idee, suggerimenti per il viaggio e indirizzi di posta elettronica. Insomma il posto diventa la mia fortezza per i quattro giorni che passerò a Samarcanda. Inutile dire che lo consiglio a tutti quelli che si trovano a passare da quelle parti.
1° agostoGli amici mi chiedono di commentare e descrivere le bellezze di Samarcanda. E' un compito davvero improbo, intendo parlare di tante meraviglie senza annoiare. Samarcanda da sola, e non solo per le bellezze architettoniche, merita il viaggio fino in Uzbekistan. Non si tratta solo di spettacoli unici al mondo come il Registan o la Shah-i-Zindah, ma c'è una popolazione giovane, amichevole e ben disposta nei confronti nello spropositato numero di turisti che si trovano a passare di là. Il Registan, ovvero un quadrilatero nel quale tre lati sono composti di madrasse e il quarto è libero per permettere all'osservatore di bearsi di questa meraviglia. La prima madrassa costruita è quella di Ulug-Bek, nipote di Tamerlano e insigne astronomo che la fece decorare con delle stelle. Vi ricordo che per l'Islam sarebbe proibito rappresentare cose, persone e animali. Infatti, nella madrasse di fronte a Ulug-Beg sono rappresentati due leoni e due soli stranamente umanizzati! Insomma, oltre alla bellezza della qualità dei lavori, c'è anche l'unicità dei temi e dei disegni. Dopo Ulug-Beg il mio amico Jasur (conosciuto tramite sua sorella, che avevo incontrato gironzolando la sera precedente) mi porta a vedere la gigantesca moschea di Bibi-Khanum. Bibi-Khanum era la moglie preferita di Tamerlano (di origine cinese) che richiese personalmente la costruzione della più imponente moschea del mondo islamico. La moschea era talmente imponente da iniziare a cascare a pezzi appena conclusa la costruzione, ma la cosa più interessante è la leggenda che si racconta sulla costruzione. Si dice infatti che l'architetto chiese a Bibi-Khanum un bacio, in cambio della soluzione dei problemi che la costruzione poneva. La principessa acconsentì e il bacio dell'architetto fu così bruciante da lasciarle un segno indelebile sulla guancia. La principessa allora, per nascondere la cosa al marito, iniziò a usare il velo e così fecero tutte le donne musulmane al mondo. La storia finisce con il re che ritorna a casa e scopre il misfatto condannando la principessa a essere murata viva nella moschea. Alla prossima la leggenda del Re Vivente.Samarcanda (2) Il complesso di mausolei che risponde al nome di Shah-i-Zindeh è una delle altre meraviglie che Samarcanda regala ai suoi visitatori. L'insieme di costruzioni funerarie è ricchissimo, ci sono mausolei antichissimi che cascano completamente a pezzi, altri restaurati, altri ancora arrivati a noi in ottime condizioni. All'interno i fedeli pregano i diversi santi o martiri che riposano lì. Il luogo, come viene suggerito da una giuda turistica della città in mio possesso risalente al 1982, è un vero museo della ceramica a cielo aperto. Tra le tante tombe di personaggi importanti per la storia dell'Islam ce n'è uno al quale sono particolarmente legato per una serie di ragioni. Si tratta della tomba del Re Vivente, carissimo amico del Profeta che si stava occupando di diffondere l'Islam in Asia Centrale. Proprio quando si trovava vicino a Samarcanda, l'uomo è stato colto di sorpresa da alcuni eretici che l'hanno assissanto decapitandolo. Il sant'uomo, invece di morire, com'era lecito attendersi, ha raccolto la sua testa, se l'è presa sotto braccio e è saltato in un pozzo, restando lì, in attesa. Per rendere il blog più "leggero" nel prossimo post vi insegnerò come farvi invitare a un matrimonio tagico a Samarcanda.
Postille, 4 settembre
N. 1 Asia Centrale - una bibliografia
Come promesso, tanto per fare, come si dice a Milano, il grosso, ho preparato una serie di brevi recensioni dei libri che ho letto sull'argomento, nella speranza che sia di aiuto a chiunque capita qui.
Il sistema di votazione della recensione è quello classico delle stellette: da 1 (una schifezza) a 5 (una meraviglia).
- Sulla via dorata per Samarcanda di Umberto Cecchi (Vallecchi): * * *. Si tratta del libro che per primo mi ha risvegliato l'interesse per questo viaggio. Ben scritto e documentato, si svolge pochi anni fa.
- Vagabonda nel Turkestan di Ella Maillart (Edt): * * * *. Un estratto del noto libro della famosissima viaggiatrice ginevrina che ha raggiunto l'Asia centrale negli anni 30. La scrittura è un po' fredda, ma coglie degli eventi, luoghi e persone semplicemente irripetibili (anche per motivii storici).
- Buonanotte signor Lenin di Tiziano Terzani (Tea): * * * *. La sorpresa del lotto. Non mi aspettavo nulla e invece il viaggio di Terzani nel momento in cui l'impero sovietico si sta dissolvendo è magnifico. L'autore non è molto documentato, ma ovunque va contatta esponenti politici dell'opposizione e dà un bel quadro della situazione politica dei paesi dell'Asia Centrale in quegli anni.
- Il cuore perduto dell'Asia di Colin Thubron (Feltrinelli, ma ora lo sta ristampando qualcun altro): * * * * *. Il capolavoro assoluto! Thubron è preparato in maniera mostruosa, sa tutto e quel poco che non sa lo impara per strada. Viaggia nello stesso periodo di Terzani e non potrebbe essere più distante dal reporter italiano per sensibilità: qui l'accento è su storia e mito invece che sulla politica come in Terzani.
- Seta e veleni di Duilio Giammaria (Feltrinelli Traveller): *. Pessimo. L'autore è tragicamente impreparato e sembra che viaggi tra l'asia centrale e il caucaso in questi anni solo per cercare rogne. Da evitare.
- Un falso derviscio a Samarcanda di Arminius Vambéry (Tci): * * *. Racconto del viaggio dell'autore che si finge derviscio per raggiungere Samarcanda nel 1860. A detto di Peter Hopkirk è un falso, ma pur sempre un falso d'autore: una frase come "governanti e governati equivalgonsi e gareggiano di perversità" riferita agli abitanti di Buqara è impagabile.
- Imperium di Riszard Kapuscinski (Feltrinelli): * * * * *. Una certezza. Il maggiore reporter del XX secolo. C'è poco sull'Asia centrale, ma la lettura è un balsamo per l'anima.
- Il grande gioco di Peter Hopkirk (Adelphi): * * *. Molto divertente, racconta il grande gioco, nel suo periodo più vitale, ovvero il XIX secolo, con piglio da romanzo d'appendice. Ben documentato, è tutto incentrato sui personaggi che si sfidano su quella emozionante scacchiera. D'ora in avanti chiamatemi "Burns di Buqara"!
- Nel cuore dell'Islam (Feltrinelli): non pervenuto. E' l'unico libro che affronta da un punto di vista religioso i cambiamenti politici della regione nei primi anni del XXI secolo. Esaurito, che si sbrighino a ristamparlo, dato che non sono ancora riuscito a leggerlo!
Altri titoli non sono riuscito a leggerli, per cui that's all folks.
N. 2 La birra uzbeka - una bibliografia
Facendo seguito al post precedente, ecco la mia personalissima recensione di tutte le birre uzbeke sulle quali sono riuscito a mettere le mie papille gustative.
- Asia: * * *. Birra nata da una joint-venture uzbeco-tedesca. Ne esistono due versioni, ma sono riuscita a assaggiarne una sola, la chiara. Si tratta di una bionda semplice, ma dal sapore schietto e sincero. E' possibile visitare la fabbrica a Buqara (chissà cosa ne avrebbe detto Nasrullah, l'emiro della città che faceva tagliare la lingua a chi veniva sorpreso a bere alcolici).
- Sarbast: * *. Un orrore 100% uzbeko. Appena arriva in bocca quello che colpisce è un sapore di prosciutto cotto. Giuro, sembra spalla di seconda scelta. Una volta hanno cercato di rifilarmela dicendomi: "c'è una nuova birra uzbeka, la vuoi provare?". Quando me l'hanno portata mi sono sentito tremare e l'ho rimandata indietro, chiedendo al suo posto una Baltica (vedi sotto).
- Baltica: da * * * a * * * * * a seconda della gradazione. In teoria non dovrebbe essere ricompresa in questo elenco, trattandosi di una birra di produzione russa, ma essendo servita quasi ovunque in Uzbekistan, e essendo ottima, ci sta. Di questa clamorosa bevanda a base di luppolo esistono ben quattro varianti connotate da numeri dispari crescenti dal tre al nove (ho sentito parlare anche di una zero analcolica, ma sono certo sia solo una leggenda metropolitana: russi che bevono birra analcolica!). Non sono riuscito a assaggiarle tutte, le più diffuse sono la 5 e la 9. La prima è una chiara ben fatta, ma essenzialmente semplice. La seconda è invece una magnifica e schiumosa doppio malto in grado di soddisfare anche i palati più fini. Imperdibile!
Un'ultima annotazione per i viaggiatori: tutte le birre vengono confezionate in bottiglie e lattine di minimo mezzo litro, per cui occhio.
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