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tre uomini in barca

Progetto Nur in Giordania

27 luglio 2008

 

Carissime Marina e Fausta,

se può interessare, questo è il nostro primo blog di viaggio.

Partiamo l’11 agosto, destinazione Amman, Giordania. L’equipaggio è composto da Elisa, Umberto, Nicola ed io, Alessandro.

 

Piccola necessaria premessa (scusate)… Nel 2000 fondammo a Crema la compagnia di teatro di strada “Cippi Guitti” che da allora scorazza per piazze, sagre, parchi, cascinali, boschi, porti e scantinati. Da un paio di anni il gruppo ha avuto una svolta teatrale, realizzando anche spettacoli di sala legati a tematiche “serie”. Dal 2006 infatti, la “nostra” Elisa si trova in Giordania dove lavora con un’ONG di Milano organizzando le attività in medio-oriente e svolgendo laboratori teatrali in un carcere minorile femminile. Dalla sua esperienza ne è nata anche una produzione, presentata quest’anno a nome Progetto Nur (‘luce’ in arabo), più credibile dello scherzoso “Cippi Guitti”.

 

Posso così venire al dunque: quest’anno abbiamo la fortuna di gestire un laboratorio teatrale in Giordania proprio per Terre des Hommes. Lavoreremo in 3 centri dove vengono organizzate attività di sostegno, formazione e ricreazione per i profughi iracheni stabilitisi nelle città di Zarqa e Irbid. Per ogni centro avremo un gruppo di bambini che da piccoli allievi si trasformeranno in provetti attori della nostra “compagnia allargata”…e giustamente ognuno dei tre percorsi verrà concluso da una performance conclusiva.

 

Immagino che sarà un’esperienza ricca, ma altrettanto delicata dal momento che i bambini con cui ci relazioneremo provengono da esperienze decisamente estreme. Ci fermeremo là dall’11 al 28 agosto e ci sposteremo ogni giorno coadiuvati da un collaboratore in loco di Terre des Hommes per raggiungere i 3 centri partendo dalla “base” di Amman. Avremo due piccoli fine settimana liberi per fare i turisti (o per riposare?). L’equipaggiamento è ad oggi un punto di domanda. Abbiate pazienza.

 

Per raggiungere la Giordania useremo naturalmente l’aereo…via Istanbul. Beh, ci piacerebbe raccontarvi quello che vedremo e le persone che incontreremo.  Elisa è già in loco per organizzare i lavori. Ho altri dettagli curiosi che vi racconterò a breve. Siamo in trepida attesa della partenza. A prestissimo.

 

NICKNAME: Progetto Nur.

 

 

12 agosto 2008

 

ore 10.30 Amman
Eccoci in Giordania. Siamo arrivati questa notte alle 1.45. Abbiamo viaggiato io (Alessandro) e Nicola. Umbero e Elisa ci stanno già aspettando ad Amman.  Viaggio senza alcun intoppo grazie alle affidabilissime Turkish Airlines, piuttosto un eccesso di zelo ha messo subito alla prova la nostra determinazione di scafati viaggiatori. Infatti il viaggio prevedeva partenza da Malpensa, scalo a Istanbul e ripartenza per Amman. Sulla prima tratta la compagnia ha offerto la cena. 'Pasta o pollo?' Tutti hanno gentilmente glissato sulla pasta turca e si sono buttati sul pollo, assolutamente all'altezza della situazione. Verso le 20 con l'ultimo boccone in gola, l'aereo planava verso Istambul con coseguenti turbolenze che restituivano al pollo la memoria di quando, ancor giovane, si dilettava in cortili bruciati dal sole in eroici tentativi di volo. Ma il nostro stomaco resiste. Sulla seconda tratta, mentre un sonno pesante ci assaliva, già avverto parole che sembrano arrivare dall'oltretomba, e che ritornano gentili ma insistenti. Un'altrettanto gentile gomitata del mio vicino mi sveglia, metto a fuoco vista e udito e riconosco le parole: 'Pasta o carne?' Che fare? sono le 24.30. Il pollo continua nello stomaco le sue evoluzioni da futuro aquilotto. Nicola è lontano e tutto l'aereo sembra incalzarmi. Nemmeno mi accorgo e dalla mia bocca esce impastato un suono simile a 'Carne'. E subito si allunga verso di me un nero vassoio ricolmo di piattini, bustine, crakerini, formaggini in evidenza e nascosti. Mi guardo intorno, studio i vicini, che mi osservano a loro volta. Non mollo! Afferro le armi, scarto le pietanze e con fervore mi butto a testa bassa. Ho ben chiare in mente le stoccate olimpioniche dei nostri schermitori: schivo e affondo, schivo e affondo. Alla fine arrivo a un ottimo risultato. Ora il pollo corre e salta con altri simili non identificati. Tra l'altro nell'avveniristico areoporto Ataturk di Istambul, ci eravamo abbuffati di assaggi di biscottini turchi al pistacchio e mandorle, alternati ai nostri, italianissimi, che mia madre da circa 20 anni mi rifila ogni volta che mi sposto oltre Milano.
Beh scusate la telecronaca alimentare. Ad Istanbul popoli di tutto il mondo si incrociano come se  dovessero passarsi il testimone tra Oriente e Occidente. Sugli schermi il volo per Tbilisi è tristemente cancellato. Senza nessuna indicazione. Mentre compaiono mete quasi sconosciute a noi occidentali: sono città degli stati ex sovietici o del blocco mediorientale.

Arrivati ad Amman lunghi controlli di visti e poi, fuori, ci aspetta Umberto con un enorme tassista locale, Tarek, che ci saluta con poderose strette di mano e sollevando due trolley alla volta come fossero piume. Il mio è rosa, me l’ha prestato un’amica, e lui se la ride sornione con ammiccamenti. Poi ci lanciamo verso la città a una velocità spropositata, lanciando sguardi di sfida agli altri tassisti. Un bianco appartamento ci accoglie. Elisa ci aspetta. Saluti, abbracci e subito programmi per domani: riunione di lavoro per programmare gli ultimi dettagli dei laboratori teatrali che cominceranno mercoledì.

Quando mi sono svegliato questa mattina mi ha assalito una luce accecante riflessa dalle strade, dalle case, tutto bianchissimo. Un caffè mi restituisce una dimensione più famigliare e favorevole per scrivervi.

Già domani, spero, avrò pagine di tono più impegnato riguardo a tutto quello che ci succederà. Stiamo scendendo, la strada ci aspetta.

Un abbraccio, Alessandro, Elisa, Umberto, Nicola (PROGETTO NUR)

 

 

13 agosto 2008

 

Amman

Carissime,

oggi è finalmente iniziato il lavoro per cui siamo arrivati fin qui in Giordania. Come vi abbiamo anticipato nella nostra “puntata zero” l’ONG Terre des Hommes Italia ha organizzato e aperto tre centri di supporto psicosociale per i rifugiati iracheni: uno a Irbid, città a 80 km a nord di Amman, e due a Zarqa, la più grande tasca di povertà del Paese. In questi centri si svolgono svariate attività: laboratori professionali per adulti e adolescenti, attività educative e ricreative per bambini, distribuzione di alimenti di prima necessità, supporto alle famiglie… Inevitabilmente i centri sono diventati punti di riferimento molto frequentati. Tra tutte queste attività Terre des Hommes ha pensato di inaugurare un progetto di conoscenza del teatro, e qui entriamo in gioco noi. Di giorno in giorno ci alterneremo tra un centro e l’altro lavorando con tre diversi gruppi di 20 bambini di età compresa tra i 7 e i 12 anni. Il teatro che proponiamo loro è dinamico, ludico, basato sul movimento, l’espressività, la conoscenza del proprio corpo e della relazione con il gruppo. Elisa, nostra compagna e allo stesso tempo responsabile di Terre des Hommes qui in Giordania, ha pensato di organizzare un grande evento finale in Teatro a Zarqa il 27 agosto, uno spettacolo in cui i tre gruppi si ritroveranno sullo stesso palco; in prospettiva potremmo definirlo…un “preoccupante kolossal”!

Stamattina siamo partiti alla volta di Irbid, per il primo incontro ufficale. Ci siamo lasciati alle spalle una immensa città bianca, un alveare adagiato su una ventina di colli. Sull’autostrada verso nord abbiamo incontrato continui controlli di polizia, greggi di capre che ogni tanto attraversavano l’autostrada con grandi sbracciate di pastori e drammatici autogrill costituiti da una tenda bruciata dal sole accanto al selciato della strada che esibisce enormi e fumanti teiere e sparuti cesti di frutta e cipolle. Tutto questo sempre immerso in una luce accecante e in un paesaggio semidesertico. Noi eravamo sulle spine. Ieri Terre des Hommes ci ha dato un profilo di ogni bambino: siam rimasti a bocca aperta scoprendo tutto quello che hanno vissuto e visto. Basti pensare che si tratta per la maggior parte di bambini iraqeni rifugiatisi in Giordania con qualche parente. Abbiamo preferito dimenticare quello che abbiam letto per avere un incontro spontaneo e fresco come siamo abituati con i bambini italiani. E magicamente i bambini sono stati stupendi: curiosi, intelligenti, vivaci e tenerissimi. Mano a mano che lavoravamo, con poche parole e tanti gesti d’intesa, alle grate della sala si assiepavano altri ragazzi che guardavano e commentavano divertiti tutto quello che succedeva dentro. Avevamo anche un ottimo traduttore: Abdulillah, un ragazzo di 27 anni che si è presentato come story teller del centro. Anche lui pieno di entusiasmo si è letteralmente buttato seguendo tutto quello che facevamo, comprese capriole, esercizi di mini acrobatica, lanci di bastone: tutto questo con jeens e elegante camiciola. Sarà lui che quando ce ne andremo (sic!) dovrà continuare il lavoro che abbiamo iniziato noi con i bambini. Finite le due ore sentivamo già una complicità con i bambini che sono venuti a stingerci le mani prima di scappare a casa. Poco dopo risalendo in auto spossati, abbiamo visto in campo alcuni dei ‘nostri’ bambini che insegnavano ad altri amici come si lancia un bastone usando vecchi rami d’ulivo.

A presto,

Alessandro, Elisa, Umberto, Nicola (PROGETTO NUR)

 

 

14 agosto 2008


Secondo battesimo del fuoco per il nostro viaggio formativo. Dopo l’ “esordio” con i bambini di Irbid è toccato oggi ai due gruppi di Zarqa, incontrati negli altrettanti centri in cui opera Terre des Hommes Italia. Anche oggi siamo riusciti, con nostra grande sorpresa, a instaurare un rapporto immediato di reciproca confidenza, il che rappresenta una conquista non da poco, in grado di spalancare diverse porte e di facilitare una risposta affermativa a tutte le nostre proposte. Abdulillah è stato ancora una volta un mediatore prezioso e rassicurante e, anche da un punto di vista prettamente funzionale, ha saputo presentarsi in calzoni più leggeri e t-shirt…sintetica (ahilui!); piano piano, shwei shwei, arriverà a comprendere la funzionalità di saper affrontare l’attività fisica in un clima torrido con indumenti minimali e di cotone…inch’allah.

Momento importante della giornata, e simbolo di un meticciato culturale sostenibile, è stato il training musicale attraverso il quale abbiamo insegnato ai bambini un brano a dir poco ardito. Trattasi della “Gatacòrnia del Mumbèl”, filastrocca lombarda della bassa, da noi musicata in un’improbabile versione da pizzica salentina e, per l’occasione, ulteriormente infarcita di versi in arabo! Trattasi di assonanze… “varda varda” diventa “yalla yalla”, “prìm basèl” (primo gradino) diventa “fì ramél” (nella sabbia), insomma, un calcio in culo al significato e un abbraccio caloroso al significante; risultato: grande successo! Emozionante la piccola Zahar che chiede ad Abdulillah  di scrivergli su un foglietto “L’è la ròda del mulì” (è la ruota del mulino) in caratteri arabi per non dimenticarselo in vista della prossima lezione.

Il ritorno Zarqa-Amman ci permette di apprezzare con incanto e disarmo la desolazione della terra arida e dei quartieri più difficili della capitale giordana: fumi neri dei tubi di scappamento, rocce coperte da una polvere densa e gialla che non ti lascia respirare, case bianche che si sovrappongono disordinate e sudate. Nidham, uno dei tanti preziosi autisti che collaborano con Terre des Hommes, ci nutre di una commovente dedizione e
soddisfa con entusiasmo tutte le nostre curiosità sui luoghi, i costumi, la religione, le mille diversità che per essere superate necessiterebbero soltanto di essere conosciute tramite un semplice sentimento di “curisosità”, nulla di più spontaneo. E’ importante che si sappia che in questo paese, pieno di limiti, le moschee sono dirimpettaie delle chiese cristiane e che la dimensione solidale si vive in ogni scambio.

Coda alimentare: siamo stanchi di mangiare carne.

Post scriptum turistico: domani e dopodomani ci godiamo il week-end nel deserto del Wadi Rum; ci risentiremo al ritorno.

 

A presto,

Alessandro, Elisa, Umberto, Nicola (PROGETTO NUR)

 

 

6 agosto 2008

 


Venerdì è giorno festivo in Giordania. Sabato…il “prefestivo”! Ci prepariamo per la nostra prima vera pausa turistica. Alle 14 partiamo in direzione sud, meta il deserto del Wadi Rum. Percorriamo la Desert Highway, 300 km di strada rettilinea che dalla periferia di Amman in poi sprofonda in un deserto piatto e incolore che da qui si allunga fino all’estremità della penisola arabica. Facce di ragazzi bruciate dal sole accovacciate dietro a casse di pomodori, unico colore vivo tra il grigio della sabbia e dei villaggi sparpagliati. Uomini seduti in un’immobile attesa della sera, rare donne, indaffarate e velate. Veicoli che vomitano fumi sull’asfalto incandescente. All’abituale attraversamento delle capre si aggiungono: attraversamento di cammelli, dossi assassini, limiti di velocità assurdi e continue postazioni di polizia. Al termine dell’altopiano il paesaggio si apre maestoso: l’ultimo strappo conduce diritti alla corsa verso il Wadi Rum, il deserto rosso. Un non-luogo fuori dal mondo, abitato dagli stessi volti da centinaia di anni, custodito da colossali speroni di roccia consumati solamente dal vento. I beduini ci accompagnano con una jeep d’altri tempi, che ci fa sentire i dolori dei viaggi di altri tempi. Ci scopriamo incantati e silenziosi. Beviamo con occhi disorientati le distese che si aprono sempre nuove dietro ai giganti di roccia cesellata. La sensazione di impotenza di fronte a tutto ciò si traduce nel nostro rispetto per i depositari di questo miracolo; il nostro ringraziamento risiede nella contemplazione più silenziosa possibile. Arrivati all’accampamento, ci sistemiamo in una grande tenda, i beduini ci offrono un the, ma noi torniamo quasi ipnotizzati in mezzo alle dune e aspettiamo il tramonto. Il petto si apre e respira, la fronte assorbe il sole, gli occhi la polvere, le mani affondano golose nella sabbia rossa. I colori cambiano ad ogni minuto, le ombre ci avvolgono e appena il sole varca l’orizzonte alle nostre spalle sorge la luna che per tutta la notte ci regala un paesaggio incantato. I beduini ci chiamano, con un badile liberano la sabbia che protegge un forno sotterraneo. Tolgono il coperchio e estraggono la nostra cena: verdure e carne cotte dalle braci poste sul fondo del pozzo. La notte ci abbraccia in una coperta nomade caldissima.

A presto,

Alessandro, Elisa, Umberto, Nicola (PROGETTO NUR)

 

 

19 agosto 2008


Finalmente per i bambini dei due centri di Zarqa è arrivato il tempo del clown. Difficile spiegare loro a parole cosa scuote una parrucca gigantesca o perchè e quando si storce un naso a palla rosso: decidiamo senza esitare di mostrare alcune gag che ci stanno a cuore.

Il clown ha un piglio scomposto, esagerato, forse generoso. Lo sguardo è sempre altrove, verso un pensiero fisso che si prende gioco di lui.
Il clown deglutisce sempre.
Un po' si isola, poco attento agli oggetti più quotidiani che prendono vita intorno a lui in una battaglia scomposta.
Dopo le nostre due gag 'del saluto' e 'del cappello', lasciamo l'improvvisazione ai ragazzi, subito alle prese con errori e stupori, incomprensioni e imbarazzi divertenti. Ci limitiamo a suggerire contesti ampi: un attaccapanni che prende vita, un cameriere pasticcione, una sedia con due pretendenti, una scopa meravigliosa danzatrice. Situazioni davvero 'classiche' che, indossate di volta in volta da diversi bambini, prendono spirito, caratteri ed esiti nuovi.

I bambini ridono. Finalmente possono sfogare e inventare.
Noi ci divertiamo, a volte consigliamo, spesso restiamo a bocca aperta.

In pausa pranzo digiuniamo e accompagnati da Jamal, nostro fidato taxista, corriamo in un grande magazzino di carabattole per la casa: acquisti di scena. Pentole, mestoli, spazzolini, fiori finti, vassoi, venti macinini futuri
strumenti percussivi. Alla cassa il rito è d'obbligo. Jamal urla inflessibile in cerca di sconti improbabili, il proprietario ci fa accomodare su sedie da giardino (in vendita), ci offre sigarette, canta, si dimena sbraitando i nomi delle città italiane che conosce (Romma e Vinizia). Dopo un'ora lo sconto è considerevole. Scappiamo che dobbiamo ricominciare.
Domani tocca ai ragazzi di Irbid.

Tutti gli sketch inventati nei tre centri saranno il finale a scoppio dello spettacolo del 27 agosto.

Che arrembaggio!
Nicola, con Alessandro, Elisa e Umberto

 

 

22 agosto 2008

La Giordania non è solo deserto, per quanto il deserto sia ovunque perchè la sua sabbia si alza e, come un velo a volte sottile a volte pungente, si gonfia e si stende su tutto quello che incontra. Accanto alla casa Terre des hommes spicca un dei tanti sfarzosi palazzi governativi che guardano dall’alto in basso le bianche casupole del popolo, sempre uguali a se stesse. Lucide pareti di vetro, imponenti dimensioni, corpi di vigilanza di serie, filari di gerani coloratissimi e annaffiati continuamente, qui dove l’acqua è come l’oro. Di cosa si tratta? Del Ministero dell’acqua! Per noi è una sorpresa, ma sicuramente qui è utilissimo, sempre che a tanta sontuosità segua altrettanta operosità. 

La giornata di oggi l’abbiam divisa tra turismo e lavoro. In mattinata, guidati dal nostro espertissimo Jamal, ci siam recati a Jerash, la ben nota “Pompei mediorientale” (…non è vero, ma la comparazione è verosimile).
La vista è superba e la ricchezza dell’antica capitale romana è sorprendente. La vis turistica è stata però in breve schiacciata da una morsa di calore insopportabile.  Ogni passo diventava un macigno da trascinare, ogni gradino una montagna. Quando  tra templi e teatri abbiamo iniziato a vedere legionari romani armati fino ai denti che si paravano davanti a noi in schiere di migliaia, abbiamo capito che forse era giunta l’ora di riposarci all’ombra del colossale tempio di Artemide. Ci stavamo ancora riprendendo da queste allucinazioni da insolazione quando all’improvviso abbiamo udito squilli stonati di trombe! Reali quanto i fischi che procuravano alle nostre orecchie!
Nell’ippodromo stava infatti per cominciare il ‘Real Roman fighting’! ovvero  un’ anomala ricostruzione storica in cui uno sparuto gruppo di improbabili comparse giordane travestite da gladiatori si scambiavano scudisciate d’altri tempi con clangori di scatolette di tonno.

Il tempo di applaudire un po’ sconcertati e ci siamo ritrovati alla volta Ajlun, una cittadina collinare immersa in un insolito paesaggio verde e ocra che, dopo la totalità desertica fin ora vissuta, ci ha regalato una boccata di aria fresca. Da lì, siam giunti al vicino castello arabo di Ar-Rabad, edificato da uno dei generali di Saladino, un gioiello
arroccato in vetta a…tutto! Una delle tante roccaforti contro i Crociati. Si dice che tramite segnali luminosi e piccioni viaggiatori potevano essere trasmessi messaggi da Bagdad a Il Cairo in una sola giornata! Sulla cima della cima, vale a dire all’ultimo livello del torrione più alto del castello,  ci accolgono altri due figuranti, questa
volta in abito militare. Armati di arco, appena ci vedono, raddrizzano la schiena piegata dal sole con faticosa professionalità e caricano il dardo con comprensibile imprecisione e trasparente inedia. E’ bastato un sorriso per farli rilassare e ricomporre nella loro postura scomposta, in attesa dei prossimi visitatori.

Irbid è stata la meta successiva, per poter proseguire i laboratori e la preparazione dello spettacolo (sempre più imminente) con i bambini del centro. Giunti con un’ora d’anticipo ci siamo accampati sotto i piccoli ulivi della radura, immediatamente circondati dai nostri giovani “allievi”. Strimpellando, abbiamo scoperto due piccole e sorprendenti suonatrici di darbouka; ne approfitteremo sicuramente per gli intermezzi tra una scena e l’altra. Il laboratorio è stato ricco come sempre… il poco tempo ci costringe a chiedere molto ai bambini, ma loro fortunatamente continuano a rispondere divertiti e assetati di stimoli nuovi. Insegnamo loro alcune piccole acrobazie da soli e in coppia. In breve tutti si prodigano in eroici tentativi d’imitazione con risultati che strappano risate collettive. Poi ci saltano sulle spalle per sperimentare equilibrismi temerari. L’energia è dirompente,
come se da tanto fosse sopita. Siamo soddisfatti. Ce ne torniamo ad Amman con le spalle a pezzi, ma con quella piega nostalgica di chi ha finito una dura ma felice giornata.  Sulla strada del ritorno Jamal contratta senza successo una cassetta di fichi; rinuncia per una differenza domanda/offerta di mezzo dinaro, quarantacinque centesimi di euro circa! … la contrattazione  ci pare una cosa meravigliosa, un’abitudine che dall’altra parte del mediterraneo dovremmo recuperare, coltivare e incoraggiare come autarchica autodifesa alle paradossali leggi del commercio.

Umberto, Alessandro, Elisa e Nicola

 

 

25 agosto 2008


Weekend a Gerusalemme?

Weekend a Gerusalemme. Decidiamo in fretta e furia giovedì sera, chiamiamo il povero Jamal, che come sempre si rende disponibile con generosità, e fissiamo un appuntamento a casa TDH alle 8 di venerdì mattina. Siamo stanchi dalla settimana e la tentazione di rimanere a casa non è indifferente Ma ormai il dado è tratto e con  le ossa sonnolenti cavalchiamo l’auto di Jamal.

La strada scorre pigra sotto un cielo stranamente umido e ci accompagna verso il King Hussein Bridge, il confine tra Giordania e Israele. Appena scesi dall’auto ci assale un caldo soffocante, degno di un ferragosto padano doc all’ennesima potenza. Le trafile burocratiche dal lato giordano scorrono agili e non lasciano presagire la rigidità che ci aspetta dall’altra parte…

Il confine israeliano infatti si presenta molto meno accogliente di quello giordano, i metal detector ci seguono dappertutto e sembrano annusarci golosi. Entriamo persino in un’improbabile capsula che sputa aria compressa e scatta foto digitali ai visitatori. Alessandro e Nicola ottengono con agilità il visto rosso israeliano, mentre io e Umberto dovremo aspettare più di due ore, rei di timbri siriani sui nostri passaporti.

Non contenti dell’attesa che ci infliggono, due ufficiali israeliani mi chiamano oltre la barriera e mi aggrediscono di domande. Mantengo la calma, sorrido, ripeto otto volte che no,  mio nonno non era un fascista ma un partigiano, che ho studiato a Milano, che lavoro ad Amman e che no, la cooperazione “internazionale”  non la posso proprio fare in Italia…

Li ho convinti, mi timbrano il passaporto.

Questo vuol dire che non sarò ammessa in Siria finchè non cambio i documenti…Bruno, il mio capo, non sarà contento!

Gerusalemme ci accoglie seducente, come sempre. Ci buttiamo subito tra le mura della città vecchia dove incontriamo nell’ordine: una via crucis, una fila di ebrei ortodossi che corrono al muro del pianto e una folla di musulmani che esce della spianata delle moschee. Gerusalemme è così: un insieme di realtà che si sovrappongono contraddittorie e schizofreniche.

La mattina successiva ci infiltriamo su un autobus palestinese diretto a Betlemme. Vogliamo vedere il muro. Rimaniamo impietriti difronte ad una cintura di cemento e filo spinato che non può non ricordare un carcere di massima sicurezza. Attraversarlo significa  accodarsi a decine di palestinesi, che sfilano a capo chino sotto le bocche dei mitra puntati dall’alto sulle loro teste. Passiamo increduli il passaporto ad una militare israeliana di vent’anni al massimo, blindata dietro un doppio vetro e altrettanto increduli assistiamo al riconoscimento digitale attraverso la scannerizzazione della mano dei bambini palestinesi.

Il fascino dei luoghi storici non riesce a cancellare l’orrore del muro che ci seguirà come un’ombra inquitenate per tutto il viaggio. Betlemme, Gerusalemme, Ramallah ci sfilano davanti agli occhi, ma non riescono a prendere consistenza. Il muro è lì ed è difficile concentrarsi su altro.

Rabbuiati, arrabbiati e ammaliati  al tempo stesso dalla bellezza seducente di Gerusalemme ci incamminiamo verso la Giordania. Abbiamo  parole di rabbia che muoiono  in gola.

Sull’orlo del confine, ci viene rivolta un’ultima impegnativa domanda da un militare israeliano: “Siete in possesso di armi nucleari?”…

Per fortuna il pensiero dei laboratori di domani ci restituisce un pò di serenità.

Elisa con Umberto, Alessandro, Nicola

 

 

 

 

 

 

26 agosto 2008

 

Oggi, usciti dal centro di Irbid circondati dai nostri bambini abbiamo vistoche buona parte del cielo era coperto da un enorme stormo di cicogne. Siam rimasti col naso all’insù a guardarle, mentre i bambini le seguivano correndo sulla strada polverosa. Si stanno spostando dall’Africa all’Iran. Chissà quando e dove le rivedremo.Mi viene in mente che, tornando dalla Palestina, domenica, viaggiavano con noi sul pullman verso il confine giordano un clan familiare diretto dalPakistan alla Mecca. C’erano il nonno e la nonna (in carrozzella), il figlio, la moglie e tre bambini. Erano guardati in modo strano da tutti, noi compresi. In particolare il nonno e suo figlio erano di una bruttezza antologica e la esibivano con fierezza, vestiti solo da un asciugamani attorno alla vita e da un lenzuolo sulle spalle… Uniti come lo stormo di cicogne. Pellegrini del cielo o della terra, in percorsi contrari, ma spinti da mete grandi e lontane.

Alessandro con Elisa, Nicola, Umberto

 

 

27 agosto 2008

 

L'ultima cena

Stretti attorno al tavolo, ci dividiamo una pasta fumante e l'ultimissimopezzo di grana d’importazione, consumato con chirurgica precisione dal primoall'ultimo giorno giordano in modo che ci sostenesse fino alla fine. Tra unboccone e l'altro è tutto un palleggio di aneddoti di questa giornatacampale … E' andata! Tiriamo boccate di sollievo, mentre le palpebre si fanno pesanti. Oggi è stato il grande giorno, la conclusione dei laboratori con la presentazione dello spettacolo: DESERT FLOWERS. La scommessa eradelle più strampalate: preparare una performance con più di 60 bambini consolo 5 giorni di prove per gruppo. L'ansia e la tensione fino all'ultimomomento erano taglienti. E questa mattina, quando di buon ora siamo arrivati in teatro è cresciuta a dismisura. Il superteatro governativo si è rivelato un colabrodo. Non funzionava niente! Audio, video, luci, tutto bloccato! E i supertecnici? Dispersi, irraggiungibili, nascosti negli uffici espletando il gravoso incarico del nazionalissimo sorseggiamento del the. Per 3 ore sonoriusciti a rinviare la loro attivazione e quando si sono degnati, non sapevano da che parte girarsi. Invece, alle 10.00, puntualissimi sonoarrivati i 3 gruppi di bambini. Si sono scrutati diffidenti per qualcheistante e poi è diventato un’unica enorme amalgama esplosiva. Pensavamo che fossero un po' spaventati dalla struttura faraonica, ma ahimè ci sbagliavamo di grosso. Erano sovraeccitati: 60 piccole bombe vaganti. Per loro era tutta una scoperta e così… via alla sperimentazione olimpica: salto triplo sulle poltroncine, volteggi dai sipari, tiro di tutte le corde che passavano sottomano, salto dal palco alla platea, staffetta 4X100 sulle gradinate, lanciodelle scarpe (tra l’altro di memorabili fragranze)... In attesa dello scongelamento dei tecnici abbiamo azzardato la prima prova: i bambini avevano talmente tanta energia che, nelle scene di gruppo, era tutto uncapitombolo. Cade uno, gli frana addosso il secondo, poi il terzo, fino a un domino collettivo. Alla fine della prova contiamo quattro contusi e un paio di dispersi. Ci guardiamo sconsolati, sarà un disastro. Le ore passano veloci, con i tecnici comunichiamo ormai a ringhi. I bambini fanno una grantavolata nello sbarluccicante foyer, mangiano shawarma e dall’alto delteatro rotola, fino ad avvolgere tutto, un elegante aroma di pollo. Fame eteatro, come le grandi compagnie di giro. A gruppetti li mandiamo a cambiarsi nei camerini. Sono bellissimi: per ognuno c'è una felpa e un pantalone nero. Ogni 3 costumi, 2 sono fuori misura. Arrotoliamo maniche e pantaloni per i più piccini e li spediamo sul palco. Non c'è più tempo perun'altra prova. Che succederà? Si chiude il sipario, entra il pubblico, i bambini si sistemano, ognuno al suo posto. Li guardiamo in faccia, uno aduno... Sta iniziando la magia del teatro, la trasformazione. Il loro sguardo si dilata, punta lontano, stanno vicini, sussurrano gli ultimi suggerimenti, trepidano. Sembrano improvvisamente cresciuti, attori navigati e scafati. Il sipario si apre... si parte. Entrano decisi, i bastoni battono a terra all'unisono, hanno ritmo e equilibrio. Stop, ripartenze, coreografie pulite. E via così fino agli sketch comici. Ognuno dà il meglio e il pubblico giordano, poco avvezzo a spettacoli privi di parole e travolgenti passioni, segue attento tra l’attonito e il divertito. Rientriamo tutti insieme eintoniamo il nostro inno arabo-lombardo. E’ il finale liberatorio, talmente liberatorio che esce quasi sguaiato, ma contundente. Il pubblico esplode in un grande applauso e poi è tutto un rincorrersi di sorrisi ed abbracci. Arrivano le autorità che gremiscono il microfono e elargiscono parole almiele. E’ presente il ministro della cultura giordano (!) che dispensa vigorose strette di mano e promesse di apertura al teatro “moderno”. Infine l’apice: attacca roboante l’inno giordano. Le autorità e i bimbi giordani scattano sull’attenti con saluto militare. I nostri sguardi increduli si incrociano con quelli perplessi dei bambini iracheni. Così va il mondo.

 

Alessandro con Elisa, Nicola, Umberto

 

 

 

 

28 agosto 2008 

 

doverosa postilla

Un tarlo ci rode. Non possiamo finire il diario facendo finta di niente. Nonpossiamo non citare almeno una volta una dei nostri supereroi: CiccioCiccio. “Lui” è uno dei nostri piccoli allievi di Zarqa, vigorosamente corpulento e rotondetto in mezzo a tante ossicine in movimento. Ci ha tenuti vivi per tutta la durata del laboratorio. Non c’era lingua, espressione del corpo, suono che ci permettesse di comunicare con lui. Faceva sempre tutt’altro, in una sua personalissima traduzione e trasformazione delle nostre indicazioni. Poi ci guardava con sguardo interrogativo e non si capacitava del fatto che con lui i nostri tic nervosi crescessero a dismisura. Con occhi sgranati, stropicciandosi la maglietta sopra l’ombelico, sembrava chiederci ogni volta: ‘Non son stato bravo? Cosa ho fatto questa volta?’. E così nello spettacolo è stato sublime. 59 corpi all’unisono e Ciccio Ciccio. Grandissimo, unico. Si è inventato uno spettacolo tutto suo, un assolo stralunato, astratto, trascendente, tutto in ontrotempo, asimmetrico, disequilibrio puro. Spariva, ricompariva e nel frattempo chissà quanti altri mondi esplorava. Ultraterreno.

 

 

29 agosto 2008

 

memorie postume

Nelle sterminate e fatiscenti periferie di Amman, alzando il naso al cielo,si vedono pendere in gran quantità aquiloni aggrovigliati ai fili dell’alta tensione. Colpiscono l’occhio e l’immaginazione. Nelle botteghe, nei chioschi, nei supermercati, per ogni prodotto acquistato c’è un sacchetto di plastica che lo avvolge. Una bottiglia un sacchetto, unabottiglia e una mela due sacchetti, una bottiglia una mela e un sapone tresacchetti.I sacchetti di plastica hanno una vita breve nella loro funzione ordinaria e una lunghissima come arredo del paesaggio. Addobbano i margini delle strade,creano complesse ghirlande sulle reti di metallo, enormi acchiappasogni nel cielo sorretti da mulinelli di vento.I bambini non hanno spazi e non hanno voce. Non esistono prati, parchi, strutture. Le strade sono pericolose, il sole toglie il fiato e l’energia. Non hanno un soldo in tasca per comprarsi un gioco. E allora gli aquiloni li fanno con i sacchetti di plastica che trovano ovunque: neri o bianchi, in unmondo bicolore. Hanno un corpo esile, una struttura leggera e code di filidi plastica per tenere la stabilità del volo. Dai cavi dell’alta tensioneoscillano sinistri, ma sembrano un geniale strumento di comunicazione inventato dai bambini. Un modo diverso di comunicare: verticale, quello dei bambini. salta gli ostacoli, sale e bisbiglia. Fragile e rotondo.  

 

Alessandro con Elisa, Nicola, Umberto

 

 

 

Tre Uomini in Barca, dal lunedì al venerdì dalle 12.45 alle 14.

A cura di Marina Petrillo e Fausta Garavaglia.

barca(at)radiopopolare.it

 

 

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