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28 agosto 2008
NAMASTE o meglio JULE perche' dove siamo ora e' tutto piu' simile al tibet che all'india. Ma questa e' una lunga storia e soprattutto lontana anni luce dal 24 agosto, giorno in cui siamo partiti da Milano. L'impatto con l'India e' stato traumatico e amolificato da una parentesi finnica (una notte e una mattinata trascorsi a helsinki tra mercatini di frutti di bosco al porto e boutiques che vendevano pellicce di renna). Il volo Finnair ci ha catapultato a Delhi in piena notte. All'uscita dall'aeroporto ci ha investito un'ondata di aria calda indescrivibile che ci ha lasciato ammutoliti (persino io stessa mon amour, mentre il cagnone e' silenzioso anche ad altre latitudini) in mezzo al frastuono dei festeggiamenti dei due atleti (un pugile e un lottatore) che erano riusciti a trappare una medaglia alle Olimpiadi di Pechino. Arriviamo senza problemi alla nostra guesthouse in un quartiere residenziale e tranquillo di Delhi e il mattino seguente ci immergiamo nella Old Delhi. Dopo un un breve viaggio in una metropolitana con aria condizionata, ferma5te annunciate da una suadente voce femminile e persino pubblicita' progresso che esortano ad andare a piedi invece che usare le scale mobili per 'restare in forma", si viene proiettati in un mondo caotico e pieno di vita: ogni sorta di veicolo a motore, a trazione animale o umana si muove strombettando e rispettando la piu' elementare legge darwiniana: camion mangia auto che travolge moto che incorna bici. Pedoni e mucche vengono ignorati e, unico atto di clemenza, avvertiti dell-impatto imminente tramite un deciso colpo di clacson che solitamente genera un-insolita quando immediata agilita' nell'umano o nel bovino di turno. Folla, negozietti, case fatiscenti e tanti luoghi di culto. Io, atea miscredente sul suolo patrio, nutro una grande curiosita' per le altre religioni che solitamente si limita a un superficiale rapimento mistico che mi fa passare qualche ora seduta nei templi ad osservare riti e respirare l'atmosfera con sottofondo di sbuffate del cagnone. Ci imbattiamo subito in un tempio sikh, presidiato da due uomini con turbante, sciabola e una sorta di tridente. Sono affascinata dal loro aspetto fiero. E' in corso una cerimonia con canti e banchetto comunitario. Il sikkismo e' nato come reazione al rigido sistema delle caste e all'ortodossia dei brahmini. Secondo questa religione monoteista (che venera anche una decina di profeti) tutti gli uomini sono uguali e il pasto comunitario aperto a tutti incarna proprio questa loro convinzione. Camminando come in un'altra dimensione a causa del caldo torrido ci trasciniamo al Red Fort, un imponente fortezza di arenaria rossa, rinfrescata da qualche prato su cui ci svacchiamo immediatamente imitando gli indiani. Un'occhiata alla guida e, impietosa, trascino il canide a visitare un tempio gianista, altra religione nata nel VI secolo in reazione all'induismo. Essendo i gianisti contrari a qualsiasi tipo di violenza, anche contro le forme di vita inferiori, i piu' ortodossi spazzano costantemente la strada di fronte a loro per evitare di schiacciare alcuna forma di vita e indossano un mascherina per non inalare insetti accidentalmente. Il tempio e' chiuso per restauri e quindi visitiamo l-annesso "ospedale per uccelli" dove languono volatili malconci che secondo il guardiano verranno rimessi in liberta' appena guariti. dobbiamo camminare a piedi nudi tra il guano. evito di guardare il cagnone perche' ho paura che mi incenerisca con lo sguardo. Non poteva mancare la visita alla grande moschea nel cuore della Old Delhi: veramente splendida e immensa (il cortile puo' contenere 25.000 persone), dalle forme dal grande rigore geometrico, addolcito dal tondeggiare delle cupole. Abbiamo ancora le forze per rifiutare le offerte dei riscio', che non sono insistenti come ci avevano raccontato, e andiamo in cerca di cibo. Contravvenendo ai consigli del gestore della nostra guest house e forti dei 24 miliardi di fermenti lattici di origine umana (!!!) che ci trangugiamo tutte le mattine, non resistiamo al desiderio di mangiare nella Old Dehli e ordiniamo delle ottime paratha (frittelle con formaggio e verdure.
L'India e' un paese di forti contrasti dove poverta' e ricchezza convivono. E' una nazione in rapida ascesa economica della quale gode ancora solo una parte limitata della popolazione. Quindi puo, capitare di uscire da un surreale bar in stile country americano (emergenza pipi'!!!) con i camerieri con i cappelli da cowboy, funestato da una temperatura polare (il freddo fa molto figo) e trovare un bambino piccolo, nudo e addormentato, lasciato in mezzo alla strada con una ciotola per le offerte. Rientriamo alla base a bordo di un tuctuc ed e' come trovarsi dentro un videogame, con una vita sola e sottofondo di clacson.
Arrivati alla guesthouse aneliamo a una doccia e una notte di sonno, ma scopriamo che il biglietto aereo per leh e' stato spostato a domani, anzi alle 5 del mattino! Ci addormentiamo sfiniti dopo una fugace visione del telegiornale con le immagini di una terribile in inondazione che ha lasciato due milioni di sfollati in un-altra parte del subcontinente e il filmato di soldati indiani costernati che osservano il filo spinato reciso della frontiera con il pakistan... e la giornalista che paventa gia' attacchi terroristici... buona notte ci sentiamo dal tetto del mondo (quasi) PS Scusate la lunghezza cercheremo di essere piu' brevi
cagnone e mon amour
29 agosato 2008
Dopo la drammatica sveglia alle 3:30 riusciamo ad arrivare all'aeroporto. Il tassista rischia di sbagliare aeroporto, cerca di alzare la tariffa e ci mostra una delhi "deprimente" dove ogni marciapiede viene condiviso da mucche, cani, esseri umani, addormentati uno a fianco l'altro. Il cagnone tiene nascosto il suo passaporto e lascia andare avanti me perche' il suo cognome sul biglietto e' stato storpiato. Riusciamo a salire sull'aereo della Decca airlines, una low cost che non ha neanche un ufficio a Delhi. Mon amour si aggancia spaventata al braccio del cagnone...sarebbe zampa, ma ormai e' chiaro che e' antropomorfo...ma il volo e' tranquillo e ci regala vedute mozzafiato di cime innevate del Karakourum (molto probabilmente). Il vero problema e' l'atterraggio: l'aeroporto si trova incastrato fra le catene montuose per cui l'aereo non puo' perdere quota progressivamente in linea retta, ma e' costretto a volteggiare come un rapace scendendo progressivamente, e dopo ben 4 giri finalmente atterra causando un corale sospiro di sollievo fra i passeggeri.
arriviamo a Leh...pereppeppe' capitale del Ladakh incastrata fra i monti del karakourum edell'himalaya, ad un altitudine di 3500 metri. L'altitudine e la mancanza di ore di sonno si fanno subito sentire ed entrambi veniamo colti da un'euforia che a delhi mancava. Leh e' una cittadina quasi completamente immersa nel verde, almeno fino a dove le opere di canalizzazione riescono a portare l'acqua dall'Indo, altrove invece, dove l'acqua non arriva, sembra un paesotto di qualunque zona desertica. Nella zona verde quasi ogni casa ha un appezzamento di terreno utilizzato ad orto per il proprio sostentamento e ovunque fra una proprieta' e l'altra vi sono dei filari di alberi che sembrano pioppi cipressini, per cui fra le casette ad 1 o 2 piani, svettano questi alberi con portamento colonnare. La citta' e' dominata da un antico palazzo in fase di restauro che ricorda in miniatura quello di Lhasa. Attorno, su diverse alture vi sono diversi Gompa (templi buddisti) e Stupa. Oggi e' il terzo giorno che siamo a Leh, abbiamo scelto di alloggiare alla Dolma Guest House, una pensione molto pittoresca con un giardino interno pieno di fiori...verrebbe quasi da mettersi a dipingere.. Il primo giorno lo abbiamo passato a dormire, il secondo e il terzo siamo riusciti a raggiungere lo stupa Shanti, il Leh palace e il gompa Namgyal Tsemo; da questi posti si gode di un panorama mozzafiato e difatti il fiato fa sentire la sua assenza. Mon amour e' andata a un corso di meditazione per principianti, tenuto da un monaco. Uscita dalla gompa, in pace con me stessa e con il mondo, sono passata davanti alla moschea. Era il tramonto, i canti dei buddisti e quello del muezzin si confondevano. Sembra un miracolo l'armonia di Leh... anche se il giorno del nostro arrivo la citta' intera era chiusa per ricordare gli scontri che vent'anni prima avevano causato diversi morti.
Domani partiamo per un trekking di 5 giorni, verremo ospitati dalle famiglie dei villaggi che raggiungeremo, valicheremo il passo gandala, gandula, kandala...vai a sapere...ad un'altitudine di 4380, secondo la guida che ci accompagnera', 4900 secondo la lonely planet...speriamo che la lonely sbagli; comunque il mon amour ha comprato un libro di conversazione di base inglese-ladaky, la lingua di queste parti, per interagire il piu' possibile con le persone del luogo...vi faremo sapere, ciao, alla prossima.
cagnone e mon amour
5 settembre 2008
IL PROLOGO AL TREKKING
La mattina alle 7 quando suona la sveglia apro gli occhi e vedo il cagnone a letto con giacca a vento e cappuccio che trema visibilmente. Si e' ammalato come nella migliore tradizione dei nostri viaggi. Ha 38 di febbre. Dobbiamo rimandare la gita. Lo curo con succo di olivello spinoso (bevanda locale) e due cucchiai abbondanti di polvere di alga spirulina che, nonostante l'odore di mangime per tartarughe, e' ricca di proteine vegetali, un masala tea e un paio di compresse di paracetamolo, ma soprattutto con eloquenti sguardi che gridano "guarisci, altrimenti ti ammazzo con le mie mani!". Quindi lo lascio al suo destino e vado da Domzla, che in lingua ladakhi significa Punto di incontro, posto carino dove e' possibile riempire le bottiglie d'acqua per ridurre i rifiuti di plastica, comprare prodotti locali biologici, scambiare libri e fare due chiacchiere con viaggiatori interessanti. Controllatina al cagnone che pare in via di guarigione e poi yoga al centro Mahabodi che offre corsi di meditazione e yoga. Alla sera il canide pare in via di guarigione. Domani si parte!!!! mon amourItinerario dei 5 giorni di trekking in Ladakh (contributo del prolisso cagnone) giorno 1 Jeep da Leh fino a Zingchan, trekking fino a Rumbak giorno 2 da Rumbak a Shingo passando da Yurutse, valicando il passo Kandala (4900 metri) giorno 3 da Shingo a Kaya passando da Skyu giorno 4 da Kaya a Chilling attraversando il fiume Zanskar su una specie di teleferica giorno 5 ritorno a Leh in jeep giorno 1 Dopo aver passato una giornata da Lazzaro, bloccato a letto con la febbre e sottoposto alle "amorevoli" cure del Mon Amour, partiamo con un giorno di ritardo la mattina del 31 agosto alle 8 e 30 con guida e autista in direzione Zingchan. La strada diventa sterrata e s'inerpica in un territorio montagnoso, notiamo delle tende, la guida ci spiega che ci vivono lavoratori stagionali del Bihar, regione molto povera dell'India, e che per sbarcare il lunario si occupano della manutenzione delle strade. Il percorso costeggia le montagne, sotto scorre formando un canyon l'Indo, ad una curva una ruspa libera la strada da una frana del giorno prima facendoci proseguire, dal finestrino ho modo di ammirare un paesaggio aspro fatto di continui precipizi. Dopo un paio d'ore eccoci arrivati a Zingchan, cosa sia Zingchan non si capisce, notiamo solo un paio di ruderi, quel che si capisce e' che la jeep non puo' proseguire oltre, ora tocca camminare. Si cammina in leggera salita seguendo un torrente e valicandolo in continuazione attraverso spartanissimi ponticelli in legno, la vegetazione lungo l'acqua e' composta per lo piu' da salici a portamento arbustivo, sui lati pareti rocciose prive di ogni forma di vita, almeno fino a quando la guida non ci fa notare un gruppo di capre selvatiche piazzate su uno sperone di roccia in un equilibrio comprensibile solo da una capra. I quadrupedi si chiamano NAPO in ladaki e BLUE SHEEP in inglese e riesco anche a fotografarli. Proseguendo, la gola si apre in vallata, il torrente rimane tale e quale, ma attorno compaiono campi d'orzo, ci fermiamo a parlare con delle sciure stravaccate che stanno filando la lana. Arriviamo ad un "bivio di vallate" e siccome fa freddo e siamo stanchi ci fermiamo presso un tendone, una specie di rifugio e il Mon Amour si compra un gilet di lana fatto a mano tipico della zona. Prendiamo la vallata in direzione di Rumbak, dopo circa un'ora arriviamo al villaggio. Siamo abbastanza distrutti, abbiamo camminato 4 o 5 ore ad un altitudine di 3500 - 4000 metri, pero' il posto e' incantevole, la cameretta degli ospiti si affaccia sulla vallata dalla quale si possono osservare gli animali al pascolo che brucano l'erba attorno all'orzo. Noto una sorta di passero di colore rosso rubino che svolazza insieme ad altri e continua a posarsi sulle fronde dei salici fuori dalla finestra. Passo circa un'ora con la macchina fotografica cercando di immortalarlo, alla fine qualcosa riesco a fotografare. La creatura che mi ha intrattenuto per circa un'ora, si chiama in ladaki ID'MAR e in inglese COMMON ROSENFINCH ed veramente graziosa. Andiamo a nanna, ma l'altitudine che mi toglie il fiato, il te' che continuano ad offrire, l'ansia per la tappa del giorno dopo che si annuncia impegnativa (passo Kandala 4900 metri), la pioggia che cade ad intermittenza, non mi fanno granche' dormire. giorno 2 Sveglia e colazione, alle 7 e 30 siamo pronti, piove che e' un piacere, inauguriamo dei pantavento, riusciamo ad infilare gli zainetti sotto la giaccavento, pero' non riusciamo a chiuderla sul davanti e quindi per non soffrire troppo il freddo ci infiliamo mezzo sacchetto di plastica a testa sotto la felpa. Contrariamente a quanto mi aspettavo torniamo indietro lungo il percorso fatto il giorno prima ed arriviamo al "bivio delle 2 valli", li' ci sono altri sventurati che hanno passato la notte in tenda e la nostra guida si rivolge alla loro per sapere le condizioni del percorso che faremo, ci avverte che potremmo essere costretti a tornare indietro, ma noi proseguiamo fiduciosi e la nostra fiducia viene premiata perche' la pioggia smette e compare il sole. Passiamo da Yurutse, luogo molto suggestivo, un pianoro con una casa e dei campi d'orzo a picco su uno strapiombo. Se non avessi avuto la febbre sarebbe stata un'altra tappa dove passare la notte, arriviamo ad un campo base attorno ai 4300 metri, Mon Amour ha un po' di mal di denti e le viene consigliato di fare degli sciacqui con un fantomatico liquore alle erbe, quello che lei non usa come colluttorio, me lo trinco io e quando si riparte, mi sento come Asterix dopo la pozione magica. Purtroppo l'effetto dura poco, la salita e l'altitudine si fanno sentire, cerco di adattare il passo alla fatica, ma e' un'impresa difficile, anche il Mon Amour non se la passa bene, mi dice che ha dei capogiri, allora ci facciamo coraggio e ci fissiamo di fare 100 passi per poi rifiatare, i passi da 100 diventano 50,da 50 20 e poi 10. Durante questa ascesa al calvario continuiamo a vedere marmotte sfrontate che gironzolano indisturbate e lepri impaurite che sfrecciano in tutte le direzioni. La marmotta himalayana e' cicciona come la nostra, ma ha il pelo ambrato, la lepre e' di colore grigio chiaro e mi e' sembrata in qualche caso grande come un capriolo. Arriviamo finalmente al passo Kandala, 4900 metri, ne io ne il Mon Amour, inchiodati davanti al monitor tutto l'anno, siamo mai stati cosi' in alto...vietato pensare alla grappa bocchino... Evvvvai!!! ora e' tutta discesa fino a Shingo, dove riposeremo le nostre stanche membra, ma la discesa e' interminabile e il sole cocente. Quando arriviamo a Shingo siamo ridotti ai minimi termini. giorno 3 Sveglia, colazione e partenza per Kaya, e' tutta discesa e c'e' il sole, incontriamo delle donne sedute in terra che tagliano l'erba col falcetto e l'attorcigliano formando delle matasse usando la forza delle braccia e delle gambe, impacchettano foraggio per l'inverno, anche a guardarle non si capisce come facciano. Continuando, la vallata diventa un canyon e si capisce come il Ladakh sia considerato un deserto a 3000 metri, per fortuna persiste il torrente coi suoi salici, olivelli spinosi, rose canine e poco altro. In qualche momento mi vengono in mente i films western con gli apache e mi sembra di attraversare luoghi sacri per la presenza di cumuli di pietra messi dagli abitanti del luogo a formare geometrie o rudimentali stupa. Arriviamo a Skyu, il luogo stimola un certo misticismo, su una parete rocciosa si staglia un gompa, Mon Amour non vede l'ora di visitarlo, ma la guida che ci precedeva e' gia' stata risucchiata da una signora ladaki esuberante che lo mette a sedere e lo rimpinza di birra d'orzo nella quale butta a manciate lo ZAMPA (farina d'orzo essicata). Raggiunta la guida, subisco la stessa sorte, mentre il Mon Amour se la cava con un succo di olivello spinoso. Tempo 20 minuti e la voglia di visitare il Gompa e' gia' svanita, l'importante e' salvarci dalla sciura, ci basta proseguire il trekking. Da Skyu comincia la Markha valley col suo fiume Markha river, simile al Trebbia come portata d'acqua, ma molto piu' impetuoso, che si e' inglobato il torrentello di prima. Nel percorrere la valle ci troviamo spesso fra pioppi e salici scavalcando fiumiciattoli, arriviamo a Kaya dove allogeremo per la notte, ma prima ne approfitto per un'abluzione da cercatore d'oro del Klondike e anche se siamo sopra i 3000 metri e l'acqua del fiume fa venire i crampi, non posso fare a meno di insaponarmi e sbattermi dentro. giorno 4 E' mattina e si riparte, non prima di aver portato il Mon Amour a provare l'ebrezza di una toilette al ghiaccio. Prossima tappa Chilling, il percorso abbandona il letto del fiume e sale in costa sui monti, la vallata ritorna canyon, la vegetazione e' completamente assente, l'immagine che mi viene in mente e' quella delle alture del Golan. Il Markha river termina il suo percorso nello Zanskar e noi lo costeggiamo fino ad arrivare ad una teleferica che ce lo fara' attraversare. Per teleferica s'intende scatolotto chiuso su 2 lati nel quale ci si rannicchia e dall'altro lato si viene tirati a forza di braccia. Un'esperienza emozionante e divertente. Dopo altre 2 o 3 ore arriviamo a Chilling, localita' con molte piu' case delle precedenti e naturalmente la nostra e' quella situata piu' in alto sulla collina. Il posto gode di un panorama notevole e alle nostre spalle abbarbicato sulla roccia c'e' un paese abbandonato utilizzato ora come ricovero delle greggi, sopra i ruderi vi sono anche antichi stupa che dominano la vallata. giorno 5 Questa volta appoggiamo le chiappe su una jeep coi vetri scuri da narcotrafficante che ci porta fino a Leh. Il percorso non e' adatto per chi soffre di vertigini, soprattutto nel primo pezzo fino a quando il marrone Zanskar non sfocia nel verde Indo. Due ore di Jeep e siamo di nuovo a Leh, nella civilta'....si fa per dire naturalmente. Per il nostro trekking abbiamo optato per il pernottamento presso famiglie ladakhi, invece che in tenda. Questa opzione fa parte del programma Himalayan Homestaying che offre ai turisti una finestra sulla vita dei villaggi piu' remoti e coinvolge soprattutto le famiglie piu' povere che abitano l'Hemis National Park, habitat naturale del leopardo delle nevi. I proventi di questa attivita' turistica (che e' solo un integrazione, visto che viene portata avanti anche l'attivita' agricola) va per la quasi totalita' alle famiglie e per il 10% alla comunita', come risarcimento per i capi uccisi dai felini. Evitando quindi l'abbattimento indiscriminato si spera di salvare dall'estinzione il leopardo delle nevi, di cui restano solo un centinaio di esemplari. I villaggi che ci accolgono sono piccoli e composti da una a sei case, in posizioni mozzafiato: incastonate in strette vallate o incastrate alla base di vertiginose pareti verticali di roccia, sempre lambiti da un ruscello o da un fiume. L'abitato e' solitamente protetto da stupa imbiancate (sorta di cappelle sacre) e circondato da campi d'orzo che fornisce il mangime per gli animali e la base di quasi tutte le preparazioni della cucina ladakhi: pane, pasta e la zhampa, una specie di farina d'orzo tostata che e' sempre presente sulla tavola dei ladakhi e viene aggiunta a qualsiasi piatto o bevanza. Le case, in pietra e mattoni di fango, sono bianche con gli stipiti delle finestre e delle porte in legno intagliato. I tetti piani sono formati da strati di pioppo, salice e paglia e ornati di coloratissime bandierine buddiste, che mosse dal vento irradiano le loro preghiere nell'aria. Il cuore della casa ladakhi e' un'ampia sala bordata da divanetti a rasoterra davanti ai quali fanno bella mostra di se' coloratissimi tavolini. Sulla parete di fondo ecco la cucina: bellissimi ripiani di legno intagliato che ospitano batterie di pentole e teiere luccicanti che vengono lustrate ogni settimana e una fantastica stufa solitamente impreziosita da disegni e alle volte incrostata di turchesi che funziona a legna e sterco secco di mucca. La cucina e' il regno della AMA, la donna piu' anziana della casa che ha sempre un viso bellissimo, scolpito dal sole e dal vento e un sorriso contagioso. Come benvenuto dopo le ore di trekking ci veniva sempre offerto la tipica bevanda ladhaki: un te salato e pieno di burro dal sapore deciso e apprezzabile a queste altitudini. Scopriamo subito una tradizione locale: il dsangs. Da queste parti e' considerato maleducato accettare subito un'offerta, quindi ogni pasto vede svolgersi il seguente teatrino al quale abbiamo ben presto imparato a partecipare. L'ama siede a terra ai piedi dei tavolini dei commensali e appena la tazza o il piatto non strabordano si avvicina sorridente e minacciosa con la teiera o la pentola cinguettando DON DON (mangia! mangia! bevi! bevi!) e l'ospite deve rifiutare dicendeo DIK DIK (e' abbastanza). E' consentito, anzi auspicato, calcare la mano ed essere teatrali arrivando a coprire la tazza... tanto al terzo rifiuto la tazza o il piatto verranno riempiti con generale soddisfazione. Il cibo che ci e' stato cucinato (una diversa specialita' ad ogni pasto) era delizioso: pasta di orzo con una forma che ricordava le nostre orecchiette, preparata davanti ai nostri occhi con verdure dell'orto, riso speziato e verdure annaffiato con yogurt acidulo, momos (sorta di ravioli) ripieni e una pastra chiamata orecchie d'asino che incredibilmente ricordava i padiglioni auricolari del quadrupede ragliante. Durante e dopo la cena (sorseggiando innumerevoli tazze di tea) cercavamo di comunicare usando il mitico frasario inglese-ladakhi che si e' rivelato utilissimo, almeno per intrattenere le famiglie. Numero molto apprezzato l'elencazione delle parti del corpo con tanto di accecamento del cagnone nella dimostrazione del sostantivo MIK: occhio che ha guadagnato al mon amour il soprannome di BUMBU (asino). Abbiamo ascoltato musica tradizionale e riproposto un nostro grande classico, che aveva gia' riscosso discreto successo tra gli akha del Laos: oh bella ciao! Intanto le ragazze non stavano mai con le mani in mano: filavano la lana grezza delle pecore e lavoravano a maglia, producendo sciarpe, cappelli e maglioncini che mi hanno salvato dall'assideramento. La "traditional dry ladakhi toilet" altro non e' che uno stanzino sopraelevato con un buco in terra e al posto dello sciacquone sue palate di terra. Persino la toilette ci parla di una cultura fortemente connessa con la natura, dove tutto quello che viene preso viene restituito e non vengono creati rifiuti o scarti. Gli escrementi umani mischiati a quelli animali andranno a fertilizzare la terra e non verra' sprecata acqua inutilmente. Unico neo l'impossibilita' di lavarsi. Riempito un secchio d'acqua al fiume cerchiamo un po' di privacy in camera ma l'AMA ci insegue scioccata. Insomma sono ammesse solo abluzioni pubbliche (faccia e denti), rimane un mistero dove lavarsi il resto quindi scendiamo al fiume e cerchiamo un luogo appartato dove fare delle gelide abluzioni! Delle quattro famiglie ladakhi che ci hanno accolto si conquista un posto speciale nel nostro cuore quella di Padma, sua madre e sorella. A causa della prematura morte del padre non se la passano molto bene e hanno i visi bruciati dal sole. Quando arriviamo sono tutte al lavoro nei campi. Con loro e i loro 4 gattini passiamo una serata divertente e indimenticabile. Jule!
mon amour
5-6 settembre 2008
Negli ultimi giorni passati a Leh abbiamo visitato il Women's Alliance Centre, un'associazione locale che si occupa di preservare la cultura ladakhi, tutelare l'ambiente e promuovere il consumo di prodotti biologici e artigianato. Al centro abbiamo assistito alla proiezione di Ancient Futures, un film che illustra la cultura ladakhi e descrive le minacce alle quali viene sottoposta dalla globalizzazione. Il Ladakh e' una terra bellissima e desertica, caratterizzata da scarse risorse e da condizioni climatiche proibitive. Ciononostante per un millennio e' stata la patria di una cultura fiorente. Una tradizione di frugalita' e cooperazione, abbinata a uno stretto legame con la natura e una conoscenza profonda e intima del territorio, ha consentito ai ladakhi non solo di sopravvivere ma di prosperare. Tutti avevano abbastanza da mangiare: i soli mesi di duro lavoro estivo generavano scorte sufficienti al sostentamento per tutto l'anno; le famiglie e le comunita' erano unite in una rete di solidarieta' che rendeva impossibile la poverta' del singolo; le donne godevano di un ruolo di tutto rispetto. Poi e' arrivato lo "sviluppo". Ora nella capitale regnano l'inquinamento e le divisioni, l'inflazione e la disoccupazione, l'intolleranza e l'avidita'. Secoli di equilibrio ecologico e di armonia sociale sono minacciati dalle pressioni del consumismo occidentale. Il film non offre solo un'interessante ritratto del ladakh e dei suoi cambiamenti, ma solleva anche dubbi cruciali sul concetto stesso di progresso e analizza le radici dei mali della societa' industriale. Ma soprattutto la storia del Ladakh serve come fonte di ispirazione per il nostro stesso futuro e ci mostra come sia possibile uno stile di vita piu' sostenibile e felice. Una bella lezione dal ladakh, quindi... e tanta vergogna di essere occidentali, questa mattina quando siamo andati ad assistere a una rappresentazione religiosa al monastero di Spituk. Si trattava di "chams", rappresentazioni allegoriche interpretate da monaci con abiti variopinti e maschere coloratissime. Pubblico misto: signore ladhaki con gli abiti tradizionali che erano venute ad assistere alla funzione e turisti beceri che, armati di macchine fotografiche con uno zoom delle dimensioni di un bazooka, inquadravano i costernati locali a cinque centimetri dal loro naso. Popolo di guardoni che devono fotografare e filmare tutto per viverlo e che trasformano tutto in uno zoo. Alla fine abbiamo detto il fatto suo a uno dei fotografi piu' invadenti... ma ci e' rimasta comunque tanta tristezza. Domani si parte per varanasi, quintessenza dell'India piu' sacra. Alla prossima
Cagnone e Mon amour
7 settembre 2008
leh - delhi - varanasi
Torniamo a Delhi in aereo dopo essere stati sottoposti a 2 ore di controlli; veniamo perquisiti 4 volte, dobbiamo passare con le valigie attraverso 4 metal detector e prima di imbarcare i bagagli dobbiamo uscire sulla pista ad identificarli. In cabina non e' consentito alcun bagaglio a mano. Le misure di sicurezza sono state inasprite con la recente destabilizzazione del confinante Pakistan e l'acuirsi delle tensioni tra gli abitanti musulmani dello stato di Jammu e Kashmir e il governo indiano. (Per sciogliere le manifestazioni i soldati indiani hanno sparato proiettili di gomma sulla folla causando anche delle vittime.) Arriviamo a Delhi sotto un sole cocente e con un'umidita' pazzesca e poi si verifica una serie di eventi che i turisti in India conoscono bene. Decidiamo di andare dal terminal dei voli domestici a quello internazionale perche' leggiamo sulla guida che da li' e' possibile prenotare i biglietti ferroviari e alla sera vorremmo partire per Varanasi. All'ufficio informazioni ci confermano che e' possibile: usciamo quindi dove ci hanno detto di aspettare il collegamento gratuito con il terminal internazionale. Fa caldo, stanno trivellando l'asfalto rovente e decine di taxisti si avvicinano giurando che l'autobus non esiste/oggi non passa/e' andato a fuoco. Resistiamo stoicamente, rincuorati dalla rassicurante presenza di un ragazzo con divisa blu e cartellino (Information valet) che giura che il pullman sta per arrivare. Dopo un'ora ci dice che forse l'autobus passa all'interno ed e' riservato a chi ha una coincidenza. Abbiamo agonizzato sotto al sole per un'ora per niente. Proprio quando sto per incenerirlo, estrae dalla tasca un taccuino e mi chiede di scrivere che sono soddisfatta del suo servizio e che si e' dimostrato di grande aiuto. Mi allontano per non strangolarlo. Quindi, insieme a una coppia di ragazzi della Repubblica Ceca, finiamo in mano a una banda di taxisti che, dopo agguerrite contrattazioni e averci fatto cambiare macchina tre volte, ci portano all'agognato terminal. Dobbiamo comprare dei biglietti di entrata solo per scoprire che l'ufficio e' dentro agli arrivi ed e' riservato a chi atterra con un volo internazionale. Siamo punto a capo: cerchiamo un taxi e dopo contrattazioni, cambio d'autista e soste rifornimento approdiamo alla stazione ferroviaria di delhi. Siamo distrutti e nervosi. Abbiamo gia' litigato un paio di volte. Poi mi pervade quella che riesco a definire solo come la magia dell'India: mi lascio trasportare, smetto di arrabbiarmi e di lottare. Quando arriviamo alla biglietteria, con poche speranze di riuscire a fare un biglietto sui treni stracolmi che vanno prenotati con giorni di anticipo, scopriamo che sul treno notturno per Varanasi sono rimasti solo due posti. Il bigliettaio si congratula per la nostra fortuna. Usciamo in pace con il mondo: io galleggio sorridendo nella corrente di auto, tuc tuc, cicloriscio', biciclette , mucche, cani, persone, mani che cercano di attirarmi verso negozi di seta o di braccialetti, un po' impermeabile a tutto, come se fossi drogata. Tornati in stazione dopo un paio d'ore vengo strappata dal mio stato di grazia da una scena terribile: in un angolo e' sdraiato su una stuoia un uomo seminudo, con un turbante e uno straccio arancione in vita. E' magrissimo. non ha un grammo di carne addosso. Mentre passo tende la mano scheletrica. Chiedo spiegazioni a un passante: dice che e' povero e malato. Mi sembra allucinante che un uomo venga lasciato a morire a quel modo e mando il cagnone a dargli dei soldi e a compragli un pasto caldo. Scopriro' solo in seguito che forse si trattava di un sadhu, un uomo santo che ha lasciato tutti i suoi beni materiali e vive una vita raminga alla ricerca della perfetta ascesi, limitando il cibo ingerito alla quantita' minima sufficiente per non morire. Incontreremo tanti sadhu pasciuti e furbacchioni, che sbarcano il lunario imprimendo sulla fronte dei turisti il terzo occhio di polvere rossa e recitando una puja per i loro parenti. Questo era sicuramente un sadhu autentico. Il viaggio in treno di notte si rivela molto tranquillo, nonostante la scelta di viaggiare in seconda classe senza aria condizionata. I ventilatori fanno il loro dovere e abbiamo come compagni di viaggio dei tranquillissimi coreani. Passano caffe', te', pasti caldi, militari armati in gran numero e un ragazzino con un cobra sdentato in una cesta. Contro ogni aspettativa dormiamo benissimo!
mon amour
7 - 10 settembre 2008
Varanasi (contributo cagnone) Eccoci a Varanasi, o meglio, la stiamo lasciando dopo 3 giorni e 2 notti passati in un luogo unico al mondo per la quantita’ di immagini, sensazioni, emozioni, odori, suoni, che e’ capace di regalare. Per quanto ci si sforzi di essere impermeabili, si viene fagocitati, strizzati e sputati fuori increduli per quell che si e’ provato. Capita che dei bambini insistenti vogliano vendermi a tutti I costi pourtpourri di petali galleggianti con candelina da liberare nel Gange, io, riluttante, menefreghista ed indisposto nei loro confronti, mi ritrovo a comprargli pannocchie abbrustolite, a fargli il solletico e naturalmente a comprargli le candeline. Visitiamo il Golden Temple, un tempio Indu’ con una moschea in mezzo, una zona completamente militarizzata, io non voglio entrarci, Mon Amour insiste, ci ritroviamo a piedi scalzi nell’acquetta sporca, con la fronte impiastrata da un sadu che ci benedice, scortati dall’ immancabile guida improvvisata e scroccona. Vogliamo camminare fino alla nostra Guest House, ma un ragazzo con una determinazione mista a disperazione che leggiamo nei suoi occhi, ci convince a salire sul suo ciclo riscio’ e ci ritroviamo nella parte dei turisti culoni che tanto critichiamo quando vediamo passare. In alcuni momenti si ha la sensazione di essere dentro ad una tavola di Jacovitti, per cui capita di vedere una vacca piazzata all’ingresso di una casa, una scimmia che osserva dall’alto le cremazioni dei cadaveri sul gange, un’altra vacca che si sporge insieme a dei turisti dal balcone di una Guest House, una capra che mangia delle offerte floreali in una nicchia dedicate a Shiva. E poi ci sono I vicoli che si percorrono cercando di avere presente dove scorre il fiume Gange, unico punto di riferimento per non perdersi e succede che si debba competere con un quadrupede ruminante (scegliete voi quale) per la conquista del proprio spazio, o che si scopra un pozzo con un’irta scalinata, pieno di stoffe di ogni colore, dove le mogli che non riescono ad avere figli, s’immergono coi loro mariti e lasciano il sari in donazione. Potrei scrivere molto altro, ma preferisco lasciare la parte spirituale al Mon Amour (dei 2 quella sicuramente piu’ coinvolta), io posso solo aggiungere che in una citta’ come Varanasi e’ difficile fare delle brutte foto e per uno come me che e’ un po’ Japanese inside, Varanasi e’ un luogo meraviglioso
(...)
Solo un'aggiunta alla descrizione del cagnone: Varanasi e' la citta' dei forti contrasti che si risolvono in un'aspettata armonia. E' la citta' piu' sporca che abbia mai visto ed e' anche una delle piu' belle, di una bellezza violenta e forte che ti colpisce come uno schiaffo. La vita dei suoi abitanti e' intrecciata in maniera inestricabile all'elemento religioso: come abbiamo avuto modo di notare in una gita in barca, i ghat si animano gia' all'alba. Si tratta di scalinate che scendono verso il Gange dai palazzi antichi che ne bordano la riva. Ci sono persone giunte da tutta l'India per il bagno rituale nel fiume che, secondo la religione induista, assicura la moksha (ovvero la liberazione dal ciclo di reincarnazioni), donne che vengono a lavare i panni, uomini raccolti in meditazione e molti che fanno il bagno unendo le abluzioni quotidiane al rito sacro. All'alba e al tramomto un brahmino officia il rito del ganga aarti, la cerimonia di venerazione di Ganga, la dea hindu che rappresenta il sacro fiume Gange, solitamente raffigurata in groppa a un coccodrillo. Una sera a causa di un blackout assistiamo a una celebrazione molto intima e suggestiva: il brahmino compie eleganti movimenti circolari in direzione del fiume con, in ordine, delle bacchette di incenso, un elaborato portacandele piramidale, un barciere a forma di cobra e un ventaglio di piume di pavone. Nel frattempo con l'altra mano agita una campanella, il cui suono si fonde con quello degli strumenti a percussione di altri sette musicisti, a creare una melodia semplice ma ipnotica. Al termine i fedeli e qualche turista conquistato dalla cerimonia adagiano sulle acque del Gange lumini galleggianti e offerte floreali. La mattina, dopo il giro in barca decido di immergermi anch'io nel Gange. Non so bene perche'. Il cagnone cerca di dissuadermi recitando la Lonely Planet e ricordandomi che il fiume e' inquinatissimo e che contiene 1,5 milioni di batteri fecali coliformi, laddove l'acqua balneabile puo' contenerne un massimo di 500... Ma ormai ho deciso. Non mi spiace rendere omaggio alla dea madre e alla natura. E poi l'atmosfera e' irresistibile. Non riesco a stare a due passi dal Gange, fiume sacro da millenni e pensare che milioni di persone viaggiano giorni per immergervisi senza farlo. Quindi scendo le scalinate insieme alle donne dai sari colorati fino a quando l'acqua mi arriva alla gola e sto in pace con il fiume davanti a me, circondata dai petali dei fiori. Il cagnone commenta che ha una fidanzata sparata nel cosmo.
mon amour
16 settembre 2008
Ciao barca! Chiediamo scusa per il nostro prolungato silenzio, ma una nefasta concatenazione di eventi ci ha tenuti lontani dai PC. Il viaggio in treno da varanasi ad agra, la citta' del celeberrimo taj mahal, e' stato movimentato da una bizzarra, nonche' triplice numerazione delle cuccette che ha confuso le idee dei passeggeri e scatenato infinite dispute, che si sono riaccese ad ogni fermata. Esasperata, ho percorso tutto il treno con scompartimenti simili a buie bolge infernali e ho cercato l'aiuto del controllore che, nonostante mi avesse promesso di intervenire, si e' presentato solo all'alba, mentre nello scompartimento infuriava la rissa! Nei giorni seguenti abbiamo cominciato ad esplorare Agra con i mezzi pubblici (tutte piccole odissee avventurose): l'imponente mausoleo di Akbar, imperatore moghul ricordato per la tolleranza e l'interesse dimostrato verso le altre religioni; Faterpur Sikhri, la citta' perfetta in arenaria rossa che venne ben presto abbandonata per la mancanza d'acqua e tanti altri luoghi interessanti. Due giorni intensi in cui io, mon amour, ho fatto il passo piu' lungo della mia stessa medesima gamba, trascinando il cagnone nella disgrazia insieme a me. Forte dei gia' citati 24 miliardi di fermenti lattici e sentendomi protetta dal bagno nel Gange, ho trascinato il canide a mangiare per strada una volta di troppo. Non mi piace sedermi nei soliti ristoranti roof top e osservare a debita distanza di sicurezza la vita che scorre di sotto. Mi piace scendere in strada, sedere sulle panchette improvvisate insieme alla gente, mangiare incurante delle mosche e delle condizioni igieniche, bere spremute da un ambulante, felice e orgoglioso perche' finalmente un turista si ferma da lui. Mi piace far vedere che non ho paura e non ho schifo. Ma alla sera del secondo giorno ad agra (complice una ventola impazzita sopra al letto) passo una notte splatter seduta sulla tazza con il secchio davanti. L'indomani sono ko. Il cagnone comincia ad accusare il colpo a sua volta e ci trasciniamo a vedere il Taj Mahal sulle ginocchia. Al mattino decidiamo di raggiungere in treno Jodpur, la citta' rosa, e quando arriviamo in albergo, il canide ha 40 di febbre e diarrea. Languira' a letto in un bagno di sudore per due giorni, impermeabile a tachipirine, arsenicum albuum (rimedio omeopatico) e antibiotici a largo spettro. Io mi macerero' nel rimorso, cambiandogli la pezzuola bagnata sulla fronte e giurando che berremo solo pepsi cola per il resto della vacanza. Oggi, quando ormai mi stavo arrendendo all'idea che avesse contratto il colera a causa mia, e' risorto e siamo andati finalmente a visitare Jaipur e la fortezza di Amber, un meraviglioso palazzo rosato arroccato su un monte e pieno di stanze finemente dipinte e incrostate di specchietti. Domattina partiremo per Pushkar, piccola cittadina ai margini del deserto che divide l'india dal pakistan. Poi ci attendono altre due settimane di rajasthan... che affronteremo con una punta di inquietudine visti gli attentati di sabato a delhi, ma tanta voglia di vedere cosa ancora ci riserva l'india.vi lasciamo con qualche foto relativa al ladakh e a varanasi che siamo riusciti a descrivere con piu' calma e maggiori dettagli.
buona festa dei bloggersss.
cagnone e mon amour
p.s. del cagnone: meglio morire in un attentato che di colera!!
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