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tre uomini in barca

Cinzia Schiaffo Morale - Lunigiana, California, Utrecht

20 luglio 2008

 

Care Fausta e Marina,
lo so, ho saltato qualche passaggio, tipo bagagli etc., ma la vita è inclemente e mi sono trovata a ridosso della prima tranche di vacanze senza neanche saperlo. Allego cronaca della prima giornata, che è ancora
milanese ma vissuta con l'occhio straniero dei miei amici olandesi.

Carissime Tre Donne in Barca,
eccole qui!! quasi non me ne accorgevo, anzi diciamolo, non ci credevo proprio, eppure sono qui, sono cominciate: le vacanze!!! Anzi, la mia vera settimana di vacanza, la prima in quattro (dico QUATTRO) anni in cui non porto con me computer, lavoro, internet e pensieri: una settimana di puro svacco in campeggio, durante la quale fungerò da felice e passiva appendice di un'allegra famiglia olandese di amici che mi hanno preso a bordo della loro scialuppa in rotta verso la Lunigiana. Tanto per dirvi che tipo di famiglia è: mamma, papà, bimba di 12 anni, bimbo di 10 anni, più me, più i loro bagagli, più i miei bagagli, il tutto in casa mia, cioè 55 mq scarsi, e c'è meno casino di quando sono da sola!!!
Andiamo con ordine. Sono arrivati stamattina verso mezzogiorno; dopo molti abbracci e baci, dopo aver ricevuto un mazzo di rose che ha viaggiato per 12 ore per raggiungermi, dopo aver scaricato un'auto che aveva vagamente le sembianze di un'auto e dopo aver parcheggiato in garage il carrello che contiene una tenda da 100 mq e ammennicoli vari, ho cucinato una pasta che li ha per fortuna deliziati, quindi siamo partiti alla volta della metropoli, cioè Milano, che loro non avevano mai visitato. Usciti dal metro Duomo sono stati subito intercettati dai venditori di braccialettini brasiliani, che fanno finta di regalarti il braccialetto facendo leva sul tuo senso morale e quindi fidando che ti fermerai a pagarlo. Invece ci hanno rincorso per mezza piazza perché noi ce ne siamo andati beatamente. Visita in Duomo, passeggiata in Galleria, pestaggio dei poveri testicoli del povero toro, e poi grande prova di ardimento: acchiappo la bimba dodicenne, già patita di griffes, e entro spavalda da Prada. Esatto, come quando vai a vedere "Koda fratello orso" con tua nipote piccola perché da sola proprio non lo faresti mai. Dentro il negozio trovo un'altra ventina di persone come me, cioè gente scrausa della domenica pomeriggio, solo meno pavide perché non avevano con sé bimbe tutte occhioni; ma al piano di sotto, ragazzi, the real thing: donne velate di nero che fanno scivolare sul pos carte di credito che immagino miliardarie; una donna mollemente stravaccata sul sofa', vestita direi in foggia orientale ma non velata, che sta lì come se degnasse gli astanti della sua presenza proprio perché non ha nient'altro, ma proprio niente da fare. Allora esistono, mi dico, le mogli più o meno felicemente prigioniere di sultani del petrolio e delle loro carte di credito. E' vero, le avevo già viste da Harrod's a Londra, con limousine lunghe uno sproposito; ma a Milano mai. Be', sfido: mai entrata in un negozio di griffes in vita mia prima d'ora. Maxime (la bimba) dopo un po' mi chiede se ne ho abbastanza; dico sì e chiedo se le è piaciuto. Vorrei farle un monumento quando mi risponde nel modo seguente: sì, beh, ho visto un paio di scarpe uguali a quelle che ho visto a casa, solo qualche dettaglio diverso, ma quelle là costavano 20 euro, mentre queste probabilmente costano 400. Non male, eh?, per avere 12 anni, essere femmina e avere la passione della moda, tutti fattori di altissimo rischio nella società contemporanea.
Da lì in poi niente ci fa più paura: entriamo beate in altri negozi-griffes, e usciamo sdegnate come se ritenessimo oltraggiosa la qualità della merce esposta. Alla fine, in Cordusio, compriamo una maglietta per lei e un pezzo del suo costume da bagno, più un accappatoio rosa che sembra un peluche. Ma prima, altro assaggio di vita milanese: in coda per il gelato, con la coda dell'occhio vedo una mano (non mia, ahimé) avvicinarsi al portafoglio nella mia borsa. Trattasi di manolesta appartenente a quello in coda dopo di me: coppia tranquilla che neanche sembra, fanno neanche un plissé e dopo qualche minuto fanno finta di annoiarsi a morte a stare in coda e se ne vanno. Eh sì, da quando non lavoro più a Milano posso permettermi di avere le borse tipo shopping bag, che stanno sempre aperte: errore, a Milano non si può.
Arriviamo al Castello; intorno alla fontana sono sedute un sacco di persone; mi sembrano rondini sul filo, tutte una in fila all'altra, tutte lì in cerchio a guardare chi passa, e dietro la fontana a torta. Buffo, le cose più belle di Milano mi sembrano le persone: nemmeno un milanese, ci scommetto, ma un sacco di facce ed espressioni tutte da studiare.
Cena in pizzeria, fuori Milano per evitare il caropizza, in un locale chiassoso dietro casa mia dove hanno incorniciato le maglie di qualsiasi calciatore, raccolto gli autografi, esposto le foto dei proprietari con i calciatori medesimi, nonché appeso un sacco di palloni da calcio al muro. Gli amici olandesi, fanatici di calcio come quasi tutti gli olandesi, vanno in visibilio: that's Italy. Io non avevo mai considerato la cosa da questo punto di vista, ma mi trovo ad essere d'accordo.

 

A presto, un bacio!

Cinzia-Schiaffo Morale

 

 
21 luglio 2008

 

Giorno dedicato agli ultimi preparativi e al viaggio verso la Toscana. La figlia dei miei amici, Maxime, vede il mio bagaglio e chiede: ma ti porti tutta 'sta roba per una settimana? Ehm… sì…. e pensare che pensavo di aver già ridotto all'osso… Ma è il viaggiare il auto che mi frega: di solito viaggio in aereo o treno, e il bagaglio non può debordare (be', qualche volta sì); invece l'idea di viaggiare in auto mi gasa: che bello, posso portare quello che voglio, tanto sono in macchina!!

Comunque partiamo, e il viaggio fila liscio; sulla Cisa incontriamo qualche nuvoletta, che bello, un po' di fresco. Arriviamo al campeggio verso le 7; abbiamo il lusso di poterci scegliere la piazzola, perché non c'è quasi nessuno. Dopo un giro di ricognizione ne scegliamo una strategicamente vicina alla piscina, ai bagni e al ristorante. La tenda degli amici olandesi è praticamente una pagoda, e ci mettiamo quasi un'ora e mezza a montarla; la mia invece è una tendina pop-up, tutta fiorata, che è servita per lo spettacolo di fine anno nella scuola dove insegna il compagno della mia amica: dentro è tutta piena di lustrini di cui dovevano essere coperti gli studenti-attori, e per qualche mattina esco dalla tenda tutta bella brillantosa. Ceniamo al buio, immersi nel bosco di castagni e sugheri, sbranando la pizza del ristorante del campeggio (buona!). Poi nanna, ovvero la prima notte di campeggio in tenda da quando avevo 20 anni, secoli fa.

 

 

22 luglio 2008

 

Giornata nella quale mi dedico ad alcune occupazioni altamente complesse: sistemare la tenda in modo che riesca a trovare quel che cerco quando lo cerco; aiutare Jacqueline a montare due spettacolari amache; fare una nuotata mattutina prima di colazione, per farsi venire un po' di appetito; spalmarsi sulla sdraio a far finta di leggere, e in realtà a dormire. Ho persino il vago pensiero di avventurarmi all'esplorazione del campeggio, ma questo pensiero resta tale, confinato sotto strati di benefico ozio. Pranzo a bordo piscina, sotto i pini marittimi, e vera regressione all'infanzia senza sanzioni materne: siccome abbiamo dimenticato le forchette in tenda, si mangia l'insalata con le mani. Niente di più normale. Le regole della vita quotidiana sembrano perse in una nebbia lontanissima, dalla quale spero riemergano il più tardi possibile. Devo dire che la compagnia degli amici olandesi è eccezionalmente rilassata e rilassante: come molti olandesi, hanno una flessibilità nel rispetto delle regole relative al vestirsi, al mangiare, agli orari, che io proprio non ho, e mi sento come una bambina felice che fa le peggio cose senza nessun rimprovero.

 

 

23 luglio 2008

 

Mattinata-tipo: sveglia alle 9-9.30, nuotatina mentre Jacqueline va in paese a prendere il pane fresco; colazione abbondante e lenta nella frescura del bosco, a base di pane e nutella; doverosa pennica sull'amaca, oppure sulla sdraio super-comoda, per riprendersi dalle fatiche della colazione; verso le 15.00 ci viene il pensiero che forse abbiamo fame, e ci si prepara un po' di insalata, un po' di formaggio, e via. Poi ci assale un pensiero: forse sarebbe carino fare qualcosa, questo pomeriggio, tipo decidere di andare da qualche parte e andarci davvero, che so, una gita…… Mah….. Dopo molti dubbi decidiamo di darci all'attività sfrenata, e partiamo alla volta del vicino paesino-con-rocca-su-collina. I minorenni hanno il muso e vogliono tornare in piscina, i maggiorenni se la cavano come possono per arginare il malcontento della truppa e procedere compatti verso la postazione difensiva in cima alla collina – col sole a picco garantisco che non è stato semplice. In cima ci accoglie una giovane del luogo, rifugiata in una sorta di chalet di legno di pino di 10 mq, piacevolmente stupita non solo dell'appalesarsi di visitatori qualsivoglia, ma anche che tali visitatori chiedano informazioni sul luogo medesimo e sul circondario. Felice di dirci in 3 minuti tutto ciò che sa sul luogo e sulle iniziative della zona (escursioni naturalistiche, gratis; osservazione del cielo notturno, gratis; cinema nella rocca, forse non gratis; e via così), ci riempie di depliants e informazioni, che per un attimo fanno vacillare la nostra pigrizia assoluta, facendoci intravvedere orizzonti di attività e di conoscenza; ma noi niente, fermi e protetti dall'abisso linguistico – loro non parlano italiano, e io solidarizzo – ringraziamo molto calorosamente ma ci teniamo sulle nostre posizioni: svacco a oltranza.

In realtà a me viene una luminosa idea: andare all'isola d'Elba per una gita, e coinvolgere l'allegra famigliola (beh, i pupi non sono mica tanto allegri, ma davanti ad un gelato si rasserenano). Compriamo il Corriere del Tirreno e facciamo qualche telefonata, per scoprire che portare l'auto sull'isola equivale a tre giorni di campeggio per 5 persone, in termini di costi. Ma spavaldamente decidiamo di andare l'indomani, lasciando auto e mezza famiglia sulla terraferma: cioè ci andiamo io e Harrie, il compagno di Jacqueline, la quale è ben felice di evitarsi una gita nei 35 gradi del mezzogiorno per visitare Portoferraio.

In serata, in campeggio e mio malgrado, vengo acchiappata da una gentile fanciulla che mi propone la visione – nientemeno – che di 6-7 cortometraggi del Milano Film Festival; e io, che ero riuscita fin lì non solo a schivare l'impegno culturale del suddetto festival, ma anche qualsiasi altra attività degna di tale nome durante gli ultimi 3 giorni, infine capitolo: le dico sì, va bene, ci vengo, voglio vedere questi corti. A volte la resa è pur sempre onorevole. E quindi mi vedo questi corti, molto carini del resto: una zanzara che si innamora di Nosferatu; un ometto che va da Satana perché ha perso la sua anima, e riesce a far sì che anche Satana si perda; un corto stile animal planet in cui le specie protette sono i timidi carrelli della spesa, i sacchetti di plastica (un tempo endemici, ma ora quasi in via d'estinzione), i feroci copertoni d'acqua dolce (assaltano gli ignari carrelli della spesa e ne fanno scempio), e i cattivoni che le minacciano sono gente che si fa chiamare ecologisti; una storia d'amore tra una fanciulla con figlia e un fanciullo che di mestiere fa l'uomo-palladicannone (cioè quelli che vengono sparati in aria nelle fiere, e poi cadono sulle reti da trapezista); e qualche altro che non ricordo. Ah sì, due corti italiani: uno su come fare soldi fregando l'assicurazione, e l'altro su dei balordi che ammazzano uno che si scopre essere il loro capo camorrista. Belli. Positivi.Veramente, scaldano il cuore.

 

 

24 luglio 2008

 

Gita all'Elba, che si svolge serenamente e caldamente tra Fortezza Medicea, villa romana, Teatro dei Vigilanti (un bonbon), villa di Napoleone. A proposito, il Nostro è stato proprio uno sprovveduto a lasciare l'Elba e la villa, che è un posto da sogno con un giardino da cui non volevo più uscire. C'era anche un pezzo della mostra su Napoleone, che è sparsa nei luoghi napoleonici dell'isola; pensate únpo (come diceva Frassica-Bravo Presentatore, moltissimi anni fa), c'era anche il set per la cura dei denti che N. usava, tenendo molto egli alla cura della sua imperiale persona. Mah. Pranzo sui gradini di piazza della Repubblica, in puro stile hippy-girovago. Alle 16.00 circa avvistiamo piccola graziosa spiaggia sotto villa napoleonica, facente all'uopo della nostra bisogna, cioè due bracciate in mare prima di riprendere il traghetto. E lì, ragazzi, do il meglio di me in versione figlia di Fantozzi. Metto le lenti a contatto, sfodero l'occhialino da nuoto serio, sono pronta per tuffarmi nel mare verdeblu, e felice di poter vedere dove metto i piedi (chi non è miope non sa cosa vuol dire entrare in mare senza vedere niente, e uscire 2 km più in là senza capire dove diavolo si è). Faccio tre bracciate, inseguo due occhiate (pesci, sono pesci) e….. porca miseria un dolore bestiale al viso e al braccio!!!!! Ma ti pare possibile? Ho beccato una medusa. L'unica medusa nel giro di centinaia di miglia nautiche, perché nessuno (e dico nessuno) né prima né dopo se l'è beccata. E meno male che ci vedevo. Risultato: il bagno in mare più rapido della storia, e giusto un filo di incazzatura data dal fatto che era l'unico bagno in Mediterraneo per quest'anno. Il barista della spiaggia pretende di non avere più ammoniaca, ma mi dice di mettere sulla "bruciatura" i ciottoli caldi della spiaggia. Funziona: una farmacista mi ha spiegato tempo fa che il caldo cambia la struttura chimica della schifosa sostanza che fa quel male cane, e con pazienza il dolore diminuisce. Ma guarda te……

 

 

25 luglio 2008

 

Domani si torna a casa, per cui oggi niente di più meritato di una giornata di assoluto far niente. In serata andiamo a mangiare una pizza a Follonica; niente di che, ma suggelliamo la vacanza con scambio di chiavi delle rispettive magioni: io ho le chiavi della casa di Jacqueline e famiglia, a Houten in Olanda, e loro hanno le chiavi di casa mia, che probabilmente useranno come punto di appoggio nel viaggio di ritorno, quando io sarò già partita. Un po' simbolico e un po' utile, questo scambio è una bella cosa.

 

 

26 luglio 2008

 

Giorno di partenza; avevo in programma di partire alle 2, e alle 5 ero ancora lì: io non volevo andarmene e i miei amici non volevano lasciarmi andare via… Viaggio tranquillo, a casa mi aspetta 'sto caldo allucinante. Mi sembra di essere capitata qui provenendo da un altro pianeta, dove il soffitto era fatto di foglie, l'aria fresca non mancava mai, e il panorama riempiva la giornata. In mattinata, prima di partire, ho incrociato per l'ultima volta la signora che faceva le pulizie di bagni, docce, etc., e con la quale avevo scambiato due chiacchiere le mattine precedenti. Mi chiede dove abito, le dico vicino a Milano; chiedo a lei dove abita e lei mi dice: laggiù, li vede quei tetti? e mi indica una casa che spunta appena dal bosco, a 10 metri dal campeggio. Mi trovo quindi a fare la seguente riflessione: è meglio una vita come la mia, con un lavoro intellettuale e scientifico che dà soddisfazione, e vivere dove vivo io (argh), andare su e giù dall'ufficio, stressarsi per i lavori non finiti, le scadenze ormai defunte, e così via, oppure una vita come la sua, che va bene che pulisci i cessi del campeggio, ma quando hai finito sei nel mezzo del paradiso?

 

 

27 luglio – 3 agosto 2008

 

Niente da rilevare, se non che mi sento disadattata alla mia vita "normale" come se provenissi da un'assenza di 3 anni su Marte. La natura mi manca tantissimo, non so rassegnarmi alle brutture del cemento e dell'afa, e rimpiango la mia troppo breve vacanza.

 

Ma attenzione: tutto ciò sta per finire. Martedì prendo un aereo, vado ad Amsterdam, sto una notte a casa del mio compagno (che al momento è a Taipei) e poi mercoledì mattina 5 agosto salgo su un aereo per San Francisco!!!!! Quattro giorni di convegno, e poi via, la vacanza riparte!!! Al momento non ho programmi certi, perché ho un compagno super-hippy, in preda a costante iperattività dovuta ad abuso di caffè (non scherzo, va sui 2 litri al giorno, e vabbe' che è il caffè filtrato, ma è sempre tanto!), che ogni due giorni cambia idea. So che, dopo 4 giorni a Palo Alto, abbiamo un albergo a Sonoma, vicino alla Napa Valley, per 5 giorni, e che gireremo la California del nord. Se poi passerò 2 settimane a fare wine tasting, oppure attraverserò il continente andata-e-ritorno, questo proprio non lo so.

 

 

5-6 agosto 2008

Temevo la folla al check in di Malpensa ma, a parte un enorme gruppo francese diretto non so dove, tutto fila liscio: in due secondi ho la carta d'imbarco e mi sbarazzo di 23 kg di valigia (a cui va aggiunto il bagaglio a mano), e siccome sono un bel po' in anticipo mi tocca aspettare circa un'ora. Anche il controllo della security sul bagaglio a mano è velocissimo; talmente veloce che manco mi chiedono se ho liquidi in borsa, e infatti mi dimentico di avere una mezza naturale portata da casa, oltre alle cose che ho diligentemente messo nella bustina trasparente. Mi avevano già fatto notare che i controlli a Malpensa sono molto easy; in effetti, se da un lato detesto le paranoie americane, dall'altro qui è forse un po' troppo easy. Il volo non è molto tranquillo, nel senso che si è dormito poco, ma arriviamo in orario. Al controllo passaporti prendono le impronte digitali e ti schedano come un criminale; l'officer mi informa che le mie impronte attuali non corrispondono a quelle che mi hanno preso in primavera o lo scorso anno, e quindi devo andare in un ufficio a chiarire la cosa. Molto, molto bene. Aspetto per mezz'ora, poi un altro officer mi informa che va tutto bene: evidentemente il riconoscimento automatico delle impronte da parte del computer non sempre funziona. Per un attimo ho avuto la sindrome da terminal stile Tom Hanks, ma per fortuna tutto risolto. Ora devo aspettare tre ore prima che arrivi il mio compagno da Taipei; vado a pranzare, gironzolo per l'aeroporto, compro un paio di orecchini per ammazzare il tempo, e finalmente arriva. Ritiriamo l'auto noleggiata e via, si parte per Palo Alto, freeway 101 verso San Jose. Ora di punta, coda, etc etc. ma alla fine si arriva. Hotel molto carino (sfido, 200 bucks, cioè dollari, a notte), doccia bollente e cena; non so più che ore sono, nemmeno che giorno è, ma so che il jet lag nei primi giorni mi mette una fame epica a tutte le ore del giorno, e specialmente a quelle in cui di solito non si mangia. Incontriamo dei colleghi con i quali andiamo a cena nel ristorante più vicino che riusciamo a trovare; prezzi non proprio popolari, ma si mangia bene. Comincio a vedere cos'è la California: cibo biologico, coltivato in maniera sostenibile, raccolta differenziata dei rifiuti anche negli alberghi (sospetto che da qualche parte facciano raccolta differenziata anche per strada), cartelli dovunque per ricordarti che le risorse naturali sono scarse e non dobbiamo sprecarle. Un monumento all'ecologismo, insomma.

 

 

7 agosto 2008

Inizia il convegno alla Stanford University. Si chiama Stanford perché questo è il nome di colui che ha finanziato la sua creazione, nell'800. La storia è questa: Leland Stanford è governatore della California, è molto ricco e ha un figlio, che vuole mandare ad Harvard percheé si laurei. Tuttavia il figlio muore di tifo a Firenze, e in sua memoria Stanford vuole dare un bel mucchietto di soldi ad Harvard perché costruisca un college che lo ricordi. Harvard però dice no grazie non ci interessa, e allora Stanford decide di far costruire un college in California, precisamente a Palo Alto, dove lui ha terreni. Così avviene, e adesso Stanford dà del filo da torcere ad Harvard. In ogni caso il campus trasuda dollaroni ad ogni angolo: l'edificio dove si tiene il convegno è enorme, curatissimo, con giardino, fontane, alberi splendidi. Nel campus c'è un museo di tutto rispetto, un giardino con le sculture di Rodin e varie sculture di artisti di fama (Moore, Pomodoro, Mirò, etc.) sparse tra i vari edifici. La California è comunque uno stato molto, molto ricco, e lo si vede ad ogni angolo. Palo Alto è una cittadina medio-piccola, ma i suoi negozi fanno invidia alle boutique milanesi; tutto è una boutique, dai vestiti all'arredamento, alle enoteche. Il convegno decolla, la prima giornata finisce; per cena cerchiamo un ristorante dowtown Palo Alto, e per un momento penso di essere capitata in uno dei famosi bugs delle guide turistiche: quando cioè le guide scrivono dell'esistenza di qualche posto che invece non c'è, per sbugiardare i concorrenti che le copiano. Non è un bug della Lonely Planet, ma il ristorante comunque non c'è, perché ha chiuso: la guida LP della California è vecchiotta e le farebbe bene una bella revisione.


8 agosto 2008

Oggi seguo e non seguo il convegno: devo finire il lavoro che presento con il mio collega, quindi mi prendo il pomeriggio per lavorare. Alle 18.30 inizia la cena del convegno nel giardino delle sculture di Rodin, cioè all'aperto. Contrariamente a quanto ci si poteva aspettare, qui è California ma fa freddo: alle 18.30 si resiste ancora, ma alle 20.30 sono tutti intirizziti e desiderosi di andarsene. Alcune signore lamentano che non avevano capito che la cena era all'aperto: 13 gradi con infradito e maniche corte le hanno messe a dura prova. Il clima è molto secco, quindi la temperatura, sia calda sia fredda, si sopporta meglio; però fa freddo.

 

 

9 agosto 2008

Ultimo giorno di convegno; presentiamo il nostro lavoro in mattinata e resistiamo stoicamente fino alla fine dei lavori, quando ci aspetta un wine and cheese tasting. In California il tasting va forte: si fa assaggio di tutto, vini, formaggi, frutta, qualsiasi cosa possa essere assaggiata. Ceniamo a Palo Alto, ospiti dell'organizzazione del convegno, in un ristorante il cui nome crea non pochi problemi di pronuncia agli anglofoni: Zibibbo, ovviamente italiano. Ovviamente perché qui è difficilissimo sfuggire alla sindrome italiana: i ristoranti migliori sono spesso italiani, le boutiques vantano prodotti italiani, nei supermercati ci sono un sacco di prodotti italiani o simil-italiani. Sulla guida Michelin di San Francisco e Bay area, spessissimo i ristoranti preferiti dagli ispettori Michelin sono italiani; il che va bene se vuoi mangiare italiano, ma scoccia un po' se cerchi di mangiare come mangiano i locali. E infatti qui tutti adorano il cibo italiano, e devo dire che lo cucinano anche bene: niente pasta scotta, ravioli più che decorosi, risotti che non sfigurerebbero sulla tavola di un buon ristorante in Italia. La materia prima è comunque molto buona: è quasi impossibile trovare frutta o verdura schifosa nei supermercati, la carne è quasi sempre ottima, il pesce è fresco e ben cucinato, e molto spesso si tratta di ingredienti biologici. Il capitolo vini invece non è italiano: sebbene nelle carte dei vini di qualche ristorante non manchino le etichette italiane, anche molto costose (500 dollari a bottiglia per un Sassicaia), i vini californiani ovviamente spadroneggiano, e sono buoni.

 


10 agosto 2008

Oggi lasciamo Palo Alto e ci trasferiamo a nord di San Francisco, a Sonoma. Prima di lasciare il campus visitiamo il museo e inseguiamo le sculture sparse per il campus. Il museo ha in mostra alcuni dei dipinti scampati al disastro Katrina di New Orleans: molto molto belli. In particolare un paesaggio di Braque che sembra avere luce propria, con colori decisi e solari, uno spettacolo. Nell'ingresso del museo c'è una scultura imponente di un'artista americana di cui ho dimenticato il nome; la scultura raffigura un cavallo a grandezza quasi naturale, che sembra fatto di pezzi di legno lavorato dal mare, di quelli che si trovano sulla spiaggia, e invece è bronzo fuso dentro stampi modellati sui legni. L'effetto di verosimiglianza è totale: se non si tocca la scultura non si capisce che non è legno, e anche toccandola non si è certi di cosa sia fatta.
Oggi fa un caldo bestiale, modello forno; al tramonto ci dirigiamo a nord di San Francisco, passando sul mitico Golden Gate: uno spettacolo, cielo limpidissimo e vento tesissimo, un freddo becco ma è emozionante. Passato il ponte parcheggiamo e torniamo indietro a piedi, fino a metà, per vedere l'effetto che fa: grandioso. Qui e là lungo il corridoio pedonale hanno messo cartelli intesi a scoraggiare gli aspiranti suicidi dal buttarsi di sotto; il ponte è  infatti un luogo d'elezione per chi vuole farla finita: non c'è nemmeno una singola milionesima parte di probabilità che, una volta saltato, ci si possa salvare. L'altezza è notevole, le acque della baia sono gelide, e in ogni caso la violenza dell'impatto con l'acqua è tale servire anche da sola allo scopo. Quindi quassù, sul ponte, hanno messo cartelli che dicono: attenzione, le conseguenze di ciò che stai per fare sono letali, pensaci bene e chiamaci; di fianco ai cartelli infatti c'è sempre un telefono, che chiama credo una sorta di telefono amico per fare counselling ad aspiranti suicidi sul Golden Gate. Siamo in America, folks. Arriviamo a Sonoma abbastanza tardino; il nostro hotel è in realtà un motel molto ripulito, con camere graziose e pulite e niente reception: troviamo le chiavi in una sorta di cassetta di sicurezza di cui ci è stato dato il codice. Impieghiamo due secondi per scaricare l'auto, e una vita per trovare il centro cittadino: negli States le città sono disperse, si estendono per miglia, anche quelle piccole, e trovare il centro città è più complicato che trovare la città stessa. Alla fine ce la facciamo, per scoprire che quasi tutti i ristoranti hanno già chiuso la cucina. Direte voi: sfido, se vai alle 11.00pm a cercare un ristorante, magari non ne trovi. E invece no: sono le 9.15pm. L'unico posto che compassionevolmente ci accetta è un ristorante himalayano, doce faccio slalom per evitare cibi piccanti ma che alla fine ci appaga.

 


11 agosto 2008

Si va a San Francisco. Devo dire che noi siamo proprio molto rilassati, perché non ci svegliamo mai prima delle 9, e ci prendiamo tutto il tempo che ci vuole per una doccia e la colazione. In genere qui gli alberghi non servono la colazione, quindi bisogna andare in un caffè o ristorante. Scegliamo il Big 3, annesso ad un hotel di lusso e che manco a dirlo serve solo cibo biologico. Ma buono, davvero, quindi colazione superabbondante, e quindi ci mettiamo in viaggio. Decidiamo di fare gli ecologisti: lasciamo l'auto a Sausalito, graziosa cittadina sulla baia, e prendiamo un ferry per Fisherman's Wharf. Arrivati a Sausalito scopriamo due cose: che c'è una coda chilometrica per il ferry, e moltissimi sono turisti in bici, e che c'è nebbia. Sì, nebbia, qui ad agosto c'è la nebbia, perché la central valley della California ha una temperatura così elevata che quando l'aria super-calda si incontra con l'aria super-fredda proveniente dal Pacifico si forma la nebbia. Il Golden Gate è un miraggio di cui si vedono solo la cima e i piedi delle due torri. Spettacolare. Passiamo vicino ad Alcatraz, oggi allegra meta turistica. Fisherman's Wharf, primo assaggio di SFO, è un posto pazzesco, una specie di luna park, o meglio una babele rutilante di luci e inviti a provare questo e quello. Fuggiamo rapidamente per dirigerci alla Coit Tower; un'amica che ha vissuto qui mi dice essere quella dove Hitchcoch ha girato le scene del finto e del vero suicidio de "La donna che visse due volte": che emozione salire gli ultimi gradini della torre, quelli che James Stuart non riuscì a salire per via delle vertigini!!! Nella finzione del film la torre, se ricordo bene, è in una missione, e Kim Novak cade nel cortile bianco e deserto. La torre in realtà ha ai piedi un giardino e un parcheggio, che magari ai tempi di Alfred non c'erano. Ci dirigiamo a piedi verso Union Square; a metà percorso riusciamo a salire su uno degli sferraglianti tram, stipato di turisti euforici e desiderosi di sporgersi il più possibile, dato che i tram sono per metà aperti. Union Square è un formicolare di gente e turisti; tentiamo di visitare il museo più vicino, quello di Folk Art, il cui edificio è stato progettato da Frank Lloyd Wright, uno dei miei architetti preferiti, ma è già chiuso; ci rifugiamo da Borders, libreria che mi piace sempre molto. Ci sono riviste improbabili, tipo "Progetti da completare in un week end", oppure montagne di pagine sui lavori a maglia, oppure sulle case più spettacolari della California, e via dicendo. Quando usciamo, ristorati da un caffè, è scesa la nebbia e c'è un vento gelido; gente intirizzita in maglietta e sandali aspetta il tram, che arriva in fretta. Ma i tram non sono in effetti tram normali: scorrono su una fune che collega tutti i binari della città, e il guidatore manovra due leve e qualche pedale che servono per sganciare la vettura dalla fune quando ci si ferma, e riagganciarla poi per partire. Bestiale, nel senso che ci vuole un fisico da matti, si fa una fatica pazzesca, e in più il nostro guidatore trova il tempo per distribuire i turisti tra i vari posti in piedi e a sedere, dire il nome delle fermate, avvertire i bambini che se si sporgono troppo quando incrociamo un altro tram gli viene un taglio nuovo di capelli, e scerzare in spagnolo con alcuni turisti sudamericani. What a job, direbbero qui. La corsa è bellissima, siamo proprio nei posti davanti, le strade sono un saliscendi incredibile, e fa sempre più freddo. Arrivati a Fisherman's Wharf scopriamo che l'ultimo ferry per Sausalito è partito 4 ore fa; niente panico, prendiamo un taxi che ci costa come la corsa in ferry. Passiamo sul Golden Gate ancora nebbioso: le funi di sospensione verticale sembrano finire nel nulla, in alto; è una sensazione magica.

 


12 agosto 2008

Dopo le fatiche cittadine, oggi giornata bucolica, in giro per la Sonoma County. Ci dirigiamo verso Occidental, che la Lonely Planet descrive come un luogo di pace e amenità. In effetti si tratta di poche case, due hotel con annesso ristorante che si fanno concorrenza, uno di fronte all'altro sull'unica strada del paese, e molti molti alberi di natale. Qui a natale si riempie di famiglie che vengono a comprare il loro albero, dice la guida. Il passo successivo consiste nel prendere Coleman Valley Road che, sempre seguendo la guida, è una delle strade più belle della California del nord. Stentiamo a trovarla, imboccando una stradina piccola piccola che ad un certo punto ci stupisce con un cartello che avvisa che lì ci sono gatti che attraversano la strada. Il cartello è proprio come quelli che avvisano del passaggio di animali selvatici: giallo, a rombo, con la figura dell'animale, in questo caso del micio, in nero. Quasi non ci credo. E' vero che qui negli States le strade sono zeppe di cartelli parlanti, e oltre a saper guidare devi anche saper leggere, e in fretta: non svoltare a destra col rosso (qui in genere si può), la strada ha molte curve per 5 miglia, metti la marcia bassa, si sconsiglia il transito ai camion, non ti venga in mente di fare inversione a U, il ponte è stretto, condividi la strada con i ciclisti, e via così. Ci sono certi incroci o svincoli che hanno così tanti cartelli che leggerli tutti comporterebbe creare una coda di qualche miglio. Comunque la strada campagnola è uno spettacolo, prati e abeti o alberi simili, fattorie qua e là, e all'improvviso dopo la metà vedi un azzurrino là in fondo e ti rendi conto che stiamo scendendo verso l'oceano. L'oceano!! La prima volta che vedo il Pacifico, e ci arrivo da una strada che crea una quinta di colline e dolci curve, incorniciato da un orizzonte infinito. Arriviamo a Coleman Beach, a nord di Bodega Bay, e mi sento come se avessi compiuto una grande impresa: lo scenario è letteralmente grandioso, spiagge lunghissime e bianche con dietro scogliere pazzesche, stormi di gabbiani, e l'acqua vaporizzata dalle onde che sale e crea quella nebbiolina che rende ancora più selvaggio il panorama. Davvero bellissimo. Faccio fatica a lasciare questo paesaggio in cui la natura ha una forza e una bellezza che soggiogano; ci dirigiamo di nuovo verso l'interno, seguendo questa volta il Russian River, così detto perché nell'800 arrivarono qui i russi (che erano peraltro proprietari dell'Alaska) e si stabilirono su queste rive. Il fiume è bellissimo; qui ogni cosa meriterebbe una settimana di esplorazione! Si può far canoa, ci sono le wineries, le sequoie sempervirens, gli alberi più alti della terra, con i loro tronchi diritti e lunghissimi, le chiome scure e fitte. Le auto hanno dimensioni enormi, la gente è cordiale e sorridente, veri boscaioli. Al ritorno ci fermiamo a Sonoma, da Della Santina's, trattoria tipica italiana. Non male, anche se niente di che. In questi giorni seguiamo la guida Michelin di SFO e bay area: non sbaglia un colpo, e i ristoranti consigliati non sono per niente più cari della media.

 


13 agosto 2008


Oggi si va al Muir Woods National Monument, dove ci sono le sequoie. Scarpe da camminata, occorrente per picnic acquistato nel paradiso del biologico, ovvero Whole Foods, supermercato interamente bio da cima a fondo, con un reparto rosticceria da far impallidire qualsiasi altra cosa abbia mai visto prima. Il mio compagno mi trascina fuori quasi a forza; facciamo colazione sui tavolini di fuori con mirtilli giganti, yogurt super-bio, bagels e un muffin addirittura vegano. Poi compriamo un telefono; cioè, volevamo solo la SIM card, ma il venditore ci dice che la carta è 29 dollari e invece telefonino Motorola scrauso con carta costano solo 15. Affare fatto, adesso possiamo chiamare tutti i ristoranti e alberghi della California per prenotare!! Non poco, visto che qui siamo in Sonoma Valley, solo un gradino più giù della mondanissima Napa Valley.
Arriviamo a Muir Woods, a nord di SFO, ed entriamo nel parco. Il sentiero principale è asfaltato, e così decidiamo di darci all'avventura prendendo l'Ocean Trail, due ore di camminata tra andata e ritorno. Passiamo così tutta la giornata nel bosco di sequoie; sono uno spettacolo. Scendiamo dalla collina, e ci troviamo in una zona magica: alcune sequoie portano i segni di un incendio, ma il loro legno non brucia bene, e quindi quasi sempre una sequoia sopravvive al fuoco. Tuttavia restano profonde cicatrici, che a volte si traducono in aperture alla base del tronco. Ne avvisto una talmente grande che il tronco, bruciando, ha formato una caverna, dove si può entrare e stare comodamente in piedi. E' la prima volta che entro in un albero, e poi questi alberi sono speciali, sono giganti silenziosi che restano al loro posto per centinaia di anni. L'emozione è davvero fortissima: mi sembra di entrare nel ventre di un grande animale, in una caverna viva, le cui pareti sono calde, segnate dal fuoco, annerite, con il legno vivo portato a vista. Magico. Scendendo incontriamo sempre più alberi segnati dal fuoco, che è parte integrante del ciclo di sopravvivenza di queste piante, perché il fuoco pulisce il sottobosco e consente agli agglomerati di cellule che formeranno le nuove piante di aprirsi e cominciare a germogliare. Sugli alberi o alla base si vedono come dei rigonfiamenti, che contengono appunto il tessuto dal quale si svilupperanno le nuove piante.
Usciti dal parco ci dirigiamo a nord lungo la mitica highway 1, quella che fa tutta la costa della California, con scenari spettacolari. Arrivati a Bodega Bay, ci fermiamo brevemente sulle alte dune di sabbia bianca; lo spettacolo dell'oceano è sempre bellissimo. Per cena decidiamo di strafare, e ci fermiamo a Sebastopol in un ristorante che ha una stella Michelin ma prezzi ragionevoli, cioè una vera rarità. K&L Bistro ci delizia con piatti veramente buoni, e il capolavoro arriva al dolce: peach and raspberry cobbler, cioè un dolce con pesche e lamponi sul fondo, pasta frolla sopra, servito tiepido con gelato alla vaniglia.

 


14 agosto 2008

Abbiamo deciso di fermarci un giorno in più a Sonoma: sta per arrivare il week end di ferragosto, San Francisco è tutta prenotata e quel che è libero è costosissimo, e quindi cerchiamo un posto per andare a nord. Dopo aver dribblato per 4 giorni lo sport prevalente da queste parti, ovvero andare per cantine ad assaggiar vini, ci sembra giunto il momento. Mentre io telefono a qualche decina di B&B a Mendocino e Fort Bragg, su a nord, per vedere se hanno una camera per venerdì e sabato, il mio compagno guida alla ricerca di una winery a Glen Ellen. Lui sostiene che nel supermercato sotto casa, in Olanda, vendono vino di Glen Ellen, e quindi vuole andare a vedere dove lo producono. Quindi lui guida e io telefono; e lui si perde. Basta che lo lascio un minuto in balia della cartina, ed ecco che non sa più dove siamo, non sa più chi siamo, né dove stiamo andando. Detta così sembra filosofica, ma l'unico pensiero filosofico che mi viene al momento è del tipo che è meglio non dire. Comunque trovo un B&B con camera disponibile, e mi preparo al wine tasting indossando il cappello a falda enorme che ho testé comprato dowtown a Sonoma, e che mi dà un'aria da divina. In fondo siamo in California, se non esagero qui… La winery prescelta si chiama Kunde, è la proprietà più estesa della Sonoma Valley, ci informa la guida-cartina della valle, ed è anche quella in cui si è sposata Geena Davis. Di fronte a questa notizia non resistiamo e ci precipitiamo all'interno, che è maestoso, curatissimo, con un bancone lungo un chilometro in legno scuro, e una zona con salottini e bei tavolini, che è riservata alla "seated tasting experience", cioè a quelli che vogliono assaggiare e anche sedersi, e magari avere un piattino di formaggi scelti da accompagnare al nettare. Nonostante il prezzo quasi da rapina (oh yeah, il wine tasting si paga), cioè 20 dollari a testa, optiamo per la seated experience, anche perché io sono quasi digiuna, affamata, quasi astemia (non per scelta), e quindi ad alto rischio di non reggere. Una signora molto gentile riempie i quattro calici che ciascuno di noi ha davanti: chardonnay, zinfadel (che, mi informa la signora, in Italia si chiama Primitivo) e due cabernet, uno puro e uno miscelato con un'altra uva che non so. Buooooni, ma non arriverò mai alla fine di nessuno dei quattro calici… Con sforzi enormi riesco comunque a mantenere il pieno possesso delle mie facoltà mentali, anche di fronte al Porto che chiude la serie di assaggi. C dirigiamo quindi verso la Napa Valley, facendo sosta alla foresta pietrificata (enormi sequoie di 300mila anni fa, sommerse dalla cenere di un'eruzione del monte St.Helena) e all'Old Faithful Geyser of California, cioè il geyser che non ti delude mai: ogni 40-45 minuti sbuffa, gorgoglia e poi sputa un bel getto d'acqua sulfurea calda. La Napa Valley è davvero bella, con belle collinette coperte di vigne e qualche collinozza più alta dietro; è il tramonto, e la luce dorata dà un aspetto speciale a tutto. Ci fermiamo a cenare a St. Helena, seguendo la cara Michelin che non ci delude nemmeno stavolta.

 


15 agosto 2008


Con molta, molta calma si parte per il nord; ripercorriamo la highway 12 verso il Russian River e sbuchiamo sulla costa in prossimità di Jenner, dove ci fermiamo per unoi spuntino. Jenner consiste di quattro case e tre negozi, un ufficio postale che sembra un container e una bella vista sull'oceano. Alcuni dei paesi su questa costa sono minuscoli, hanno solo qualche centinaio di abitanti, se va bene arrivano a un migliaio. Si ha l'impressione che qui tutti si conoscano, e che se la prendano con  moltissima calma. Sediamo all'aperto sui tavoli tipo area picnic ad assaggiare la clam chowder, ovvero la zuppa di vongole che hanno inventano sulla East Coast (Boston e New York) ma che servono anche qui. Nel frattempo ci godiamo lo spettacolo della nebbia che arriva dall'oceano e si intrufola tra gli alberi della penisolina di fronte: è una spessa striscia di ovatta bianco-grigia che si stende sull'oceano come una coperta, e che qui manda i primi avamposti verso l'interno. Proseguendo sulla highway 1 verso nord – dobbiamo fare oltre 100 miglia – nebbia e paesaggi mozzafiato si alternano. Ma la nebbia raramente arriva alla strada: è incredibile, ma a sinistra della strada c'è nebbia, a destra c'è il sole. Arriviamo a Gualala poco dopo le 6pm, e ci fermiamo a cercare un telefono per avvisare il nostro B&B che faremo tardi. Eh già, qui il cellulare non funziona; potremmo organizzare un esperimento di osservazione di come vivevamo un tempo prima che la specie umana sviluppase una (tossico)dipendenza da cellulare.
Arriviamo a Mendocino, nostra meta; la premurosa Lonely ci dice che qui sono stati girati numerosi film, tra cui alcune scene della "Valle dell'Eden" con  James Dean; ai tempi però il bello-e-maledetto non se lo filava nessuno, perché era al primo film o quasi, e la star era Julie Harris. Hanno girato qui anche alcuni degli episodi della "Signora in giallo"; come non sentirsi fieri di essere qui? Il nostro B&B (si chiama Alegria, alla spagnola) è all'inizio di Main Street (c'è sempre una Main St), è carino, e ha accesso diretto alla spiaggia nel punto in cui il Big River sfocia nell'oceano. Sul tavolino del salottino azzurro troviamo un cartoncino in cui i padroni di casa, Elaine e Eric, ci danno il benvenuto. Qui fa freddo, decisamente, ma va benissimo così. Sabato sera quindi ristoranti affollati, e noi siamo orfani della Michelin, che arriva solo fino a Bodega Bay; nemmeno il sito Michelin ci conforta, perché non segnala assolutamente nessuno dei pur numerosi caffè e ristoranti della cittadina. I quali in compenso hanno prezzi che non abbiamo mai visto né nella Sonoma né nella Napa Valley.

 


16 agosto 2008

Solita sveglia lenta; ci portano la colazione in un cesto da picnic che lasciano fuori dalla porta. Caffè, succo di frutta, burro e scones (dolci inglesi) fatti nella cucina del B&B da una bella fanciulla che incontro poi. Mi fermo un po' nella sala della colazione dell'edificio principale; il B&B consiste in effetti di una casa tipica nordamericana, di quelle in legno col tetto a punta, e di alcune altre costruzioni più piccole, cioè bungalow, e inoltre della dependance in cui siamo noi, dall'altra parte di Main St. Anzi prima vado a leggere un po' sul dondolo immerso nel verde del giardino, poi mi piazzo nella sala della colazione a scrivere, e da lì ho una vista veramente bella sull'estuario del fiume e sulle scogliere dell'oceano. Poi giro sulla spiaggia, disseminata di enormi tronchi d'albero, che alcune allegre compagnie mettono a fuoco per scaldarsi (qui c'è forse la temperatura che c'è a Riccione, però d'inverno). Seguiamo il corso del fiume lungo un sentiero largo, dove – apprendo in seguito – potremmo incontrare i leoni di montagna, bei gattoni maculati che di solito non attaccano gli umani ma che (ci informa il cartello) in effetti hanno "dato fastidio" a umani proprio qui su questo sentiero. Gasp. Vabbe' che gli americani avvisano di qualsiasi cosa: a Muir Woods c'era un cartello che diceva che lungo il sentiero avremmo potuto incontrare jellow jackets, che non sono i protagonisti di qualche film western ma sono invece le vespe (sì, quelle che pungono). Però nella foresta pietrificata c'era un cartello che avvertiva che i serpenti a sonagli vivevano in quei posti, e che se li incontravamo dovevamo prestare attenzione e dare loro rispetto (ovvero per carità non avvicinatevi). Continuiamo la passeggiata fino in paese, che conta il più alto numero di torri per l'estrazione dell'acqua che io abbia mai visto: ogni casa praticamente ne ha una, e quasi tutte sono riconvertite o in alloggi B&B, che paghi una fortuna, oppure in abitazioni. Il paese è in effetti fermo all'800: essendo protetto come bene architettonico, non c'è nessuna costruzione moderna, nessun edificio alto o di stile diverso dalle usuali casette di legno dipinto. Era il centro del commercio del legname, molti decenni fa, ma ad un certo punto hanno deciso di smettere di tagliare alberi (perché non ce n'erano più) e il paese è caduto nel dimenticatoio; poi un gruppo di artisti un po' hippy l'ha riscoperto, ed ora ci sono decine di art galleries, tipi estrosi e case con pazze sculture nei giardini. Però è molto piacevole, e decidiamo anche qui di prolungare il soggiorno: il mio compagno deve lavorare un po', e io voglio passare un giorno di svacco totale.

 


17 agosto 2008

La vacanza sta funzionando, perché ho perso il conto di che giorno è. Oggi giornata super-tranquilla: leggo cullandomi sul dondolo in giardino, mangiucchio i biscotti fatti in casa che sono sempre a disposizione in un barattolo sul mobile del salotto comune, faccio qualche foto cercando di catturare quell'azzurro acquamarina che ha il fiume, e che spicca in contrasto alla sabbia bianca. Poi vado a fare un po' di compere per il pranzo; è domenica, e il paesino è affollato di turisti, c'è un bel viavai, ma è tutto in scala: paese piccolo, confusione contenuta. Nei caffè la gente si gode il poco sole (sia ieri che oggi è nuvoloso, con qualche occhiata di sole ogni tanto) e fa il bruch domenicale. Io gironzolo un po' in libreria, poi torno per pranzare sulla veranda vista oceano. Nel frattempo abbiamo cambiato stanza, e adesso abbiamo la Madrigal Suite (wow) con camera da letto, doppio bagno e salotto con caminetto!! il tutto per soli 10 dollari in più dell'altra camera, carina ma senza camino. Vado in spiaggia a leggere un po' e ad ascoltare l'oceano; poi torno e mi do da fare col caminetto, che però mi resiste e si rifiuta di tirare. Accidenti, non sono una scout e non ho idea di come si convince un fuoco a partire!!! Alla fine ci riesco, ma è peggio che avere un figlio cui badare: se ti distrai per un momento il fuoco si spegne, e addio atmosfera. Per non parlare del fumo e del principio di intossicazione respiratoria. Nel breve intervallo in  cui funziona davvero stappiamo una bottiglia di cabernet omaggiataci dai proprietari, e io realizzo il sogno di essere in agosto in un posto freddo, davanti ad un caminetto a bere del buon vino.
A sera scende ancora la nebbia: ha gocce d'acqua grosse che quasi pare piova; chi vive qui dice che è essenziale per i boschi di sequoie, perché nelle stagioni in cui non piove molto questa è l'unica acqua che ricevono. Mi sto abituando al clima: è ormai notte, sto scrivendo sulla panchina nel portico davanti a casa; la nebbia fa gocciolare gli alberi del giardino (qui tutti hanno splendidi giardini fioriti e profumati di rosmarino e lavanda) e in lontananza sento il rumore della risacca dell'oceano. C'è silenzio; l'umidità accentua i profumi degli alberi e delle erbe, e l'aria è odorosa di acqua e di aromi delicati.

 


18 agosto 2008

Il tempo è ancora nuvoloso, l'oceano è quasi una tavola: niente onde, niente vento, quasi niente nebbia. Dopo un giro veloce al general store (supermercato che vende dalla ferramenta al vasellame al cibo), ci dirigiamo verso il Botanical Garden tra Mendocino e Fort Bragg. E' il momento delle dalie in fiore, che sono davvero uno spettacolo. Facciamo quindi un giro a Fort Bragg, che è la solita Main Street con attorno un po' di case, ma fa 7000 abitanti. E' già quasi tutto chiuso, e sono le 4pm! C'è un solo monumento da visitare, e anche quello è chiuso. Nel giardino però fa bella mostra di sé una cosa che a ben guardare mi sembra allucinante. Premetto che io per le piante sono un po' esagerata, perché le considero esseri viventi con pari e, a volte, maggiori diritti degli umani, dato che non possono difendersi. Come dimostra ciò che ho visto qui, le piante non possono essere stupide, mentre gli umani sì, eccome. Immaginate di vedere la sezione orizzontale del tronco di una sequoia dell'età di 1758 anni, messa lì in bella mostra in verticale, come fosse un'enorme ruota di circa 3 metri di diametro, su cui sono fissate due enormi seghe dai denti di qualche centimetro – presumibilmente quelle servite per tagliarla. C'è una targa, che dice che nell'aprile del '43 questo albero, che si stima essere la sequoia più longeva che abbia mai vissuto da queste parti, è stato abbattuto. E, mi sono chiesta io, perché è stato fatto ciò? perché l'albero era ammalato? perché rischiava di cascare e ammazzare qualcuno? No, ovvio: per farne legname. Grandioso, davvero. E non credo che da queste parti, allora, se la passassero così male da dover per forza tagliare questo gigante, che ha attraversato quasi due millenni ma non è sopravvissuto alla stupidità umana. Il cadavere di questa meraviglia della natura, esposto qui in questo modo, con queste targhe che ricordano tronfiamente la sua morte, mi fa rabbrividire, è osceno. Al rientro al B&B abbiamo un appuntamento irrinunciabile: vasca idromassaggio all'aperto con vista su giardino e oceano. L'acqua è un po' caldina per i miei gusti, ma si sta bene. Il bello viene quando si esce: praticamente siamo foche, non sentiamo per niente l'aria frizzantina del tardo pomeriggio e ci dirigiamo tutti allegri verso la nostra suite-con-caminetto, dove faccio una bella doccia fredda. Dopo un po' comincia l'effetto: una rilassatezza straordinaria si impossessa dei miei muscoli, che non oppongono la minima resistenza e si lasciano andare in questo oceano di beatitudine. Faccio persino un pisolo prima di andare a cena; quando torniamo accendiamo il nostro bel caminetto, che collabora e scoppietta allegramente. Mi viene da pensare che, quando sarò a casa, tutto questo mi sembrerà come se l'avessi vissuto in un'altra vita, in un altro tempo; e mi sento profondamente felice per essere qui, adesso.

 

 

 

19 agosto 2008

 

Oggi si parte; quindi bagagli, colazione con squisiti french toast preparati al momento da una bella signora del B&B, ultimo saluto a quella che è stata la nostra tana per 4 giorni, e poi si parte. Naturalmente oggi c'è il sole, il primo giorno di sole da quando siamo arrivati a Mendocino… La nostra destinazione di oggi è Eureka, circa 140 miglia a nord lungo la costa. E' un buon punto di partenza per escursioni nei parchi di sequoie più a nord, dove ci sono gli alberi più alti della terra, ovvero le sequoie sempervirens; quelle che si trovano nella Sierra Nevada invece sono le sequoie giganti, che sono meno alte ma più massicce nel tronco. Percorriamo la mitica highway 1, che si allunga per 1000 km da San Juan Capistrano, a sud di Los Angeles, fino a Legget, cioè a metà strada tra Mendocino e Eureka, e che è famosa per i paesaggi che attraversa. Appena dopo Fort Bragg infatti troviamo una spiaggia bellissima: sabbia fine e bianca, rocce alte, aspre e scure che spuntano dal mare sulla battigia; molte hanno la forma della pinna di squalo, modellate dall'acqua e dalla furia del vento; altre hanno archi e passaggi scavati dall'acqua; i gabbiani vanno e vengono, si divertono col vento; la costa, subito dietro la spiaggia, è ripida e coperta da una vegetazione tipo brughiera, bassa e fatta di piantine e piccoli fiori bianchi o rossicci. Nell'insieme è uno scenario grandioso. Non so il nome della spiaggia, che non è segnata nemmeno sulla cartina; all'ingresso c'è un cartello che invita al rispetto del luogo: Take only pictures, leave only footprints. A Legget celebriamo la fine della hwy 1 con qualche foto: il mio compagno l'ha percorsa tutta, da sud a nord, anche se ci ha messo 20 anni… Incontriamo un buffo personaggio, che fa il giro degli Usa in bici, ma con una bici che va al contrario; confesso che non riesco bene a capire come funziona la cosa, ma quando ci saluta ci raccomanda di non fare niente al contrario, perché ci pensa già lui. Poco dopo, verso Philipsville, incontriamo di nuovo i giganti di queste terre, ovvero le sequoie: è la avenue of Giants, cioè la strada dei giganti, che per 32 miglia si addentra nella foresta primordiale dove crescono queste stupefacenti creature. Le ho già viste a Muir Woods, ma la loro presenza ha una forza incredibile: alcuni alberi sono veramente enormi, e quanto all'altezza, be', non si vedono le cime, perché crescono fitti fitti gli uni vicino agli altri, e su in alto non li si distingue più. In compenso incontriamo altre prove dell'insipienza umana, ovvero almeno due di questi alberi dove si può "drive thru", cioè guidare attraverso, sì insomma ci si passa sotto in auto. E va bene che il "drive thru" è un caposaldo della filosofia americana (ci sono farmacie, caffè, fast food, e persino banche drive thru), ma bucare un albero di 2400 anni per passarci in mezzo in macchina è una cretinata. Ne vediamo uno, ma mi rifiuto categoricamente di passarci sotto: queste sono cose vive, mica giocattoli, e infatti da qualche parte un cartello dice che queste cose fanno male agli alberi, e che la sequoia gigante della Sierra Nevada che aveva subito la stessa sorte di queste è poi crollata.

 

 

20 agosto 2008

 

C'è la nebbia. Piove. In programma oggi c'era l'escursione nel parco delle sequoie, ma come si fa? Tentiamo lo stesso, coraggiosamente, ma la giornata rotola lentamente verso una disfatta totale. Passata Arcata, cittadina a nord di Eureka, la pioggia si fa insistente, le nuvole sono basse basse, anche a livello strada; l'oceano non si vede nemmeno, è coperto da uno strato di nubi e nebbia. La highway 101 continua attraverso posti che sarebbero bellissimi, se solo potessimo vederli: le spiagge, le lagune oltre la cittadina di Trinidad, e di nuovo le splendide sequoie del Redwood National Park. Siccome ho un compagno testardo, insiste per andare alla foce del fiume Klamath, perché la guida dice che c'è una delle vedute più spettacolari della California del Nord. E probabilmente è vero, senonché dopo qualche miglio di strada stretta e dissestata, tutta a curve e con le nuvole-nebbia, arriviamo sul posto e ciò che si vede è un bel niente: solo nebbia, e anche fitta; l'oceano si intuisce solo dal rumore delle onde. La cittadina di Klamath è praticamente un niente: un bar, un ufficio postale, tre case e quattro orsi dorati che fanno la guardia alle due entrate del ponte sul fiume omonimo. Trinidad è invece ciò che rimane di un centro per la caccia alle balene, nell'800: è l'unica cittadina che non è stata costruita attorno all'industria del legname. Dicono che, quando l'attività baleniera fioriva, la puzza si sentiva fino a 50 miglia da qui. Per celebrare il momento prendiamo una clam chowder, cioè una zuppetta di vongole che hanno inventato nel New England, ma che qui va forte.

La giornata, già di per sé per nulla esaltante, si conclude con una notizia curiosa: probabilmente ho un'intossicazione da mercurio, che ho ingollato allegramente per 15 giorni insieme alle tonnellate di pesce che ho mangiato da quando sono in California. Siccome a me piacciono tonno, salmone e altri pescioni del genere, e siccome questi pescioni sono al vertice della catena alimentare, sono praticamente depositi ambulanti di mercurio. Il medico a cui chiedo consiglio per capire la ragione di alcuni fastidi che ho da qualche giorno mi informa che i livelli di mercurio accettati, negli States, sono astralmente più elevati che in Europa; inoltre, gentilmente e non senza sense of humor, mi informa che, casomai avessi voglia di rivolgermi alla carne rossa, qui nessuno vuole sapere se le proprie mucche hanno o no il morbo della mucca pazza: evitano di fare i test, e così fanno finta che non ci sia niente, però c'è. Comincio a capire perché qui c'è il pallino del cibo biologico: se i controlli sul cibo non bio sono questi, forse è meglio mangiare bio! En passant, una nota a margine. E' proprio vero che qui negli Usa la gente è proprio casual: il medico con cui parlo sarebbe stato scambiato per un inserviente, in un ospedale italiano: niente camice, capelli raccolti a codina, camicia a quadri, mocassini un po' consumati e calzerotti. Però mi ha fatto aspettare pochissimo, nonostante fosse tardi, mi ha spiegato per filo e per segno la sua ipotesi e ha risposto a tutte le mie domande. Il conto me lo manderanno a casa…

 

 

21 agosto 2008

 

Mai stata così contenta di partire: Eureka proprio non mi è piaciuta, la tappa è stata quasi inutile, dato che non siamo riusciti a fare le camminate che volevano nel parco delle sequoie, il tempo è stato pessimo, per un po' ho pensato che il motel fosse infestato di pulci (ma per fortuna no) e infine voglio un po' di sole! Prossima tappa è la zona attorno a Redding, a nord di Sacramento, nella valle centrale della California, quella calda calda. La nostra base sarà vicina al lago Shasta, a nord di Redding. Lasciando Eureka entriamo subito nella fascia costiera di montagne che separano l'oceano dalla valle centrale; il cielo diventa azzurrissimo, l'aria di fa calda e secca, il profumo delle conifere si fa più intenso, e nonostante l'altitudine (arriviamo fino a 1300 metri) in alcuni punti fa un caldo perso. Non ci sono più sequoie, ma una varietà di conifere e altri alberi, una vegetazione simil-alpina. Seguiamo il corso del fiume Trinity, dove vediamo molte canoe e gommoni da rafting. Le strade degli USA sono molto ben segnalate, e all'ingresso di ogni paese o città si viene informati del numero di abitanti che ci vivono; sulla nostra strada troviamo Del Loma, un posto del tutto improbabile la cui popolazione conta 50 abitanti: primo premio assoluto come comune più piccolo di tutti quelli che abbiamo attraversato. Dopo molte curve arriviamo alla diga di Whiskeytown (nome sicuramente evocativo), dove un cartello spiega che i salsicciotti galleggianti, a valle della diga stessa, servono per sostenere un telo di plastica che separa l'acqua fredda del fondo da quella calda di superficie. Quando è stata costruita la diga infatti la temperatura dell'acqua del fiume a valle è aumentata, e i salmoni, che hanno bisogno di acque relativamente fredde, non hanno gradito; separando l'acqua calda superficiale da quella fredda del fondo, i salmoni possono invece continuare ad andare e venire su e giù per il fiume. Eccoci quindi al lago Shasta, che la Lonely Planet dice essere la maggiore riserva d'acqua della California. Devo dire che sono perplessa: i fitti boschi sulle rive del lago si interrompono nettamente circa tre metri sopra il livello dell'acqua, e tra alberi e acqua c'è una bella striscia di terra rossastra assolutamente priva di vegetazione. E' come vedere un catino mezzo vuoto; il livello del lago è così basso che le sponde sono nude; in alcuni punti si può camminare su quello che normalmente è il fondo del lago, e addirittura arrivarci in auto. Ci dicono che questo è il secondo anno consecutivo in cui si sono avute poche piogge, e quindi il lago è messo così.

Arriviamo infine al nostro B&B, gestito da due signori che hanno lavorato in passato nel business della musica a Los Angeles, e che hanno arredato le camere del B&B a tema: jazz, folk, rock, etc. Su ciascuna porta c'è l'involucro di un cd; sulla nostra c'è Joni Mitchell; inoltre in ogni stanza c'è un lettore cd+radio, e alcuni cd scelti dai proprietari e a disposizione degli ospiti; stessa cosa nella sala comune, che ha due belle e grandi vetrate sul bosco. Teresa, la proprietaria, ci informa che domattina ci porteranno in camera muffin fatti in casa e caffè, alle 8.30, e poi alle 9.30 ci sarà la colazione vera, in terrazza. Che pacchia.

 

 

22 agosto 2008

 

Direzione nord, verso Mount Shasta City. L'aspetto interessante di questa regione sono i vulcani: il monte Shasta è infatti un vulcano dormiente, cioè non estinto ma per il momento inattivo. Ci fermiamo prima a Dunsmuir, piccola cittadina lungo il fiume Sacramento, dove si dice ci sia l'acqua più buona del mondo (ma la fontana pubblica non è più in funzione!) e dove c'è un vecchio teatro che ha ospitato stelle di Hollywood tra le quali il mitico Clark Gable. Faccio adeguata foto che mostrerò poi alla mamma, così le posso dire che sono stata in un posto dove è stato anche Rhett Butler... Fa veramente, veramente caldo, soprattutto perché abbiamo passato una settimana intorno ai 15 gradi; decidiamo quindi di passare le ore centrali della giornata al fresco, nel parco lungo il fiume, a leggere. Sono ore bellissime, nel silenzio del bosco, con solo il rumore del fiume, degli alberi e degli uccelli, il profumo fragrante dei pini e il venticello. Dopo un veloce picnic riprendiamo la strada verso nord, e iniziamo ad arrampicarci sulle pendici del vulcano, per arrivare al punto più alto che si può raggiungere in auto, ovvero circa 2300 metri. Non è che non si voglia fare una bella camminata, ma io ho qualche problema con una tallonite piuttosto antipatica, e quindi si va in auto. Più saliamo più il panorama si apre verso i monti che orlano la central valley, a nord; la vegetazione si fa rada, i pini diminuiscono e arriviamo infine a una zona brulla, con rocce un po' nere e un po' rossicce. Finalmente qui la temperatura scende, si sta benone; fatte un po' di foto, prendiamo un sentiero che porta a Panther Meadows, cioè il prato della pantera. Non ci spiegano perché si chiama così, ma ci dicono che questo è un posto sacro per i nativi americani, e ancora adesso molta gente ci viene per preghiera e meditazione; c'è addirittura un cartello che vieta di disperdere qui le ceneri di chicchessia: evidentemente questa forma di spiritualità pare troppo alle autorità del luogo, che si premurano di informare che le ceneri medesime, in caso fossero sparse, verranno rimosse (sarei curiosa di sapere come). Il sentiero si snoda nel bosco, dove affiorano rocce laviche, all'ombra degli ultimi pini consentiti dall'altitudine; arriviamo al prato, che è in effetti una bellezza: zolle di erba soffice e rigogliosa, piccoli fiori di erica montana (che cresce lentissimamente e che, se viene calpestata, viene rimandata indietro nel processo di crescita di circa 200 anni!), una sorgente d'acqua dolce che affiora a monte del pendio, e che scorrendo giù a valle irriga il prato e canta con una voce gentile e chiacchierina; sentiamo il rumore dei colibrì che succhiano nettare dai fiori, come se fosse il rumore di una piccola elica che frulla furiosamente. E' iniziato il tramonto, non c'è nessuno, e l'aria ha preso un colore dorato e un po' polveroso. Davvero è un posto magico. Il canto del ruscello che attraversa il prato è così dolce che vien voglia di sedersi lì e ascoltarlo per sempre. Quando arriviamo alla macchina è decisamente tramonto, e la cima spoglia di questo vulcano addormentato assume un colore rossastro, ferruginoso, si staglia nuda contro il cielo azzurro che comincia a scurire; dicono che chi incomincia a guardare il monte rimane come ipnotizzato, non riesce più a staccare gli occhi. L'ora è dolce, e l'effetto è pressappoco quello.

 

 

23 agosto 2008

 

Passiamo parte della mattinata a cercare un dannatissimo posto dove stare a San Francisco: o sono pieni, o sono scrausi da morire, o hanno prezzi vergognosi. Alla fine ce la facciamo e possiamo quindi staccarci da internet e telefono. Oggi ancora vulcani, per la precisione il Lassen Volcanic National Park, a est di Redding. Arrivati al centro informazioni ci armiamo della mappa del parco e partiamo per il giro. Per inciso, questi centri informazioni dei parchi (qualsiasi parco, anche il più piccolo) sono uno spettacolo: ben segnalati, ottimamente tenuti, con personale quasi sempre competente, un sacco di materiale informativo, insomma è un piacere andarci. In questo centro ci sono foto giganti di un pioniere della sismologia che riproducono l'eruzione del Lassen Peak, il maggiore vulcano del parco, nel 1914, e mostrano com'era la montagna prima e dopo l'eruzione. Decidiamo di andare a vedere Bompass Hell, una zona del parco in cui ci sono fumarole, pozze ribollenti di acqua solforosa e il suolo è colorato in tutti i toni del giallo, ocra, rosso e verdolino. Il sentiero per arrivarci è molto bello, con panorami aperti sulle vallate più lontane, tratti boscosi, prati fioriti; prima di arrivare, si sente non solo una leggera puzza di uovo marcio, tipica dello zolfo, ma anche un rumore come di aereo in fase di decollo: è la fumarola più grande, che soffia vapore come chissà che, e che produce un rumore che riempie l'aria. Il posto non è dei più salubri, ma è spettacolare: una specie di enorme catino di terra lavica che ha i colori dello zolfo e degli altri minerali, dove ci sono piccole e grandi pozze d'acqua ribollente, un ruscello velenoso che scorre a valle, e queste fumarole da girone infernale dantesco. Se capiti sottovento a una fumarola quasi svieni dalla puzza, ma l'insieme è davvero grandioso. Ed è anche grandiosa la natura: pochi metri più in là di una pozza ribollente o di una funarola, crescono pacifici alcuni pinetti o altri alberelli, come se fosse il posto più normale per crescere. Al ritorno, riprendiamo l'auto e ci dirigiamo verso l'uscita sud del parco, per vedere altre fumarole; di nuovo la natura ci sorprende: un giovane cervo bruca l'erbetta che cresce a pochi metri di distanza da questo tormentato terreno. Ritorniamo verso l'ingresso nord, ripassando dal punto più alto del percorso dentro il parco, a 2600 metri, con foto di rito. Il tramonto è cominciato da un pezzo, e anche oggi l'atmosfera ha un che di magico; la luce cala lentamente mentre scendiamo a valle, e quando arriviamo all'uscita è già quasi buio. Ci fermiamo a mangiare lungo la strada a Shingletown: 4 anime, un supermercato, un bar e una sorta di ristorante. Niente stelle Michelin, qui si va per le spicce. Con una pizza, un hamburger, coca e acqua raggiungiamo il nostro minimo storico di spesa per la cena: 20 dollari. C'è anche un videogioco: Extreme Hunting, cioè caccia estrema. I giocatori imbracciano fucili e sparano ad alci, orsi, cervi, grizzlies e orsi bruni; non ci vanno leggeri, qui.

 

 

24 agosto 2008

 

Tappa di trasferimento a San Francisco, passando da Sacramento, che è poi la capitale dello Stato. Eh sì, la vita è dura anche per il Governator, come chiamano qui Schwarzenegger (che sarebbe "governor", ma che viene chiamato così in onore (?) di Terminator), costretto a fare il pendolare da LA (cioè Los Angeles) a Sacramento. Addentrandoci nel profondo della valle centrale della California, l'altitudine cala (siamo a circa 50 metri sul livello del mare) e la temperatura sale: oggi supereremo i 100 gradi Fahrenheit, cioè 38 gradi, con cielo azzurrissimo e conseguente sensazione-forno, tanto l'aria è secca. Verso le 15.30 raggiungiamo Sacramento e ci dirigiamo subito in uno dei due luoghi che vogliamo visitare: il Crocker Art Museum, che raccoglie la collezione d'arte di Mr e Mrs Crocker, messa insieme durante tre anni di soggiorno in Germania nella seconda metà dell'800. Mr Crocker era il legale della Central Pacific Railroad, la compagnia ferroviaria che si incaricò di costruire la tratta di connessione con la Union Pacific Railroad, completando il percorso coast-to-coast, cioè dalla costa atlantica a quella del Pacifico, consentendo di viaggiare dall'una all'altra in 8 giorni, anziché in svariati mesi. Questa impresa portò un sacco di denari nelle tasche dei finanziatori (tra i quali c'era lo Stanford che mise in piedi l'università omonima), e anche in quella del loro legale, Crocker appunto, il quale investì i propri soldi in una bella casa a Sacramento, che ora ospita il museo, e nella collezione d'arte, che raccoglie in maggioranza pittori tedeschi dell'800, ma anche qualche italiano, fiamminghi, olandesi, francesi. Seconda tappa è il Campidoglio, che sembra proprio quello di Washington DC. E' chiuso, e quindi facciamo un giro nel parco retrostante; la città è deserta, e il parco non fa eccezione, a parte qualche famiglia di turisti. Non mi piace il memoriale ai caduti del Vietnam: a me sembra più una celebrazione della guerra che altro, mentre il mio compagno mi spiega che lo spirito con cui questi monumenti sono costruiti, ovunque negli Usa, è un altro, cioè ricordare i ragazzi morti in quella guerra. Però qui ci sono bassorilievi con aerei che bombardano, statue con fucili in mano ed elicotteri apache sopra la testa; persino il bassorilievo di un soldato che porta in salvo un neonato, a cui probabilmente zio Sam ha appena ammazzato i genitori. Francamente per me è troppo: mettano solo i nomi di chi è morto, se vogliono ricordare il loro sacrificio, come al museo dell'Olocausto di Gerusalemme, che è una delle cose più potenti che io abbia mai visto. Più in là un altro monumento fatto con maggior criterio: è dedicato a quelli che chiamano peace keepers, cioè a poliziotti, sceriffi, etc, insomma a quelli che secondo la favola buona della grande nazione americana si sacrificano per proteggere il benessere comune. Il monumento raffigura uno sceriffo dell'800, un poliziotto degli anni '40 e uno degli anni '80; di fronte a questa c'è un'altra scultura: una donna seduta su una panchina, mentre abbraccia un bimbo e lo consola, e ha vicino a sé la bandiera americana ripiegata a triangolo, quella che si usa dare ai parenti delle vittime cadute mentre servivano lo Stato. Una targa dice: onoriamo anche loro, che si sono sacrificati allo stesso modo. Ovvero: ricordiamo non solo chi è stato ucciso mentre compiva il suo dovere, ma anche le mogli e i figli che hanno avuto la propria vita sconquassata. Meno male, ogni tanto qualcuno si ricorda che ci son volute donne per mettere al mondo questi uomini ammazzati, e ci sono volute donne per tirare su i loro figli senza più padri, e c'è voluto coraggio per rimettere insieme la propria vita.

 

 

25 agosto 2008

 

Evvai, oggi si gira per San Francisco. Armati della fedele mappa della Bay Area, facciamo un semplice piano: prendiamo la freeway 101 direzione nord, quindi la 80 direzione ovest, la percorriamo fin dove finisce, e ci troviamo nel bel mezzo di Mission St, proprio dove vogliamo andare. E' già mezza mattina, traffico regolare e abbastanza sostenuto. Arriviamo all'intersezione con la 80, ma… be', sulla cartina c'è un piccolo pezzettino in direzione ovest, e tutto il resto in direzione est, cioè verso il Bay Bridge, ma qui il pezzettino che interessa a noi non c'è!!! L'avranno spostato stanotte, ma dopo adeguati strombazzamenti dietro di noi prendiamo l'unica decisione sensata: imbocchiamo la 80 direzione Bay Bridge, e tanti saluti a San Francisco. Dopo la solita situazione surreale delle coppie cocciute (io propongo di tornare indietro, lui dice andiamo avanti, dopo 30 secondi dico va bene, ma lui no no, torniamo indietro), alla fine decidiamo di proseguire e andare al campus di Berkeley, che comunque volevamo vedere. E non me ne pentirò mai: il campus universitario è una vera bellezza, non tanto per gli edifici; be', non avere trenta Notre Dames (come a Chicago), oppure un paio di basiliche di S.Ambrogio (come nel campus UCLA) è già qualcosa, ma il bello qui è l'aria che respiri. Innanzitutto questo è il posto dove è nato il '68; e giuro che si sente ancora. La biblioteca, austero palazzo neoclassico, ha al primo piano in mostra uniformi degli studenti dalla fondazione ad oggi, con braghe, cappelli, maglie di primo Novecento e poi jeans e spillone degli anni '70, e un sacco di foto di quando il campus consisteva di due edifici, e di com'è oggi, compresa la torre dell'orologio che, questa sì ahimé, è una copia seppur discreta del – tenetevi forte – campanile di San Marco a Venezia. All'ingresso c'è una scultura in bronzo che consiste di una panchina con sopra la statua a grandezza naturale di Mark Twain, che sembra stia amabilmente conversando con qualcuno seduto sulla medesima panchina; figurarsi se mi lascio scappare l'occasione di farmi fotografare in conversazione con Mark Twain!! Le lezioni cominceranno lunedì 1 settembre, ma il campus è già stracolmo di studenti belli allegri e vivaci; Telegraph St, che è il posto dei posti dove è nato il movimento studentesco, è all'inizio un grande spiazzo letteralmente coperto di gente intenta nelle più diverse occupazioni, incluso un paio di predicatori che cercano di convincere la folla a tornare alle origini della fede; poi diventa una strada pienissima di negozietti, librerie, posti dove si mangia per due soldi, e via dicendo. Dovunque ci sono studenti di tutte le nazionalità, mischiati insieme, che se ne vanno in giro tranquilli per gli ultimi preparativi pre-corsi: comprare i libri, le magliette con su scritto "Cal", quaderni, etc etc. Mangiamo un paio di bagels buonissimi da Noah's New York Bagels, poi ci dirigiamo verso Moe's, bella libreria dove trovo bellissime edizioni d'arte. L'aria è frizzante, vivace; ripercorriamo il campus per tornare alla macchina e troviamo che il grande spiazzo davanti alla biblioteca si è trasformato in un misto di bancarelle da cibo e gente: è il party di inizio corsi, tutti sono in infradito, calzoncini e maglietta, in coda per il barbecue o addirittura (massimo della perversione) per tolle giganti di popcorn. Ma perché non vengo a vivere e a lavorare qui?? Tornati all'auto, scopriamo che il nostro esperimento ha funzionato. Negli Usa ci sono, come dovunque, zone di parcheggio a tempo, tipo il nostro disco orario; solo che loro non hanno disco orario, e quindi tu molli la macchina lì e dovresti tornare (di solito) entro le due ore. Però puoi anche fare il furbo, e sperare che il poliziotto non passi di lì per ore, e quindi può darsi che riesci a lasciarla per più di due ore. Noi volevamo sapere se i poliziotti di Berkeley sono efficienti, cioè se passano davvero a controllare le auto in sosta e se si ricordano davvero di quelle che c'erano lì due ore prima. Risposta: sì, si ricordano eccome: abbiamo un bel ticket, come si dice qui, di 30 dollari, sotto il tergicristallo, per sosta oltre orario. Si può pagare online.

Ci dirigiamo verso il Richmond Bridge perché vogliamo andare a Sausalito per cena; allunghiamo la strada e passiamo da Tiburon, piccolissimo paesuccio con vista spettacolare sul Golden Gate Bridge e SF. Tramonto sulla Baia e quindi arrivo da Fish, ristorante di Sausalito dove servono solo pesce biologico, sono contrari all'allevamento del salmone, hanno un servizio ridotto all'osso (tu ordini alla cassa, paghi, ti siedi su tavoli da picnic all'interno o sulla terrazza, e dopo un po' arriva il tuo cibo) ma il pesce è strabuono. Per non farci mancare nulla, al ritorno passiamo dal Golden Gate bridge, e così per oggi fanno tre ponti.

 

 

26 agosto 2008

 

Oggi non ci sono santi, si va davvero a SF. Il programma è lo stesso di ieri, ma questa volta non ci fregano: restiamo sulla 101, che – ce ne siamo ricordati tardi, ieri – passa dentro il centro cittadino, e lo sappiamo perché quando siamo andati da Palo Alto a Sonoma ci siamo persi in città. Ora, è vagamente ridicolo che, quando non volevamo andare a SF, ci siamo finiti per forza, e invece quando volevamo andarci siamo stati sbattuti fuori; ma fa niente, oggi ce la faremo.

Approdiamo in Mission St, troviamo persino parcheggio (sempre in zona disco, ma oggi faremo i bravi) proprio davanti al Women's Building, un centro di studi e attività di/sulle/con le donne, la cui facciata è stupendamente decorata da un murale alto quattro piani. Il murale raffigura su un lato il profilo di un nativo americano, sull'altro quello di un afro-americano; la mano dell'uno sfiora il viso dell'altro quasi ad accarezzarlo; in cima, quattro piani più in su, c'è una donna seduta in posizione del loto, è nuda, con grandi seni, nel grembo ha un bimbo e tra le mani tiene una perla luminosa che manda i suoi raggi giù fino a terra. I murales sono in effetti una delle attrazioni del quartiere: se ne vedono in giro un po' dovunque, e c'è una vietta, Balmy Alley, i cui muri sono tappezzati di disegni dall'inizio alla fine su ambo i lati. Alcuni sono disegni di fantasia, altri sono di denuncia della condizione dei latinos; il quartiere alterna vie ricche a vie come questa, decisamente più povere. Ci sono quattro o cinque ragazzotti che ascoltano rap duro dagli altoparlanti di un'auto, e il volume è così alto che l'auto traballa. Il postino della UPS è in vena di chiacchiere, ci dice che passa di lì ogni giorno e ogni giorno vede questi ragazzi buttare via il tempo per strada, giocando a poker (a soldi) e facendo niente. L'unica differenza rispetto ai ghetti neri è che loro sono latinos.

Pranziamo in un caffè all'angolo tra Dolores St e 18th St; ovviamente si serve solo cibo bio. Il mio compagno mi fa notare che ai tavoli siedono quasi esclusivamente donne: è vero, c'è un ragazzo solo, qualcun altro arriva ma poi riparte subito. Non l'avevo notato, ma del resto sono io che ho scelto il posto  … Visitiamo Mission Dolores (ma il nome vero è Mision San Francisco de Asìs), fondata nel 1776, che è l'origine di San Francisco e che è in parte sopravvissuta al terremoto devastante del 1906, tanto che oggi è l'edificio più vecchio della città. Qui sono state girate alcune scene di Vertigo, ovvero La donna che visse due volte, mitico film di Hitchcock Passiamo poi al Presidio Park, cioè al parco che guarda il Golden Gate Bridge (amichevolmente detto GGB). Di nuovo la cinefila che è in me va in sollucchero seguendo le orme di Madeleine Elster, alias Kim Novak in "La donna che visse due volte": è infatti da qui sotto il GGB – che al tramonto ci appare altissimo e maestoso nel suo rosso minio (eh sì, è rosso ed è così bello perché è dipinto di semplice minio, signori miei!), con le onde della baia che sferzano il terrapiedo e sconfinano sull'asfalto, dove accaniti pescatori aspettano fortuna e altrettanto accaniti joggers muniti di iPod sudano nel vento freddo – è da qui sotto, dicevo, che Madeleine si butta a peso morto nella baia, cercando di apparire una suicida agli occhi di James Stuart. Giuro che comprerò il dvd e me lo guardo fotogramma per fotogramma. Scopriamo anche l'altra faccia del GGB, ovvero il lato della costa che dà sul Pacifico: bellissimo, spettacolare, roccioso, un tramonto arancione come se ne vedono solo a SF quando non c'è nebbia…. Davvero una città incredibile. Ceniamo da Cliff House, ristorante e bistro a picco sull'oceano dove un tempo c'era un famoso stabilimento balneare alla moda. Avverto il mio compagno che durante la cena non lo guarderò spesso negli occhi stasera, perché dietro di lui c'è la vetrata con le onde lunghe del Pacifico che si infrangono su uno sperone di roccia, prima di rompersi alla base dell'edificio.

 

 

27 agosto 2008

 

Ultimo giorno a SF, ultimo giorno in California, ultimo giorno di vacanza!!! Anche oggi abbiamo un piano inattaccabile: prima si va al Palazzo della Legione d'Onore, dove c'è un bel museo; poi si va all'inizio di Market St, verso le colline di Twin Peaks, perché ieri sera ci siamo capitati per caso e c'è una bellissima vista su downtown SF; poi si va appunto downtown, cioè dove ci sono i grattacieli, a fare qualche foto; infine si va a The Castro, il distretto gay di SF, cioè la capitale gay di tutte le terre emerse. Programma blindato: niente ci farà desistere da questa tabella di marcia. Senonché, cercando il Palazzo della Legione d'Onore, capitiamo sul lungo-oceano, dove c'è una spiaggia lunga qualche miglio e larga un sacco…. be' in fondo una puciatina di piedi nell'oceano… è l'ultimo giorno…. vabbe' dai, facciamo in fretta. C'è il meglio della fauna californiana: aspiranti surfisti, gentili signore che portano a spasso cagnolini mignon, bambini schiamazzanti, qualche surfista vero, allegre bande di ragazzini e ragazzoni che fanno una gara di velocità sulla battigia, c'è la beach patrol (peak-up 4x4 che va su e giù), e soprattutto c'è la sabbia: bianca e traditrice, un po' scuretta in superficie e quindi BOLLENTE!! Mi ustiono i piedi mentre cerco di raggiungere il bagnasciuga mantenendo un certo aplomb, ma non ce la posso fare: a metà mi arrendo e rimetto le scarpe, dalle quali so già che non riuscirò mai più a togliere i milioni di granelli di sabbia. Da mediterranea quale sono, lo spettacolo dell'oceano mi incanta sempre: le spiagge sono enormi, come quelle del mare del nord Europa, il vento è forte e solleva una nebbiolina d'acqua che vela le cose più lontane, che appaiono più incerte nei contorni, schiarite nei colori…

Il museo nel Palazzo della Legione D'onore è molto bello, con una fornita sezione sulla pittura rinascimentale delle Fiandre e olandese, oltre che italiana. C'è anche una mostra sulle donne pittrici impressioniste, e ci sono le bellissime sculture di vetro di Dale Chihuly, un artista americano che crea paesaggi e oggetti incredibili – alberi, lampadari, foreste - fatti di vetro soffiato colorato.

Ritroviamo Market St dopo aver girovagato un po' tra il Golden Gate Park e le colline lungo l'oceano; la vista è bella, ma ieri notte era meglio, aveva qualcosa di speciale. Decidiamo di sabotare il nostro programma e saltiamo le foto ai grattacieli, passando direttamente a The Castro. E qui ho l'illuminazione della mia vita: ecco come ci si sente a pensare di essere uguale a tutti gli altri, e invece no, non lo sei perché gli altri ti fanno capire che non sei uguale a loro. Mi spiego: questo è il quartiere più gay sulla faccia della terra, non esiste un altro posto con questa concentrazione pazzesca di coppie gay, e la concentrazione è così concentrata che ad essere etero ti senti proprio fuori posto! Per strada, nei bar, nei negozi, nei ristoranti qui i "normali" sono gli altri, e tu ti senti davvero come se fossi un pesce fuor d'acqua. La società è una roba potentissima: cambi il rapporto numerico tra due gruppi, et voilà, sei un emarginato proprio nel mezzo del mondo di cui pensavi di essere il padrone. Però è una sensazione che mi piace un casino! Il quartiere è vivacissimo, ci sono locali ovunque, negozi, e poi c'è il mitico Castro Theater dove, indovinate un po', c'è la coda perché questo pomeriggio danno La Sirenetta di Walt Disney in versione sing-along, cioè in cui tutti cantano le canzoni del film!!! E in coda non ci sono solo bambine col vestito da fatina o da principessa (c'è un concorso per il vestito più bello), ma anche adulti regolari appena usciti dall'ufficio. Sono pronta ad entrare e cantare "In fondo al maaaar, in fondo al maaaar" ma purtroppo qui cantano in inglese e comunque non riesco a convincere il mio conmpagno ad entrare. Però sono contenta che lui non si senta a disagio in mezzo a una miriade di coppie gay: essendo lui olandese, è ben abituato ai fatti della vita, e ha un sacco di amici gay. Sono fiera di lui più del solito. Nel ristorante dove ceniamo, se non conto male, siamo l'unica coppia etero: è così sorprendente che mi piace un sacco, ed è molto istruttivo, perché mi fa davvero capire come possono sentirsi tutti quelli che non si riconoscono nel modello sociale dominante, e come invece io dia per scontato di trovare a mia misura il mondo in cui vivo. Qui il modello sociale è la coppia omosessuale, fiera di esserlo, senza il benché minimo problema, ed è davvero una bella cosa respirare l'aria di questo quartiere. In un negozio che devolve il proprio ricavato ai malati di Aids trovo spille e magneti bellissimi di Anne Taintor, che usa le foto delle donne nelle pubblicità americane degli anni '50, quelle per intenderci in cui le donne sono sempre perfette casalinghe col filo di perle, per stravolgerne il significato. Una sorridente signora bionda vestita di rosso, che probabilmente nella pubblicità originale mostra come ottenere un perfetto bloody mary per il maritino che torna dal lavoro, è accompagnata dalla scritta: guess where I'm tattooed, cioè indovina dove sono tatuata… Oppure un bel visino incorniciato da una pelliccia bianca e coroncina da principessa si accompagna alla scritta "domestically disabled", cioè inabile ai lavori domestici. O ancora, una bella ragazza stile Doris Day, bionda con occhioni blu, che sorride a 32 denti nel soggiorno di casa con le tendine a fiori, si accompagna alla scritta "think of me as a challenge", cioè pensa a me come ad una sfida. Li trovo irresistibili e faccio incetta di souvenir per le mie amiche.

 

 

28 agosto 2008

 

Si parte…. Facciamo i bagagli, constatiamo che non siamo andati nemmeno una volta alla piscina dell'albergo, paghiamo e ci dirigiamo per l'ultima volta verso la nostra fedele auto a noleggio. I nostri bagagli pesano sicuramente più di quello che dovrebbero, e sicuramente troppo per i gusti delle compagnie aeree; vedremo. Per ora riusciamo a non perderci nelle due miglia che ci separano dall'aeroporto, recupero da sotto il sedile dell'auto dei souvenir di cui avevo perso le tracce, restituiamo l'auto, non senza qualche sospiro nel separarci dalla fedele compagna di tre setttimane. Andiamo decisi verso il check in, ci mettiamo in coda, arriva il nostro turno, e apprendiamo due cose: che tutte e due le nostre valigie sono troppo pesanti, e quindi dobbiamo spostare parte del loro contenuto nel bagaglio a mano; e che secondo la hostess io, avendo un biglietto SF-Malpensa via Amsterdam, non posso fermarmi ad Amsterdam, o almeno, io posso anche farlo ma la mia valigia andrà a Malpensa, e lì rimarrà orfana. Cerco di spiegare che l'agenzia di viaggio mi ha prenotato il volo completo andata e ritorno, senza cancellare la tratta Amsterdam-Milano, perché altrimenti avrei perso tutto il biglietto. La hostes insiste e mi dice che per fermare la valigia ad Amsterdam devo pagare 230 dollari: cioè, io posso anche buttarmi giù dall'aereo dove voglio, ma la mia valigia nossignori, lei arriverà a Malpensa cascasse il mondo. Ma dico io, con tutte le dannate valigie che non arrivano mai a destinazione, proprio la mia deve riuscirci? Arriva un altro tipetto in divisa, il quale fa l'arrogante, chiede alla hostess qual è il problema, lei gli spiega, lui smanetta sul terminale ed emette il verdetto: non se ne parla, neanche pagando i 230 dollari la valigia si ferma ad Amsterdam. A me sembra sempre di più di essere in una commedia dell'assurdo. Il tipetto mi dice che, se proprio voglio che la mia valigia scenda con me, devo andare a quell'altro banco del check in là in fondo e cambiare il biglietto. Mhhmmm, benissimo, a un'ora e mezza dalla partenza mi sembra proprio fattibile. Sto per avere una crisi di nervi, quando al mio compagno viene un'idea geniale: imbarcare la mia valigia a nome suo, e dato che lui ha un biglietto per Amsterdam in questo modo anche la benedetta valigia si fermerà con lui. La hostess si illumina, smanetta un po' al terminale e dice: occhei, si può fare, ma siccome lui ha già il suo bagaglio (e per giunta sovrappeso) dovete pagare 150 dollaroni. Sborsati i denari, la nostra è una strada in discesa verso il gate di imbarco. Sono già esausta e sono solo le 2 del pomeriggio.

 

 

29 agosto 2008

 

Volo regolare e in orario, cibo schifoso come raramente mi è capitato. Di fianco a me sedeva un 15enne spagnolo che viaggiava solo, che se avesse potuto avrebbe messo la testa sotto il sedile al decollo e atterraggio, tanto aveva fifa, e che per il resto delle 10 ore di volo ha ininterrottamente giocato con il gameboy. Mah, ciascuno ha i suoi modi per vincere le proprie nevrosi. A mezzogiorno siamo ad Utrecht, sono rimbambita come una campana suonata ma almeno la parte più antipatica del viaggio è finita. Qui in Olanda sembra di stare in California: c'è un sole da urlo, fa caldo, e tutti gli olandesi vanno in giro con dita dei piedi e delle mani incrociate pregando che duri più di 12 ore. Eh sì, il bel tempo da queste parti non è molto frequente… Dopo aver parzialmente smontato l'architettura-bagaglio, mi concedo tre ore di sonno, sufficienti a fare di me una persona meno sconnessa mentalmente, ma non tante da scombinare i tentativi di ritararsi su questo fuso orario. Sono contenta di essere qui, e non a casa: questo posto mi piace molto, e mi aiuterà a sopportare meglio quella cosa fastidiosa che assale a tradimento chi è andato in vacanza in posti troppo belli, ovvero l'orribile e temutissima depressione da rientro.

 

 

30 agosto 2008

 

Giornata spesa a fare compere per rimpinguare l'attrezzatura di cucina di casa del mio compagno (che al momento è ferma all'indispensabile per prepararsi un pranzo d'emergenza) e per cercare gli ingredienti della cena italiana che preparerò domani per i tre figli del compagno medesimo. Giro in bici qua e là per Utrecht, e fa anche caldo, siamo intorno ai 30 gradi. Il centro cittadino di sabato è veramente preso d'assalto: qui c'è il più grande centro commerciale d'Olanda, Hoogcatharijne, e vengono qui da tutto il paese per fare shopping e per vedere chi c'è. Anzi, il mio compagno dice che qualcuno ha scoperto che questo centro commerciale funziona da vetrina matrimoniale per i giovani marocchini: le ragazze non fanno fatica a ottenere il permesso di venire qui, e così possono lumare i ragazzi e farsi lumare da loro senza suscitare le ire della famiglia.

Vado al mercato a prendere il pesce spada per la pasta; poi al mercato dei fiori per comprare il solito mazzo di 10 girasoli a 5 euro. Fiori e piante in questo paese sono veramente poco costosi; se poi si va a metà giornata o primo pomeriggio al mercato dei fiori oppure alle bancarelle lungo l'Oudegracht, cioè il canale vecchio, quasi te li regalano. Anche oggi ci sono bellissimi bouquet con i girasoli a ben 5 euro; inoltre mi aggiudico una bella pianta fiorita da balcone per 7 euro, e 8 piccoli vasi di erica a 10 euro. Torno a casa facendo l'equilibrista sulla bici con tutto il giardino che mi sono comprata; poi riparto per il negozio di delicatessen, dove prendo il parmigiano, un buonissimo formaggio olandese (Rijpenaer vecchio 2 anni) e gli spaghetti alla chitarra. Quindi vado da Blokker, una catena di negozi con articoli per la casa che ha fama di avere prezzi stracciati. Mi munisco di padella per friggere, mestolo per spaghetti, coltellazzo da squarto, bilancia da cucina e mixer-tritatutto (sono particolarmente fiera di quest'ultimo). In un altro negozio compro un termometro da forno, che si mette sano sano in forno così vedi che temperatura c'è, invece di dare giudizi a spanne come faccio di solito io; aggiungo qualche altro mestolo e lo spago da cucina, che al supermercato non c'è proprio verso di trovare. Esausta e carica di mercanzie rientro a casa e mi schianto sul divano; dato che il sabato i negozi chiudono all 5, ho ancora un bel po' di tempo prima di sera; sistemo pianta e eriche sul balcone, che ringrazia sorridendo. Il mio compagno sostiene che tutto 'sto verde gli fa pensare ad una tomba al cimitero, e si merita quindi gli accidenti che gli tiro.

 

 

31 agosto 2008

 

Oggi sto tranquilla fino a metà pomeriggio, quando inizio a preparare parte della cena: polpettone di tonno e gamberetti. La ricetta della Cucina Italiana dice che ci vuole mezz'ora, ma non ci crede nessuno, quindi calcolo almeno un'ora di preparazione. Dosi doppie, visto che saremo in 5 e che i tre ragazzi mangiano in proporzione alla loro altezza: il più piccolo ha 19 anni ed è alto 1.90, il secondo ha 24 anni ed è almeno 1.97, il terzo ha 27 anni e va per i 2 metri. Vicino a loro il mio compagno, che fa un onesto metro e 87, sembra un pigmeo. Arrivano uno dopo l'altro e riempiono letteralmente il soggiorno; è una delle prime volte, credo, che si ritrovano tutti e tre insieme, perché il maggiore è stato in viaggio per un anno in Asia, dove ha lavorato per sei mesi in Korea e il resto ha girato tra Vietman, Cambogia, Taiwan, e via dicendo. Parlano tutti e tre inglese, così comunicare con me non è un problema. Gli spaghetti vanno via lisci; mi dicono che è la prima volta o quasi che mangiano pesce spada! Poi viene il polpettone, sul quale fanno un sacco di battute perché sembrava pane, e poi cosa c'è dentro, ma di cosa è fatto, etc etc. Comunque va giù anche quello senza problemi. Nel frattempo in cucina si è sviluppato un dramma: il lavanino si rifiuta di fare il suo dovere, e non smaltisce più l'acqua. Da un "glu glu glu" che si sente nella stanza di fianco, arguiamo che anche un secondo lavandino è in sciopero, dato che i due sono collegati e che l'intasamento dev'essere a valle. Detta così sembra niente, ma avere lì i piatti di una cena per 5 con doppie portate, le padelle, e tutto quanto, e non poterli lavare, fa venire i brividi. I ragazzi, che di solito sono di corvee dopo la cena della domenica, si ingegnano e con catini e recipienti lavano i piatti; del resto qui l'usanza è che i piatti non si sciacquano, quindi metà tempo, metà acqua e il problema lavandino non è così drammatico. Da come si mette capisco che non vedrò il lavandino funzionante prima che io parta: alla mia domanda se fosse il caso l'indomani di chiamare l'idraulico, il mio compagno risponde piccato, come se ne andasse del suo onore, che lui l'idraulico non l'ha mai chiamato, che i suoi lavori se li fa lui, e che è perfettamente in grado. Ok, ci teniamo il lavandino così per una settimana.

 

 

1 settembre 2008

 

Mi scuoto dal torpore e divento improvvisamente attiva: inizio a lavoricchiare, pulisco un po' la casa, decido di andare al concerto delle 5pm. E' infatti iniziato settimana scorsa il festival di musica antica, che poi sarebbe la mia scusa ufficiale per rimanere qui una settimana. Ogni anno il festival ha un tema, e quest'anno è incentrato sul 1500 e 1600 spagnoli. Non che la musica spagnola mi faccia impazzire, ma comunque decido di provare con un emsemble di Siviglia, More Hispano, che ha un repertorio non impegnativo (niente musica sacra) e che riporta in vita l'arte dell'improvvisazione. La loro filosofia è del tutto condivisibile: oggi si suona la musica del '500 come fosse musica morta, fissata una volta per sempre sullo spartito, mentre invece a quei tempi si improvvisava attorno al tema principale. Vado a comprare il biglietto, e intanto mi prendo un caffè da Simon Levelt, un piccolo posticino in Vismarkt (cioè il vecchio mercato del pesce), che è uno slargo sull'Oudegracht. E' un punto della città vecchia che mi piace molto: il canale curva leggermente, ed è fiancheggiato da una quinta di case in mattoncini rosso-violetto, con le cornici bianche, il tetto in ardesia o tegole, il frontone a scalini. Prendo il caffè e mi siedo a godermi il viavai di gente. Utrecht è una cittadina molto vivace, e in questi giorni si aggiungono gli studenti dell'università, che inizia i corsi proprio oggi: alle 3pm sono tutti lungo i canali, altro che corsi!

Il concerto è nella Geertekerk, ovvero la chiesa di S. Gertude, un bell'edificio con l'interno spoglio, come spesso si vede nelle chiese di qui. Gli strumenti sono clavicembalo, flauto dolce, una piccola chitarra di cui non ricordo assolutamente il nome, una viola da gamba e percussioni, con l'aggiunta della bella voce di un soprano, Raquel Andueza. La musica è molto piacevole, la voce è molto chiara e piena, ma delicata quando ci vuole, e il percussionista è assolutamente eccezionale: produce rumori con qualsiasi cosa: tamburi, tamburelli e nacchere, naturalmente, ma anche grossi semi legati da una corda, altri semi più piccoli in grappolo, cavigliere sonanti, a sinistra con campanelli grandi e a destra con campanelli piccoli. Tutti i musicisti a turno fanno un assolo, e improvvisano davvero, cosa che non ho mai visto nei concerti di questo tipo: bellissimo. L'assolo del percussionista è un trionfo, acchiappa il pubblico per lo stomaco e qualcuno si mette anche a battere le mani a tempo, come ai concerti rock.

 

 

2 settembre 2008

 

Oggi si va ad un concerto serale, perché voglio tenermi un po' di tempo per lavorare. Le mattinate sono ancora molto difficoltose, a causa del jet lag svegliarsi è un'impresa e del resto ho deciso di non opporre la benché minima resistenza… Anche oggi vado a comprare il biglietto al box office del festival e mi prendo il caffè in Vismarkt; comincia a diventare un appuntamento fisso, mi piace. Oggi però piove, fa freddo, l'estate è finita di colpo e le ragazze hanno sfoderato stivali e giacche impermeabili. Quando si va in bici in Olanda, non per vacanza ma usando la bici come mezzo di locomozione nella vita quotidiana, bisogna sapere un paio di cose. La più ovvia è che le bici qui hanno quasi tutte il freno a pedale; all'inizio è un po' un casino, ma appena ci si fa l'abitudine si capisce che è molto più comodo del freno a manubrio, che impegna le mani e non ha tanta forza quanto può avere un freno azionato dalle gambe. Inoltre, se si è fanciulle e si ha l'abitudine di truccarsi e dare un minimo di forma alla propria capigliatura, è bene sapere che è meglio desistere da entrambe le attività: qui piove praticamente tutti i giorni e quasi senza preavviso, per cui la messainpiega, per quanto casalinga, è assolutamente inutile, anche perché andando in bici il vento la scompiglia anche se non piove. Inoltre, truccarsi espone al rischio di diventare un mascherone con trucco colato fino alle ginocchia, causa pioggia improvvisa e battente, a meno che non ci si trucchi waterproof. Il classico strumento anti-pioggia, cioè l'ombrello, è spesso pressoché inutile, perché qui oltre alla pioggia c'è sempre il vento, cosicché si deve disporre di un ombrello corazzato per resistere alle raffiche, ma non troppo grande, se no si decolla (sul serio), e infine un ombrello può poco contro la furia della pioggia resa orizzontale dal vento e con direzione mutevole. In pratica, niente parruchiere, niente trucco, niente ombrello e una bella mantella per la bici. E' qualche anno che mi sto allenando, e comincio ad ottenere discreti risultati. Chi come me ha gli occhiali deve affrontare qualche ulteriore problema, ma niente che non si risolva con un po' di presenza di spirito. Altra cosa da sapere: il centro storico di molte cittadine olandesi è pavimentato a sanpietrini o simili, che quando piove diventano di uno sdrucciolo pazzesco, soprattutto in frenata brusca. Siccome nel centro pedoni e biciclette si contendono il passaggio, capita spesso che i pedoni taglino la strada alla bici, o che altre bici sfreccino a bruciapelo, o che un'auto inchiodi perché non riesce a passare: in quei momenti, se piove e si deve frenare decisamente, bisogna fare attenzione, se no il retrotreno va dove vuole e un secondo dopo si è per terra.

Quindi, sotto un diluvio quasi universale, verso le 7.30 mi accingo ad uscire per andare al concerto; ho l'illuminazione di spruzzarmi i pantaloni con uno spray impermeabilizzante al silicone, che, sorpresona, funziona davvero. La Jacobikerk è stracolma, il concerto è sold out, mi aspetto un altro bel concerto. E invece è una palla totale: nella chiesa la zona dietro l'altare è chiusa da una sorta di alta palizzata di legno, e lì dietro sono i musicisti, dei quali si vedono solo le teste. Il mio posto è in ultimissima fila, quindi non dei più felici. Arriva il coro, che fa un pezzettino, con quello stile super-ingessato iper-filologico e assolutamente insopportabile; poi il coro sparisce, resta l'orchestra (che però non si vede), poi arrivano cinque solisti che fanno il loro pezzettino e spariscono, quindi altro pezzo dell'orchestra, e alla fine spariscono tutti anche se continua a sentirsi musica e canto. Molti colli davanti a me si tirano e si sporgono per capire dove diavolo è finito il coro, da dove proviene il canto, ma nessuno lo sa perché nessuno lo vede. Teste si girano, spalle si alzano, ci si consulta col vicino, e non si riesce a risolvere l'enigma. Secondo me hanno messo su un cd e sono andati via. Ma dopo un bel po' ecco che ricompaiono da sinistra; probabilmente erano in una cappella laterale, invisibile ai più. Fanno un altro pezzo e quindi c'è la pausa. A questo punto si può applaudire – ci avevano chiesto di ascoltare in religioso silenzio, proprio come fossimo in chiesa per una funzione religiosa. La mia pazienza a questo punto è finita: disapprovo totalmente questo modo di fare musica, che sembra scendere su noi poveri mortali da un olimpo di perfezione spirituale. Abbandono il campo a metà e torno a casa irritata. Per rifarmi propongo al mio fanciullo di andare a mangiare un bel kebab da Sphinx, il kebabbaro egiziano di Biltstraat che non delude mai.

 

 

3 settembre 2008

 

Giornata molto lenta; sembra che il jet lag mi stia pigliando ora. Scelgo un concerto di quelli fringe, gratuiti: dopo la fregatura di ieri a 25 euro, oggi niente sciupìo di denari. L'ensemble è tutto giapponese, si chiama Barockiana e ha un organico un po' atipico: clavicembalo, violino e trombone. Devo dire che l'insieme non è male, anche se i ragazzi sono giovani e trarranno sicuro beneficio da un po' più di esercizio e pratica. All'uscita piove, ma niente mi impedisce di andare a farmi il mio ormai rituale caffè in Vismarkt. Inoltre, siccome ho capito che qui le stagioni non sono le stesse che da noi, e siccome più di una volta il brutto tempo mi ha colto impreparata, mi infilo in un negozio di scarpe alla ricerca di un paio di stivali in saldo. Mica semplice, questa è la stagione degli stivali, altro che saldi. E invece il miracolo accade: faccio un affarone a 40 euro e torno a casa felice a rinvasare le piante che ho comprato sabato, col mio corredino da perfetto giardiniere che mi sono procurata ieri. Al rientro, quello screanzato del mio tipo invece di ringraziarmi che mi prendo cura del suo balcone mi dice che sono molto convincente, come giardiniere, e che non esiterebbe ad assumermi come tale.

A proposito del tipo, vorrei qui avventurarmi in una breve digressione sulla vita di coppia, tanto per alzare un po' il livello del blog. E' risaputo che arriva un momento, nella vita di una coppia, in cui entrambi capiscono che le cose vanno bene, che le burrasche di assestamento reciproco sono passate, che si fa affidamento l'uno sudell'altro in modo sempre più profondo; un momento in cui si comprende che si è sulla buona strada, che si arriverà da qualche parte e che ci si andrà insieme. Ebbene, nel mio caso ho capito questo momento era arrivato quando il mio compagno mi ha chiesto di aprire il suo armadio delle camicie e di scegliere quelle che secondo me - come qualche volta gli ho detto – sono proprio qualcosa di inguardabile. Può non sembrare pazzesco, ma lo è: non sono io che gli rompo i cabasisi perché faccia piazza pulita delle camicie che neanche Oxfam prenderebbe più; è lui – il campione dell'indipendenza, lui che non ha mai vissuto con nessuna donna (e si vede), lui libero e autodeterminato, lui che se ne frega di come va vestito, lui che fa l'hippy ed è un monumento vivente al casual friday, solo che per lui non è solo valido il friday ma anche tutti gli altri giorni della settimana, lui che possiede solo due cravatte, quella che mette quando lo obbligano in ufficio, e l'altra che ha comprato con me perché dovevamo andare alla Scala, lui che non ha nemmeno una camicia a manica lunga, perché tanto non serve; lui, proprio lui, mi chiede di scegliere a mia discrezione le camicie fruste, cioè quelle che dovevano essere buttate qualche lustro fa. Ragazzi, son soddisfazioni.

 

 

4 settembre 2008

 

A parte lavoricchiare senza molta convinzione, oggi vado a trovare gli amici con cui sono andata in campeggio all'inizio del blog. Siamo stati molto bene, ci siamo piaciuti ancora di più, e non vediamo l'ora di ritrovarci dopo le vacanze che ciscuno di noi ha fatto. Abitano ad Houten, fuori Utrecht; prendo il treno e in 10 minuti arrivo, poi mi incammino verso casa loro attraverso un parco. Houten è un centro di nuova costituzione; più di un terzo degli abitanti è sotto i 10 anni, il che significa che le famiglie con bimbi piccoli sono abbondantissime. Il parco che attraverso è una bellezza: c'è l'immancabile canale, che ogni tanto si fa laghetto, con le canne palustri, le paperelle, i ponticelli di legno, e tutto il resto. C'è la pista ciclabile e il sentiero pedonale; se non si va in bici o a piedi, per raggiungere casa loro si deve fare un giro dell'oca, perché l'amministrazione ha suddiviso il territorio a spicchi e non si può passare da uno spicchio all'altro se non tramite una sorta di circonvallazione esterna alla cittadina. Comunque rifletto sul fatto che anche in posti normali, non pretenziosi, di edilizia in villette a schiera e appartamenti, gli olandesi sanno creare un ambiente così piacevole che sembra di stare in campagna. I bambini hanno un sacco di verde in cui giocare, piattaforme sull'acqua per divertirsi, oltre ai soliti giochi e altalene. Un paesaggio rilassante, silenzioso, verde.

Gli amici raccontano che dalla Maremma, dove li ho lasciati, si sono spostati tra Firenze, Arezzo e Siena, perché a Firenze cercavano un dentista per la figlia, cui si era rotto l'apparecchio fisso, e già che c'erano hanno colto l'occasione per visitare le tre città e i dintorni. Poi sono andati verso le Dolomiti e quindi a casa. Il piccolo di casa, Felix, di 8 anni, sta facendo progressi con l'inglese, sicuramente più di me con l'olandese; mi porta a vedere il suonuovo acquario, pieno di piccolissimi pescetti colorati che lui sta addestrando affinché mangino direttamente dalla sua mano.

Al rientro, Utrecht è ancora molto vivace, c'è gente in giro e i locali sono pieni di studenti, che il giovedì sera escono a far baldoria, dato che il venerdì molti tornano a casa. Allungo il percorso verso casa costeggiando il canale vecchio e il Nieuwgracht, cioè il canale nuovo; che bella che è questa città, di giorno e di sera, affollata o silenziosa.

 

 

5 settembre 2008

 

Mi venga un colpo se prenderò mai più un volo Easyjet: dopo mesi, mesi e mesi in cui è stato più conveniente volare con KLM o persino Alitalia, costretta ora dal fatto che avevo bisogno di una tratta di sola andata, che le compagnie di linea vendono a prezzo indecente, eccomi qui a Schiphol, l'aeroporto di Amsterdam, ad aspettare un volo previsto per le 20:45 e che partirà – se tutto va bene – alle 22.30. Detesto questa compagnia, che non è poi così a basso costo e che ha standard di efficienza tremendi, almeno sulla tratta Amsterdam-Milano. In più, siccome anch'io sono sciroccata, ho sbagliato l'ora di partenza, nel senso che ho preso l'ora di apertura del check in come fosse l'ora del volo, ed eccomi qui con 2 (dico 2) ore di anticipo sul volo, cui si aggiunge il ritardo. Argh. Arrivo a casa alle 2 di notte: quasi quasi ci mettevo meno a tornare negli Usa.

 

Il viaggio si conclude. Ho fatto milioni di foto, suddivise in 24 cartelle, che non riuscirò mai ad organizzare e scegliere; ho visto posti bellissimi, paesaggi solitari e maestosi, che hanno riposato gli occhi e la mente e hanno ridato ampiezza al mio respiro; ho mangiato alcune delle colazioni più buone di tutta la mia vita; ho visto così tanti alberi che ho ancora pieni gli occhi di quel verde infinito; ho capito che il mondo è molto, molto più grande di quel che già sapevo, e che, avendo svolto buona parte della mia vita nel luogo dove sono nata, non è per niente detto che resti qui per sempre, perché ci sono posti dove la cultura dominante non mi opprime con la sua grossolanità e assoluta mancanza di grazia, dove non si deve costantemente badare a come si va in giro vestiti e pettinati e leccati, dove un paio di sandali sono un paio di sandali e non un'occasione per sfoggiare il nome di qualche genio del marketing che si sta facendo ricco con i miei soldi sprecati. Mi sembra che il mio sguardo si sia fatto più profondo, che arrivi un po' più in là di prima, mi sembra che i confini del mondo siano più grandi di quello che pensassi; ho fatto altri bei viaggi, prima d'ora, ma è la prima volta che davvero vedo il mio qui-e-ora come un fatto assolutamente relativo, e tutto sommato non così importante.

 

women's building - San Francisco

 

spiaggia a nord di Fort Bragg

 

sequoie sulla Avenue of Giants

 

sequoie a Muir Woods

 

Richmond Bridge

 

evviva il politically correct - targa Capitol Park Sacramento

 

dune a Bodega Bay

 

Coleman Beach

 

Bumpass Hell at Lassen Volcanic Natural Park

Tre Uomini in Barca, dal lunedì al venerdì dalle 12.45 alle 14.

A cura di Marina Petrillo e Fausta Garavaglia.

barca(at)radiopopolare.it

 

 

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