|
Caccia all'ideologico quotidiano
Stereotipi
Pubbliche identità
Comunicazioni segrete
Comunicazioni segrete
“Le Bibi”, a quanto si legge nel Journal des Femmes del 1832, era un cappellino per signore. Terrei anche presente che, nel 1901, Charles-Louis Philippe aveva pubblicato Bubu de Montparnasse. Tra Bubu e Bibi il passo è brevino. E il fatto che, molti anni dopo, Brigitte Bardot venne acclamata più sbrigativamente come B.B., non lo trascurerei del tutto. Slittate le designazioni, la persistenza del linguaggio – certe ritorni improvvisi che alla consapevolezza dei più sembrano pure invenzioni e sghiribizzi dell’uzzolo del momento – se indagata a fondo, mostra tratti comuni, parentele, analogie, familiarità a vario titolo tra persone ed eventi che, invece, all’apparenza, sembrerebbero relegati in universi indipendenti e reciprocamente estranei.
Quando ad Anna suona un orecchio, mi chiede di dirle un numero. Da tempo, ho capito che il numero dev’essere basso – non nell’ordine delle centinaia, tantomeno delle migliaia – diciamo, per essere precisi, un numero compreso fra 1 e 21. Glielo dico e lei comincia a contare, in parallelo allo svolgimento dell’ordine alfabetico. Alla lettera corrispondente, si ferma. Non credo occorra un grande antropologo per ascrivere questo comportamento alle religioni animiste: l’idea di una influenza dei corpi a distanza, la trasmissione del pensiero da parte del possessore del nome la cui prima lettera è giusto quella – una comunicazione segreta – una specie di potenziale comunione di tutte le anime della natura.
Lo strano e iperbreve romanzo di Raymonde Linossier, Bibi-la-bibiste venne pubblicato nel 1918 e firmato con lo pseudonimo di “Sorelle X”, in omaggio a sua sorella Alice ed al loro saldo legame. Si suddivide in cinque capitoli: infanzia, adolescenza, amore, delusione e sipario. In quello dedicato all’amore, una ragazza – la protagonista di questa vita ridotta all’osso - dice: “Uffa, mi prude il naso” e le compagne, interrompendo la canzone che stavano intonando, le rispondono che, se le prude il naso, vuol dire che un vecchio la pensa.
Si parla molto e molto bene della figura di Raymonde Linossier in Rue de l’Odeon di Adrienne Monnier, un diario sui generis – osservazioni sugli usi e i costumi degli intellettuali nel primo novecento francese, testimonianze dirette su libri e riviste culturali, piccole rivelazioni su questo e su quello – di una libraia parigina – una libraia particolarmente resistente, visto che ha aperto la sua libreria al 7 di rue de l’Odeon il 15 novembre 1915 e c’è rimasta fino al 1951. La Monnier manifesta tutta la sua ammirazione e tutta la sua amicizia nei confronti della Linossier, ma non può far luce più di tanto sulla vita di questa scrittrice. Esempio di discrezione al limite di una programmata reticenza, di lei si sa pochino – si sa che è nata nel 1897 in una famiglia borghese – figlia di un biologo -, si sa che aveva fatto l’infermiera in guerra, che era un’appassionata studiosa dei diritti delle donne nonché competente orientalista, amica di scrittori come Aragon e come Fargue e, soprattutto, amica, amicissima, fin dalla prima giovinezza con il musicista Francis Poulenc, che – quando, nel 1930, lei muore in circostanze mai chiarite – le fa inserire nella bara il manoscritto di Les biches, un balletto a lei dedicato – come a voler consacrare un loro rapporto la cui natura, ai contemporanei, non parve mai superare gli ambiti dell’intimità intellettuale.
Al giorno d’oggi, si trovano tracce – tenui, a dire il vero – perfino di una religione bibista. Ma, all’epoca dell’apparizione dello strano e scandaloso romanzo in poche frasi della Linossier, si parlò davvero di “bibisme”, che la Monnier considerò “una specie di dadaismo ante-litteram”, un minuscolo “movimento”, se vogliamo, in cui promuovendo il gusto del barocco e del primitivo – e mai dimenticando di coniugarli con una buona dose di tenerezza – si assemblava una miscela di opposti culturali. Anticipando le poetiche del kitch di anni dopo, si onoravano, dice la Monnier, le arti incolte e le forme dell’arte popolare che trovano espressione in peluche, cofanetti ricoperti di conchiglie, cartoline a sorpresa, quadri di francobolli, costruzioni di turaccioli – insomma, ci si dava da fare per desacralizzare – entro certi limiti – il prodotto artistico.
L’eroina di Charles-Louis Philippe, Bubù, muore di sifilide; la Bibi della Linossier finisce in un letto di ospedale, dove “vergine” e “sifilitica” si stupisce della “potenza magica di uno sguardo affettuoso”.
Non sai mai dove può portarti il sintomo. A volte è l’inizio di una cascata irruenta e ingovernabile. Perlopiù non giunge alla fase della medicalizzazione – spesso sparisce e viene dimenticato nel corpo, a volte torna presto sordo e muto per ricomparire di quando in quando, magari in forma lieve – tanto lieve da ricevere altre categorizzazioni – non medico-biologiche, ma magiche, di una religiosità antica – un animismo bonario e familiare che conforta un po’ la monotonia dell’esistenza come una sorta di legittima tenerezza del destino – un segno che non suscita paura, ma soltanto curiosa sorpresa. Nel 1955, Adrienne Monnier si è uccisa ponendo fine alle atroci sofferenze causatele dalla malattia di Ménière – una malattia che prevede l’aumento della pressione dei fluidi nell’orecchio interno, da cui derivano sordità, tinniti, o acufeni, e vertigini. Qualcosa del genere avevo temuto anni or sono, allorché venni afflitto per un periodo piuttosto prolungato da un insistente acufene, che, poi, evidentemente, decise di risparmiarmi. Forse per tempi migliori. Ma ciò che io ho conosciuto come sintomo – dico “conosciuto” e non “categorizzato” perché, all’epoca, l’istituzione medica me lo riconobbe come tale e non mi trattò da demente audionario – Anna lo può considerare alla stregua di una banale telefonata – senza stare a dover sottilizzare sul luogo della sua provenienza. Da tempo – allora – avendo capito, alla richiesta – “dimmi un numero” -, ho deciso di rispondere ad Anna con il numero sei – corrispondente alla F di Felice – nome per cui non ci faccio una malattia ma diciamo che non ne ho un altro. Tuttavia, Anna è nata il giorno 7 e, ogni tanto, magari se sono soprappensiero, mi si incrociano i dati – invece di dire 6 finisco col dirle 7 e lei conta beata e curiosa. Arriva a sette, si ferma le viene un mente un nome – forse anche un paio – e, facendomi morire di gelosia, sorride soddisfatta. Quando azzecco il sei, come ieri, è capace di farsi venire in mente un altro nome che cominci con la F.
F. A.
Nota
Rue de l’Odeon, con un sottotitolo che ricorda La libreria che ha fatto il Novecento è stato pubblicato da DuePunti edizioni di Palermo nel 2009. Bibi-la-Bibiste è stato ripubblicato dalle Editions de la Violette Noire nel 1992. Da notare che “Violette noire” era il nome che il poeta Leon-Paul Fargue aveva affibbiato all’autrice. Ho parlato del mio acufene e dei problemi che mi aveva suscitato nella “Caccia” del 12 giugno del 1994. Les biches venne rappresentato a Monaco per la prima volta il 4 gennaio del 1924. Notizie su Raymonde Linossier le ho trovate in rete, in un articolo di Eric Dussert in “Le matricule des Anges”
|