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Caccia all'ideologico quotidiano
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Rappresentazioni sociali di sé
Il ritorno del capitano Kirk
Rappresentazioni sociali di sé
La più famosa poesia di Antonio Focas Flavio Angelo Ducas Comneno De Curtis di Bisanzio Gagliardi, altezza imperiale, conte palatino, cavaliere del Sacro Romano Impero, esarca di Ravenna, duca di Macedonia e Illiria, principe di Costantinopoli, di Cilicia, di Tessaglia, di Ponto, di Moldavia, di Dardania, del Peloponneso, conte di Cipro e d'Epiro, conte e duca di Drivasto e di Durazzo, in arte e più alla mano Totٍ, parla della sua abitudine annuale di ricordare la zia Vincenza, portandole – il 2 novembre – i fiori sulla tomba. Questa volta, perٍ – la volta che costituisce la chiave narrativa della poesia – gli si fa tardi perché, nell’uscire dal cimitero, indugia a guardare le lapidi. Èattratto da una tomba sontuosa – quella di un nobile marchese eroe di Qualcosa – tutta ricoperta di mazzi di rose, illuminata da candele e lumini e, soprattutto, è attratto dal contrasto di questa con quella a fianco – una tomba پgpiccerella, abbandunata, senza manco un fioreپh. Èla tomba del netturbino Gennaro Esposito, che lo induce a riflettere sulle nequizie del mondo: chi troppo e chi niente, gloria e denaro e memoria al marchese, polvere e miseria e oblio al netturbino, comپfè ingiusta la vita. Gli si fa mezzanotte – è la svolta narrativa della poesia – e il povero Totò assiste allپfapparizione di due ombre litigiose. Sono il fantasma del marchese e quello del netturbino, per nulla in pace: il marchese è furibondo, perché vede nella presenza del netturbino a lato un rischio per il proprio decoro – پgla casta è casta e va, sì, rispettata/ ma Voi perdeste il senso e la misura/ la Vostra salma andava, sì, inumata/ ma (e qui Totò è quasi profetico) seppellita nella spazzaturaپh. Il marchese vanta tutti i propri nobili natali e fin qualche goccia di sangue reale, ma lپfultima parola, quella definitiva e che non ammette repliche, va tuttavia al netturbino "Tu qua' Natale...Pasca e Ppifania!!! T''o vvuo' mettere 'ncapo...'int'a cervella che staje malato ancora e' fantasia?... 'A morte 'o ssaje ched''e?...è una livella. 'Nu rre,'nu maggistrato,'nu grand'ommo, trasenno stu canciello ha fatt'o punto c'ha perzo tutto,'a vita e pure 'o nomme: tu nu t'hè fatto ancora chistu cunto? Perciٍ,stamme a ssenti...nun fa''o restivo, suppuorteme vicino-che te 'mporta? Sti ppagliacciate 'e ffanno sulo 'e vive: nuje simmo serie...appartenimmo à morte!" A quanto pare, già il popolo romano era diviso in classi – sei, secondo la Costituzione di Servio Tullio. Qualcuno fa risalire il termine al greco dorico klàsis, che designava la convocazione, ovvero la moltitudine formata da chi veniva chiamato a raccolta. Nel Seicento cominciٍ ad essere usata dai naturalisti per ordinare in gruppi più o meno omogenei i vari oggetti del loro studio ben suddivisi nella rassicurante tripartizione dei minerali, dei vegetali e degli animali. Da quest’ambito la ripresero gli economisti e i filosofi della politica, fra i più noti dei quali vien facile annoverare prima Hegel e, poi, Marx, che coniٍ due espressioni che, incutendo timore ai potenti del mondo intero, hanno rappresentato mezzo e scopo dell’unica rivoluzione che ancora meriti – entro certi suoi limiti – questo nome: lotta di classe e coscienza di classe. Chi parla oggi di studi classici, di liceo classico o di classicità tout-court– nelle cosiddette belle arti – perlopiù, essendo la parola sempre la stessa, ne ignora il significato originario. Classici erano i cittadini della prima classe, che, in quanto tali – ovvero ricchi e poco occupati – erano considerati eccellenti, superiori, primi, per l’appunto. Il fatto stesso che – in ogni tempo, in ogni paese, in ogni disciplina – i risultati della classificazione, ovvero dell’ordinamento in classi, fossero diversi, ovviamente, non dipende dalla mancanza di strumenti conoscitivi o da altri eventuali difetti dei classificatori, quanto, piuttosto, dal non potersi considerare nessuna classe come un prodotto naturale ma, bensى, come un prodotto prima mentale e poi, in caso di successo, culturale – in dipendenza dal punto di vista assunto dal classificatore e dai suoi scopi del momento. Messe cosى le cose è chiaro che nessuna classificazione puٍ ritenersi eterna – quella tra minerali, vegetali e animali, per esempio, è stata fatta secca soltanto da pochi anni – ed è chiaro anche che nessuna classificazione puٍ dirsi non originata da criteri formulati da qualcuno. Che poi questi criteri siano sempre dichiarati o dichiarabili è tutt’altra faccenda. Mi ricordo di un incontro in una delle rarissime occasioni in cui mi sono servito della carrozza bar di un treno. Faccio per prendermi un caffè – carissimo – e mi si incrocia lo sguardo con un tizio poco più in là. Ci mettiamo un po’, ma ci riconosciamo e, cosى, dopo le prime forme di saluto – le classiche forme di saluto, potrei anche dire -, ci mettiamo a chiacchierare rivangando questo e quello che, a pezzi e a bocconi, riusciamo a cavar fuori dalle rispettive memorie. Lui è un noto pittore, non lo vedo da anni, ma, cosى d’acchito, non mi è difficile alimentare la conversazione grazie alle informazioni che avevo avuto occasione di attingere nei pochi giornali che leggo. Ovviamente, era più difficile per lui dimostrarsi aggiornato su quel che mi riguardava e cosى la cosa, nonostante la lunghezza del viaggio in cui ci eravamo imbarcati, non poteva durare un granché. Venne presto, dunque, il momento in cui nessuno dei due sapeva più come proseguire e, giocoforza, venne il momento in cui, al congedo, ciascuno sarebbe tornato al proprio posto. Se già l’andamento della conversazione non era stato brillantissimo – diciamo che io abbia le mie buone ragioni per non essere particolarmente espansivo con gli artisti in genere – è questo finale che risultٍ il più imbarazzante. Perché – si deve sapere – la logistica degli eurostar prevede la carrozza bar-ristorante posta esattamente tra i vagoni di prima e quelli di seconda classe e perché, maledizione, al momento di separarsi uno doveva andare a destra e l’altro a sinistra – rivelandoci reciprocamente la natura del biglietto che si aveva in tasca – uno di prima ed uno di seconda classe, con tutto quello che ciٍ comportava in termini di rappresentazione sociale di sé. Sono nato nell’epoca in cui i treni erano divisi in tre classi. Schematizzando, potremmo dire che in prima viaggiavano i signori, in seconda la piccola e media borghesia e in terza il proletariato o, almeno, quel che del proletariato di un tempo rimaneva fra operai, contadini, disoccupati e squattrinati di varia estrazione. Ho assistito alla svolta “semidemocratica” dell’abolizione della terza classe, senza che nessuno pensasse alla democraticità di abolire la prima. Èdi questi giorni lپfannuncio da parte delle Ferrovie dello Stato di una nuova svolta che mi permetterò di definire reazionaria. Le classi non solo non saranno più due ma neppure saranno più classi. Al posto delle classi saranno istituiti i livelli e questi livelli saranno quattro. Quando i filosofi della politica non sanno più come classificare la gente ecco che intervengono i semantologi delle Ferrovie dello Stato. Che, senza avvedersene – a prescindere dalla sensatezza dei loro criteri classificatorii – incappano in una contraddizione irrimediabile: dal latino پglibraپh è nata la parola پglibellaپh, che stava per پgpesoپh, پgbilanciaپh. Il verbo پglivellareپh, pertanto, designare lپfoperazione con cui si poneva più cose sul medesimo piano. Non a caso, lپfanalogia tra la morte e پea livella di Totò. Una gerarchizzazione quadripartita come quella delle future Ferrovie vien designata con un termine che designa lپfabolizione delle gerarchie – ed è in ciò, non tanto e non solo nella gerarchizzazione in quanto tale – che sta tutta la bieca reazionarietà dellپfiniziativa. Piuttosto mortificato, lui andٍ a sinistra, verso i vagoni di seconda; io andai a destra, verso i vagoni di prima. A dimostrazione – almeno in apparenza – di due poteri d’acquisto diversi. Due poteri d’acquisto, tuttavia, che in realtà erano invertiti. Il noto pittore, ovviamente, è molto più ricco di me. A dimostrazione, perٍ, di quanto possano essere infidi certi sistemi classificatori e di quanta cautela occorra nel dar loro significato, resta il fatto che la differenza – il criterio divisorio –, in questo caso, era tra chi si pagava il biglietto di tasca propria e chi, invece – come me -, se lo faceva pagare dall’azienda per cui lavora. F. A.
Nota ‘A livella – che dà il titolo alla raccolta di poesie di Totٍ - è pubblicata da Gremese, Roma 1997.
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