Federico Borromeo (1564-1631), cugino di quel Carlo assurto lo sa Dio come alla dignità di Santo, arcivescovo di Milano a 31 anni, fondatore della Biblioteca Ambrosiana e nei Promessi sposi del Manzoni personaggio – a rappresentare cristianesimo puro e dedizione intelligente – Federico Borromeo ha scritto, tra l’altro, De cognitionibus quas habent daemones liber unus (“Cosa diavolo sanno i demoni”, traduciamolo così), che recentemente, per la cura attenta e scrupolosa di Francesco Di Ciaccia, è stata ripubblicato dalla Biblioteca Ambrosiana stessa e da Bulzoni editore.
La tesi che Federico Borromeo sostiene nel libro è che questi demoni abbiano conoscenze piuttosto limitate. In particolare, per loro costituzione, non riescono ad accedere ai “moti della volontà” altrui, ovvero a tutti quei processi dell’animo umano che fan sì che ci si occupi di una cosa piuttosto che di un’altra. Di ciò non possono avercene un’idea, se non “accidentalmente” o tramite gli effetti che ne scaturiscono. Anch’io – come un demone qualsiasi – non posso avere conoscenza del pensiero altrui, ma – in proposito – un po’ come fan tutti cerco di arrangiarmi.
Illustrando le difficoltà cui vanno incontro i demoni per penetrare nel pensiero umano, Borromeo riutilizza anche un noto racconto di Tacito, presumibilmente già di seconda o di terza mano – un racconto la cui traduzione fu parzialmente inflitta qualche anno fa anche agli studenti che volevano superare l’esame di maturità. E’ quello che narra della passione dell’imperatore Tiberio per l’astrologia, delle noie di cui si era dovuto caricare per trovarne uno buono e del modo in cui, finalmente, uno buono – un astrologo veramente in gamba – l’abbia trovato. Tiberio, dunque, aveva preso l’abitudine di ingaggiare un astrologo e di portarlo a passeggio con lui nella parte più alta della sua villa con vista mare arroccata su una scogliera. Godendosi il fresco interrogava l’astrologo di turno e, se questi tradiva ignoranza o millantato credito – o, più semplicemente, se forniva oroscopi poco favorevoli – sulla via del ritorno, lo faceva buttar giù dalla scogliera. Ora, ammettendo pure che la tivù di regime non ne parlasse, a mio avviso va da sé che una tal volatilità di astrologi non poteva passare del tutto inosservata. Quando venne il turno di Trasillo, infatti, le cose si svolsero diversamente. Alle ovvie richieste dell’imperatore, Trasillo risponde presagendo potere sempiterno e fauste sorti, ma, così facendo, ne aizza anche i sospetti. Mussolini, in queste cose, non era tanto diverso da Tiberio: quando incontra Rol, teme il ciarlatano, ma non sa fare a meno della certezza di un roseo futuro. Fatto sta che Tiberio – giusto mentre si accingono alla discesa - decide di metterlo alla prova e gli chiede se ha studiato il proprio, di oroscopo; cosa gli dicono le stelle per il giorno stesso. A questo punto, Trasillo deve aver cominciato a sudare freddo, ma, essendo persona perspicace prima che valente astrologo, si impegna in complicatissimi calcoli circa le posizioni e le distanze di questo o quell’astro. E, palesemente, si impaurisce, lo dà a vedere fino a che Tiberio gli chiede che gli ha preso. Al che l’astuto Trasillo si gioca l’unica carta che gli rimane e dice all’imperatore di sentire su di sé un’oscura, improvvisa, immediata minaccia. Tiberio è una pasta d’uomo, abbocca e lo abbraccia congratulandosi con lui – non vede l’ora, d’altronde, di poter credere negli oroscopi favorevoli e, se fa fuori l’astrologo, ogni fondamento dell’oroscopo crolla con lui. Se lo terrà quindi caro, prezioso consigliere, per lunghi anni – una sorta di archetipo dell’intellettuale di sinistra.
In molti hanno ritenuto che sia stata la sua competenza astrologica a salvargli la pelle – che, effettivamente, le stelle avessero parlato al terrorizzato Trasillo all’apice del suo dramma – ma Federico Borromeo non ci casca. Dice che “la scaltrissima divinazione di Trasillo fu opera dei demoni,” altro che stelle.
Un vecchio trucco utilizzato da alcuni galleristi, in occasione di mostre d’arte, consiste nell’applicare un minuscolo bollino rosso in un angolino basso della cornice. Significa – nel linguaggio richiesto dalla discrezione signorile – che il quadro è già stato venduto. In alcuni casi può esser vero – perché no ? – ma in altri casi è frutto di un astuto calcolo. Se qualche quadro è già stato venduto – più o meno è questo il ragionamento retrostante – significa che il pittore ha successo, che le sue quotazioni sono in rialzo, che c’è dell’interesse nei suoi confronti. Allora – anche se di quadri non ne sono stati venduti affatto – qualche bollino rosso qua e là – secondo il principio che sono sempre in tanti a voler salire sul carro del vincitore, secondo il principio che più una merce sembra richiesta e più è richiesta davvero – può incentivare le vendite.
Che il trucco, però, comporti un rischio è evidente. Se il quadro è già stato venduto non è più in vendita e, dunque, diminuiscono le merci in offerta. Diciamo che qualche esemplare – a ragion veduta o a ragion da vedersi - viene sacrificato alla propaganda. Una volta convinto qualcuno ad acquistare un’opera d’arte, poi, sull’esemplare vero e proprio ci si può sempre mettere d’accordo. Di solito si compra una firma e l’aura che la circonda, quasi mai quella specifica opera e solo quella.
Non ritenendo sufficiente quello sul portone, sulle finestre di un appartamento in un palazzo al primo piano non lontano da casa mia, per un lungo periodo – mesi e mesi, forse qualche anno – era stato affisso il cartello di “vendesi”. Da qualche giorno sui medesimi cartelli – di traverso – ne è stato aggiunto un altro: “venduto”. Parrebbe una diseconomia stridente. Se l’appartamento è stato venduto andrebbe da sé che i cartelli siano tolti: l’appartamento non è più in vendita, perché è già stato comprato. Non siamo in una galleria d’arte. Quell’appartamento, in quel palazzo, era l’unico in vendita. Quello non è l’esemplare di una lunga serie e invogliare qualcun altro al suo acquisto, quando l’acquisto è già avvenuto, è privo di senso – non comporta utile alcuno.
Invece, a ben intrufolarsi da demonietti nel pensiero altrui, non si tratta di un caso di diseconomia, ma di un raffinato uso del linguaggio nella sua funzione persuasoria. L’immobiliare canta gloria e invita a salire sul proprio carro. L’immobiliare che aveva ricevuto l’incarico di vendere l’appartamento vuol far sapere al mondo intero di aver adempiuto alla propria missione. Contro la concorrenza, lo grida ai quattro venti per far sì che altri proprietari smaniosi di vendere il proprio appartamento le affidino la fatale delega. Se la pubblicità è l’anima del commercio, anche la metapubblicità è l’anima del metacommercio.
Il pensiero altrui è un ginepraio, il linguaggio non sempre aiuta o, meglio, non sempre aiuta la sua espressione esplicita. L’astuto Trasillo, l’astuto gallerista e l’altrettanto astuto immobiliarista sia che negozino la propria vita, l’opera d’arte o la casa affrontano rischi e cercano di calcolarli al meglio in rapporto all’utile loro. Agli interlocutori tocca arrangiarsi alla meno peggio nel non detto per limitare i danni – soprattutto se si è ingenui acquirenti. Diverso è il caso degli imperatori.
Svetonio racconta l’episodio di Trasillo in modo significativamente diverso. “Anche l’astrologo Trasillo”, dice, “gli diede prova del proprio sapere avvertendolo che una nave, avvistata in lontananza, gli avrebbe dato la gioia, mentre Tiberio, poiché le sue cose andavano sempre peggio, aveva deciso proprio in quel momento, mentre stavano passeggiando insieme, di precipitarlo in mare”. Qui coraggio eventuale, competenza astrologica e astuzia servono ancora meno. Si può effettuare una duplice scommessa piuttosto facile. Prima che la nave arrivi a destinazione, dalla scogliera si ha fatto in tempo a scendere e se qualcuno sta arrivando da uno come Tiberio è più probabile che gli porti notizie buone che cattive.
F. A.
Nota
In un commento alle prove per l’esame di maturità, Luciano Canfora racconta la vicenda di Trasillo in modo ancora diverso. Dice che “se la cavò perché predisse a Tiberio che un grave pericolo, forse fatale, lo minacciava. Tiberio fu grato perché poteva prevenire e cautelarsi”. Con il che i rapporti tra l’astrologo – mai stato in pericolo – e il cliente – mai avuto cattive intenzioni – sarebbero ricondotti alla normalità. Cfr. “Il Corriere della Sera, 24 giugno 2005. Mi scuso di non aver avuto il tempo sufficiente per verificare la versione dei fatti alla fonte – che è il sesto libro degli Annali di Tacito (cap. 21). Cfr., poi, F. Borromeo, De cognitionibus quas habent daemones liber unus, a cura di F. Di Ciaccia, Biblioteca Ambrosiana e Bulzoni Editore, Milano e Roma 2009 e cfr. Svetonio, I dodici cesari. Gli uomini illustri, Rizzoli, Milano 1968, pag. 163 – nella traduzione del vecchio amico Felice Dessì.