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L’ingrediente segreto

 

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L’ingrediente segreto

Miracoli della rete, trovo una notizia e anche il suo contrario, giustapposti e incorporati – immediatamente una dopo l’altra, uno nell’altra. Così leggi e sai subito che quel che hai letto è falso. Forse.
    Allora, il falso in questione è quello del tal psicologo che ha inventato la formula per determinare il giorno di massima depressione nell’anno solare. In base ai suoi calcoli è stato lunedì scorso, il 18 gennaio. Detta formula pone in relazione sei parametri: il clima – il freddo, la lunghezza della giornata, la piovosità –  il tempo trascorso dal giorno di Natale, il tempo trascorso dall’autoesplicitazione dei buoni propositi per l’anno nuovo, la capacità di fronteggiare le spese sostenute e i debiti accumulati, i livelli della motivazione della propensione ad agire, più un ingrediente segreto che lo psicologo si tiene nella manica, come fosse l’elemento che manca per una bomba atomica. Ovviamente, ma nemmeno poi tanto – perché, se fosse così ovvio, nessuno l’architetterebbe e nessuno ne parlerebbe né per approvarla né per disapprovarla – la formula riposa su alcuni presupposti. Che freddo, buio e pioggia facciano tristezza, per esempio, e che Natale, invece, sia una meraviglia; che tutti si sia egualmente ed inesorabilmente subordinati ai consumi coatti ed alla dittatura del mercato; che allo scadere di un certo giorno – come quello di fine o di inizio dell’anno – da una sorta di coscienza collettiva automatizzata ci giunga l’imperativo di formulare buoni propositi, presupponendo che i propositi realizzati nell’anno precedente siano sempre e comunque quelli cattivi ; che l’essere umano è vittima impotente dei propri istinti bui e delle proprie negative pulsioni incontrollabili; che a Natale e Capodanno occorre spendere di più fino ad indebitarsi e che, infine, si sia tutti quanto afflitti da una grave forma  di apatia universale – come se la motivazione e la propensione ad agire siano dati individuali e non  esiti relazionali.

La notizia viene definita falsa semplicemente perché l’autore forse non è uno psicologo, forse non fa parte di alcuna università e forse questa sua formula è stata commissionata da una agenzia di viaggi – nel curioso presupposto che, se convinco qualcuno che quello è depresso, lui si mette in viaggio per farsela passare – esattamente l’opposto di quel che capita a me, basta che debba fare un viaggio – anche fra sei mesi – e già mi deprimo. Un’altra ipotesi è che la finta notizia sia stata commissionata da qualche centro commerciale per incentivare la vendita dei saldi. Tutte ipotesi, insomma, che riposano sul presupposto che spendere denaro sia terapeutico nei confronti di quella malattia che –  dimenticano di dire –  è per l’appunto originata, perlopiù, dal fatto di aver speso troppi soldi – come testimonia la formula stessa. Tuttavia, la notizia non preoccupa affatto per il suo eventuale contenuto di falsità, quanto piuttosto per il suo certo e incontestabile contenuto di verità. Tante persone subiscono mutamenti di umore – verso il peggio – in rapporto al peggioramento delle condizioni climatiche, tantissimi sognano vacanze perenni, il mondo intero s’inchina alla dittatura del mercato e sono anche propenso a credere che siano in tanti a vivere nella consapevolezza, e nella colpevolezza, di aver mancato gli obiettivi fondamentali della propria esistenza, ritrovandosi tuttavia inermi e rassegnati, incapaci di fare alcunché per riproporseli, questi obiettivi, e magari di far ancora qualcosa per raggiungerli.

Racconta Morton Schatzmann nella Storia di Ruth che c'è –  c'era, c'è stata – una tribù della Malesia, i Senoi, "i cui membri fin dall'infanzia imparano a dominare i nemici che compaiono nei loro sogni".
    La cosa funziona così: tutte le mattine, durante la prima colazione, ogni familiare racconta agli altri i sogni di cui si ricorda. Appena imparano a parlare, anche i bambini vengono indotti a raccontare i propri sogni che, come quelli degli altri, vengono sottoposti al vaglio della critica. Vengono così suggeriti i comportamenti più opportuni da tenere nei rispettivi sogni. Ai nemici vinti nel sogno –  vien detto ai sognatori –  vien fatto obbligo di manifestare la propria sconfitta consegnando un premio (una poesia, una danza, una storia, la soluzione di un problema) a chi l'ha sognato. Più tardi, alcuni si recano al consiglio del villaggio e discutono comunitariamente il significato delle varie situazioni oniriche.
    Schatzmann racconta di aver adottato questo stile di vita con un suo bambino che soffriva di un incubo in cui veniva aggredito da alcune volpi. Schatzmann gli suggerì di farlo entrare nel sogno, all'occorrenza, perché l'avrebbe aiutato a liberarsi delle volpi. Detto e fatto. Una settimana dopo le volpi ricompaiono, il papà, però, è ben presente dentro la pelle di un leone, il bimbo apre la porta di casa, le volpi fuggono, salgono su un autobus, il bimbo le insegue e poi, dopo essersene tornato in casa, lestamente, chiude la porta. Addio volpi e addio incubo.

Schatzmann non spiega, però, che dono hanno dovuto fare le volpi al loro piccolo sognatore –  dando adito al sospetto che se gli avessero lasciato in dono un padre-indispensabile ci sarebbe di che preoccuparsi per lui. Ma il racconto, in realtà, non è ancora finito. In effetti, Schatzmann parla al bambino della possibilità di risognare le volpi per farsi dare un regalo, ma il bimbo gli dà una risposta strana che Schatzmann non commenta. Dice che, dalle volpi, vorrebbe dei giocattoli che nella realtà non esistono. Al che il padre, intelligentemente, tace. Anche i bambini – e non soltanto gli psicologi –  hanno il loro ingrediente segreto.

In fin dei conti nulla vieta che la soluzione dei Senoi possa anche funzionare. Pur di tenere a bada i brutti sogni – o l’interpretazione negativa di un sogno –  come premio potrebbe anche bastare l’uscirne e non sognarli più. Tenere a bada la realtà – e le modalità con la quale ce la costituiamo singolarmente e collettivamente – è più difficile. Ricette dai Senoi, qui, non ne arrivano – possono arrivare, se mai, dalla nostra capacità – una capacità che deriva da una scelta politica –  di mantenere sotto controllo i processi in virtù dei quali valorizziamo qualcosa e svalorizziamo qualcos’altro. Il che non è un ingrediente segreto. Anche in questo caso, tuttavia, è chiaro in che cosa, innanzitutto, questo premio potrebbe consistere: l’uscirne, dalla depressione, e rimanerne immuni.

Vediamo un po’. Mi sono alzato alle nove, ho fatto una doccia con tutto comodo, sono andato al bar e mi son bevuto un the, poi mi son fatto una passeggiatina e sono andato al forno, mi son comprato cinquantasei centesimi di schiacciatina, me la sono mangiata fra prati e pini mediterranei e qualche ulivo. Poi sono arrivato in ufficio, ho lavorato di buona lena – tra qualche telefonata a casa e l’altra – fino alle undici e mezza. Poi avevo una riunione. Tutto bene –  ne è uscito altro lavoro. Ne avrò almeno fino a domani. Lavoro ancora, ancora lavoro, poi c’è il pranzo. Belle verdurine fresche e poca pasta. Bene. Poi vado a riposarmi per un’oretta, mi leggo qualche pagina di Adorno, lo maledico, torno al lavoro – qualche telefonata a casa, un paio per lavoro –  lavoro fino alle sette e mezza. E’ giusto l’ora di cena. C’è un prosciutto arrosto con due patatine arrosto che sono una favola – condisco il tutto con un bicchiere di Refosco dal peduncolo rosso del 2003 – non esaltante, ne ho bevuto di migliori, ma non si può dire che non fosse un ottimo vino. Caffè – decaffeinato – e sigaretta, la prima della giornata – non son più le mie, ma fa niente, me la godo lo stesso. Mi vedo una partita di calcio più che discreta e torno in ufficio. Quasi quasi ce la faccio  a finire il lavoro per oggi. Ci do dentro. Mi interrompo solo per dare la buonanotte ad Anna. Ci do dentro e a mezzanotte e mezzo il lavoro è finito. C’è ancora il tempo per santificare il tutto con un’altra sigaretta e un paio di pagine di Adorno. Prendo anche un paio di appunti. Spengo che sarà l’una e mezza, forse le due. Era lunedì, lunedì 18 gennaio. Non sapevo ancora che avrei dovuto essere depresso.

F. A.


Nota

Storia di Ruth di Morton Schatzman è stato pubblicato da Feltrinelli, Milano 1980.

ogni domenica dalle 12.30 alle 13.00

a cura di Felice Accame e Carlo Oliva

caccia(at)radiopopolare.it

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