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La colpa, a pensarci bene, dev'essere tutta di Giacomo Leopardi.  È stato lui, nella “Ginestra”, a definire il rapporto tra l'uomo e la natura ostile in termini di “guerra” – l'unica guerra, in realtà, cui pensava dovesse applicarsi l'intero genere umano – e sarà per questo se a ogni terremoto, maremoto, uragano, alluvione, eruzione vulcanica o simili i governi reagiscono mandando l'esercito.  Si tratta, d'altronde, della soluzione più comoda: nelle società moderne, gli unici corpi organizzati sempre disponibili e autosufficienti sono quelli delle forze armate, e ad esse, in caso di necessità urgente di manodopera, è giocoforza rivolgersi.  Onde i tredicimila tra marines e parà spediti ad Haiti dall'ottimo Obama, la portaerei  con i genieri e i carabinieri con cui, a quanto sembra, l'Italia contribuirà alla rinascita dell'infelice repubblica (se mai riusciranno a sbarcare in un paese in cui i porti – sembra – sono per ora inagibili) e i contingenti mandati dai paesi più vari, dal Brasile al Perù.  Tutti armati fino ai denti, si intende, tutti in perfetto assetto di combattimento e pronti a prendere subito posizione, per perseguire, in prima istanza, le finalità cui gli eserciti, per tradizione, danno da sempre la priorità: rafforzare se stessi e il proprio ruolo.  Non per niente i marines per prima cosa si sono impadroniti dell'aeroporto di Port-au-Prince e hanno lasciato atterrare soltanto quelli che volevano loro, cioè, in sostanza, degli altri marines, a costo di dirottare a Santo Domingo o altrove gli aerei con le attrezzature mediche e gli ospedali da campo che quegli zucconi di francesi si ostinavano a mandare.  E non per niente, nel breve spazio di un paio di settimane, l'emergenza umanitaria di Haiti si è già trasformata in un problema di ordine pubblico e ai morti per crollo di edifici si è già aggiunto un certo numero di vittime di colpi di armi da fuoco.
    La professionalità, d'altronde, è professionalità.  Se la guerra della “Ginestra” era, in ultima analisi, una geniale metafora, nella cronaca di tutti i giorni i militari servono a gestire delle guerre assolutamente non metaforiche.  E non siamo più ai tempi degli eserciti di leva, in cui si rifletteva l'intera società civile, per cui, con un po' di pazienza, vi ci si si potevano ritrovare le competenze più varie.  Oggi a chi fa parte delle forze armate di competenze se ne chiede esclusivamente una.  Tra il portare soccorso e lo sparare, diciamocelo, sono molto più bravi a sparare, e non per preferenza personale o tendenza innata, ma perché è per questa attività e per quelle correlate che sono addestrati, qualificati e attrezzati.  E pur se dispongono di ingenti capacità tecniche e di ogni sorta di diavolerie meccaniche ed elettroniche, resta vero che tali risorse sono finalizzate alla distruzione e non alla (ri)costruzione.  Le macerie, dopo tutto, sono pagati per produrle, non per rimuoverle e dopo il loro passaggio, da sempre, a ricostruire devono pensarci gli altri.
    Sarà per questo che, almeno nei primi giorni, questi pur volonterosi soccorritori non hanno dato una gran prova di sé.  A quanto si è letto, hanno incontrato delle grosse difficoltà persino nell'organizzare la distribuzione per le strade del cibo e dell'acqua, tanto è vero che hanno deciso di consegnare tali indispensabili articoli lanciandoli dagli elicotteri, causando tra gli affamati giù in basso le risse e i parapiglia che ben si possono immaginare, con conseguente intervento degli addetti alla repressione.  Sui militari, d'altronde, è sempre aleggiata una certa nomea di inettitudine – con particolare riguardo ai gradi più alti – e se Clemenceau, a suo tempo, ai generali non avrebbe lasciato fare neanche la guerra, perché era un'attività troppo seria, non si capisce perché si dovrebbe delegargli la responsabilità di gestire i soccorsi dopo una catastrofe naturale, che è cosa – a occhio e croce – assai più delicata e difficile.
    Oggi si direbbe che la situazione sia un po' migliorata, soprattutto perché si sono attivate le strutture delle Nazioni Unite e sono scesi in campo i volontari civili.  Dei militari, tuttavia, non si potrà fare a meno per un bel pezzo e la progressiva militarizzazione di quello sventurato paese non sembra destinata a interrompersi.  Gli haitiani, d'altronde, devono esserci abituati e non solo per la storia che hanno avuto, in cui le forze armate hanno sempre avuto un ruolo di protagonista, ma perché in tutto il Terzo Mondo, o quasi, l'esercito rappresenta troppo spesso l'unica realtà organizzata e il suo controllo sulla società è effettivo anche quando non è dichiarato.  Ma questo, a pensarci, non vale solo per il Sud del pianeta.  Anche nelle nostre democrazie occidentali, in fondo, l'influenza delle strutture di quel tipo e degli interessi che rappresentano è più forte di quanto non si creda comunemente.  La nostra stessa incapacità di ricorrere, in circostanze di questo tipo, ad altri corpi e ad altre agenzie, dimostra appunto che le nostre società, sotto sotto, sono più militarizzate di quanto ci dicono.  Da questo punto di vista, tra l'emergenza e la normalità non ci sono poi tutte quelle gran differenze.

C. O.

ogni domenica dalle 12.30 alle 13.00

a cura di Felice Accame e Carlo Oliva

caccia(at)radiopopolare.it

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