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L’artista della domenica e i suoi ammiratori

 

Missioni e sacrifici

L’artista della domenica e i suoi ammiratori

Racconta Ernest Jones, allievo, amico e biografo di Freud, che, nel 1938, dopo l’annessione dell’Austria da parte della Germania, al momento della partenza da Vienna, il Maestro si sarebbe fatto beffe dei nazisti. Gli avevano chiesto di firmare un documento in cui avrebbe dovuto dichiarare di essere stato trattato bene e di non aver subito alcunché e lui non avrebbe esitato a firmarlo a condizione che gli fosse concesso di aggiungere una frase: “Posso vivamente raccomandare la Gestapo a chicchessia” – come se la Gestapo fosse stato un domestico di cui l’ex padrone vanti le doti, una sorta di estremo e raffinato sberleffo eseguito dinnanzi al naso dei suoi potenti persecutori.

La sacralità della figurazione pittorica era ormai alle corde. Dagli impressionisti in poi, man mano che la scienze fisiche, accedendo ai misteri del submicroscopico, mettevano in crisi irreversibile quell’immagine delle cose che ci accompagnava, stabile e rassicurante, fin da prima che uscissimo dalle grotte di Altamira, i movimenti pittorici della parte sedicentemente colta e civilizzata del mondo andavano rinunciando sempre più caparbiamente alla semplificazione naturalistica.  Nei primi dieci anni del Novecento si succedono i fauvisti, i cubisti, i futuristi – e con l’immagine delle cose perdeva qualcosa la sacralità dell’opera d’arte stessa. Al contempo, la psichiatria cercava clienti. Si comprende, pertanto, come, in quegli stessi primi anni del Novecento, gli psichiatri Jean Roques de Fursac e Marcel Réja potessero essere interessati a quella che molto sbrigativamente veniva categorizzata come arte dei malati mentali – suscitando a loro volta interesse e, dunque, innescando il circolo perverso della diagnosi e della malattia - una malattia che, in mancanza di altri dati affidabili, c’è proprio perché c’è la diagnosi.
    Grazie alla consapevolezza che la produzione artistica del malato di mente – o dell’alienato, come si amava dire allora – riflette la sua personalità più e meno turbata e grazie alla convinzione che, con un minimo di perspicacia, sarebbe stato possibile risalire dall’una all’altra, in Europa partì una gara a chi, sparandola più grossa, capiva di più da questo e da quel disegno estorto con ogni mezzo ai poveretti che non potevano ribellarsi – da Cesare Lombroso ad Hans Prinzhorn e a Pierre Janet –  che, nonostante le denunce dei surrealisti, colonizzeranno i manicomi con l’idea che tra arte e follìa il passo è breve e che, pertanto, quella stessa buona borghesia che ancora sapeva scandalizzarsi di fronte all’opera d’arte d’avanguardia, poteva continuare a credere nella sua rappresentazione naturalistica del mondo rimanendo dalla parte giusta del manico, ovvero dalla parte della sanità mentale, che, come si sa, è quella anche autorizzata a gestire il denaro.
    Si potrebbe dire che questo movimento di idee conobbe la propria apoteosi nel 1950, allorché, nel corso del primo congresso mondiale di psichiatria, a Parigi, venne organizzata la Prima Esposizione d’Arte Psicopatologica, dove vennero esposte circa duemila opere di trecentocinquanta persone che, sia che volessero essere artisti sia che non ne sapessero niente, sempre e comunque come malati vennero considerati – e malati anche perché costretti  con le buone o con le cattive, ai fini della diagnosi, all’esercizio dell’arte.

Nei prossimi giorni, in Inghilterra, verrà messo all’asta un quadro dipinto da Adolf Hitler nel 1910. È unfacquerello che potrei riassumere come gchiesetta in paesaggio montanoh a dimostrazione che a Hitler la rivoluzione scientifica in atto – con le sue conseguenze nel mondo della pittura – non aveva un granché da dire. Dicono che lo tenesse Freud nel suo studio, a Vienna. Dicono.

Nonostante la breve e felice parentesi costituita dal movimento antipsichiatrico – nonostante lo strenuo lavoro e l’appassionata denuncia d’inconsistenza scientifica rivolta alla psichiatria ed ai suoi metodi da parte di Cooper, Laing, Basaglia, Schatzmann e altri –  gli psichiatri sono ancora tra noi , più potenti che mai, armati fino ai denti di derrate dei nuovi psicofarmaci e dei vecchi strumenti di tortura come l’elettroshock, sordi ad ogni appello di una ragione metodologica, pronti  a riscrivere la storia a loro duratura dignità.
Interviene, allora, lo psichiatra di turno per dirci che il quadro di Hitler, nello studio di Freud, non c’era per caso, che, “probabilmente”, era lì perché Freud, avendo individuato “una mente che gli appariva nitidamente deviata” lo stava studiando. Guarda caso il quadretto è datato al 1910 e quello è proprio l’anno in cui Freud aveva scritto il suo saggio su Leonardo Da Vinci, dove – sia detto di passaggio – scopre quello che avrebbe potuto scoprire leggendo con un minimo di attenzione una sua qualsiasi biografia. Fatto è, secondo questo psichiatra di turno, che Freud è così preoccupato per l’ascesa politica di Hitler che decide di indagarne la personalità, utilizzando per la diagnosi anche i segni tracciati nella sua espressione artistica.

Ora, sapendo come sono andate le cose, verrebbe da dire che Freud non ci aveva capito un granché, ma se le cose sono andate come sono andate, in realtà, il motivo è un altro. Ben più serio. Fatto sta che tutta questa preoccupazione di Freud per il nazismo è letteralmente inventata oggi – come omaggio al Maestro, come deferenza alla sua persona, come riverenza al suo acume, come stilizzazione della sua figura storica ridotta alla caricatura di uno che, perché genio, aveva capito – se non prima di tutti noi, almeno al momento giusto , come parte, ancora, di quella vulgata che ci ha rappresentato la psicoanalisi come l’apice di tutte le istanze liberatorie, quindi come un sapere che, opponendosi al Male – al Male del suo secolo e di quelli precedenti, fatto tutto di autorità autoreferenzialmente ingiustificata  e di repressione – si ergeva nel nome del Bene. E invece no. Testardo come un mulo, Freud, nonostante le sue radici ebraiche, si è ben guardato dal preoccuparsi eccessivamente per l’arrivo di Hitler; non ha affatto dato retta agli amici che lo invitavano ad espatriare prima che l’Austria fosse inghiottita dalla Germania, e finì che altri – come la principessa Marie Bonaparte – dovettero pagare per la libertà sua e di qualche suo familiare – non tutti, perché le sue sorelle finirono la loro vita in un campo di concentramento.  Antiamericano – contrario al divorzio e nemico di ogni libertà sessuale –  Freud non disdegnava affatto il fascismo, tanto è vero che invia un suo libro, con dedica, a Mussolini, e, in fin dei conti, riteneva che l’arrivo di Hitler fosse salutare, invitando amici e parenti a non credere a tutto il male che si andava dicendo di lui. E’ il caso di un miope politico riottoso salvato, a caro prezzo, nonostante la propria riottosità. Malgrè lui.

Attenti alla trappola. La psicopatologizzazione del capo tende a rimuovere l’ingombro maggiore: il fatto che, dietro al Fuhrer, ci fosse un popolo intero. Mentre non ho alcuna difficoltà ad inquadrare Hitler tra gli artisti della domenica, ne avrei non poche per capire come abbia fatto un matto a convincere tanta gente.

Paul Roazen, anni dopo, ha constatato che della frase aggiunta (“Posso vivamente raccomandare la Gestapo a chicchessia”), nel famoso documento di liberatoria firmato ai tedeschi, non c’è traccia alcuna. Se l’ha pensata, se l’è tenuta per sé; se l’ha pensata, si è ben guardato dal dirla, tantopiù di scriverla. Più presumibilmente, Freud l’ha pensata dopo e ha cominciato a raccontarla, facendole fare immediatamente il giro dei suoi allievi, di bocca in bocca, fino a divenire “leggendaria”, la versione più accreditata, perfino più “divertente”, la giusta espressione di un genio come il suo, opportuna per tenere ben lontano il Maestro da quel nazismo che si sarebbe rivelato – ai suoi occhi – come il Male soltanto dopo, con il senno del poi, a scempio fatto.

F. A.


Nota

Per la vicenda dell’acquerello di Hitler, cfr. L’acquerello di Hitler all’asta “Era nello studio di Freud”, in “Corriere della Sera”, 14 febbraio 2010. Per l’ipotesi di un intervento salvifico di Mussolini (potenza di una dedica ?), cfr. M. Collura, Il duce a Hitler: lasciare stare il dottor Freud, in “Corriere della Sera”, 10 aprile 1993.
Per le vicende di Freud e della sua uscita dall’Austria, cfr. E. Jones, Vita e opere di Freud, Il Saggiatore, Milano 1962, vol. III, pag. 271 e P. Roazen, I miei incontri con la famiglia di Freud, Erre Emme, Pomezia 1997, pp. 39-41, e, ancora, P. Roazen, Freud al lavoro, Massari, Bolsena 1999, pag. 168-169. Per il rapporto tra arte e psichiatria, cfr. P. Brenot, Geni da legare, Piemme, Casale Monferrato 1999, pp. 204-212.

ogni domenica dalle 12.30 alle 13.00

a cura di Felice Accame e Carlo Oliva

caccia(at)radiopopolare.it

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