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Dell’incertezza dell’errore linguistico

Dell’incertezza dell’errore linguistico

Nei giorni scorsi ho dovuto registrare di fronte ad una telecamera alcune brevi sintesi – poco più di tre minuti – di mie lezioni sulla teoria della comunicazione. Non posso nascondere che mi sono trovato in un certo imbarazzo e che, alla fine, la sensazione di non esser stato me stesso è stata abbastanza invadente – e opprimente. Lo sapevo già, beninteso: dedico, infatti, una lezione ogni anno al perché di fronte ad una telecamera non riusciamo a parlare con la stessa spontaneità con cui parliamo di fronte ad un interlocutore. Dedico anche una parte di questa lezione ad alcuni stratagemmi che possono essere usati per sopperire alla difficoltà, ma, tant’è, per quanto di qualcosa si sia consapevoli non è detto che si riesca sempre ad evitarla. Un paio di stratagemmi li ho anche messi in pratica – tanto è vero che non è stato neppure necessario ripetere la registrazione -, ma l’insoddisfazione restava.
    Non sapevo ancora che questa insoddisfazione, il giorno dopo, sarebbe aumentata – guadagnandosi, anche, una connotazione più precisa.

La ventesima edizione dei famosi Ricordi di scuola di Mosca, pubblicata da Rizzoli nel 1958 si presentava con una copertina che riproduceva la fotografia dello svolgimento di un tema in classe di un bambino presumibilmente di seconda o di terza elementare. La mia mamma, s’intitolava il tema e cominciava così: “La mia mamma è la donna più bella del mondo. I suoi capelli sono biondi come loro, i suoi occhi sono azzurri come il cielo. Essa e buona” e qui una grossa macchia d’inchiostro impediva di leggere cosa sarebbe seguito. Arricchivano il bianco e nero del foglio alcuni segni blu, presumibilmente apposti da un maestro o da una maestra nell’esercizio delle proprie funzioni: un segno blu era posto sotto “capelli”, perché tra la c e la a c’era una acca; un altro segno blu era posto sotto loro, perché era scritto tutto attaccato e mancava l’apostrofo tra la elle e la o; e, infine, un terzo segno blu – un accento svolazzante – era stato posto sopra la e, perché lo scrivente se l’era dimenticato. Nel quarto capitolo del libro – quello intitolato Compito in classe – Mosca affronta con il tatto melenso che lo ha sempre contraddistinto l’argomento dell’errore nell’uso del linguaggio. Fa l’esempio di un tema su cui è stato scritto: “Ieri la Mamma mi ha detto…”, con la emme maiuscola a “mamma” e immagina un se stesso maestro che ne chiede all’alunno il perché. “E’ così bella, signor maestro, mi vuole tanto bene…”. Così lui – Mosca maestro – è indotto a chiedersi se “è proprio un errore, o non sbagliamo noi a scrivere mamma con la emme minuscola ?”, ma, ciò non ostante, “fa un segnetto rosso sotto la parola, piccolo piccolo”, perché – nella versione retorica della sua sentimentalità – “è figliuolo anche lui” – parla di se stesso e, ovviamente, di chiunque altro – “E vuol bene alla sua mamma, ma è anche maestro” – e qui, timidamente, fa capolino il senso del dovere – “e, secondo l’analisi grammaticale, mamma è nome comune, di genere femminile, numero singolare”.

Il rosso e il blu della tradizionale matita usata dai maestri di un tempo che fu designavano rispettivamente ciò che veniva considerato errore veniale e ciò che veniva considerato errore grave. Ma, se parlare di errore a proposito di operazioni aritmetiche non mi turba i sonni – perché che due più due faccia quattro è conseguenza delle definizioni che abbiamo assegnato alle unità ed alle operazioni che possiamo fare con queste unità -, parlando di linguaggio, ciò che legittimamente possiamo considerare come errore non sempre mi è altrettanto chiaro. Un errore è tale rispetto ad un termine di confronto considerato stabile almeno per l’intera durata del confronto. Ma il linguaggio per sua natura stabile non lo è mai – evolve con il contributo di tutti i parlanti – e, spesso, cambiando, contraddice il proprio assetto precedente. Una parola passa da femminile a maschile – per esempio, “la film” negli anni Trenta del secolo scorso, diventa “Il film” – o da plurale a singolare – ad esempio, “i pantaloni” diventano “il pantalone”; la forma delle parole e le stesse modalità sintattiche cambiano. Io stesso, la settimana scorsa, ho detto “marchionnizzante” e, nonostante ritenga trattarsi di parola chiarissima – fin troppo, fin troppo significante per chi al marchionizzamento generale deve sottostare – potrebbe essere fatta oggetto degli strali più acuminati di un severo censore linguistico. Nel dizionario della lingua italiana di sicuro non c’è e, se il dizionario costituisse il termine di confronto, sarebbe bollato come errore. Tuttavia, dubito che un dizionario possa costituire un termine di confronto affidabile, perché l’esperienza ci dice che, tra il momento in cui si comincia a compilarlo e quello in cui si giunge al fatidico “zuzzurellone”, molti dei significati definiti sono già cambiati – molte parole hanno cambiato di senso e molte altre si sono arricchite di nuove sfumature. Un dizionario non regge una vita intera di parlante.
    C’è, poi, una seconda ragione che mi rende problematica la sicura individuazione dell’errore linguistico. Parliamo di linguaggio allorquando un sistema di segni fisici e pubblici ricombinabili designa un insieme di operazioni mentali e private corrispondenti: parliamo di linguaggio, allora, quando ci troviamo a che fare con due ordini di cose interconnessi. E’ ammissibile l’errore, beninteso, sia in un ordine che nell’altro: scrivere “obietivi” con una t sola come ho visto l’altra sera nel primo manifesto all’ingresso del Mandela Forum di Firenze è certamente un errore, ma non sempre è così facile escludere che non si tratti di un errore di pensiero. A volte il difforme dalla norma ha ragioni più profonde, più e meno chiare, a prescindere dai lapsus analizzati da Freud.

A differenza della posta all’antica, le mail oltre all’eventualità di un mittente, possono avere un oggetto. In teoria quindi chi le riceve potrebbe presumere qualcosa del loro contenuto già prima di aprirle. In teoria. Perché, poi, tocca alle capacità di chi scrive – anche alla sua voglia di esplicitezza – approfittare della possibilità.
    Da un po’ di tempo in qua ricevo mail il cui titolo mi lascia perplesso: “Sono molto orgoglioso del tuo pene”, diceva la prima; “la tua moglie e felice enorme su Tali Doni”, diceva la seconda; “Rendi il tuo Pene più Lungo di 10 cm di Fronte”, diceva la terza. Ad una prima lettura – sospettosa, perché “aprire” quella posta può rivelarsi piuttosto pericoloso non solo per la salute del computer, ma anche per quella del suo proprietario – i conti non mi tornano: non capisco chi possa essere un maschio orgoglioso del “mio” pene, ho dei dubbi sulle reali cause della felicità di mia moglie e, soprattutto, mentre posso capire la matrice ideologica da cui proviene l’esigenza altrui di allungare il proprio pene di dieci centimetri, non riesco a capire affatto come questi dieci centimetri possano essere guadagnati “di fronte”. Ci ragiono su e qualche conto torna – qualche conto, non tutti. Questi messaggi sono l’esito di cattive traduzioni – presumibilmente dell’uso dei traduttori automatici disponibili in rete. Le comunicazioni sono zeppe di errori e, prese alla lettera, risultano incomprensibili perché scritte originalmente in lingue diverse e poi tradotte parola per parola, in base ad un termine di confronto inadeguato rispetto all’evoluzione linguistica – come, per l’appunto, il dizionario. Se le mandano così, in questo stato, tuttavia – mi dico anche – è poco probabile che non siano consapevoli della loro difettosità e mi viene da pensare, pertanto, che sia proprio questa difettosità la loro principale caratteristica attrattiva. Errore significa stranierità, stranierità significa culture diverse, culture diverse con un bel salto deduttivo significano libera trasgressione e libera trasgressione (qui il passo è breve) significa sesso. Il sistema di equazioni implicite potrebbe essere più o meno questo.
    Interpreto così le cose fino all’altro ieri, allorché ricevo una mail dalla mia banca. Mi si dice che il mio servizio di internet banking è stato bloccato, perché non l’ho utilizzato nell’arco degli ultimi tre mesi. Mi si dice che l’accesso al mio conto sarà bloccato fino a che non “verrà completata l’implementazione di misure di sicurezza aggiuntive”, ma già qui noto che l’accento sulla a di “verrà” manca, mentre la frase successiva dice che “dovete scattare il collegamento qui sotto e riempire la forma alla seguente pagina per realizzare il processo di verifica”, come se, a quel primo errore grammaticale, faccia seguito un’improvvisa catastrofe semantica e sintattica. Nella sfera semantica della banca – almeno in quella della banca di cui mi servo io – il sesso non c’entra o c’entra pochino e la stranierità non c’entra per nulla. In questo caso, se fossi propenso, come nei casi precedenti concernenti in un modo o nell’altro lo statuto empirico ed epistemico del mio pene, a ritenere l’errore galeotto, come un attrattore verso eventuali trasgressioni premianti, sbaglierei – qui l’errore – un errore reso ancora più grave, e più fattuale, dal fatto che il mio servizio di home banking l’ho utilizzato un giorno sì e uno no; un errore che qui è ben difficile considerare volontario ha un solo risultato: che non rispondo alla mail e che telefono immediatamente alla mia banca esponendo la vicenda e ricevendo il perentorio monito – non è nostra, è una truffa, non risponda.

Come d’accordo, incontro di nuovo l’amico che mi aveva registrato il giorno prima, il quale – prima di sottopormi ad una nuova serie di registrazioni –  pur nei toni edulcorati e liscianti di chi non vuol ferire l’amor proprio altrui, mi dice che, rivedendo i filmati, si è reso conto che in ciascuno di essi io comincio la lezioncina nello stesso identico modo – inizio a parlare, infilo la mano sinistra nella tasca dei pantaloni e faccio un gesto, con la destra, allungo il braccio e tendo il dito indice verso la telecamera. “Glielo segnalo”, mi dice, “perché, a dire il vero, non gliel’ho mai visto fare”. E’ vero. Non credo che il gesto appartenga al mio repertorio e, sulle prime, sarei tentato di considerarlo un errore – un errore di linguaggio, un errore di linguaggio gestuale. Ringrazio l’amico, mi dico e gli dico di aver capito, e gli dico di esser pronto alle ulteriori registrazioni. Mi metto di fronte alla macchina, gli dico “Sono pronto, mi faccia un cenno quando va”, vedo accendersi la luce rossa, lui mi fa un cenno e io parto. E’ soltanto dopo una trentina di secondi – già mentre sono infervorato nel pieno della mia argomentazione – che mi si pianta in tutta la sua ineluttabilità nella parte cosciente del cervello la memoria di cosa ho appena fatto: iniziando a parlare, ho messo la mano sinistra in tasca, ho allungato il braccio destro verso la telecamera ed ho teso l’indice. Un po’ afflitto, ho proseguito la lezioncina con una ferita sempre più profonda nel mio amor proprio, ma anche con una certezza: le parole, i gesti, i nostri molteplici linguaggi hanno natura prettamente sociale – è la relazione che li ratifica, ed io, nella circostanza, senza rendermene conto, avevo escogitato una gestualità niente affatto mia prima di esser messo di fronte ad una telecamera, ma improvvisamente mia – tanto mia da ripeterla sistematicamente anche senza volerlo – non appena questo minacciosissimo interlocutore muto mi ha imprigionato nel suo mondo – o, meglio, in quel suo mondo che, da quel momento, era diventato il nostro mondo.

F.A.


Nota

Quando ho concluso la stesura di queste riflessioni il mio amico Claudio Del Bello mi manda copia di una mail in cui gli si dice “Lasciate la Vostra Fidanzata Non Delude” e “E Possibile con i Vostri Giochi di Baseball Testicoli”. Il suo commento verte interamente sulla preoccupazione per la competenza acquisita dai traduttori automatici e non sembra ipotizzare ulteriori sottigliezze persuasorie.

ogni domenica dalle 12.30 alle 13.00

a cura di Felice Accame e Carlo Oliva

caccia(at)radiopopolare.it

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