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La zona grigia

 

Le tre componenti

Lussuria, consapevolezza e dolore

 

Lussuria, consapevolezza e dolore

 

Di ritorno da Firenze, prendo il metrò per un pezzo, esco e aspetto il tram. Salgo in tram, l’altra sera, e respiro di sollievo perché non è strapieno. Ad un dato momento, mentre tra uno scossone e l’altro vago cercando di far passare il tempo, lo sguardo mi si posa su una signora. Bella, di una bellezza che, forse, sta sfiorendo, capelli non troppo lunghi e abbastanza curati, un po’ di scuro ripristinato ad onta di qualche filo grigio orgoglioso, occhiali, un bell’impermeabile chiaro. Diciamo che, all’analisi, questa signora mantenesse un suo perché, nonostante mi finissi col dire che, comunque, per me, sarebbe un po’ troppo in là con l’età. Sono esercizi di selezione sessuale da pubblico mezzo di trasporto – innocua per chi, come me, ha il cuore occupato, occupatissimo: non sai cosa fare e, in attesa della fermata giusta, ti soffermi.

            In quella circostanza debbo essermi soffermato un po’ troppo, perché, forse sentendosi osservata e alzando lo sguardo verso di me, la signora mi ha fatto capire di avermi notato a sua volta.

 

Ogni volta che vedo – o che mi rappresento – la scena di due esseri umani che, da una certa distanza, si fanno incontro l’un l’altro mossi perlomeno da un minimo di appetito reciproco, mi viene in mente Il corpo e l’anima, un incantevole racconto che Carlo Ernesto Menga pubblicò nel 1999. Vi si tratta di un maschio e di una femmina che si scorgono, per l’appunto, da una certa distanza e che, sulla spinta di un entusiasmante sentimento condiviso, si slanciano l’uno verso l’altra. Finirà che si abbracceranno, che si baceranno, che cammineranno a lungo mano nella mano, che ceneranno a lume di candela commuovendosi l’uno negli occhi dell’altra e viceversa, che faranno l’amore, che dormiranno insieme ancora avvinghiati e che si sveglieranno in un mattino radioso, ma.

            Ma. A lui, la stretta del primo abbraccio provocherà “un sordo riflesso dolente” al colon irritato; nel bacio prolungato, sentirà l’improvviso “pulsare insopportabile del nervo infiammato del suo secondo premolare superiore”; nell’uscire dal ristorante, comincerà ad avvertire, piantato tra gli occhi, come “un gelido chiodo rovente”, “un rampino di cefalea”, dovuto “al riacutizzarsi di una fastidiosa infezione dei seni paranasali”; mentre fanno l’amore, sul più bello – “il più bello” come si suol dire – un ginocchio ha come un gemito per una “fitta lancinante di assestamento” e, infine, ecco che alla luce del mattino, risvegliandosi, si contorce in una smorfia per un inesorabile torcicollo.

 

In Lussuria – La passione della conoscenza, l’epistemologo Giulio Giorello giunge a dichiarare tutto il proprio libertarismo dopo aver passato in rassegna i vari atteggiamenti che, nelle varie epoche che ci hanno preceduto e di cui possiamo dire di saper qualcosa, sono stati riservati ad una sfrenatezza sessuale che, spesso, deborda in una licenza della scoperta scientifica stessa. E’ così che a Giorello tocca di riflettere sull’uso metaforico del verbo “conoscere” così come può esser colto in alcuni brani dell’Antico Testamento. Il libro della Genesi dice che Adamo ed Eva furono scacciati dal Paradiso Terrestre per aver attinto all’albero della conoscenza e che, una volta fuori – pronto a mettere in pratica il costosissimo apprendimento – “Adamo conobbe sua moglie”. Il fatto che, nel seguito immediato, si dica che “ella concepette” – nella versione del Diodati – e che “partorì Caino”, toglie ogni dubbio sulla riduzione della metafora. “Le due facce della conoscenza sono complementari”, dice Giorello, “e rimandano insieme all’atto sessuale”. Il  tabù infranto rende vergognoso il sesso e induce alla lussuria, ma il frutto dell’albero proibito è la conoscenza in tutti i sensi. Da ciò consegue una sorta di reinterpretazione darwiniana della Bibbia: prima di conoscere – in un senso e nell’altro -, Adamo ed Eva erano immortali; dopo, sono mortali – nel senso che “sanno di dover morire”. E’ la consapevolezza – lo dico anche a proposito del racconto di Menga – la via per la sofferenza migliore – e la via migliore per la sofferenza.

Mi aveva notato. Tanto è vero che si è alzata dal suo posto e, non priva di un certo slancio, sorridendomi solare – fin troppo solare –  è venuta dritta su di me, dicendomi: “Si sieda, si sieda pure. Mi scusi, non l’avevo vista”.

            Impietrito – pensando di lei mentale tutto il male possibile, pensando di me fisico tutto il male possibile –  la soddisfazione non gliel’ho data. E sono rimasto in piedi.

 

Sul fatto che su ben altra metaforizzazione del verbo “conoscere” sia nata la disgrazia della filosofia Giorello non indaga e lo si può anche comprendere: la storia delle teorie della conoscenza non abbonda di lussuria né di felicità. Tutta una rinuncia com’è – nella frustrazione di non riuscire a trovare un qualsiasi argomento che fondi la conoscenza su basi solide e sicure; nell’incapacità, per l’appunto, di coglierne l’irriducibile metaforicità –  l’epistemologia sembra più un viatico all’astinenza.

 

F. A.

 

 

Nota

 

Il racconto di Menga è tratto da Consenso presunto e altri racconti, edito da Laruffa, Reggio Calabria 1999, pp. 69-73. Lussuria – La passione della conoscenza di Giulio Giorello è edito da Il Mulino, Bologna 2010.

 

ogni domenica dalle 12.30 alle 13.00

a cura di Felice Accame e Carlo Oliva

caccia(at)radiopopolare.it

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