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Il pedagogo tedesco

Il pedagogo tedesco

Ci ferma un ragazzo che in maglietta arancione tende a far parte di altri ragazzi in maglietta arancione – basta poco per fare un insieme e per sperare di avvantaggiarsene. Ci ferma e ci dice se vogliamo fare qualcosa per questo e per quello. Ovviamente, la domanda è retorica e ricattatoria: tutti vorremmo far qualcosa per questo questo e per quel quello. Alla nostra perplessità di esperti in retorica e in ricatti – in ricatti subiti – risponde con una formula per lui palesemente consolidata: possiamo stare tranquilli, perché l’associazione che rappresenta si occupa di pedagogia.  A questo punto la mia perplessità si è già trasformata in obiezione. Non ho più un buon motivo per non starlo a sentire e per tirare diritto, ma ne ho due.

Quando mi si parla di pedagogia, da un po’ di tempo in qua, penso al caso Schreber. Ne raccontano due ottimi libri: Il caso Schreber di William G. Niederland (Astrolabio, Roma 1975) e, soprattutto, La famiglia che uccide di Morton Schatzman (Feltrinelli 1973).
    La vicenda viene alla luce o, meglio, emerge parzialmente dal buio di una coscienza, nel 1903 o giù di lì, allorché Daniel Paul Schreber pubblica le sue Memorie di un malato di nervi – già censurate e purtuttavia fatte sparire dalla famiglia che, in pratica, ne acquistò quasi tutte le copie stampate. All’epoca ha già più di sessant’anni e racconta della malattia che gli capitò a quarantadue anni, allorché, da Presidente di tribunale, si candidò al Parlamento senza venir eletto. E’ allora che comincia  a dare i numeri: sente strani scricchiolii provenire dalle pareti della sua stanza, ha la sensazione che gli stia crescendo il seno e, parallelamente, percepisce il pericoloso arretramento del pene dentro il proprio corpo – come nel “koro”, una famosa malattia per mia buona sorte tutta giapponese –  comincia ad avere polluzioni notturne da Guinness dei primati – un subconscio che ha fatto il pieno come l’automobilista di un tempo il giorno prima dell’aumento della benzina: una notte arriva a dodici, tutte cronometrate da solertissimi medici. Parla una misteriosa lingua di Dio, ode voci che lo accusano di masturbarsi, vede uomini rosso-carota dall’odore nauseante, si sente legato da raggi invisibili, pensa che il proprio ventre stia andando in putrefazione, soffre come un dannato, pover’uomo, ma si ritiene al centro di un’attenzione particolare dall’Alto e dell’Altissimo: categorizza ogni sua disgrazia come un miracolo e sa – sa – di essere il destinatario di una nuova Rivelazione – faticosissima, abbondantemente seccante, roba di cui avrebbe fatto volentieri a meno ma pur sempre Rivelazione.

I problemi di Daniel Paul derivano tutti (o in gran parte) dalla pedagogia repressiva del padre Daniel Gottlieb Moritz Schreber (1808-1861), medico, igienista, ideatore di una nuova scienza che chiama “Callipedia” intendendo con essa la “educazione alla bellezza attraverso la promozione naturale e simmetrica della crescita normale del corpo”. Allo scopo, questo Schreber senior inventa apparecchi per far mantenere la corretta postura ai bambini, come il famoso “raddrizzatore Schreber”, o le cinghie metalliche per le spalle, o la sbarra di ferro per il petto, una cinghia speciale per legarli al letto o il casco metallico per il capo. Per il bambino non c’era via di fuga e nessuna possibilità di tirare il fiato: l’insigne pedagogo Schreber somministrava i suoi strumenti di tortura a casa come a scuola – per esempio inventando un’apparecchiatura che impedisse ogni movimento sui banchi di scuola e imponesse loro di sedersi sempre e comunque poggiando entrambe le natiche sul sedile –  di giorno come di notte.
    I suoi principi ispiratori possono riassumersi nella necessità della massima coercizione nei primi anni di vita del bambino – nella certezza che se l’abitui ad obbedire subito, poi non ci pensi più per tutta la vita – per far sì che il giovane virgulto faccia propria la sublime arte dell’abnegazione. In quanto al sesso aveva idee chiarissime. Forti dosi di esercizi muscolari, stanze da bagno non riscaldate, abluzioni fredde sui genitali e sul perineo, proibizione assoluta della masturbazione – a costo di versare vescicanti sul prepuzio dei maschietti; a costo di obbligare le femminucce a tenere le bambole con due mani contemporaneamente. Babbo Schrber la sapeva lunga: “tutte le ignobili o immorali…emozioni”, dice, “devono essere soffocate al loro primo apparire con un’immediata diversione o una diretta soppressione”. Lui combatte per un mondo migliore, beninteso, perché si dice certo di assecondare “la legge del progresso verso il meglio”, “la legge della strenua lotta verso il divino”, “la legge della vittoria graduale dello spirito sulla materia”. E dal momento che non ha alcuna intenzione di predicare bene e razzolare male, va da sé che questi principi li applichi, innanzitutto e inesorabilmente, in casa propria – sui propri figli.

Il primo motivo per tirare diritto e non acconsentire in alcun modo alla richiesta del ragazzo in maglietta arancione è che, come dice lui stesso, fa parte di un’associazione. Capisco chi si associa in qualsiasi impresa – si fortifica in un “noi” che, purtroppo, presuppone un “loro”, contrapposto – e ne ho rispetto fino a che compie questa sua impresa con le proprie forze e con quelle di chi gli si è associato. Quando chiede l’aiuto altrui o quando addirittura chiede l’aiuto di un altrui tutto speciale come è lo Stato, riconosce che lui e i suoi soci non bastano all’impresa e ne scaricano su altri – magari sulla collettività intera – tutti gli oneri. Mette in atto una coercizione ricattatoria ed escogita allo scopo tutta una serie di pratiche comunicative finalizzate alla persuasione altrui. Riduce a propaganda qualsiasi assunto, anche il più sacrosanto. E io me ne esento.

Ebbe cinque figli Schreber il pedagogo. Di Daniel Paul si è detto. Del maggiore, Daniel Gustav, sarà bene dire che si è sparato a trentotto anni. Delle tre sorelle si sa poco o nulla: come al solito, le femmine, in famiglia, non fanno notizia. Di due di loro, comunque, si sa che hanno avuto problemi psichiatrici. Di mamma Schreber possiamo solo arguire la docile sottomissione al genio del marito e, a quanto risulta da una lettera di una figlia, possiamo dedurne tutto lo spirito collaborativo di aguzzina.

I libri del dottor Schreber vennero stampati, ristampati e tradotti in sette lingue. Quando morì a causa di una meritoria quanto tardiva ostruzione intestinale, ci fu chi scrisse che quell’uomo aveva espresso lo spirito della propria epoca, che era stato un “emissario della Provvidenza” e che la “devozione” per lui avrebbe dovuto essere “imperitura”.
    Il suo nome è fin rimasto impresso nella lingua tedesca per l’invenzione dei Schrebergarten, ovvero di quei “giardini di Schreber” che tanto avrebbero dilettato il tempo libero dei tedeschi mentre, associandosi nel loro nome – concimandosi nell’associazionismo –  coltivavano con tutto il loro amore ciò che qualche anno più tardi sarebbe fiorito come nazionalsocialismo.

Certo. Qualcuno potrà pensare che questa è un’idea pedagogica sbagliata, mentre ce ne sono sicuramente altre più giuste. Mah.
    Fatto è che qualsiasi principio pedagogico da qualche parte dovrà pur uscire. Se salta fuori da una filosofia – da una qualsiasi filosofia che vanti una teoria della conoscenza migliore di altre – dubito che, alla fin fine, possa portare  risultati tanto diversi da quelli di Schreber senior. Qualche speranza potrei nutrirla nei confronti di un pedagogia che avesse rinunciato ad ogni sistema filosofico e che, anzi, prendendo le mosse proprio da una critica di tutti i sistemi filosofici, cercasse di diffondere la massima consapevolezza sul modo con cui ciascuno di noi si costruisce i propri valori. Sapendo che è roba nostra, potremmo anche non essere più tentati di imporli agli altri. Figli compresi.

F. A.


Nota

Del caso Schreber si è occupato anche Freud, nel 1911, con le sue Osservazioni psicoanalitiche su un caso di paranoia descritto autobiograficamente, ma le analisi più approfondite sono quelle di
William G. Niederland (Il caso Schreber,  Astrolabio, Roma 1975) e, soprattutto, di Morton Schatzman (La famiglia che uccide, Feltrinelli 1973), il quale, peraltro, di Freud ne fa fettine. Memorie di un malato di nervi è stato pubblicato da Adelphi, Milano 1974.

ogni domenica dalle 12.30 alle 13.00

a cura di Felice Accame e Carlo Oliva

caccia(at)radiopopolare.it

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