|
Caccia all'ideologico quotidiano
L'interesse e il tornaconto
Trecento milioni di prove
Tre opacità rimosse
Tre opacità rimosse
I punti esclamativi mi preoccupano. Nella mia vita – una vita spesa a scrivere – devo essermene concessi pochissimi e quei pochissimi per fortuna non so dove siano perché se lo sapessi la tentazione di andare a cancellarli sarebbe forte. Non la vincerebbe, beninteso, perché di quanto scritto non ho mai voluto correggere alcunché, ma forte lo sarebbe, diciamo come un canto di sirene stonate. I punti esclamativi mi preoccupano nei romanzi, nei racconti, nella corrispondenza personale, figuriamoci, poi, se lo trovassi incorporato ad un nome. Un’americanata oscena, un simbionte di soluzione semantica e del suo commento.
Bene, “Che Banca !” – con il punto esclamativo incorporato – si chiama oggi una banca del gruppo Mediobanca la cui filiale fa bella mostra di sé nei dintorni di casa mia. Il nome la dice già lunga – un giudizio entusiasticamente positivo su se stessi, l’enfasi già nel chiamarsi – ma il maquillage cui fa ricorso – l’opera di sapiente design – per impacchettare i clienti la dice ancora più lunga. E, come nel caso del nome, se la dice da sola, scopertamente: “per entrare non trovi barriere ma porte scorrevoli” (e per chi fosse tardo di comprendonio “non trovi barriere” lo scrivono in neretto, perché quello che era un valore – le barriere che garantiscono l’inviolabilità del proprio denaro -, metaforicamente, diventa un disvalore – e il nuovo valore sta nell’abolirlo), “scrivanie dove cliente e personale della banca sono dalla stessa parte” (“dalla stesse parte” in neretto), “Postazioni self per gestire le tue operazioni in completa autonomia” (“postazioni self” in neretto), “personale sempre a disposizione per ogni tua esigenza” (e qui la nerettizzazione si fa più incerta, si rompe in due: “personale” e “a disposizione”), “ambiente informale e curato per rendere la tua esperienza unica” (è facile indovinare che il neretto toccherà a “esperienza unica”) e, infine, “Area Break e Area Bambini per rendere più piacevole la tua visita” (due aree in neretto con l’aggiunta, questa volta, di maiuscole). Ambienti dove domina il giallo e la luce, giallo e luce che siano già percepibili dall’esterno attraverrso vetrine trasparentissime e linde – ambienti che rovescino quell’immagine tradizionale della banca così come ci è stata tramandata da secoli: chiusura e discrezione, tendaggi, oscurità, tempio riservato agli adulti ed ai loro riti finalizzati all’eterna sicurezza. Non moduli e sportelli, non ostacoli insormontabili e dissimulazione per sentieri segreti verso il caveau, ma un tutto-nulla in vista, compreso di due pupazzi di stoffe colorate a segnalare un’Area Bambini più virtuali di un buono del tesoro argentino dei tempi d’oro.
Sotto il titolo “La cucina va in passerella”, leggo la pubblicità di un ristorante. Dice: “In sala gli applausi si sprecano quando si vedono certe acrobazie tecniche: spadellature fulminanti, verdure tagliate con precisione chirurgica, gelatine e salse aeree, create in uno svaporare di fumi incantati. I ristoranti con cucina a vista stanno diventando i nuovi teatri in edizione gourmand a cui assistere con il doppio godimento di occhi e palato”.
Nei ristoranti, allora, sta prendendo piede – nei limiti degli investimenti permessi dalla crisi economica – l’idea di piazzare in bella vista la cucina. Da un lato, questa soluzione architettonica può essere reclutata tra i marchingegni del linguaggio persuasorio, il corrispettivo materiale della prosa elegantemente letteraria con cui parlano di sé e inducono a parlarne; una sorta di modello San Tommaso applicato al cibo: puoi vedere, dunque puoi mangiare con fiducia: siamo trasparenti, siamo genuini, siamo affidabili in proporzione, non poniamo barriere né fisiche né conoscitive, paga, un po’ di più d’accordo, ma paga sereno. Dall’altro, questa soluzione ha da esser messa in rapporto a quanto è mutato, nel tempo, il rapporto sociale con il cibo e con chi lo prepara, conferendogli forma e confezione, prima di portarlo in tavola. Quello stesso cuoco che è artista da tempo per i pochi eletti – re e imperatori, nobili – insomma, perdendo l’umiltà artigianale di chi suda e lavora duramente di là dallo sguardo di chi paga, è diventato artista – e anche qui, la letterarietà del linguaggio ha da crescere in equivalenza.
La sua presenza in televisione – la frequenza con cui, in qualsiasi tipo di trasmissione, si inscenano i riti della manipolazione degli ingredienti, della cottura e dell’assaggio estasiato tra un giulebbe e l’altro – la dice fin troppo lunga sulla direzione dell’ascensore sociale su cui è riuscito a salire il cuoco attuale – verso l’alto, verso i piani alti della rispettabilità. Come un artista, per l’appunto – cui ogni tanto può essere concessa quella dose moderata di follia, o di genio altrimenti detto, che sa stupire senza disturbare.
Rispetto ai tempi in cui ero un ragazzino, il negozio del parrucchiere, soprattutto – ma non solo – il negozio del parrucchiere per signora ha subito un mutamento radicale. Non tutti, ovviamente, ma parecchi sì. Via le tendine, via i separé. Spazi aperti alla vista del libero spettatore di uno spettacolo cui la collettività in quanto tale è ancora restia – vorrei proprio vedere cosa succederebbe se mi ci fermassi per un’oretta, innanzi alla vetrina, come fossi a teatro; vorrei proprio vedere poi se, con me, ci si fermasse una cinquantina di persone – ma spazi aperti che, comunque, oltre al prezzo della prestazione, hanno fatto lievitare lo statuto ontologico di chi dietro quelle vetrine opera. Un parrucchiere – un coiffeur, uno stilista dell’acconciatura, un consulente di identità, lo si chiami come si vuole – che, da umile artigiano è diventato artista – al punto che, spesso, la sua cliente gli si affida già con l’idea, poi – a cose fatte – di dovergli perdonare qualcosa: il costo morale della sua genialità, quel di più che è tutto suo, a un passo dal trasformarsi in nostro purché, una volta uscite, riscontri quel minimo di assenso che contempli l’accettazione sociale di cui si godeva prima di entrarci.
Va da sé che, come ogni sistema di segni, anche l’abbattimento di ogni barriera visiva del parrucchiere, selezioni drasticamente la propria clientela – per età e per censo, accogliendo clienti giovani od eufemisticamente giovanili, comunque partecipi del modello socioculturale in auge e ben situate nella scala sociale – abbandonando al proprio destino la parte residua – quella per cui l’opacità delle vetrine si traduce in necessaria discrezione, in rifiuto più e meno doloroso dello spettacolo di sé; quella per cui una messa in piega o qualsiasi altra pratica tricologica è ancora e sempre un sentirsi a posto e in ordine, una questione di decoro innanzitutto di fronte allo specchio, fra sé e sé – scopi per raggiungere i quali un bravo artigiano che sappia il suo mestiere basta e avanza. Stesso discorso – mutate le condizioni specifiche – si potrebbe fare per le banche e per i ristoranti: c’è ancora una parte della popolazione cui questo sistema di segni risulta incomprensibile e talmente estraneo da sentirsene esentati per il resto dei propri giorni.
Per l’umile e per il vile – vile come il denaro – insomma, di posto ce n’è più pochino. L’invasività del tocco artistico sconvolge le planimetrie delle sedi bancarie, dei ristoranti e dei parrucchieri. Alle funzioni che ivi si svolgono viene aggiunto un che di estetico – nella presunzione, peraltro, che questo che di estetico faciliti enormemente lo svolgimento delle funzioni medesime. E’ un processo di lungo corso – i sarti, o, meglio, alcuni sarti, per esempio, sono già diventati artisti nel Settecento – che, ovviamente, non può essere ottimisticamente liquidato in termini di avanzata verso il bello. Anzi, credo che in tutto ciò il bello ci abbia poco a che fare. Come la storia stessa delle professioni artistiche insegna le ragioni dell’economia e della politica, nella consapevolezza o meno di chi è loro subordinato, spingono al mutamento.
Da una parte le leggi della concorrenza implicano la differenziazione delle merci nonché la specificità del rapporto tra merce e consumatore – e l’estetico qui è una differenza tra le altre. Dall’altra parte – dalla parte della politica, dalla parte di chi deve occultare la disparità sociale crescente – urge la necessità di sterilizzare al meglio ogni tipo di transazione, dal povero al ricco, dal cliente al commerciante, dal servo al padrone e viceversa – e qui l’estetica dà una mano.
F. A.
|