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L'interesse e il tornaconto

 

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L'interesse e il tornaconto

 

In Italia, si sa, le dimissioni sono un'istituzione tanto poco frequentata che chi vi ricorre, in genere, ne ricava più prestigio che disdoro.  Francesco Cossiga, per fare l'esempio più noto, sull'abbandono volontario del ministero degli interni nel '78 ha costruito tutta la sua successiva carriera, fino alla presidenza della Repubblica e oltre.  Ad altri il gioco è riuscito meno brillantemente, come a D'Alema, ma anche lui, se non è stato richiamato a furor di popolo alla testa del suo partito, come prevedeva e sperava dopo le dimissioni del 2000, è riuscito, anche grazie a quel gesto, a restare tra i protagonisti della vita politica nazionale, nonostante la palese inettitudine e l'infamia delle bombe su Belgrado.  Capirete, così, che c'è il serio rischio che Claudio Scajola, che da ministro si è già dimesso due volte, un record ineguagliato – mi sembra – dai tempi di Giolitti, finisca con l'essere considerato un eroe nazionale.  Qualcuno potrebbe persino pensare che colui che seppe rinunciare ai fasti del Viminale per fare ammenda di una frase strappatagli in un momento di irritazione e che lasciò ad altre mani il timone dello sviluppo economico per potersi meglio difendere da un'accusa ingiusta abbia dimostrato correttezza e probità sufficienti per essere chiamato ad ancora maggiori responsabilità.  E sarebbe, lo ammetterete, una bella iattura per tutti.

            Fa ostacolo a un simile svolgimento, per fortuna, il fatto che ben difficilmente l'abbandono di Scialoja potrebbe essere considerato volontario.  Alla poltrona,  nell'un caso o nell'altro, il politico ligure s'era attaccato più saldamente che con il Vinavil e si vocifera, infatti, che tutte e due le volte ci sia voluto l'intervento di Berlusconi in persona per farlo mollare.  Ancora martedì scorso, quando era già stata indetta la conferenza stampa in cui il poveraccio ha annunciato la mesta decisione di farsi da parte, le testate dei principali giornali affermavano la sua testarda ostinazione nel non volerlo fare.  Poi, certo, l'ha fatto e la mente del cittadino pietoso vacilla al pensiero di quali e quante pressioni sia stato necessario esercitare per ottenere il risultato.

            Sarà per questo che le ormai celebri spiegazioni con cui l'ex ministro ha motivato il suo gesto vanno considerate, se non proprio “surreali”, come le ha definite la stampa, come minimo un poco confuse.  Uno che spiega che “un ministro non può sospettare di abitare in una casa pagata da altri” e aggiunge che se lui dovesse acclarare (sì, proprio “acclarare”) che la casa dove vive è stata, appunto, pagata da altri senza saperne lui il motivo, il tornaconto e l'interesse, i suoi legali eserciterebbero le azioni necessarie per annullare il contratto, non si limita a fare un'affermazione poco credibile: parla evidentemente sotto l'influsso di una qualche violenta emozione.  E offre ai suoi avversari un argomento prezioso e incontrovertibile, nel senso che chi pretende che una spiegazione del genere sia presa per buona è fin troppo evidentemente inadatto a gestire lo sviluppo economico del paese.  E questo anche a prescindere da volgari problemi di denaro, come quello dei valori per l'acquisto e dal loro scostamento dai parametri correnti del mercato immobiliare.

            Il fatto è che l'ex ministro, per ora, non paga il fio di indebiti appoggi finanziari, che nessuno gli ha rinfacciato né addebitato, né quello di aver fatto, per motivi fiscali, un po' di cresta sul prezzo, un'altra accusa che – in verità – non gli è stata mossa.  Sconta piuttosto, come nel caso Biagi, la sua straordinaria alterigia, la protervia con cui si rivela comunque indifferente ai giudizi e agli addebiti altrui.  E non è questo, per un ministro, un peccato veniale.  Un ministro che si difende, in buona sostanza, dicendo che, figuriamoci, lui di piccolezze tipo il prezzo della casa che si è comprato non si occupa e non sa neanche da dove vengono gli assegni che ha utilizzato per la transazione senza prendersi nemmeno la briga di cambiarli, uno che manifesta tanta indifferenza nei confronti di questioni da cui i cittadini normali sono normalmente angosciati, non è esattamente una figura tranquillizzante.  Non è un problema di interesse né di tornaconto, suo o nostro: il fatto è che senza di lui al governo ci sentiamo davvero tutti un po' più tranquilli.

 

 

C. O.

 

L'interesse e il tornaconto

 

In Italia, si sa, le dimissioni sono un'istituzione tanto poco frequentata che chi vi ricorre, in genere, ne ricava più prestigio che disdoro.  Francesco Cossiga, per fare l'esempio più noto, sull'abbandono volontario del ministero degli interni nel '78 ha costruito tutta la sua successiva carriera, fino alla presidenza della Repubblica e oltre.  Ad altri il gioco è riuscito meno brillantemente, come a D'Alema, ma anche lui, se non è stato richiamato a furor di popolo alla testa del suo partito, come prevedeva e sperava dopo le dimissioni del 2000, è riuscito, anche grazie a quel gesto, a restare tra i protagonisti della vita politica nazionale, nonostante la palese inettitudine e l'infamia delle bombe su Belgrado.  Capirete, così, che c'è il serio rischio che Claudio Scajola, che da ministro si è già dimesso due volte, un record ineguagliato – mi sembra – dai tempi di Giolitti, finisca con l'essere considerato un eroe nazionale.  Qualcuno potrebbe persino pensare che colui che seppe rinunciare ai fasti del Viminale per fare ammenda di una frase strappatagli in un momento di irritazione e che lasciò ad altre mani il timone dello sviluppo economico per potersi meglio difendere da un'accusa ingiusta abbia dimostrato correttezza e probità sufficienti per essere chiamato ad ancora maggiori responsabilità.  E sarebbe, lo ammetterete, una bella iattura per tutti.

            Fa ostacolo a un simile svolgimento, per fortuna, il fatto che ben difficilmente l'abbandono di Scialoja potrebbe essere considerato volontario.  Alla poltrona,  nell'un caso o nell'altro, il politico ligure s'era attaccato più saldamente che con il Vinavil e si vocifera, infatti, che tutte e due le volte ci sia voluto l'intervento di Berlusconi in persona per farlo mollare.  Ancora martedì scorso, quando era già stata indetta la conferenza stampa in cui il poveraccio ha annunciato la mesta decisione di farsi da parte, le testate dei principali giornali affermavano la sua testarda ostinazione nel non volerlo fare.  Poi, certo, l'ha fatto e la mente del cittadino pietoso vacilla al pensiero di quali e quante pressioni sia stato necessario esercitare per ottenere il risultato.

            Sarà per questo che le ormai celebri spiegazioni con cui l'ex ministro ha motivato il suo gesto vanno considerate, se non proprio “surreali”, come le ha definite la stampa, come minimo un poco confuse.  Uno che spiega che “un ministro non può sospettare di abitare in una casa pagata da altri” e aggiunge che se lui dovesse acclarare (sì, proprio “acclarare”) che la casa dove vive è stata, appunto, pagata da altri senza saperne lui il motivo, il tornaconto e l'interesse, i suoi legali eserciterebbero le azioni necessarie per annullare il contratto, non si limita a fare un'affermazione poco credibile: parla evidentemente sotto l'influsso di una qualche violenta emozione.  E offre ai suoi avversari un argomento prezioso e incontrovertibile, nel senso che chi pretende che una spiegazione del genere sia presa per buona è fin troppo evidentemente inadatto a gestire lo sviluppo economico del paese.  E questo anche a prescindere da volgari problemi di denaro, come quello dei valori per l'acquisto e dal loro scostamento dai parametri correnti del mercato immobiliare.

            Il fatto è che l'ex ministro, per ora, non paga il fio di indebiti appoggi finanziari, che nessuno gli ha rinfacciato né addebitato, né quello di aver fatto, per motivi fiscali, un po' di cresta sul prezzo, un'altra accusa che – in verità – non gli è stata mossa.  Sconta piuttosto, come nel caso Biagi, la sua straordinaria alterigia, la protervia con cui si rivela comunque indifferente ai giudizi e agli addebiti altrui.  E non è questo, per un ministro, un peccato veniale.  Un ministro che si difende, in buona sostanza, dicendo che, figuriamoci, lui di piccolezze tipo il prezzo della casa che si è comprato non si occupa e non sa neanche da dove vengono gli assegni che ha utilizzato per la transazione senza prendersi nemmeno la briga di cambiarli, uno che manifesta tanta indifferenza nei confronti di questioni da cui i cittadini normali sono normalmente angosciati, non è esattamente una figura tranquillizzante.  Non è un problema di interesse né di tornaconto, suo o nostro: il fatto è che senza di lui al governo ci sentiamo davvero tutti un po' più tranquilli.

 

 

C. O.

ogni domenica dalle 12.30 alle 13.00

a cura di Felice Accame e Carlo Oliva

caccia(at)radiopopolare.it

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