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Colpa e degenerazione

 

Colpa e degenerazione

 

Perlopiù chi ha dedicato lunghi studi ad Atlantide ed ai numerosi altri Paradisi perduti non si è accontentato di dirci com’era e come non era, dov’era e quand’era – luogo fisicamente meraviglioso, luogo mentalmente meraviglioso – dei due l’uno per qualcuno, per altri addirittura tutti e due –  ma si è ingegnato a spiegarci il perché – ad un punto più o meno certificato – non c’è più. Atlantide non ci sarebbe più a causa di una catastrofe naturale, ma questa catastrofe naturale se la sarebbe andata a cercare. La grande saggezza raggiunta dai suoi abitanti si sarebbe trasformata in superbia, in tali dosi di orgoglio e di tracotanza, da indurre il Dio del momento a comminar loro il meritato castigo. Insomma, sia che ci si dia da fare nel grande regno di Atlantide – quella che Platone immagina alle prese con una altrettanto mitologica Atene, l’Atene dei suoi sogni – sia che si ciondoli da perdigiorno, felici, nei giardini dell’Eden e ci si chiami Adamo e Eva, saremmo tutti, sempre e comunque destinati a sprofondare da qualche parte, perché ci sarebbe sempre e comunque una colpa capitalizzata da pagare. Tutti i mutui vengono al pettine.

 

Val già la pena di riflettere profondamente su questa idea dell’incapacità dei popoli di sopportare la prosperità raggiunta, se non fosse che, correlativamente, questa idea è spesso associata ad un’altra – ugualmente pestifera, altrettanto meritevole di riflessione. Le varie Atlantidi, con le loro popolazioni perfette, con le loro società tutte ben ordinatine – sinarchiche e mai anarchiche – perfette e pur caduche – hanno alimentato ogni teoria razzista e tutti quegli orientamenti politici autoritari – nazionalsocialismo incluso – che, nella giustificazione di una superiorità, hanno pianificato più e meno scientificamente la soggezione e l’eliminazione fisica di chi, teoria alla mano, riuscivano a dichiarare come inferiori.

            La storia di tutto ciò – con la pazienza di Giobbe, perché leggersi le teorie formulate in più di duemila anni dai migliori disturbati mentali di mezzo mondo non è una passeggiata – è molto ben raccontata da Davide Bigalli ne Il mito della terra perduta – Da Atlantide a Thule. Con imperturbabile sagacia, sottile ironia e geometricità di argomentazioni, Bigalli svela molto di più di quanto siamo abituati a chiedere ad una storia pencolante tra geografia e fantasia, perché, di quel che oggi come ieri tiene solidi e consolidi gli assetti di potere di questo mondo – siano essi espressi in termini di fede religiosa o di scienza più e meno cialtronesca – nulla si salva: sono narrazioni pelosamente interessate, palesemente modellanti, istruttive ed educanti, caposaldo della nostra cultura, non robetta, e purtuttavia cucite e ricucite alla bell’e meglio per masse di bocca buona – o in attesa di schisciarsi sotto il tallone di ferro di turno o di ricevere la generosa dose  di droga sufficiente per tirare avanti.

 

Non si tratta, allora, soltanto di mera letteratura consolatoria – di matrice, peraltro, rigorosamente maschile. La colpa ineluttabile da pagare prima o poi sostituisce qualsiasi analisi nonché qualsiasi assegnazione eventuale di responsabilità specifiche: non è il potere, non è l’asimmetria sociale, non è il sistema produttivo, non è lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, non è l’accumulazione del plus valore capitalistico, ma è l’intrinseca incapacità degli esseri umani ad impedire ogni amorevole e durevole convivenza.

 

L’idea di degenerazione implica un paradigma valorizzato – un’età dell’oro, per dirla in linguaggio appropriato all’occasione – ed una sua ferita in costante progresso, una ferita sanabile soltanto dai pochi eletti consapevoli di quanto sta avvenendo e pronti anche al sacrificio di sé per riportare alla luce ciò che, invece, è andato languendo nel buio. Quando lo psichiatra francese Bénédict-Augustin Morel, nel 1857, pubblicò Traité de Dégénérescences phisique, intellectuelles et morales de l’espèce humaine et des causes qui produisent ces variétées maladives non sapeva di dare il là ad un movimento di idee che, dal suo ambito – all’interno del quale fu fatto proprio da Lombroso, per esempio –  debordò piuttosto velocemente nell’estetico. Max Nordau, infatti, ravvisa nell’evoluzione delle forme artistiche di fine Ottocento – nel simbolismo, per esempio – i sintomi della degenerazione e, praticamente, senza saperlo – per paradosso del senno di poi, era un sionista – prepara il modello ideologico della repressione nazista di anni dopo. Se Morel fa risalire la sua degenerazione in senso psichiatrico all’uso di narcotici, di oppio, di alcol, di bibite fermentate e di eccitanti vari, Nordau rinviene la causa fondamentale della sua degenerazione estetica nella “vita nelle grandi città” – come se, per l’appunto, al di là di un certo numero di abitanti, metaforicamente o meno, non ci potesse attendere che la catastrofe.

 

Può esser utile – perché no – analizzare come vadano male gli esperimenti di società animale, ma non per dire che non possono andar bene in linea di principio, non per invocare Autorità ancora più autoritarie, quanto, piuttosto, per individuare gli errori commessi e correggerli.

 

Una versione radicale delle narrazioni catastrofiste è quella offerta da un film che, più o meno ancora bambino, vidi, nel 1956. Si intitolava Il pianeta proibito e l’aveva diretto Fred McLeod Wilcox. Racconta di una spedizione spaziale incaricata di andare a controllare che fine ha fatto un’altra spedizione precedente, incaricata di indagare sulla vita di un lontano pianeta. Li guida un giovanissimo Leslie Nielsen – quello che mi avrebbe fatto ridere non poco parecchi anni dopo con Una pallottola spuntata –  arrivano e, vivi, ne trovano soltanto due: uno scienziato piuttosto reticente e sua figlia, graziosa quanto pronta ad innamorarsi del primo nuovo venuto che capita. Gli altri sono morti tutti, come morti tutti sono gli antichi abitanti del pianeta, capaci di costruire un mondo sotterraneo meraviglioso e di dominare la materia in ogni sua forma. Intelligenti, intelligentissimi quanto si vuole, ma morti. Nessuno capisce il perché fino a quando i morti cominciano ad esserci anche tra i nuovi arrivati – una specie di bestia invisibile li aggredisce e ne fa carpacci – e fino a quando qualcuno non decide di sacrificarsi per il bene comune abbeverandosi alla proibita fonte della conoscenza: la bestia assassina altro non è che il nostro subconscio – nel caso specifico quello del babbo scienziato che, roso dalla gelosia senza esser capace di dirselo, mai e poi mai vorrebbe separarsi dall’amata figliuola.

 

Con Il pianeta proibito, allora, anche Freud, in quanto inventore di una giustificazione ulteriore all’immancabile disastro, finisce al servizio del potere. Ma la compagnia è lunga. Nel 1993, Franco Battiato ha inciso la sua Atlantide, nella quale, tra l’altro, dice: “Per generazioni la legge dimorò/nei principi divini/i re mai ebbri delle immense ricchezze/e il carattere umano s’insinuò/non sopportarono la felicità/neppure la felicità/neppure la felicità”.

 

Ne Il mito della terra perduta, Davide Bigalli cita, tra il tanto d’altro, un brano di Sant’Agostino tratto dal suo commento al Genesi, che, a mio avviso, rappresenta perfettamente il punto cruciale da cui prendere le mosse per liberarsi di tutta questa zavorra ideologica.

            Laddove sta parlando a proposito delle opinioni che circolano sul Paradiso e sul suo statuto ontologico, Agostino dice che le più comuni sono tre. La prima opinione è quella di coloro che vogliono intendere il Paradiso in senso letterale – dunque come luogo fisico, dico io -, la seconda è quella di coloro che lo intendono in senso allegorico – dunque come una metafora e nulla più, dico io – e la terza è quella di coloro che lo intendono ora in un senso ora nell’altro. “Confesso”, conclude sciaguratamente Agostino, “che a me piace la terza opinione”.

Con il che viene a sostenere che una parola può designare qualcosa di fisico o di mentale a seconda dell’umore di chi la usa. Può piacergli quanto gli pare, ma sappia – l’opportunista Agostino – che così dicendo giustifica il venir meno del rapporto semantico e degli impegni che tutti quanti prendiamo allorché impariamo e condividiamo una lingua. Non è al comodo di qualcuno che una parola possa mutare di significato. Il linguaggio ha un fondamento sociale ineludibile. Se non si fornisce un criterio alla suddivisione tra metaforico e letterale, se non si hanno strumenti per distinguere metafore innocue da metafore esiziali, va da sé che qualsiasi narrazione può andare bene e che il governo delle relazioni umane possa avvenire soltanto in termini di un potere che qualcuno ha e qualcun altro no.

 

F. A.

ogni domenica dalle 12.30 alle 13.00

a cura di Felice Accame e Carlo Oliva

caccia(at)radiopopolare.it

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