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Naso e padrone

Mio nonno, credo, ha vissuto la sua vita senza porsi grandi problemi di ordine epistemologico. Non credo che sia stato lì un granchè ad arrovellarsi sul modo con cui conosciamo il mondo, sulla certezza o meno di questa conoscenza o sul significato stesso della parola “conoscenza”.  E anche per quanto concerne lo statuto ontologico delle cose, diciamo che si è accontentato di accogliere quello che il convento – che mai come in questo caso sta per l’insieme di tutte le rassegnazioni e di tutte le illusioni svanite - gli aveva passato di bell’e pronto. Immagino, pertanto – e spero di non fargli troppo torto -, che le cose, per mio nonno, fossero più o meno uguali a quelle degli altri suoi contemporanei che gli hanno ronzato intorno vita natural durante. E con le cose – dico le cose fisiche, le cose cui assegniamo volentieri e senza sforzo uno statuto di fisicità –  con le cose, fossero uguali le sensazioni, i percetti della vista, dell’udito, del gusto, del tatto e dell’odorato – ciascuno con i suoi bei nomi che, per chi non si fa troppe domande, sembrano tanto naturali e d’obbligo, come imposti da quel dio artefice dei nomi di cui parla il Socrate di Platone mentre cincischia senza cavare un ragno che sia uno da un buco che sia uno con Ermogene e con Cratilo – nel dialogo intitolato a quest’ultimo.
    Tuttavia, oltre a quel tagliaunghie che uso tuttora – dopo più di trent’anni –  mio nonno mi ha lasciato in eredità una categorizzazione di grande complessità, risultato di operazioni mentali estremamente raffinate, che, sua o non proprio sua che fosse, quando mi capita di riscontrarne le condizioni più opportune per il suo uso, già nel solo venirmi in mente, mi restituisce tutto il suo scetticismo, tutta le sue certezze sull’ineluttabilità di un mondo peggiore che mi avrebbe aspettato, il suo sorriso triste e malizioso ad un tempo come quella cultura del suo tempo – forse un po’ troppo semplificata ai miei occhi – che con quel suo volto, con quei suoi sguardi e con quelle sue parole l’aveva modellato. Quando ci penso, a questa categorizzazione – quando mi viene spontaneo usarne per designare certi risultati della mia percezione –  ne ammiro ancora oggi l’analisi da cui, per forza di cose, deve essere scaturita.

Anna ai giardinetti: è estate, mezze maniche, incontra uno che non vede da un po’ di tempo, e vede subito che c’è qualcosa che non va: la manica sinistra svolazza, svolazza troppo, come quando il braccio – dentro – non c’è più. Lei gli si avvicina, ma più di tanto non può perché costui è là in piedi, dietro una panchina. Assume il tono contrito giusto, cerca di superare quel silenzio imbarazzato alludendo timidamente al fatto, alla differenza, alla dolorosa differenza; Anna si comporta, insomma, come ci si deve comportare di fronte ad uno che – perché lo sa Dio – ha appena perso un braccio e lui sembra capire, anzi, capisce che per questa persona che non vede da un po’ di tempo ciò che vede è una novità e capisce anche che questa persona – sensibile, affettuosa, aperta e leale – partecipa di un dolore che, di solito, consegue a certi tipi di traumi. E’ per questo che – mimando tutto quello che in simili circostanze c’è da mimare e presumibilmente godendosela un mondo – la tira in lungo, prima di accendersi una sigaretta facendo ricomparire al volo braccio e mano da dietro la schiena.
    Anna capisce che in quell’uomo è brillato un attimo di serendipità. Stava grattandosi gli affari suoi – la metafora qui ci vuole – e, tra atteggiamenti e parole, ha colto al volo il caso, trasformando una situazione da niente, un po’ solitaria e più o meno opaca, in uno scherzo breve, interattivo e brillante. Onore al merito, la stima di Anna verso quell’uomo mi è sembrata salire di qualche lineetta.

Sono al mercato, dove ho accompagnato mia moglie, che sta trafficando in uno di quei banconi dove la roba è tutta ammucchiata in modo che, tra un dissodamento e l’altro, ogni tanto appaia la luce di qualche occasione d’oro. Mi sto dicendo che nell’epitelio olfattivo, a quanto pare, ci sono varii tipi di cellule fra le quali le cellule recettrici. Di queste cellule, sempre che l’allergia alle graminacee in questi ultimi 24 anni non me abbia fatto secche la maggior parte, io ne ho tra i 6 e i 10 milioni, mentre quel cane che è là davanti ne ha almeno 150 milioni. Fosse un cane pastore come in definitiva era la nostra Papere ne avrebbe 220 milioni. E’ grazie a queste cellule che un cane sente una femmina in calore anche a tre chilometri di distanza – ed è grazie a tutt’altre cellule che io mi immagino una femmina in calore anche a decine di migliaia di chilometri – cellule che, per sua buona sorte, lui, presumibilmente, non ha.
    Me le dico, queste cose, perché è maggio e c’è un sole becco, perché è da un po’ che mia moglie sta rovistando e perché io non sono affatto come quel tizio che è appena passato trascinando una femmina riottosa e bofonchiando padronalmente “guardare, eh guardare – mi sembra che ti ci eri incantata – altro che guardare”. No, a me piace accompagnare Anna al mercato e dare insieme a lei una tastatina al polso alla nazione. E’ per quel cane là che è un dramma. E’ anzianotto, al guinzaglio, in piedi, ritto sulle zampe leggermente divaricate, – un po’ di più quelle posteriori -, collo leggermente storto, capo verso il basso a destra, sguardo mesto e caparbio in un’idea manifesta: ci risiamo, l’ennesima fermata inutile, cosa ci troverà la padrona in questa roba da manipolare che al mio naso non dice nulla di nulla ? portiamo pazienza, ha dà finì ‘a nuttata, non se ne accorge che non ce la faccio più? La padrona sta rovistando in un banchetto e più allunga le mani e più allunga il collo del suo cane, che ha fermamente deciso di non spostarsi più di un millimetro che sia uno. Papere era identica: ad ogni fermata per chiacchiera che lei giudicava inopportuna o con persona di dubbia moralità, ad ogni fermata per verifiche di merci che non fossero classificabili nel genere degli alimentari, gli si poteva leggere in faccia tutto l’irriferibile che pensava dei suoi padroni. La misura della nostra curiosità al mondo doveva essere rapportata all’eccitabilità del suo naso. Nessuna deroga.
    Io aspetto, lui aspetta. A parte gli umori differenti, alcune uguaglianze mi sono più che sufficienti per coltivarmi  l’analogia. Fraternizzo e, pur distante qualche metro, gli dico “ti capisco, vecchio mio”, senza perdermi un solo frammento della sua infingarda biomeccanica.
Se non che, improvvisamente, sulla mia destra, percepisco un movimento di collettiva novità e mi rendo conto di come la folla, fino ad ora, spessa, uniforme, incessante, stia come subendo un piccolo trauma. E’ come se si schiudesse, come se vi si aprisse uno squarcio, come se gli elementi di un flusso rallentassero nel loro processo di coesione e, almeno in quel tratto, si fosse creata rarefazione. Si fa largo, insomma, e di questo largo – eccola – approfitta una suora, una suora minuta – vestita come una suora, con tonaca e cuffia, presumibilmente troppo pesanti per questo maggio di sole. Avanza rapida al centro, né guarda né tantomeno si ferma ad alcun banchetto, ma faccio in tempo a notare che tiene la mano sinistra in tasca, mentre la manica destra svolazza libera e vuota.

Lui la diceva in dialetto, ma in italiano rende ugualmente bene l’idea: “sa di suora che scappa” – poteva dirlo di un vino invecchiato male, di un cassetto aperto dopo tempo immemorabile, di un soprabito sconosciuto dimenticato appeso in anticamera, di una persona – perlopiù una signora – che era giunta in visita e che, per un motivo o per l’altro, non l’aveva interessato un granché. Mai sentito dirlo di una suora e mai mi ha portato in corpore vili – a sperimentare direttamente l’eventuale rapporto tra il percetto e la sua designazione. Mai condotto il suo amato nipotino ad usmare sulla scia di suore in fuga. Tuttavia, dal suo esempio, contesto dopo contesto, forse attingendo un po’ anche a quell’empireo platonico di cui tutti noi dovremmo avere qualche reminiscenza o, più semplicemente, lavorando di fantasia, un’idea della consistenza di quell’odore me la sono fatta, ma, l’altro giorno – sarà stato il bailamme del mercato, sarà stato il passo svelto, sveltissimo ma non precipitoso della suorina monca, sarà stato che davvero le mancava qualcosa – non l’ho sentito. Ho guardato il cane, che imprecando fra sé e sè rassegnato mi rammentava sempre di più mio nonno, ma nemmeno lui – dall’alto dei 150 milioni di cellule recettrici, dall’alto della sua visione osmologica del mondo - sembrava aver percepito alcunché.
    Le molecole di folla, intanto, si erano rinserrate fra loro e della suora monca non rimaneva che il ricordo. Solo mio – e traballante, o svolazzante, quanto sanno esserlo quelle percezioni che precedentemente si sono rivelate illusioni ottiche.

F.A.


Nota

Le informazioni sulle cellule recettrici dei nasi, per il confronto uomo/cane, provengono dal bel libro dedicato da Rosalia Cavalieri a Il naso intelligente (Laterza, Roma-Bari 2009).




ogni domenica dalle 12.30 alle 13.00

a cura di Felice Accame e Carlo Oliva

caccia(at)radiopopolare.it

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