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Le villette del ferroviere

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Una nuova culla

 

Una nuova culla

Tre storie d’incomprensione – tutte automobilistiche, quasi come a dire che l’automobile è la culla del pensiero, ricettacolo di torpori controvoglia.
    Sono a Genova, siamo nonni, lo siamo da un po’ di Veronica, ora lo siamo anche di Giovanni. Siamo a Genova e siamo nonni verso Giovanni, in coda, dall’uscita est, traffico micidiale di un lunedì mattina, orario lavorativo di ingresso nella città. Molte saracinesche di negozi sono ancora abbassate, la città sa di gas, povertà e disordine e l’essere in coda non aiuta le categorizzazioni positive. Il pensiero staziona tra l’inestricabile situazione in atto e quella in potenza – una volta arrivati, dove piazziamo la macchina, come ce ne liberiamo.
    Credo che sia sul breve slancio di un semaforo verde che colgo al volo un’insegna sulla destra, è l’unico guizzo percettivo in un contesto in cui il corpo simbiotico uomo-auto funziona pressoché automaticamente, secondo schemi ormai consolidati. La indico ad Anna e le chiedo cosa significa. “Macelleria” lo so. Lo so anche nella situazione in cui mi trovo. Ma di una “Macelleria Latino-Europea” mi sfugge il senso. L’aggettivo “latino” è spesso – anche incautamente – associato ad “americano”, ma associato ad europeo mi suona incomprensibile, non riesco a trovare altri contesti in cui lo si possa usare con disinvoltura. Sa palesemente di ridondante. E poi se parliamo di una musica latino-americana è ovvio che le stiamo assegnando una caratteristica con cui la distinguiamo da altri tipi di musica, ma qual è il carattere particolare che specifica una macelleria latino-europea ? Il modo di tagliare ? L’animale tagliato ?

Ho lasciato Anna a Genova e sono tornato a Milano dove ho tirato avanti per tre lunghi giorni di desertificazione mentale. Giovedì torna Anna e prendo l’auto per andare a prenderla alla Stazione Centrale – solito posto dove perlopiù è lei ad aspettare me. Il primo incidente a dire il vero mi capita prima che arrivi, proprio all’ultimo semaforo: riparto e vado dritto con la ruota anteriore sinistra contro il marciapiede centrale che fa da pensilina per la fermata del tram. E’ una botterella che mi addolora: non riesco a capire come ho fatto, so da anni che lì c’è quel pezzo di marciapiedi, forse ero sovrapensiero – mi chiedevo se il treno viaggiasse in orario, avevo fame e mi dicevo che anche Anna avrebbe avuto fame, mi sottoponevo soluzioni varie per risolvere gioiosamente l’eventuale problema comune e il certo, certissimo problema mio, forse ho sbirciato nello specchietto retrovisore per controllare se arrivava un tram -, ma fatto sta che, dolorosamente, contro il marciapiedi ci sono andato e poi ho anche guardato in giro se per caso mi stesse piovendo addosso una nuvola di stigmi di riprovazione sociale. Ho cominciato, insomma, a sentirmi individuato come inetto.
    Poi Anna è arrivata e il suo incontro è stata la solita festa – che è durata esattamente fino al secondo semaforo. E’ a questo punto che ho visto una bella freccia verde luminosa rivolta verso sinistra, mentre noi dovevamo andare dritto-. Ho frenato e mi sono accinto ad aspettare, nonostante qualche sonorità che avrebbe potuto sollecitarmi  da dietro. Ricordo di aver guardato a sinistra, dove, effettivamente, il traffico di coloro che dovevano girare a sinistra era piuttosto convulso e, dunque, ho attribuito le sonorità a difficili relazioni altrui, nonostante Anna, effettivamente, abbia detto qualcosa del tipo, “guarda che forse puoi andare anche tu”. Ho riguardato il semaforo ed ho rivisto brillare la freccia verde. L’animo mio si stava mettendo in pace.
Quando, invece, mi affianca un taxista a finestrino abbassato che, con chiarezza di eloquio, prende a rimproverarmi il mio comportamento. Dice che con il verde si va e non ci si ferma, io gli rispondo con cortese fierezza che si va quando ci tocca, perché lì c’era una freccia a sinistra, verde, mentre per chi doveva andare dritto non c’era affatto quel verde di cui ero giusto in attesa. Allorché il taxista – trasformandosi in un soggettone fichtiano -  mi ha chiesto se, per caso, io ritenessi che “tutti loro” fossero “scemi”, io ho addirittura tirato in ballo l’osservazione di mia moglie come una prova a sostegno: guardi sono così sicuro che il verde fosse soltanto per chi doveva girare a sinistra perché anche mia moglie mi aveva chiesto di ricontrollare lo stato dei fatti ed io, per l’appunto, ho ricontrollato – era verde per chi doveva girare a sinistra.
    Questa mia pacata ma ferma certezza e, soprattutto, un verde finalmente apparso ad indicare la via libera per chi aveva tutte le intenzioni di andare dritto davanti a sé, han fatto sì che la tenzone dialettica giungesse a termine.
    Ma due semafori dopo, ponderando il divertimento di Anna per il modo con cui avevo sostenuto la mia tesi, ero già certo, certissimo, avvilentemente certo che il semaforo fosse stato verde anche per me. E giorno dopo giorno, come una valanga che rotola da un monte innevato, quel verde – inibitomi da qualche gioco di luce, inibitomi dalle distrazioni del momento e dalla colpa non confessata dell’essere andato con la ruota ad urtare il marciapiedi - è diventato sempre più immenso e sempre più luminoso.

Leggermente più affamati di prima e ancora privi di un quadro ideologico condiviso per sfamarci, arrivati nei dintorni di casa, abbiamo cominciato a cercare parcheggio. E’ stato in questi frangenti che, dopo il primo gironzolìo infruttuoso, mi sono ritrovato a frenare di fronte ad un semaforo giallo sulla cui giallità sono pronto a scommettere la vita. Pronto, fin troppo pronto per non essere stato pagato da qualcuno, un automobilista dietro di me ha emesso un suono di protesta nei confronti del mio comportamento di cittadino modello. Ho guardato nello specchietto retrovisore ed ho rivissuto tutte le più tragiche vicende dei nostri ultimi anni in materia di screzio automobilistico – dal delitto del cacciavite alla strage delle corna -, ma il buonumore di Anna cui tentavo di comunicare la mia netta sensazione di essere vittima di un complotto planetario ha fortunatamente assorbito in pensiero ed in linguaggio ogni nefasto potenziale d’azione. Anche lì, giunse finalmente il verde e, mentre io continuavo per la dritta via, lui svicolava sulla sinistra.
    Fu dopo qualche decina di metri che, ormai inaspettatamente, trovammo parcheggio. Mi fermo oltre lo spazio vuoto – all’altezza di un’auto già parcheggiata – ed innesto la retromarcia. Sbaglio grossolanamente la manovra e finisco con la ruota posteriore contro il marciapiedi. Mi viene in mente lo stato della mia cervicale e, ritrovandomi in un mondo ostile, sono colto da una dilagante noia di me. Rimetto l’auto in mezzo alla strada, non spengo, lascio la chiave inserita e scendo. Provo a respirare a pieni polmoni ed a liberarmi dal male. D’altronde, Anna è bravissima nel parcheggiare.
F.A.

ogni domenica dalle 12.30 alle 13.00

a cura di Felice Accame e Carlo Oliva

caccia(at)radiopopolare.it

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