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Caccia all'ideologico quotidiano
il male incurabile
Celebrazioni a prescindere
Contraddizioni al semaforo
Il male incurabile
Intorno ai dodici anni, quando frequentavo la seconda media, i compagni presero a chiamarmi “il filosofo”. Essenzialmente voleva dire che mi ritenevano piuttosto triste e noioso e che le ragazze mi stavano alla larga. Così, dillo una volta e dillo una seconda, designando come filosofia timidezza e goffaggine, io divenni sempre più triste, sempre più noioso e sempre più evitato dalle ragazze.
Va da sé che, in quel momento cruciale che avrebbe dovuto rappresentare tutto il fulgore della mia adolescenza – a sedici anni – una volta che tutte le scuole del regno mi avevano espulso e una volta che tutte le ragazze della Terra avevano cancellato il mio nome e il mio numero di telefono dalla loro agendina, va da sé che io fossi pronto per leggere libri di filosofi e, a maggior ragione, quello che all’epoca sembrava dell’estremo outsider fra i filosofi, il Tractatus logico-philosophicus di Ludwig Wittgenstein. Se non Dio, la società li fa, poi li accoppia.
Nel Tractatus, Wittgenstein definiva la filosofia come una disciplina rigurgitante di confusioni che altro non poteva essere che critica del linguaggio. Allorché, nel 1964, incontrai Ceccato la mia stima della filosofia – che già non era un granché – diminuì ulteriormente. Ceccato mi mostrò come la filosofia, alla base, non fosse altro che teoria della conoscenza, ovvero l’impossibile impresa di conferire alla nostra conoscenza certezza ed al nostro linguaggio verità, non accorgendosi che entrambi gli obiettivi sono conseguenze di una irriducibile metafora. Fu intorno a quell’epoca, pertanto, che cominciai a presentarmi come “metodologo”: uno che si occupa della via che porta ai risultati e che, dunque, non si chiede mai “cosa è” qualcosa, ma come si è giunti a costituirla.
Il 16 aprile del 2009, l’amico Carlo Oliva mi informa che un nostro gentilissimo ascoltatore ha inserito tre voci in Wikipedia: “Carlo Oliva”, “La caccia – caccia all’ideologico quotidiano” e “Felice Accame”, chiedendomi altresì, quando ne avrò il tempo, di controllarle. Lo faccio l’indomani. Leggo le voci, vi riscontro qualche erroruccio di poco conto e scopro che vi sono qualificato in tre modi: “filosofo”, “saggista” e “conduttore radiofonico”. Passi per “saggista”, mi dico, perché no – scrivo saggi – qualche dubbio l’avrei per “conduttore radiofonico” – nel senso che, se è vero che parlo ai microfoni di una radio, è anche vero che non conduco nessuno – ma mai e poi mai, dopo tanto patire, sarei disposto a subire ancora la qualifica di “filosofo”. Tuttavia, mi dico che nessuno può impedire la libera iniziativa altrui e che se qualcuno mi definisce così, presumibilmente è perché non mi sono fatto capire io. Di ben peggio poteva toccarmi e di peggio mi toccherà in futuro. Sarei pronto, dunque, a mettermi l’animo in pace, se non ci fosse, in quella scheda di wikipedia, qualcosa di cui non mi capacito.
Sulla scheda a me dedicata – e soltanto su questa – campeggia una scritta che, sintetizzando molto, dice che la scheda in questione è di “dubbia enciclopedicità” e che sono in corso “discussioni” preliminari alla sua eventuale “eliminazione”. La data di inserimento è il 15 aprile 2009.
Ne rimango perplesso. Chiedendo lumi, ne scrivo ad un’amica, esperta in traffici wikipedici.
Al pomeriggio – allo scopo di mostrare la cosa ad Anna – ci riguardo. Sorpresa: l’avviso non c’è più, la scheda è al suo posto e compare – in calce alla pagina – l’informazione che l’ultimo aggiornamento è stato eseguito alle ore 13.48 dello stesso giorno. Allarme rientrato, dunque. Non proprio. Anzi.
Il 18 aprile, il link della scheda, in Google, è scomparso. E alla mia scheda si accede solo dalle schede relative a “Carlo Oliva” e “La caccia – caccia all’ideologico quotidiano”.
Alle 3.42, la mia amica mi risponde. Nulla di preoccupante, dice, sono cose che succedono. Intanto, però, si è già data da fare. Ha sostituito “filosofo” con “metodologo” ed ha ripristinato i collegamenti necessari a far sì che, da Google – digitando il mio nome – si possa arrivare direttamente alla scheda. Lei mi scrive alle 3.42, ma io la leggo la mattina. Le rispondo ringraziandola per l’intervento e poi vado a vedere. Sorpresa, alle 9.11 del 19 aprile qualcuno ha eliminato il “metodologo” ripristinando il “filosofo”.
All’epoca in cui incontravo Ceccato, ebbi l’occasione di leggere sulle ormai ingiallite pagine di “Sigma” – una rivista che Vittorio Somenzi e Giuseppe Vaccarino pubblicarono nel 1946 e nel 1947 – alcuni saggi di Eugenio Colorni, uno studioso dai forti e originali interessi metodologici, inviato al confino dal fascismo, entrato in clandestinità e ammazzato nel 1944, a Roma, da una squadra della banda Koch. Da quanto leggevo all’epoca e da quanto avrei letto più tardi, la vicenda intellettuale di Colorni mi fu abbastanza chiara. Si tratta di un intellettuale che, dopo un percorso tormentato, si rende conto di tutta la perniciosità della filosofia e che cerca di emendarsene. Che ci riesca è tutt’altro discorso.
Un suo saggio inequivocabile, scritto a Ventotene tra l’aprile e il maggio del 1939, si intitola La malattia filosofica e inizia con questo breve dialogo:
“Esiste una malattia filosofica ?” E se esiste, perché chiamarla malattia ?”.
“Esiste”, rispondiamo. “E si chiama malattia perché se ne può guarire”.
“Che cosa significa guarirne ?”
“Significa trovarsi in uno stato nuovo, nel quale si ha la sensazione di vedere cose che prima non si vedevano, di aver digerito e superato lo stato precedente; in cui i problemi della filosofia hanno ricevuto una soluzione in blocco, perché si è risolto, anzi sciolto, l’atteggiamento che li poneva. E risolvere un problema significa, come tutti sanno, essere in condizione di non porselo più”.
“Ma questo nuovo stato non è anch’esso, in sostanza, filosofia ?”
“Il solito ritornello ! Chiamatelo filosofia, se vi piace. M’importa che è uno stato posteriore, ulteriore rispetto a quello in cui si sono trovati coloro che sono stati chiamati filosofi; uno stato rispetto al quale quello dei filosofi si presenta come una malattia di cui si è guariti, di cui si conoscono oramai le meschinità e gli infantilismi”.
Una raccolta dei saggi di Colorni apparve nel 1975, intitolata Scritti e pubblicata da La Nuova Italia. Essendo un libro ormai introvabile, bene, benissimo, dunque, ha fatto l’editore Einaudi a ripubblicarlo oggi, più o meno tale e quale, affidato ad una curatela di Geri Cerchiai che, se da un lato ne contestualizza al meglio la lettura, dall’altro ne svilisce consapevolmente le istanze antifilosofiche. Il titolo scelto per l’occasione ne è, purtroppo, un segno fin troppo manifesto: La malattia della metafisica. Come per un gioco di prestigio, insomma, è cambiato il malato. L’intoccabile filosofia è sana come un pesce e tutto il problema starebbe nella povera metafisica – la crocerossa di turno cui uno sparo in più o in meno fa poca differenza. Storia della filosofia del Novecento alla mano – equivale – per usare di una metafora del gioco dell’oca – a riportare il ribelle Colorni al punto di partenza. Il sistema esige che dalla filosofia non si esca e non si possa uscire. Già fatterelli di questo tipo dovrebbero indurre a sospettare di quanto la filosofia in quanto tale sia funzionale al potere ed agli intellettuali che lo servono.
Da una breve perlustrazione in wikipedia, scopro che anche Ceccato è finito ingloriosamente classificato come “filosofo”. Prima o poi – un satellite nascosto in cerca di visibilità, un adepto traditore, un avventizio incauto, un servo altrui inconsapevole – prima o poi qualcuno rovescia il senso delle cose per riportarle nell’alveo di una rispettabilità che soddisfi la dittatura culturale dei pochi che hanno contro i molti che non hanno.
Già che ci sono, dò una ricontrollatina alla scheda che mi riguarda. Il 22 aprile alle ore 18.19 il filosofo è sparito. Sono rimasto saggista e conduttore radiofonico. Non so se respirare di sollievo o no. Il filosofo – la storia di Colorni lo fa presagire – prima o poi potrebbe essere sostituito da “metafisico”.
F.A.
Nota
L’affermazione di Wittgenstein è ricavata da due proposizioni del Tractatus Logico-Philosphicus, la n. 3.324 e la n. 4. 0031. Mi sono occupato del pensiero di Colorni in Antologia critica del sistema delle stelle, Odradek, Roma 2006, pagg. 179-185.
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