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Caccia all'ideologico quotidiano

 

il male incurabile

Celebrazioni a prescindere

Contraddizioni al semaforo

 

Celebrazioni a prescindere

 

Vi raccontavo, domenica scorsa, di come non riesca più a sopportare le polemiche che seguono ogni terremoto.  Be', qualcosa del genere mi sta succedendo con il 25 aprile.  Sinceramente, non ne posso più.  Non della celebrazione in sé, s'intende, cui partecipo da cinquant'anni e cui conto di continuare a partecipare fin quando gli dei me ne daranno licenza, ma delle polemiche, appunto, che come un inevitabile rito la precedono e l'accompagnano.  Le polemiche su chi debba o non debba parteciparvi, sul comportamento cui attenersi, sui simboli  e sugli slogan graditi o da evitare come la peste.  Sono, da cinquant'anni, sempre le stesse.  Le stesse dei tempi in cui Ivan Della Mea cantava l'incompatibilità tra il fazzoletto rosso e quello tricolore (era il 1965) e delle manifestazioni disgiunte degli anni '70 e '80, in cui all'impostazione istituzionale del corteo “ufficiale” si contrapponeva quella “militante” di chi  assicurava, in tono un po' truculento, che in piazzale Loreto c'era ancora parecchio posto (e sull'argomento, ricordo, mi è capitato di scrivere persino un poemetto, che fu pubblicato e ricevette qualche attestato di stima).  Le stesse che hanno caratterizzato la confusione degli anni successivi, il bagno di folla antiberlusconiano del '94 (quel corteo immenso sotto la pioggia battente, cui a Bossi fu impedito di partecipare), subito contraddetto dalle molte successive querimonie sul rifiuto del nuovo capo del governo di celebrare la data, le esortazioni indignate affinché lo facesse e quelli che dicevano che di Berlusconi si poteva fare benissimo a meno, almeno quando si festeggiava l'antifascismo, e quegli altri per cui era inconcepibile che il Presidente del Consiglio della Repubblica nata dalla Resistenza si desse latitante in tale occasione e le ripetute dissertazioni sulla riconciliazione e la buona fede, le ispirate parole del Colle e tutto il resto...  insomma, quella sorta di eterna coazione a ripetere in cui sembra puntualmente riflettersi il blocco ideologico che affligge questo paese. 

            Tutto questo, naturalmente, nasce dalla pretesa di considerare “universali”, validi per tutti (e quindi – in un certo senso – neutrali) i valori legati all'evento, a prescindere dal fatto che si è trattato, dopo tutto, della fine di una guerra civile, in cui alla vittoria degli uni si accompagnava di necessità, la sconfitta degli altri, senza che i vincitori, però, fossero riusciti a passare dal successo militare a quella radicale trasformazione civile che in massima parte auspicavano, per cui l'occasione non è mai stata esattamente la più propizia per celebrare una riconciliazione o lanciare un messaggio in cui tutti potessero riconoscersi.  Il paese restava diviso e la lotta non era finita.  Quella di una nazione festosamente unita attorno ai valori universali della democrazia (a parte quei pochi fascisti carogne che nelle fogne dovevano tornare) era in realtà un'illusione che non teneva conto di quanto fossero ampie le aree residuali di fascismo e quanto potere mantenessero i loro esponenti: tanto, in effetti, da poter superare in souplesse l'ostracismo, tutto formale, che li riguardava e poter nuovamente aspirare, al prezzo di poche, insignificanti operazioni di maquillage, a tornare al governo.  Per cui una celebrazione il cui significato non può che essere orgogliosamente di parte, che non può esprimere altro che la volontà di continuare una lotta che in nessun modo può dirsi conclusa, è stata variamente piegata a esprimere tutt'altro progetto.  Onde le polemiche, le contrapposizioni e i paradossi che ci rovinano la festa e di cui, anche in questi giorni, dobbiamo dolerci.

 

 Oggi che il 25 aprile è stato consegnato nelle mani di Berlusconi, forse varrebbe la  pena di ripensarci un momento.

 

C.O.

 

Nota

 

La canzone di Ivan Della Mea si intitola 9 maggio, perché, per motivi che al momento mi sfuggono, la celebrazione unitaria e ufficiale della Resistenza nel 1965 avvenne appunto in tale data.  Si trova in http://www.ildeposito.org/archivio/canti/canto.php?id=133 .  Il mio pometto, per chi ne fosse curioso, si intitolava invece Per l'unità della sinistra di classe, uscì nel n. 29/30 di “Nuovi Argomenti” nel 1972 ed è leggibile oggi, in una versione un po' arruffata, sul mio sito http://www.carlo-oliva.it .

 

 

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a cura di Felice Accame e Carlo Oliva

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