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Caccia all'ideologico quotidiano
Perché
Nero Wolfe a Garlasco
Storie di questo Natale
Storie di questo Natale
Raccontano una storia di lotta tra poveri – che magari ancora proprio poveri poveri non lo sono, ma che, temono di diventarlo, che stanno diventandolo, che, comunque, poveri lo sono già nell’animo, nel modo di rapportarsi ad una vita di relazione sempre più striminzita e meschina. Chi si è dato da fare per far parte del sistema – perché è indubbio che la festa, il modo di concepirla e i modi per trascorrerla, siano un prodotto del sistema – ci tiene a dichiararsi, presentando un attestato che, dal proprio punto di vista, dovrebbe costituire un buon motivo affinché venga premiato. Premiato lui e non gli altri – non il vicino, per esempio, che “non ha dato” o, più presumibilmente, “non ha potuto dare”. Premiato lui e non gli altri affinché lui sopravviva e gli altri no.
Affissi su alcune vetrine di un’arteria commerciale dove forse più del sangue del denaro scorre – se scorre e quando scorre - il sangue dell’automobilista in coda – natalizia e non natalizia che sia -, affissi ad alcune e solo ad alcune vetrine strizzano l’occhio ai passanti i manifestini verdi: “Noi (sottolineato) abbiamo contribuito alle luminarie natalizie 2009” – dove la sottolineatura del noi costituisce una sorta di soluzione abbreviata per dire “noi sì”, a differenza di altri – che del noi non fanno parte. Non li premierò. E, purtroppo per loro, non premierò neppure gli altri. Non ho alcun motivo per comprare per me qualcosa in più o di diverso da quello che compro ogni giorno.
L’unica manifestazione concreta che ci rimane della nostra opposizione allo stato delle cose ed al loro apparentemente inesorabile divenire – il capitale che spreme le residue risorse del pianeta, un potere che supinamente lo serve - ignorante e protervo, arrogante -, la sua tecnologia indagatoria e repressiva sempre più raffinata -, l’unica manifestazione concreta, dicevo, è quella di una pratica di vita rigorosamente conseguente all’analisi critica con cui si prende coscienza del mondo e del suo tragico destino: non partecipare o partecipare il meno possibile alla società dei consumi e dei poteri che la governano, rifiutare la loro economia, i loro divertimenti, i loro viaggi, le loro droghe, spezzare una volta per tutte il circolo perverso in cui ci hanno cacciato: consumare per sopravvivere.
Già si racconterebbe una storia diversa o, almeno, passibile di una conclusione diversa se, nella stessa via, sulle vetrine degli altri, comparissero dei volantini – rossi ? ma sì, rossi -, del tipo: “Noi (sottolineato) non abbiamo contribuito alle luminarie natalizie 2009”.
Come un sol uomo, all’unisono e a gran voce, tutti i mezzi di comunicazione di massa si sono dati da fare, innanzitutto, per togliere al gesto quello che non può non essere il suo significato primario e indiscutibile – di dissenso, di opposizione, di contrapposizione politica. La realizzazione di questa piccola impresa ideologica è stata resa possibile dalla pronta inclusione dell’aggressore tra i malati. Che, come nell’Unione Sovietica stalinista o nei democratici Stati Uniti d’America, meno pericolosi sono più sono psichici – ovvero o risultato dell’immaginazione altrui o risultato dell’immaginazione di sé indotta dall’immaginazione altrui. Al malato fisico si concede ancora un’autonomia di giudizio – un’intelligenza delle cose – che al malato psichico si può negare fin con il sorriso sulle labbra screpolate. Questa ghettizzazione veloce dell’aggressore fra gli psicolabili mi ricorda la prontezza con cui si cercò l’anarchico per sanare la ferita di piazza Fontana. Lo psicolabile è ancor meno di sinistra dell’ anarchico – anche se, agli occhi di qualcuno che oggi può vantare l’orgoglio di parte offesa – non vorrei se ne dimenticassero le pubbliche dichiarazioni -, uno di sinistra è sempre e comunque psicolabile. Psicolabili o, meglio, malati la cui malattia senza nome avanza nonostante le amorose cure dello psicologo di turno, e anarchici non costituiscono categorie passibili di difesa: è come se andasse da sé che le loro gesta non siano mosse da responsabilità politica alcuna. E’ così, allora, che Berlusconi può incassare la solidarietà e la connivenza della sinistra per le eventuali leggi speciali – si faccia caso a quella già avanzata da La Russa di introdurre nel Codice Penale il reato di disturbo di manifestazione politica - leggi speciali necessarie per garantire maggiore immunità alla casta dei potenti e per dare un ulteriore giro di vite a destra al Paese – esattamente come nel piano, perfettamente riuscito, di uscire dal Sessantotto all’indomani di piazza Fontana grazie all’aiuto della sinistra – che, more solito – per senso di responsabilità, dice -, prima di farsi sodomizzare gradisce togliersi da sé pantaloni e mutande, nonché assumere la posizione più corretta.
Una nota del Ministero degli Interni
Che nelle locali Questure e che nei Servizi vi siano state inadempienze e gravi superficialità che possono anche indurre a più gravi sospetti è evidente. Come minimo, nel piano di prevenzione, è stato omesso quanto segue. Nel 1554 – si noti la data, non l’altro ieri, nel 1554 - Niccolò Tartaglia (1499-1557) – si noti il cognome, nemmeno al dr. Watson sarebbe sfuggito – pubblicò Quesiti et inventioni diverse – si noti l’oggetto del saggio, “invenzioni”, c’è della tenacia nel modo in cui si ripete la storia. Orbene, se loro eccellenze fossero state morse dal sacro zelo che occorre per badare davvero alla Massima Dignità di chi volere o volare ci rappresenta, si sarebbero accorte che nel primo libro di detta opera si tratta “delli tiri & effetti delle artegliarie, secondo le sue varie elleuationi, & secondo la uaria position delle mire con altri suoi strani accidenti”. Inutile dire che un buon piano di prevenzione avrebbe dovuto da ciò prender le mosse onde mettere chi di dovere nelle più opportune condizioni di non nuocere prima che abbia nuociuto.
F. A.
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