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I due fazzoletti

I due fazzoletti

Lo scrittore svizzero Robert Walser, per sua stessa ammissione leggermente alticcio, al ristorante, vede una signora “dall’aspetto molto fiorente” che, seduta non lontano da lui, sta mangiando una cotoletta con fagioli. Prende ad osservarla e si accorge con piacere che lei “con una cert’aria  ed un lieve movimento del piede” si sta disponendo a “tentare una conversazione”. Lui, allora, forse convinto di manifestarle la propria entusiastica disponibilità, si muove: attraversa la sala e prende una rivista. Spera che lei lasci cadere qualcosa - un fazzoletto, dice - così da dargli il destro per attaccare discorso, ma non cade nulla.
Lui quindi torna quindi al suo posto con la rivista. La sfoglia e, arrivato ad una certa pagina, si ferma - e comincia a leggere.

Lo scrittore svizzero Gottfried Keller scrisse Giulietta e Romeo al villaggio nel 1855 apportandovi, poi, correzioni almeno fino al 1875. L’idea – un’idea di lunga gestazione – gli venne il 3 settembre del 1847, dopo aver letto una notizia su un giornale. Due ragazzi, le cui famiglie vivevano in inimicizia mortale,  innamorati l’uno dell’altra si erano uccisi. Keller immagina, allora, che alla radice dell’inimicizia tra le due famiglie ci sia la colpa di un’appropriazione indebita e che, di senso di colpa in senso di colpa, i due giovani innamorati riescano sì a coronare il sogno di amarsi ma per una notte soltanto, avendo entrambi convenuto che quanto aveva diviso i loro stolidi genitori – e tutte le vicende che ne erano derivate – avrebbero pesato come un macigno insopportabile sulle loro giovani vite. Scappano, mangiano e bevono, ballano, non sanno ben che fare, indugiano appena un attimo sul mito romantico di una vita ai margini dell’istituzionalizzato consorzio umano, rubano una barca carica di fieno, fanno l’amore e si buttano nel fiume.
Nel 1856, recensendo la novella, il critico Berthold Auerbach dice che il titolo – Giulietta e Romeo al villaggio - è artificioso, che farebbe approdare “a quella letteratura da letterati che non nasce dalla vita, ma dal mondo stampato e dai suoi ricordi” e, presumibilmente, questa critica non è estranea ai numerosi ritocchi che l’autore, successivamente, ha apportato alla novella. A mio avviso, si tratta di una critica ingenerosa perché nel citare già espressamente nel titolo i modelli ai quali si è rifatto – nel riconoscerli come modelli e nel farli riconoscere come tali al lettore -, Keller dimostra quella dose di umiltà che, per esempio, non ha avuto affatto Shakespeare nel battezzare i suoi eroi senza riferirsi ai numerosi modelli che l’avevano preceduto. E’ come se dicesse – Keller – ecco, vedete, non pretendo alcuna originalità, racconto una storia che non solo potreste considerare somigliante ad un’altra, ma ve lo dico direttamente io – e vi dico anche di che storia si tratta. La carta, poi, avrebbe potuto dire, fa parte della vita, i confini fra mondo stampato e mondo vissuto sono labili labili e se i miei infelici e straziati ragazzi li ho presi dal giornale e non dai classici letterari ciò non li rende meno infelici e meno straziati  - anzi, forse forse, avrebbero più diritto loro alla partecipazione della loro infelicità e del loro strazio che non gli altri.

Nel giornale, Robert Walser ci trova Giulietta e Romeo al villaggio di Keller. Inizia a leggere e ne
viene avvinto irresistibilmente, al punto che, quando finisce, rialzando lo sguardo, si rende conto che la signora dall’aspetto molto fiorente non c’è più, che se n’è andata - “femminilmente riconoscendo che subivo l’influenza  di un qualcosa di più intenso e di ancor più affascinante di quanto lei potesse offrirmi”, dice Walser, senza sospettare nemmeno per un momento che né le cotolette né i fagioli sono eterni e che, prima o poi, avrebbero pur potuto finire.

Voltaire, egregio rappresentante di quell’illuminismo che, nonostante la luce che ha diffuso, si è crogiolato nel buio di una misoginia inestirpabile, scrive Candido o l’ottimismo nel 1759. Anche lì si tratta di rapporti tra un maschio ed una femmina e anche lì – e dove se non lì: siamo in pieno Settecento – circola l’idea del fazzoletto e della sua funzione caduca. A Candido piace Cunegonda ma non ha il coraggio di dirglielo. Caso vuole, tuttavia, che a Cunegonda capiti di sbirciare il dottor Pangloss, mentre, tra i cespugli, nel parco, sta impartendo una complessa lezione di fisica sperimentale ad una cameriera “assai graziosa e docilissima”. Tutta agitata da quanto osservato, Cunegonda torna al castello pensando di poter ripetere l’esperimento con il giovane Candido. Lo incontra e arrossiscono entrambi, ma non accade niente fino all’indomani, allorché, dopo pranzo, si ritrovano dietro un paravento. E’ a questo punto che lei lascia cadere il fazzoletto, lui lo raccoglie e glielo porge, ma dalla mano si passa immediatamente al bacio e dal bacio si passerebbe in quattro e quattrotto al resto se non venissero scoperti e ciò non valesse per Candido un decisivo e repressivo calcio nel sedere che, ancora una volta, nelle intenzioni di Voltaire, starebbe a dimostrare che “non viviamo nel migliore dei mondi possibili”.

Keller è il tipico romantico del tutto o niente, più che l’uno o l’altra ama l’amore fra i due ma, per quanto forte sia, lo considera sempre troppo debole perché possa opporsi ad un mondo sordidamente abbarbicato ai propri pregiudizi. Voltaire detesta le donne, il povero Walser – uno che dal 1929, quando ha detto di sentire “voci”, al 1956, quando è morto, se ne è stato al riparo di una casa di cura per malattie mentali – il povero Walser no, le donne le ama e le rispetta, anche se non sa come prenderle. Lui sogna che la signora dall’aspetto fiorente lasci cadere il fazzoletto e farebbe carte false per un’amabile conversazione con lei – poi, si sa, se mai, da cosa nasce cosa, ma senza obblighi di sorta. Voltaire fantastica di effetti immediati – dalla caduta del fazzoletto alle mani nelle mutande è soltanto questione di pochi secondi -, la “sua” donna è tentatrice, fa tutto lei e lo fa andando per le spicce.

La società che escogita l’idea del fazzoletto – più o meno coeva con quella dell’eroina di Keller, così povera da non possedere neppure quel fazzoletto con cui imbastire manfrine -  è, apparentemente, una società molto lontana dalla nostra. A volte cambiano gli oggetti, ma le loro funzioni restano, così come resta il quadro ideologico dei tanti Voltaire alla faccia di quello dei rari Walser. Per quanto abusata sia stata - la scena ideale per tutte le vignette di vera o finta seduzione -, l’idea della caduta del fazzoletto contrasta con gran parte delle nostre cognizioni e, oggi, documenta soltanto un segmento del percorso funzionale compiuto dal fazzoletto nella sua storia sia di oggetto d’uso che di oggetto di scambio simbolico. La longevità di questa sua rappresentazione – una longevità che ne implichi l’attualità - presuppone infatti femmine che non debbano soffiarsi il naso – anche perché non si riesce davvero a immaginare quanto successo possa riscuotere una femmina  - voltairiana o walseriana che sia – che, nel tentativo di approcciare con un maschio, lascia cadere un kleenex.

F. A.


Nota

Giulietta e Romeo al villaggio di Gottfried Keller è pubblicato da Studio Editoriale, Milano 2004. In questa edizione contiene sia la nota di Walser che lo scritto critico di Karl Wagner da cui ho tratto le informazioni concernenti la fonte giornalistica e le discussioni  relative al titolo del racconto.

Della funzione letteraria dei ritagli da giornali mi sono occupato nella “Caccia” del 7 giugno 2009.

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a cura di Felice Accame e Carlo Oliva

caccia(at)radiopopolare.it

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